sabato 30 settembre 2017

La regola di Burke: Maria, catechismo e martirio




di Benedetta Frigerio (30-09-2017)

Come può un semplice cattolico vivere la propria fede in una situazione di crescente confusione quale quella attuale? È la domanda cui ha risposto il cardinale Raymond Leo Burke in una lezione magistrale svolta a Louisville (Kentucky) lo scorso 21 luglio, ma che vale la pena riprendere per la sua estrema attualità (QUI IL TESTO INTEGRALE). Senza fare sconti sulla verità dei pericoli presenti, Burke ha spiegato come sfuggire lo spirito mondano dello scisma, fino a chiedere la prontezza di donare la vita per la Chiesa.

«È un momento - ha cominciato il cardinale - che può semplicemente essere descritto come una confusione, una divisione e un errore». Poi ha parlato di un giovane sacerdote che lo aveva avvicinato chiedendogli: «Cardinale, pensa che siamo giunti alla fine dei tempi?». «L’espressione sul suo volto - ha detto Burke - mi ha fatto comprendere la sincerità della sua domanda e la preoccupazione profonda che lo animava. Non ho quindi esitato a rispondere: “Potrebbe essere”». Perché «viviamo nei tempi più travagliati del mondo ma anche della Chiesa». Poi Burke ha citato l’ideologia gender dilagante e distruttiva dell’uomo, la negazione della libertà religiosa per vietare ogni discorso pubblico su Dio, la contraccezione, l’eutanasia, l’indottrinamento dei bambini. Nello stesso tempo la ricerca spregiudicata «del piacere e del potere mentre il ruolo della legge, dettato dalla giustizia, viene calpestato», per cui vige «una legittima paura di uno scontro globale», perché «la situazione attuale del mondo non può proseguire se non portando ad un annientamento totale».

Per questo, ha continuato Burke, «il mondo mai come oggi ha avuto così bisogno dell’insegnamento solido e della direzione che Nostro Signore... vuole dare al mondo attraverso la Chiesa». Ma non si può non constatare che, «in modo diabolico, la confusione e l’errore…sono entrati anche anche nella Chiesa», che «non sembra conoscere più la sua identità e missione» né «avere la chiarezza e il coraggio di annunciare il Vangelo della Vita e del Divino Amore».

Quindi il ricordo del cardinal Meisner morto per un attacco di cuore come poi sarebbe deceduto anche il cardinal Caffarra: «So quanto ha sofferto per la continua e crescente confusione circa l’insegnamento della Chiesa all’interno della Chiesa stessa. Chiaramente lui aveva espresso a papa Benedetto XVI le stesse preoccupazioni, preoccupazioni che parevano comuni ad entrambi, mentre allo stesso tempo riaffermava, come la nostra fede ci insegna, la sua fiducia in Nostro Signore che ha promesso di rimanere nel Suo Corpo Mistico, “tutti i giorni, fino alla fine del mondo…" Quando io stesso parlai l’ultima volta con il cardinal Meisner a Colonia, il 4 marzo di quest’anno, era sereno ma, nello stesso tempo, mi espresse la sua determinazione a continuare la battaglia per Cristo e per le verità che Lui ci insegna, senza interruzioni, attraverso la Tradizione Apostolica».

Purtroppo, ha proseguito il cardinale, «per diverse ragioni molti sacerdoti stanno in silenzio di fronte alla situazione in cui si trova la Chiesa, oppure abbandonano la chiarezza dell’insegnamento della Chiesa, scegliendo la confusione e l’errore». Inoltre, «l’approvazione dei media secolarizzati è per me un segno che la Chiesa sta fallendo miseramente nella sua testimonianza chiara e coraggiosa per la salvezza del mondo». Senza dimenticare che i media dipingono «coloro che parlano di quello che la Chiesa ha sempre insegnato e praticato» come «i nemici del Papa». Quindi Burke ha spiegato che cosa significhi davvero seguire il Pontefice: «La pienezza del potere (plenitudo potestatis) essenziale all’esercizio dell’ufficio del successore di San Pietro è dipinta falsamente come un potere assoluto, tradendo così il Primato del successore di san Pietro», perché la pienezza del potere «serve precisamente per proteggerlo dal pensiero di tipo mondano e relativista che conduce alla confusione e alla divisione».

Purtroppo però, «riguardo alle dichiarazioni di papa Francesco, esiste una comprensione popolarmente sviluppata per cui ogni sua esternazione debba essere accettata come insegnamento papale o magisteriale…La questione è complicata, perché papa Francesco sceglie regolarmente di parlare in maniera colloquiale. Motivo per cui, quando qualcuno pone le sue osservazioni all’interno del contesto proprio dell’insegnamento e della pratica della Chiesa, può essere accusato di parlare contro il Santo Padre…Come risultato, si sarebbe tentati di rimanere in silenzio o di provare a spiegare dottrinalmente un linguaggio che confonde o persino contraddice la dottrina».

Di seguito, la spiegazione sul fatto che occorre «distinguere, come la Chiesa ha sempre fatto, le parole dell’uomo che è il Papa e le parole del Papa come vicario di Cristo in terra. Nel Medioevo, la Chiesa ha parlato dei due corpi del Papa: il corpo dell’uomo e il corpo del Vicario di Cristo…Attualmente, la Chiesa non era abituata ad un Pontefice Romano che parlasse pubblicamente in maniera colloquiale. Infatti, è sempre stata usata una grande prudenza, cosicché ogni parola pubblica del Papa fosse chiaramente in accordo con il Magistero». Papa Francesco, invece, «ha scelto di parlare spesso nel suo primo corpo, il corpo dell’uomo che è il Papa. Infatti, anche nei documenti che, in passato, rappresentavano un insegnamento più solenne, lui stesso ha detto chiaramente che non sta offrendo un insegnamento magisteriale ma il suo pensiero personale. Ma coloro che sono abituati ad una modalità differente di parlare del Papa, vogliono rendere ogni sua dichiarazione parte del Magistero». Anche se «ciò è semplicemente sbagliato e dannoso per la Chiesa».

Dire tutto questo non è «un atto di inimicizia nei confronti di papa Francesco». Al contrario, «senza questa distinzione perderemmo facilmente il rispetto per il papato o saremmo portati a pensare che, se non siamo d’accordo con le opinioni personali del Pontefice romano, allora dovremmo rompere la comunione con la Chiesa». Dunque, «mentre manteniamo fermamente la fede cattolica in ciò che concerne l’ufficio petrino, non possiamo cadere nell’idolatria del papato che renderebbe dottrina ogni parola pronunciata dal papa, anche se fosse interpretata in maniera contraria alla parola di Cristo stesso, ad esempio, riguardo all’indissolubilità del matrimonio (Mt 19, 9). Piuttosto, con il successore di Pietro, dovremmo sforzarci di comprendere sempre più a fondo la parola di Cristo, in modo da viverla sempre più perfettamente».

Poi Burke ha cominciato a parlare dell’antidoto alla confusione che è la devozione mariana, il Catechismo e il martirio. «Quale deve essere la nostra risposta al momento estremamente difficile in cui ci troviamo a vivere, momento che pare realisticamente apocalittico? Deve essere la risposta della fede, la fede in Nostro Signore Gesù Cristo che è vivo per noi nella Chiesa e che mai fallirà nell’insegnarci, santificarci e guidarci nella Chiesa, come anche Lui ha affermato, di rimanere con noi sempre fino al Suo ritorno». Ecco perché, «dobbiamo studiare più attentamente l’insegnamento della Fede contenuto nel Catechismo della Chiesa Cattolica ed essere preparati a difendere questi insegnamenti contro le falsità». Inoltre, «non dobbiamo mancare nel riconoscere anche i molti segni edificanti di fedeltà a Cristo nella Chiesa. Penso a molte belle case cattoliche…a molti bravi e saldi sacerdoti e vescovi che vivono la fede e ne danno esempio nella loro vita quotidiana».

