sabato 19 settembre 2026

Il tredicenne che accoltella la prof, specchio di una gioventù (sempre più) violenta

Immagine generata con AI

L’aggressione avvenuta ieri, per quanto drammatica, non è un caso isolato. Ma solo la conferma di un fenomeno in crescita

Emergenza educativa


Giuliano Guzzo, 19 settembre 2026

Un’insufficienza o un debito scolastico. Sembra essere questo, secondo le prime ricostruzioni, il movente che ieri mattina ha portato M.V., uno studente di 13 anni, ad aggredire – prima spruzzandole sul volto poi colpendola con un coltello – Isabella Marsilio, 66 anni, la sua professoressa di lettere all’istituto comprensivo Verga, scuola secondaria di primo grado nella zona est di Roma, tra Collatino e Centocelle.

La docente soccorsa prima da uno studente originario del Congo, poi dal 118 e trasportata sotto choc all’ospedale Vannini in codice giallo, non è mai stata in pericolo di vita. E ieri ha dichiarato: «Vorrei incontrare il ragazzo che mi ha aggredito e abbracciarlo». Bene; tutto ciò però non ridimensiona la gravità di un fenomeno, quello della violenza a scuola, grave e purtroppo in crescita. Per rendersene conto, basta ripercorrere le cronache degli ultimi anni.

Nel 2024, per esempio, nel cortile di una scuola romana una bambina di soli 12 anni aveva accoltellato un compagno. Ad inizio 2026, a gennaio, il diciottenne Abanoud Youssef – per gli amici “Abu” – è stato ucciso con una coltellata nei corridoi di scuola a La Spezia. E, se usciamo dai confini nazionali, non è che la musica cambi in meglio, anzi: è stato stimato che nel 2024 nelle scuole e nei college di Inghilterra e Galles si sono verificati 1.304 reati che hanno coinvolto coltelli o oggetti taglienti. Stando ai dati della polizia, almeno il 10% dei reati è stato commesso da bambini e ragazzi in età scolare. Sempre dalla società anglosassone, nel 2025 si è verificato il caso di un bambino di 7 anni che aveva portato un coltello a scuola. Ora, forse qui non siamo ancora a livelli così estremi di gravità.

Quanto però è accaduto ieri rappresenta la conferma che non si può in alcun modo abbassare la guardia. Sembrano esserne consapevoli gli stessi studenti tra i quali, in maggioranza schiacciante (7 su 10), appoggiano le misure di contrasto e prevenzione alla violenza – così come previste dalla direttiva dei ministri Giuseppe Valditara e Matteo Piantedosi – quali metal detector all’ingresso, perquisizioni mirate, cani antidroga. Tutte iniziative che di certo possono arginare un problema, la cui radice però è altrove. Dove? Sul piano educativo. Attenzione, non si vuole qui insinuare che la prevenzione sia inutile, tutt’altro, né tanto meno tirare la volata a quei corsi di “educazione di genere” che non risolvono alcuna violenza relazionale, ma semmai la politicizzano e la imbevono di un certo femminismo che semina nelle relazioni tra i sessi una cultura del sospetto di cui non c’è alcun bisogno.

Quel che invece si vuole qui osservare è che le cause dell’aumento della delinquenza giovanile sono tante. Per brevità, ci limitiamo qui a richiamarne tre: 1) la disgregazione della famiglia (se già è dura educare in due, figurarsi da soli); 2) un’immigrazione di massa difficile da integrare (o che porta famiglie e soggetti che, semplicemente, non vogliono essere integrati); 3) il dilagare no stop di contenuti violenti via smartphone e musica (micidiali, i pessimi esempi sempre a portata di mano). Chiaramente, la politica e la stessa scuola non possono né sostituirsi alle famiglie né eliminare un fenomeno che, come si vede, ha varie concause, ma c’è, come riconosciuto, con onestà intellettuale, dal sociologo Luca Ricolfi: «Stavolta sono i conservatori a vederci giusto» (Il Messaggero, 15.8.2025).

Quali possono essere, dunque, gli antidoti che come società – accanto ad una auspicabile e urgente riscoperta dei valori della famiglia, a partire dalla sua tenuta e integrità – possiamo promuovere per arginare la violenza giovanile fuori e dentro la scuola? Nessuno ha la bacchetta magica, ma (in aggiunta a quelli già illustrati sulle pagine nostra rivista: qui per abbonarsi) degli spunti ci possono essere. Anzitutto, contrastare o limitare l’uso di social e smartphone: lo stesso tredicenne che ieri ha accoltellato la sua docente pare volesse riprendere o trasmettere l’aggressione tramite una videochiamata di gruppo su Telegram. Non stupirà allora apprendere come una metanalisi pubblicata a maggio su JAMA Pediatrics – che ha considerato un campione complessivo pari a 360.000 giovanissimi – abbia trovato un legame tra uso dei social, minore rendimento scolastico e maggiore aggressività.

Dunque, anzitutto limitare le ore sugli schermi certamente rappresenterebbe un vantaggio. In secondo luogo, anche lo sport – a maggior ragione sport di squadra – se promosso può costituire un elemento positivo: favorisce la disciplina, valori come il sacrificio e la lealtà, tiene per lo più lontani dalle droghe e da condotte devianti. Inoltre, anche se non è politicamente corretto ricordarlo, sarebbe importante riscoprire anche il valore della religione. Illuminanti, al riguardo, le risultanze d'uno studio pubblicato nel 2014 sul Journal of Interpersonal Violence – e condotto su un campione di oltre 90.000 giovani – che ha stabilito che «molteplici» componenti della «religiosità» risultano «associate alla ridotta probabilità» di scontri, risse e atti di violenza. Ma se questo è vero, come può una società che non riconosce più il valore della famiglia ed è ormai sempre più secolarizzata rialzarsi senza prima fare adeguata autocritica? Il punto, alla fine, è tutto qui.





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