Infine, «per rimanere completamente uniti a Cristo…dobbiamo ricorrere alla Beata Vergine Maria, la Madre di Cristo e la Madre della Chiesa…lei continua ad essere il canale di tutte le grazie che, senza misura e senza sosta sgorgano dal Cuore glorioso e trafitto del Suo Divin Figlio». Bisogna poi «invocare frequentemente durante il giorno l’intercessione di san Michele Arcangelo», perché «c’è un’azione decisamente diabolica nella così dilagante confusione, divisione, errore nella Chiesa». C’è poi «San Giuseppe, il patrono della Chiesa universale. Dovremmo pregarlo ogni giorno per la pace nella Chiesa…Non senza ragioni, uno dei titoli di san Giuseppe è “Terrore dei demoni"».

«La Beata Vergine Maria ci condurrà allo stesso modo a cercare l’intercessione di san Pietro per il suo successore, papa Francesco…Dovremmo anche invocare l’intercessione dei grandi papi santi che hanno guidato la Chiesa in tempi difficili». E, «in modo particolare, dovremmo pregare per i cardinali della Chiesa, che sono i principali consiglieri del Pontefice romano», perché «in tempi simili, il servizio dei cardinali richiede loro una particolare chiarezza e coraggio e la volontà di accettare qualsiasi sofferenza sia richiesta per essere fedeli a Cristo e alla sua Chiesa, “anche fino a versare il sangue”».

Poi il cardinale ha chiarito che ciò non significa ignorare «la gravità della situazione», ma non «lasciar spazio alla disperazione mondana…La nostra sicurezza è in Cristo. Sì, dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per difendere la nostra fede cattolica in ogni circostanza…ma dobbiamo sapere che la vittoria appartiene ultimamente e unicamente a Cristo». Infine, «non ci può essere spazio…per lo scisma che è sempre e in ogni luogo sbagliato», ma «dovremmo essere pronti ad accettare qualsiasi sofferenza possa venire per la salvezza di Cristo e del Suo Corpo Mistico, la nostra Madre Chiesa…accettare di essere ridicolizzati, incompresi, perseguitati, esiliati e anche di morire, per rimanere uno con Cristo nella Chiesa sotto la protezione materna della beata Vergine Maria». Anche perché «lo scisma è frutto di un modo di pensare mondano, per cui si crede che la Chiesa sia nelle nostre mani».

Poi, data la particolare natura di questi pericoli, «dobbiamo salvaguardare specialmente la nostra fede nell’ufficio petrino e il nostro amore per il successore di san Pietro, papa Francesco. Rinnoviamo ogni giorno la nostra fede nella Chiesa e nell’ufficio, divinamente elargito, del Pontefice romano e preghiamo in maniera fervente per il Pontefice romano che possa servire Cristo in tutta obbedienza e generosità». Ecco perché, ha concluso Burke,«non dovremmo preoccuparci se questi sono momenti apocalittici o meno, ma di rimanere fedeli alla fede, generosi e coraggiosi nel servire Cristo e il Suo Corpo Mistico, la Chiesa. Infatti sappiamo che il capitolo finale della storia di questi tempi è già scritto. È la storia della vittoria di Cristo sul peccato e sul suo frutto più mortale, la dannazione eterna. Ci resta da scrivere, insieme a Cristo, i capitoli intermedi attraverso la nostra fedeltà, coraggio e generosità come Suoi veri collaboratori, come veri soldati di Cristo».








http://www.lanuovabq.it/it




SABATO 14 OTTOBRE 2017: MESSA A PRATO PER IL DECENNALE SUMMORUM PONTIFICUM










giovedì 28 settembre 2017

“Aborto legale” non vuol dire “aborto sicuro”





28 Settembre Giornata dell’aborto sicuro e legale. 
Ma il primo diritto è quello a vivere.



Francesca Romana Poleggi

Alle femministe che oggi, 28 settembre, scendono in piazza per chiedere “aborto legale, aborto sicuro”, vorremmo ricordare che perfino un editoriale pubblicato un paio di anni fa nel Bollettino dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ) riconosce che sono state gonfiate le cifre di aborti pericolosi per la salute della donna nei paesi in cui l’aborto non era o non è legale, e sono stati sottovalutati gli aborti pericolosi e letali nei paesi dove l’aborto a richiesta è legale.
La verità è che “aborto legale” NON è sinonimo di “aborto sicuro”.

La legalizzazione non rende l’aborto più sicuro, lo rende solo più comune.

La legalizzazione dell’aborto non serve a ridurre la mortalità materna e a proteggere la vita e la salute delle donne.

La mortalità materna è minore nei paesi dove l’aborto è illegale o fortemente limitato: lo dicono le statistiche ufficiali delle Nazioni Unite, rielaborate da Angela Lanfranchi, Ian Gentles, e Elizabeth Ring-Cassidy, in Complications: Abortion’s Impact on Women, l’analisi di oltre 650 studi internazionali peer-reviewed.

In Polonia, Irlanda, Cile, El Salvador, Nicaragua, Egitto, Uganda, Bangladesh, Afghanistan, Indonesia, Messico si è registrato un significativo miglioramento della salute materna e infantile rispetto ai paesi limitrofi dove l’aborto è legale e su richiesta.
L’aborto legale non serve alla salute delle donne: conseguenze psichiche

L’aborto volontario ha conseguenze psichiche devastanti per la madre (e per il padre del bambino, e per i parenti in qualche modo coinvolti e persino per il personale sanitario coinvolto, che soffre della stessa sindrome da stress post traumatico che si riscontra nei reduci dei conflitti armati: si veda il libro di Rachel MacNair , Perpetration-Induced Traumatic Stress: The Psychological Consequences of Killing). Basta leggere – nell’abbondante letteratura scientifica in materia – “50 Domande e Risposte sul Post Aborto”, scritto dalla psicologa clinica e di comunità, nonché psicoterapeuta con specializzazione sistemico-relazionale, dott.ssa Cinzia Baccaglini). Oppure il recentissimo articolo di Costanza Miriano su La Croce.

La sindrome post aborto – ha detto la Baccaglini – potrebbe essere alla radice di tanti episodi di cronaca pazzeschi in cui le madri (o i padri) uccidono i figlioletti o uccidono se stesse. Essa infatti potrebbe covare nel profondo della psiche anche delle donne più ciniche, convinte di aver dovuto abortire per mille valide ragioni. E, anche dopo molti anni, può esplodere in tutta la sua pericolosità…

Le conseguenze fisiche dell’aborto volontario

Conseguenze immediate

La Relazione sulla 194 che ogni anno fa il Ministero della Salute, qui in Italia offre dati parziali ed estremamente vaghi, perché non tutte le Regioni sono attrezzate per fornire numeri precisi sulla questione e perché le complicazioni post aborto vengono spesso registrate negli ospedali e nei pronto-soccorsi sotto altra voce. Comunque, ogni anno ci sono centinaia di donne che soffrono di emorragie, infezioni e “altro” (scandalosa questa vaghezza: come si può affrontare e risolvere un problema se non se ne conoscono i contorni?)
Conseguenze a lungo termine

Le conseguenze a lungo termine, riguardano soprattutto i rischi relativi a gravidanze successive. Si riscontrano sovente problemi di sterilità, aborti spontanei, parti prematuri, gestosi, placenta previa, perdite ematiche, necessità di isterectomia post-partum, gravidanze extrauterine, endometriosi, cancro al seno. Del link ABC, cioè il legame tra l’aborto e il breast cancer, il cancro al seno, non parla mai nessuno e non se ne parlerà neanche il prossimo mese di ottobre, “Il mese rosa per la prevenzione del cancro al seno”, che dovrebbe essere un mese contro l’aborto.

Infatti, ci sono prove sempre più stringenti del link Abortion Breast Cancer, che la medicina politicamente corretta continua pervicacemente a voler ignorare, con grave detrimento per la salute delle donne.

Una regista canadese, Punam Kumar Gill, che si dichiara pro-choice (quindi a favore dell’aborto), si è mostrata desiderosa di scoprire la verità e ha girato un documentario: Hush

Durante l’indagine, si è resa conto che le organizzazioni scientifiche che avrebbero dovuto fornirle dati e risposte alle sue domande si rifiutavano di trattare l’argomento. Addirittura è stata gentilmente allontanata dagli agenti di sicurezza del National Cancer Institute fuori dall’Istituto. Ha invece parlato con diversi medici, tra cui Joel Brind, Angela Lanfranchi e Priscilla Coleman, e con diverse donne che hanno avuto complicazioni fisiche e psicologiche dopo l’aborto.
Donne che muoiono di aborto legale

Nel silenzio imbarazzato dei media di regime, centinaia di donne muoiono di aborto legale, oggi, in tutto il mondo.

Considerando anche il fatto che molto spesso i decessi sono rubricati sotto altra voce, in Italia, dalla relazione Ministeriale, si evince che nel 2014 c’è stata una donna morta in Campania e una in Piemonte; dai giornali ci risulta morta di aborto legale Gabriella Cipolletta, 19 anni a Napoli, nel 2016. Pochi giorni fa c’è stata la condanna di alcuni medici a Palermo per la morte di un’altra donna, Maria Grazia Li Vigni: embolia polmonare. A leggere i vari giornali s’è fatta molta fatica a capire che la donna è morta per un aborto “terapeutico” alla 33ª settimana di gravidanza…. E poi, Keisha Marie, 23 anni, una studentessa di ingegneria di 19 anni di Hyderabad (India), una giovane sposa di 23 anni in Giappone, Aisha Chithira, 32 anni in Inghilterra, e negli Stati Uniti c’è la lunga lista delle vittime della PPFA (Planned Parenthood Federation of America). Un po’ di nomi? Cree Erwin, 24 anni, Tonya Reaves, 24 anni, e Lakisha Wilson, Karnamaya Mongar, Jennifer Morbelli …. se volete leggere una lunga, lunghissima e penosissima lista di centinaia di nomi consultate il sito www.safeandlegal.com.

Anche il Centers for Disease Control and Prevention, ente governativo statunitense, in era obamiana (quando dell’aborto non si parlava mai male…) ammette che dalla legalizzazione a oggi sono quasi 500 le donne morte per aborto, in USA.

Oggi, poi, i rischi per le donne, con l’aborto farmacologico si moltiplicano: secondo il New England Journal of Medicine la mortalità per aborto in pillole è circa dieci volte superiore a quella dell’aborto chirurgico a parità di periodo di gestazione. Le cause sono soprattutto le infezioni da Clostrium Sordellii, da Clostridium Perfrigens, da Streptococco, e poi le emorragie, rottura tubarica, porpora trombotica trombocitopenica.

L’allarme viene sollevato anche da una femminista laica come la biologa Renate Klein in “RU486: Misconceptions, Myths and Morals” (Fraintendimenti, miti e morale), che continua a sostenere che chi ha a cuore la salute delle donne non può appoggiare questa pratica dell’aborto chimico in buona fede.

Eppure la maggior parte delle femministe, con i radicali, spingono per la liberalizzazione della RU486.

Eppure oggi, 28 settembre, le femministe chiedono la liberalizzazione totale dell’aborto in tutto il mondo.

Evidentemente questi “femminicidi” non interessano a nessuno.

Francesca Romana Poleggi




PS: In occasione della Giornata mondiale dell’aborto legale che oggi celebrano le femministe non contrarie a questi femminicidi, ProVita Onlus ha rilasciato un comunicato stampa che potete leggere qui ed è stato rilanciato, ad esempio, da In Terris, da Tempi, da Libertà & Persona, da Formiche.net, da Voci del Verbo, da 4ItalyNews.







martedì 26 settembre 2017

Dio ci salva per i nostri meriti oppure per la sua misericordia?




Omelia di don Leonardo Ricotta *

XXV DOMENICA T.O. - 24 SETTEMBRE 2017

Non aestimator meriti sed veniae quaesumus largitor admitte.
Fratelli carissimi, queste parole sono tratte dal Canone romano che noi sempre usiamo.
“Ammettici alla loro sorte beata non valutando i nostri meriti ma elargendo con abbondanza la tua misericordia…”
Meriti e misericordia! Ma Dio ci salva per i nostri meriti oppure per la sua misericordia?
I modernisti, che per ora dilagano nella Chiesa come orde barbariche, appena sentono questa parola “merito”, diventano folli. Non la sopportano. Essi seguono Martin Lutero e affermano, con parole belle, poetiche e luccicanti, che Dio non ci salva per i nostri meriti, anzi l’uomo non può neanche meritare essendo radicalmente peccatore ma Dio ci salva perché ci vuole salvare. Punto!
Ma questo è falso! Infatti l’uomo può meritare davanti a Dio. E’ proprio nel modo di agire di Dio, dice san Tommaso d’Aquino, che Egli preveda la collaborazione dell’uomo ed è proprio in questa collaborazione che trova spazio la categoria del merito. Anche se tra Dio e l’uomo c’è una distanza infinita e dunque non può esserci un rapporto di rigorosa uguaglianza, tuttavia l’uomo può avere merito presso Dio perché Egli agisce mediante il suo libero arbitrio e quindi il suo agire può essere meritorio come anche può essere demeritorio e dunque causa di castigo.
Se esiste un castigo per i peccati deve, necessariamente, esistere un merito per le opere buone.
Dio, dunque, ci dà la possibilità di poter meritare perché ci ama e vuole essere collaborato da noi. Dai nostri meriti Egli non trae vantaggio per se stesso ma in essi manifesta la sua bontà.
Per il fatto che lo serviamo viene un vantaggio non a Lui ma a noi. Dio non ci salva, dunque, per i nostri meriti ma, badate bene, non ci salva senza i nostri meriti come dice Sant’Agostino:”Colui che 
ti creò senza di te non ti salverà senza di te…”
I nostri meriti sono pochi, è vero, miseri, piccoli, ma Dio li ingigantisce. E questo non è difficile da capire: infatti un uomo, da solo, non può attraversare il mare ma, se sale su una nave, può farlo.
E così i nostri meriti: se noi li uniamo ai meriti infiniti della Passione del Signore diventano straordinariamente grandi.
Come nella riparazione sacramentale che ci viene data dal confessore; qualche Padre nostro e qualche Ave Maria sono certamente pochi rispetto alla gravità del più piccolo peccato veniale ma, uniti ai meriti della Passione del Signore, diventano efficaci nel farci espiare la pena temporale dovuta a Dio per i peccati.
Senza meriti, fratelli miei, non si va in cielo. Se lo ricordino tutti questi sciagurati, nella Chiesa di oggi, che predicano “misericordia qua, misericordia là…” e trasformano il bene in male e il male in bene.
Tanto, Dio perdona tutti i peccati e possiamo stare tranquilli. Sciagurati! Giocano a fare i professori di teologia, sono gravi, pieni di una pensosità senza pensiero ma non ascoltano quello che Dio dice:”Cercate il Signore mentre si fa trovare, invocatelo mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri, ritorni al Signore che avrà misericordia di lui, al nostro Dio che largamente perdona”.

La parabola che abbiamo ascoltato ci ricorda che dobbiamo abbandonare la piazza dei discorsi inutili e andare a lavorare nella vigna del Signore.
Gli operai della prima ora hanno il merito di aver lavorato, gli ultimi hanno il merito di essersi fidati di quel Padrone così sollecito e amoroso che non concorda la paga ma dice “Quello che è giusto ve lo darò…”. Si aspettavano pochi spiccioli perché avevano lavorato un’ora soltanto ma ricevono la paga dell’intera giornata perché era anche giusto che la sera potessero cenare con la propria famiglia.
Ecco, fratelli miei, Dio ci chiama a lavorare nella sua vigna per guadagnarci la ricompensa, cioè il cielo. Ogni tempo è buono e non è mai troppo tardi. Ciascuno di noi non presuma di se stesso e non disperi di se stesso. Non presuma di se stesso perché se non si lavora per il Signore, se non c’è merito, non ci sarà salvezza.
Non disperi di se stesso perché fino all’ultimo istante possiamo dire di si al Signore. Egli non sta a misurare con un criterio stretto, non è “aestimator meriti”, non sta a contare le ore e i minuti di lavoro, ma è “largitor veniae” ed effonde su di noi, copioso, il suo amore.








* Arciprete di Villabate



https://gloria.tv/article/iiKipdWZfMRk2zFUb3ejxMS1E








sabato 23 settembre 2017

In Memoriam: Mons. Brunero Gherardini (1925-2017)




22 settembre 2017

E’ morto oggi mons. Brunero Gherardini, a 92 anni, considerato uno dei principali teologi contemporanei.

Mons. Brunero Gherardini nacque a Prato il 10 febbraio 1925. Dopo aver svolto i primi studi a Prato, entrò in Seminario studiando all’Istituto salesiano «Cardinale Cagliero» di Ivrea. Ordinato sacerdote, a Pistoia, il 25 giugno 1948, dal Vescovo Giuseppe De Bernardi, fu Parroco nella Diocesi di Prato.

Allievo di monsignor Pietro Parente, conseguì nel 1952 la laurea summa cum laude in Teologia, presso la Pontificia Università Lateranense, con la tesi: La parola di Dio nella teologia di Karl Barth (Roma, Studium 1955).

Fu poi docente del Seminario della Diocesi di Prato, Assistente Diocesano dell’Azione Cattolica e della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI) e, nel 1959, entrò al servizio della Santa Sede, in qualità di Officiale della Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi, e come responsabile dei Seminari Diocesani e Regionali Italiani.

Dopo alcuni anni di insegnamento, nel 1968 divenne ordinario di Ecclesiologia presso la Pontificia Università Laterana, di cui poi fu decano della Facoltà teologica. Canonico della Basilica di San Pietro e Protonotario Apostolico, nel 2000 subentrò a mons. Antonio Piolanti nella direzione della rivista “Divinitas”. Membro della Pontificia Accademia San Tommaso d’Aquino, fu vicesegretario della Pontificia Accademia Teologica Romana. Per un trentennio consultore della Congregazione dei Santi fu Postulatore della causa di Beatificazione di Pio IX e direttore della rivista “Pio IX”.

Mons. Gherardini è autore di più d’ottanta libri e di centinaia di altre pubblicazioni. Tra le opere più recenti: Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Casa Mariana Editrice, Frigento 2009; Quod et tradidi vobis. La tradizione, vita e giovinezza della Chiesa, Casa Mariana Editrice, Frigento 2010; Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Lindau, Torino 2011; Credo in Gesù Cristo, VivereIn, Monopoli 2012; Il Vaticano II. Alle radici d’un equivoco. Lindau, Torino 2012. Contrappunto conciliare, Lindau Torino 2013.

In questi volumi egli offre preziosi strumenti per interpretare il dramma religioso del nostro tempo. La scomparsa di mons. Gherardini, teologo insigne e maestro di generazioni di sacerdoti, è una grave perdita per il mondo cattolico. Lo studio delle sue ultime opere è necessario per tutti coloro che vogliono comprendere le radici della crisi in cui oggi è immersa la Chiesa cattolica (V. E.)









https://www.corrispondenzaromana.it/





giovedì 21 settembre 2017

VERI E FALSI AMICI DELLA TRADIZIONE




L'autore è illustre compositore e musicologo, esperto di liturgia, direttore della rivista internazionale "Altare Dei" edita a Macao e Hong Kong, Un brano della sua "Missa Summorum Pontificum" può essere ascoltato qui. Di lui Settimo Cielo ha pubblicato lo scorso marzo una drammatica "dichiarazione" sulla situazione attuale della musica sacra.





di Aurelio Porfiri (21-09-2017)

A metà settembre si è svolto a Roma il pellegrinaggio dei fedeli legati alla forma straordinaria del rito romano per celebrare la loro fedeltà alla Chiesa – una, santa, cattolica, apostolica e romana – e per ricordare il decimo anniversario del motu proprio "Summorum Pontificum" con cui si concedeva un uso più ampio del Messale precedente al Vaticano II.

Per questa occasione mi è stata commissionata una messa, che ho chiamato "Missa Summorum Pontificum" che è stata eseguita nella Basilica di San Pietro il 16 settembre, durante il solenne pontificale celebrato dall'arcivescovo Guido Pozzo.

Questa mia Messa comprendeva le parti del "proprium" e quelle dell'"ordinarium". Ho tentato di innovare nella tradizione, "nova et vetera", tenendo il gregoriano e la polifonia come modello ma componendo musica che risuoni nel 2017, non come una reliquia del passato. Ho pensato prima al rito e poi alla musica, cercando di capire come la mia musica avrebbe servito al meglio quel momento rituale. Ho cercato di fare in modo che i miei brani non appesantissero il rito e che prevedessero dove possibile l'intervento dei fedeli, perché sarebbe un errore lasciare alla riforma postconciliare il primato sulla partecipazione, quando esso fu richiamato anche da tutti i documenti precedenti al Concilio. Certamente quell'idea di partecipazione non significava partecipare alla banalizzazione, alla mediocrità, al cattivo gusto. Purtroppo questo è diventato nella nostra realtà.

Nel pellegrinaggio ho incontrato veri amici della Tradizione. Tanti, una maggioranza che ha riconosciuto come valido lo sforzo fatto nel cercare di mostrare come la Tradizione non è soprattutto guardare al passato, ma guardare all'origine e proiettarci nel futuro. La forma straordinaria è sempre giovane quando si veste di coraggio, non si fa impressionare dalla minoranza (perché è una minoranza, ma rumorosa) che ha paura di ogni cambiamento.

Si può essere d'accordo o meno sul mio stile, questo è legittimo. Ma non si può o si deve pensare che la forma straordinaria sia il culto del passato. Il cattolico (non il tradizionalista, come ha detto correttamente il cardinale Sarah) guarda a Gesù che viene e senza la Tradizione cade nell'abbraccio dello spirito mondano, anche nella liturgia.

Mi è capitato, quest'anno e l'anno precedente, di avere interessanti conversazioni con alte personalità ecclesiastiche del mondo anglosassone, in visita a Roma per il pellegrinaggio. Quando mi rinfacciavano il livello mediocre della musica che si ascolta nelle chiese italiane, cercavo di controbattere che l'influenza cattiva è venuta anche dalle loro parti. Ma che il livello sia mediocre, non bisogna che ce lo vengano a dire da fuori. Il nuovo per se stesso ci porta nel baratro in cui siamo.

Ma io ho tentato di andare per un altro sentiero, il "nova et vetera". Ciò che importa, è che la forma straordinaria non deve divenire il frigorifero dove conservare le cose per non farle ammuffire, ma la serra dove nascono nuovi fiori accanto ai vecchi.

In questo pellegrinaggio ho visto tante persone innamorate della Chiesa, della sua Tradizione, dei suoi riti. Giovani e meno giovani, da ogni angolo del mondo. E questa gente non ha paura del nuovo, non sono quelli che papa Francesco ha detto essere "rigidi". No, sono persone di oggi che non vogliono perdere la bellezza della liturgia, ma vogliono perdersi nella bellezza della liturgia. Io sono con loro.

Ma certamente c'è una parte di questo mondo che viene ben rappresentata dalla definizione di papa Francesco. Sono coloro che vorrebbero vivere nel passato o farlo rivivere come se oggi fossimo nel XVI secolo o giù di lì. Non hanno i volti sereni dei pellegrini che ho visto, ma coltivano rancori e li sfogano nell'ombra. Vorrei veramente aiutarli da fratello in Cristo e dire loro che in ogni secolo la Chiesa è stata all'avanguardia dell'eccellenza artistica perché ha dato campo a nuove creazioni.

Nuove creazioni non basate sul vuoto o su estetiche contrarie od opposte a quella cattolica, ma che prendevano a modello la grande Tradizione, che ben si misuravano con i modelli dei maestri precedenti e con questi modelli ben servivano il culto di Dio.

Io ho fatto del mio meglio. Ho seguito l'insegnamento dei papi, a cominciare da san Pio X. Almeno credo di aver contribuito a violare una sorta di "tabù" che è antitetico a quello che la Chiesa cattolica è sempre stata, una madre sempre feconda di bellezza e non, come forse pensano alcuni, una vecchia e inacidita signora che non esce mai di casa perché sola e impotente.














fonte: Settimo Cielo 







mercoledì 20 settembre 2017

SABATO 7 OTTOBRE: PELLEGRINAGGIO DEI GRUPPI DI MESSA ANTICA DELLA TOSCANA AL SANTUARIO DI MONTENERO






20 settembre 2017

X Pellegrinaggio al Santuario di Montenero, sabato 7 ottobre 2017: programma definitivo e informazioni

SABATO 7 OTTOBRE: PELLEGRINAGGIO DEI GRUPPI DI MESSA ANTICA DELLA TOSCANA AL SANTUARIO DELLA PATRONA DELLA NOSTRA REGIONE


Possiamo finalmente dare il programma definitivo del pellegrinaggio organizzato dal Coordinamento toscano al Santuario della Beata Vergine di Montenero (Livorno). Vi preghiamo di prender nota di alcune variazioni sugli orari, che potranno esser gradite in particolar modo a quanti provengono da lontano, che avranno più tempo a disposizione per poter partecipare anche alla tradizionale salita verso il Santuario, durante la quale i pellegrini recitano il Santo Rosario e intonano canti alla Vergine Maria.


Qui sotto il programma del pellegrinaggio, che si terrà sabato 7 ottobre 2017:


Ore 10,00 - Ritrovo dei pellegrini in Piazza delle Carrozze (Montenero Basso).

Ore 10,30 - Processione in salita al Santuario con recita del Santo Rosario.

Ore 11,30 - Santa Messa Pontificale in rito romano antico celebrata da S.Ecc.za Mons. Athanasius Schneider O.R.C., Vescovo ausiliare di Santa Maria in Astana, con servizio liturgico a cura dell'Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote. Si ricorda che grazie al decreto della Penitenzieria Apostolica del 18/9/2017, prot. 986/17 a firma di S. Em. il Cardinale Prefetto Mauro Piacenza, i fedeli potranno lucrare l'indulgenza plenaria, alle solite condizioni (confessione, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del S. Padre).







Il libretto della celebrazione, con testo integrale e traduzione a fronte, sarà distribuito ai fedeli già in piazza delle Carrozze oppure potrà esser trovato presso il Santuario.

Dopo la S. Messa, sarà possibile fermarsi a pranzo. Il Coordinamento offre la possibilità di pranzare presso un ristorante con menu fisso (pasto completo) a prezzo di 18 euro (più un piccolo obolo di uno-due euro per offrire il pranzo ai sacerdoti presenti). Si chiede a tutti i fedeli di prenotare al più presto per assicurarsi il posto e comunque non oltre il giorno 2 ottobre, scrivendo al Coordinamento oppure ai singoli gruppi (più in basso troverete tutti i contatti).


Invitiamo tutti coloro che volessero trattenersi a contattarci inviando una e-mail al Coordinamento (coordinamentotoscano@hotmail.it) o telefonando al numero 329/0538893. Chiunque non volesse fermarsi a pranzo, ma restare per la conferenza, potrà consumare un pasto al sacco o in altro luogo.



Ore 15.30 - Conferenza dal titolo: Il significato straordinario del messaggio di Fatima, presso la Sala San Gualberto del Santuario di Montenero . Relatore: S.Ecc.za Mons. Athanasius Schneider.




Si tengano inoltre presenti queste informazioni per raggiungere il Santuario.


Quanti giungeranno a Livorno con il treno, potranno sempre chiedere un passaggio al Coordinamento, ma tengano comunque presenti le seguenti informazioni. Dalla stazione centrale di Livorno è possibile arrivare a p.zza delle Carrozze (Montenero), dove parte la processione in salita al Santuario, con l'autobus di linea LAM ROSSA, che parte con cadenza molto regolare, all'incirca ogni 7-10 minuti. Gli orari sono comunque scaricabili su questo sito: http://www.livorno.cttnord.it/Orario_Invernale_Generale_In_Vigore_Da_Venerdi_15_Settembre/P/539


Si tenga conto che la salita, nonostante le pendenze, non è affatto lunga (meno di un km) ed è ben percorribile a piedi da chiunque, eccettuate persone malate o debilitate. Coloro che non saranno in grado di affrontare la salita, potranno comunque proseguire, con il medesimo biglietto dell'autobus, con la funicolare, che li condurrà direttamente davanti al Santuario.


Per quanti arriveranno in automobile, si tengano presenti queste indicazioni di massima per giungere in P.zza delle Carrozze (per il parcheggio, si consiglia di arrivare direttamente al Santuario, nei pressi del quale è possibile posteggiare l'auto gratuitamente, senza limiti di tempo):




1) Da Grosseto: Prendere la superstrada variante Aurelia (SS 1) in direzione Livorno. Dopo Castiglioncello, la superstrada finisce. Si prosegue con la strada statale, attraversando l'abitato di Quercianella. Prima del paese di Antignano, si svolta a destra, riprendendo la superstrada in direzione Livorno. Si esce a "Montenero" e si seguono le indicazioni per il paese. Dopo circa 2 km di salita (al bivio per il Castellaccio proseguire dritto, verso Montenero), si giunge in Piazza delle Carrozze.


2) Da Massa-Pisa: Prendere l'autostrada A12 in direzione Livorno. Si esce a Livorno e si prosegue sulla superstrada variante Aurelia in direzione Roma-Grosseto. Dopo qualche chilometro si esce a "Montenero" e si seguono le indicazioni per il paese. Dopo circa 2 km di salita (al bivio per il Castellaccio proseguire diritto, verso Montenero), si giunge in Piazza delle Carrozze.


3) Da Firenze: Prendere la superstrada Firenze-Pisa-Livorno. Uscire a Livorno (fare attenzione a non proseguire verso il porto) e proseguire sulla superstrada variante Aurelia in direzione Roma-Grosseto. Dopo qualche chilometro si esce a "Montenero" e si seguono le indicazioni per il paese. Dopo circa 2 km di salita (al bivio per il Castellaccio proseguire dritto, verso Montenero), si giunge in Piazza delle Carrozze.


4) Da Lucca-Pistoia-Prato: Prendere l'autostrada A11 in direzione Pisa-Mare. All'uscita di Pisa Nord, immettersi sull'A12 in direzione Livorno, e proseguire come indicato al n. 2.


Coloro che, provenendo da città toscane, non avendo a disposizione autovettura, preferissero un passaggio in automobile, potranno rivolgersi, oltre che direttamente al Coordinamento, anche ai gruppi più vicini al proprio luogo di residenza.




Li elenchiamo qui sotto, con il recapito di posta elettronica:

Bientina e zona di San Miniato (Pisa): Coetus Joseph Ratzinger coetusjr@gmail.com

Cecina: Comitato cecinese Pro multis: orobieteam@virgilio.it

Firenze: Confraternita di San Francesco Poverino: dante.pastorelli@virgilio.it

Livorno e dintorni: Associazione Cristo Re: cristore.livorno@hotmail.it

Lucca: Comitato lucchese Lucio III Papa: comitatolucchese@gmail.com

Pisa: Comitato pisano San Pio V: comitatopisanosanpiov@gmail.com

Pistoia: Associazione Madonna dell'Umiltà: associazionemadonnaumilta@gmail.com

Arezzo, Siena e Grosseto: scrivere a coordinamentotoscano@hotmail.it











https://coordinamentotoscano.blogspot.it/2017/09/x-pellegrinaggio-al-santuario-di.html





Il card. Muller: «Solo la Chiesa può dare speranza alla società»




Il Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della fede ospite della giornata del Timone a Staggia senese: «Compito primario della Chiesa, di fronte alla società e in ogni ambito è quello di ampliare gli orizzonti dell’umano, allargando in continuazione i confini della sua razionalità».

Pubblichiamo ampi stralci della lezione magistrale tenuta dal cardinale Gerhard Müller sabato 16 settembre 2017 alla festa de Il Timone a Staggia Senese (SI).






di Gerhard L. card. Muller

(…) Senza la percezione di un significato oggettivo ed originario per tutto ciò che lo circonda, e di un significato ultimo della realtà tutta, la vita stessa viene percepita dall’uomo come priva di punti cardinali di riferimento, finendo così per perdere la speranza di trovare una solida base al suo esistere, di una roccia sicura su cui costruire il suo mondo e ad a cui appoggiare tutte le relazioni che egli intreccia. Ed un senso di smarrimento e di solitudine inizierebbero ad accompagnare la sua esistenza.

Dio stesso è il Significato, il Logos ultimo di tutto ciò che viviamo, in cui ci muoviamo e in cui esistiamo, come ci ricorda San Paolo (cf. At 17, 28). Perciò Egli, ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza: perché potesse liberamente relazionarsi con lui. Ed ha voluto la ragione umana come il sigillo eminente di questa affinità relazionata, che si esprime anzitutto come esigenza di significato pregnante.

Dal Significato ultimo e positivo di tutto, una certezza ragionevole e affidabile

(…) Senza la certezza che tutto è imbastito e intrecciato di solidi e originari significati e che alla sorgente di tutto vi è un Bene inesauribile, basterebbero infatti le contraddizioni del vivere, l’esperienza dolorosa del male fisico e morale, fino a quella della morte, a incrinare e minare le basi della nostra speranza, della fiducia con cui guardiamo al futuro e costruiamo la nostra vita. Senza la certezza di un solido e positivo significato ultimo che a tutto soggiace, è quasi impossibile avere una ragionevole e robusta speranza.

Al massimo, ci rimarrebbe come possibilità o la faticosa ybris del tentativo – in verità prometeico e titanico – di essere noi coloro che conferiscono un significato al mondo: e questo mi sembra essere la strada imbroccata dall’uomo occidentale nella modernità, con tutti gli esiti riguardo alla speranza che sono sotto i nostri occhi. Vi è infatti chi, non a torto, ha definito questo uomo nello stesso tempo “sazio e disperato”.

Oppure, l’altra possibilità sarebbe il lasciarsi vivere in balìa delle circostanze. Qui vi è chi ha apostrofato l’uomo contemporaneo come “gaio e rassegnato”: un uomo che rimane, di fatto, indifferente alla sorte dei suoi fratelli uomini, preoccupato al massimo di stabilire e conservare relazioni “politicamente corrette”.

Richiamare tutto ciò mi sembra un primo ed importante contributo che la fede cristiana può e deve dare alla società odierna, grazie alla chiarezza sull’uomo e sul mondo che le provengono dalla Rivelazione che ha ricevuto in dono.

Riconoscendo un significato originario per ogni singolo essere che esiste e un Significato ultimo e positivo di tutto, l’uomo può sperare in un modo a lui consono, cioè in modo ragionevole e affidabile. Senza di ciò, è invece costretto inevitabilmente a ridurre la speranza a qualcosa di precario, che esce dalle sue sole mani, o di frammentario, che trova provvisoriamente qua e là mentre vive, accontentandosi di un desco momentaneo e di soddisfazioni non piene e non durature.

In primo luogo, ed in modo umile ma nello stesso tempo sincero e colmo di parresia, la Chiesa è chiamata a far presente quanto lei stessa riconosce necessario perché l’uomo possa sperare davvero. (…)

La Chiesa, Mater et Magistra

(…) Perciò la Chiesa può aiutare l’uomo solo quando è insieme ed inseparabilmente Mater et Magistra: verrebbe meno alla sua identità e missione se fosse l’una cosa senza l’altra, se non fosse ferma nel giudizio morale – non sugli uomini, nel cui cuore evidentemente può vedere solo Dio, ma sugli atti da loro compiuti! – e nello stesso tempo se non fosse anche una testimone misericordiosa – questo sì, con ciascun nostro fratello e sorella, cui siamo accomunati da una fragilità che non cessa di ferire la carne di noi tutti – che non si stanca di accompagnare con amore verso la verità e il bene. Sarebbe un errore imperdonabile per la Chiesa, venir meno in uno di questi due compiti che Le sono coessenziali.

Tutto ciò ci aiuta a comprendere perché la Chiesa, mentre ha il compito di testimoniare con umiltà e parresia quella vita nuova e positiva che la rende credibile agli uomini, e di cui l’ha dotata il suo Signore Risorto, ha anche quello di “annunciare sempre e dovunque i principi morali anche circa l’ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtà umana”(Codice di Diritto Canonico, can. 747, § 2).

Ecco perché il Magistero e la Maternità della Chiesa si estendono anche a quei significati originari inscritti indelebilmente nella natura umana e che sono dote preziosa da riconoscere, accogliere, valorizzare e purificare, perché l’uomo corrisponda sempre più alla sua peculiare ed originale dignità. Si tratta di quei significati costitutivi che la tradizione, dagli autori classici fino all’epoca moderna, chiama legge morale “creaturale” o “naturale”. (…)

Il Significato Originario è venuto incontro all’uomo

(…) La speranza cristiana, con tutte le implicazioni che ne derivano e di cui abbiamo parlato finora, nasce anzitutto dall’annuncio e dall’esperienza vissuta che il Destino e l’Origine della vita non sono rimasti ad attenderci all’inizio e alla fine del tempo, ma ci sono venuti incontro, si sono fatti compagni alla nostra vita, sono entrati nella storia: con un nome ed un cognome, un volto ed un cuore pulsante. Questo volto si è fatto carico di tutto ciò che riguarda la nostra vita, nel bene e nel male: in Lui trova un eco ogni nostra aspettativa e gioia, come ogni angoscia e tristezza!

Anzi, Egli ha lasciato che il male si scagliasse su di Lui e lo annientasse, per creare un argine al male nella vita dell’uomo, e perché nulla potesse più separarci dalla vita buona, dalla vita pienamente umana che Lui è venuto a portarci. Ha dato e ridona, oggi stesso, la sua vita per me, perché se la mia libertà lo vuole, nulla possa più separarmi dal Bene, senza ombra di male, che Lui è. Tutto ciò, perché la mia vita, afferrandosi a Lui, possa non scivolare più nel nulla!

La sua Persona e la sua Opera, per realizzare tutto questo, sono divenute una possibilità contemporanea all’uomo di ogni tempo e luogo. Tutto ciò Egli ha compiuto, ed ancora oggi compie, nel suo continuo passaggio e far passare dalla morte alla vita, mediante la sua Pasqua. Egli si chiama Gesù Cristo.

Ancora oggi possiamo rapportarci a Lui, entrare in rapporto vitale con Lui, grazie ai suoi Amici e Testimoni, grazie alla Chiesa e a tutto ciò che la Chiesa ci insegna e ci dona di buono e di vero. Egli è il Vivente ed è Lui la nostra speranza!

Questa speranza è il deposito prezioso, dato “una volta per tutte” – come dice il Nuovo testamento nella lettera agli Ebrei (cf. 7, 27) – che la Chiesa, dagli Apostoli in poi custodisce, tramanda e di generazione in generazione, vive e comprende sempre più. In Lui vi è tutto ciò che la Chiesa “perpetua e trasmette a tutte le generazioni”, “tutto ciò che essa è e tutto ciò che essa crede” (Dei verbum, n. 8).

Questo è l’autentico tesoro che la Chiesa porta nascosto fra le sue povere membra, e che lascia intravedere anche attraverso le sue innumerevoli ferite. Questa è “la perla preziosa” di cui parla il Vangelo (cf. Mt 13, 46): è la ricchezza che la Chiesa ha da offrire al mondo.

Sperare è ampliare gli orizzonti dell’umano

Solo se l’uomo accetta di allargare la sua razionalità oltre la vista corta del momento, dei beni materiali e dell’immanenza, verso il mondo dei significati originari ed indelebili che lo costituiscono, fino al Significato Originario e Ultimo in cui Ragione e Amore coincidono, egli riesce ad ampliare anche gli orizzonti della sua umanità; ed a costruire società in cui la scienza, il diritto, la politica e l’economia non si rivolgono contro di lui bensì a vantaggio reale del bene di ciascun uomo e di tutti gli uomini. Solo così egli può uscire da quell’antinomia che altrimenti finirebbe per contrapporre sempre il bene della singola persona e quello “comune”.

In fondo, potremmo dire che compito primario della Chiesa, di fronte alla società e in ogni ambito, oltre a quello di sovvenire con sollecitudine i bisogni e le ferite dell’uomo, proprio per prevenire quei bisogni e quelle ferite – aperte in continuazione da sistemi organizzati non a favore di tutto l’uomo e di tutti gli uomini – è quello di ampliare gli orizzonti dell’umano, allargando in continuazione i confini della sua razionalità.

La presenza dello stesso Signore Risorto nella sua Chiesa è un continuo invito ad allargare gli orizzonti, verso una meta che sta sempre “più in là”, che trascende ogni confine e limite umano, verso quei traguardi che Lui, come Signore della Storia, tiene aperti agli uomini di buona volontà.

Questo è uno dei principali contributi che la Chiesa è chiamata ad offrire all’uomo e alla società di ogni tempo, che essa offre alla speranza stessa dell’uomo e senza di cui ogni opera sociale della Chiesa, pur meritoria, sarebbe solo un rincorrere situazioni e stare al seguito di agende dettate da altri. Essa, cioè, sarebbe sempre in ritardo rispetto al kairos da cui la chiama il Signore del tempo e della storia.

“Per sperare occorre aver ricevuto una grande grazia” (C. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù): per sperare occorre esser consapevoli di aver ricevuto un grande dono. La Chiesa sa che, non per suo merito, è depositaria del Dono con cui è chiamata ad allargare in continuazione i suoi confini e quelli dell’uomo di ogni tempo e luogo. Un Dono fatto di Razionalità ed Amore, di Verità e di Misericordia, che ha lo scopo di servire l’uomo, cioè di aiutarlo a guardare al presente con fiducia costruttiva e al futuro con una speranza ragionevole e affidabile. Questo è il positivo contributo della Chiesa alle nostre società, a quello splendido e faticoso “mestiere” che è il nostro con-vivere umano.

*Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della fede



(fonte: lanuovabq.it)










Famiglia, attacco all'eredità di Giovanni Paolo II






di Riccardo Cascioli  (20-09-2017)

«Con il presente Motu proprio istituisco il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, che, legato alla Pontificia Università Lateranense, succede, sostituendolo, al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia (…) il quale pertanto, viene a cessare». L’articolo 1 del Motu Proprio Summa Familiae Cura, pubblicato ieri, sancisce così un altro atto di rottura con il Magistero di san Giovanni Paolo II che l’Istituto aveva creato nel 1982 con la Costituzione apostolica Magnum Matrimonii Sacramentum. Significativamente il documento porta la data dell’8 settembre, due giorni dopo la morte del cardinale Carlo Caffarra che, su incarico di Giovanni Paolo II, l’Istituto per gli Studi su matrimonio e Famiglia aveva fondato.

Sebbene nel Motu Proprio papa Francesco si ricolleghi alla «lungimirante intuizione di san Giovanni Paolo II», è evidente il segnale di forte discontinuità con il passato, anche se poi – va precisato – quello sancito ieri è ancora un passaggio, visto che la vera battaglia si giocherà ora sugli statuti dell’Istituto Teologico, che decideranno eventuali cambiamenti nella struttura dei corsi, nelle materie insegnate e nei docenti. Fino ad allora la vita dell’istituto dovrebbe continuare con gli stessi docenti e gli stessi corsi svolti finora, secondo quanto afferma il Motu Proprio e secondo quanto assicurato da monsignor Vincenzo Paglia, Gran Cancelliere dell’Istituto, nell’assemblea in cui ha presentato in anteprima il documento al corpo docente. Nessuno però si fa troppe illusioni, la determinazione a cambiare indirizzo politico costituirà una forma di pressione sugli attuali docenti, in massima parte “figli” di Giovanni Paolo II e del cardinale Caffarra, a cui si cercherà di affiancare qualche altro nuovo docente almeno fino alla battaglia decisiva.

Quanto ai contenuti è evidente che l'esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia è diventata il paradigma di ogni intervento, con la sua accentuazione pastorale e il costante riferimento ai segni dei tempi con non meglio precisate «richieste e appelli dello Spirito» che «risuonano anche negli stessi avvenimenti della storia». E mentre la Amoris Laetitia è fondamento del nuovo corso, sparisce dall’atto costitutivo del nuovo istituto qualsiasi riferimento all’enciclica di Paolo VI Humanae Vitae, che era stata invece indicata come risposta adeguata ai tempi attuali da san Giovanni Paolo II.

Del resto la retorica sui tempi che sono cambiati e le sfide nuove che necessitano di «un approccio analitico e diversificato» per cui non è più possibile proporre «pratiche della pastorale e della missione che riflettono forme e modelli del passato», non reggono alla prova della realtà. Rileggendo la Magnum Matrimonii Sacramentum che aveva creato l’Istituto per Matrimonio e Famiglia – e più in generale ripercorrendo il magistero di Giovanni Paolo II - è evidente che le situazioni di disagio e il disfacimento della famiglia erano ben presenti e dibattute anche 30 anni fa.

Ciò che davvero fa la differenza è il giudizio sul mondo e sul compito della Chiesa. San Giovanni Paolo II aveva una chiara coscienza di un attacco in corso alla famiglia che assume i contorni dello scontro apocalittico. «La grandezza e la sapienza di Dio – diceva nel 1997 – si manifestano nelle Sue opere. Tuttavia, oggi sembra che i nemici di Dio, più che attaccare frontalmente l’Autore del creato, preferiscano colpirLo nelle sue opere. L’uomo è il culmine, il vertice delle Sue opere visibili. (…) Tra le verità oscurate nel cuore dell’uomo (…) sono particolarmente colpite tutte quelle che riguardano la famiglia. Attorno alla famiglia e alla vita si svolge oggi la lotta fondamentale della dignità dell’uomo». In tutto il magistero di Giovanni Paolo II è evidente il riconoscere la centralità della famiglia per il bene dell’uomo, famiglia sottoposta a violenti attacchi dalle «forze delle tenebre» che ne offuscano la verità causando quella devastazione sociale che ben conosciamo.

Di questa centralità della battaglia intorno alla famiglia e all’uomo si perde invece qualsiasi riferimento nella pastorale oggi proposta. Rimane la consapevolezza che «il bene della famiglia è decisivo per il futuro del mondo e della Chiesa», ma è una affermazione estranea a qualsiasi clima di conflittualità. Non c’è più un “mondo” ostile che vuole la distruzione della famiglia, ma tanti feriti, anche se non si sa bene da chi e perché.

Ben diversa si presenta dunque anche la missione della Chiesa. Per Giovanni Paolo II la creazione dell’Istituto per studi su Matrimonio e famiglia faceva parte di quel dovere fondamentale della Chiesa «di dichiarare a tutti il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia, di cui è tenuta ad assicurare il pieno vigore e la promozione umana e cristiana». Davanti all’attacco del mondo Giovanni Paolo II voleva formare un piccolo corpo speciale che approfondisse in modo scientifico «la verità su matrimonio e famiglia» così che «laici, religiosi e sacerdoti possano ricevere in materia una formazione scientifica sia filosofica-teologica, sia nelle scienze umane, in maniera che il loro ministero pastorale ed ecclesiale venga svolto in modo più adatto ed efficace per il bene del Popolo di Dio».

Oggi tutto diventa più sfumato, si parla di complessità e di «luci e ombre», l’affermazione della verità su matrimonio e famiglia viene considerata “divisiva”, creatrice di muri, per cui si preferisce allargare il discorso. Lo ha detto monsignor Paglia a Vatican Insider: «il Papa allarga la prospettiva» perché «ha ben compreso il compito storico della famiglia, sia nella Chiesa che nella società. E la famiglia non è un ideale astratto, ma una realtà maggioritaria della società, che deve riscoprire la sua vocazione nella storia». Dietro alla cortina fumogena di frasi a effetto, è chiara la questione: la verità su matrimonio e famiglia è un ideale astratto, bisogna mettersi in cammino con tanti altri alla riscoperta di ciò che può andare bene a tutti. È questo pensiero che spiega, ad esempio, come mai le nuove nomine nella Pontificia Accademia per la Vita includano personaggi favorevoli all’aborto o che fanno ricerca sugli embrioni, e spiega anche quale indirizzo si voglia dare al nuovo Istituto teologico per le Scienze su Matrimonio e Famiglia.

Sì, Giovanni Paolo II è stato fatto santo, ma si cerca di distruggere tutte le sue opere.


















fonte: La nuova Bussola Quotidiana 





martedì 19 settembre 2017

SUMMORUM PONTIFICUM. UNA “NUOVA” MESSA VETUS ORDO A SAN PIETRO. MOLTI GIOVANI, UN SEGNO DI VITALITÀ.





MARCO TOSATTI

Si è svolto a Roma, dal 14 al 17 settembre, l’annuale pellegrinaggio dei fedeli legati alla forma straordinaria del rito romano, la cosiddetta “messa tridentina”. Uno dei momenti topici di questo evento, nel decennale del Motu Proprio Summorum Pontificum emanato da Benedetto XVI, è stata la Messa nella Basilica di San Pietro in Vaticano, messa celebrata da S.E Mons. Pozzo, che ha presieduto il sacro rito in sostituzione del Cardinal Carlo Caffarra, scomparso pochi giorni prima.

La Messa ha visto la partecipazione di migliaia di fedeli, tanti giovani. Probabilmente per la prima volta dopo decenni è stata commissionata al Mº Aurelio Porfiri una nuova Messa, eseguita in quella occasione, chiamata propriamente “Missa Summorum Pontificum”, in cui si prevedevano anche interventi dei fedeli nel canto di alcune parti.

Non è questo il luogo per esprimere giudizi, o preferenze. Personalmente chi scrive trova che la messa secondo il vetus ordo esprime in maniera maestosa la sacralità profonda del sacrificio che si consuma sull’altare; e questo è qualche cosa che non sempre, per non dire troppo spesso, si perde nel modo in cui molti sacerdoti celebrano nella messa di Paolo VI. Che, se celebrata in maniera degna, è certamente bellissima e sacrale; ma forse permette delle “libertà” che la messa antica non concede. C’è da chiedersi perché in tutto il mondo molti giovani siano attratti da questo rito antico; probabilmente perché ha una sua bellezza evidente, e la bellezza è uno strumento di comunicazione profondo. Il fatto che sia stata creata una “nuova” messa per accompagnare la messa vecchia è una risposta e un segnale di vitalità al di là di polemiche stantie. Fermo restando che non si vede – e questo da un punto di vista laico e libertario – perché sia necessario fare difficoltà a fedeli e sacerdoti che desiderano partecipare al sacrificio eucaristico nel modo in cui si è svolto per secoli e secoli.

Abbiamo raccolto un parere da una persona che assisteva alla cerimonia, e lo partecipiamo con voi: “Ecco la Tradizione in cammino, la Tradizione che smentisce coloro che vedono solo rigidità nei fedeli legati a questa forma. Pur nel rispetto assoluto del rito e dei testi si può osare, facendo in modo che la Chiesa sia sempre madre anche della cultura, non del culturame. Moltissimi fedeli e sacerdoti hanno mostrato apprezzamento per la vitalità mostrata in questa occasione. Come al solito, qualcuno ha “abbaiato contro”, mai come in questa occasione sono apparsi latrati al vento”.







http://www.marcotosatti.com/2017/09/19/summorum-pontificum-una-nuova-messa-vetus-ordo-a-san-pietro-molti-giovani-un-segno-di-vitalita/








lunedì 18 settembre 2017

Mons. Antonio Livi: Combatto contro una Chiesa ideologica

Mons. Antonio Livi





di Fabrizio Cannone (“La Verità”, 16-09-2017)

Antonio Livi, nato a Prato nel 1938 è sicuramente uno dei decani della teologia cattolica contemporanea. Le sue numerose pubblicazioni vertono essenzialmente sulla verità logica, tema che è al centro del dibattito contemporaneo (neopositivismo logico, ermeneutica, razionalismo critico). L’appassionato impegno filosofico di Livi spiega perché questo pensatore ormai ottuagenario non sia mai stato un accademico intento a guardare con distacco alle vicende della società di oggi. Oltre all’insegnamento di storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Università statale di Perugia e di filosofia della conoscenza presso l’Università Lateranense di Roma (che è chiamata «l’università del Papa»), Livi ha fondato la casa editrice Leonardo da Vinci, dirige battagliere riviste come Sensus communis e di critica teologica come Fides Catholica e anima cenacoli culturali capaci di intervenire nel dibattito sui valori civili e religiosi da salvaguardare in politica.

In ogni aspetto di questa sua attività, intesa come intervento nella società, Livi si è sempre servito della sua riconosciuta competenza scientifica come logico. A questo riguardo, il testo fondamentale è Filosofia del senso comune (2010), tradotto in francese, in inglese e in spagnolo, cui si aggiunge recentemente Le leggi del pensiero (2016). Applicando poi questa sua dottrina ai problemi dell’ermeneutica teologica con Vera e falsa teologia(2017), Livi è diventato un punto di riferimento nella denuncia di quella teologia filoluterana che caratterizza il riformismo post conciliare.


Professor Livi, vuole descriverci in sintesi il suo percorso di studi?
Sono stato discepolo del grande filosofo francese Étienne Gilson, del quale ho tradotto e commentato Il realismo, metodo della filosofia. Egli mi ha fatto comprendere che la verità di qualsiasi tesi filosofica dipende dal suo coerente collegamento con il vero punto di partenza della riflessione filosofica che è l’esistenza reale degli enti. Il rifiuto del realismo ha reso la speculazione filosofica suggestiva ma priva di fondamento, sfociando inevitabilmente nell’ateismo e nel nichilismo.


Tra le sue tante attività di docenza, di ricerca e di apostolato quale considera la più importante per i nostri tempi?
Considero importante per i tempi in cui viviamo aiutare tutti coloro che hanno veramente a cuore la verità dell’esistenza a usare rettamente la ragione, a possedere gli strumenti logici dell’autentico discernimento. I miei lavori scientifici possono e debbono servire a tutti per saper discernere le verità assolute, metafisiche e morali, da quelle relative, fisiche, biologiche, psicologiche, sociologiche, economiche, politiche. Mentre le verità assolute sono sempre presenti alla coscienza di tutti e forniscono l’unica base possibile per un dialogo costruttivo tra le culture, le verità relative dipendono dalle contingenze storiche e da interessi di parte, sicché non possono mai essere universalmente condivise. Quando si pretende di imporre come assolute le verità relative, come fanno i fautori del pensiero unico al servizio del nuovo ordine mondiale, non c’è più vero dialogo tra le diverse istanze democratiche ma solo propaganda e colonialismo culturale. In rapporto alla fede cristiana, io combatto tutti i fondamentalismi, che sono sempre un uso pragmatico della verità rivelata, pretendendo di poter dedurre da verità religiose assolute, quelle che sono garantite dalla parola di Dio, certe conseguenze politiche che in realtà rispondono solo alle proprie opinioni ideologiche. Come filosofo e come credente mi ribello a questo vizio di imporre le proprie idee in nome di Dio. Il peccato contro lo Spirito Santo non si commette solo quando si nega una verità esplicitamente rivelata da Dio, ma anche quando si etichettano come “Vangelo” le proprie ipotesi umane, la propria visione delle questioni socio-politiche.


Ma allora quali sono i principi logici che Lei vuole riproporre per evitare oggi lo scientismo, il fanatismo ideologico, il fondamentalismo religioso?
Il rispetto di quello che i filosofi analitici americani hanno chiamato epistemic justification, la giustificazione epistemica. Ciò significa, in pratica, che ogni discorso che pretenda di essere recepito in pubblico come verità deve esibire le proprie credenziali logiche e non affidarsi soltanto agli strumenti della persuasione retorica o allo sbandieramento della propria o altrui autorità in materia».


È vero che i principali esponenti della teologia contemporanea sono affetti da relativismo dogmatico ed etico e da un pericoloso antropocentrismo?
Lo confermo. Io sostengo questa mia tesi, non per partito preso o per invidia del successo di altri, ma proprio perché questi altri hanno costruito e imposto nella Chiesa un’ideologia fondata su un intrico di sofismi e sulla pretesa autorità teologica di pensatori luterani dell’Ottocento, come Georg Hegel e Friedrich Schelling, o del Novecento, come Paul Tillich, Rudolf Bultmann, Karl Barth. I miei studi di storia della filosofia e della teologia mi hanno consentito di dimostrare che “il re è nudo”. In questo caso il re è il teologo gesuita Karl Rahner, il cui antropocentrismo è non solo pericoloso ma è deleterio per la fede cattolica. Rahner tenta di giustificare la “svolta antropologica della teologia” fingendo prima di rifarsi a san Tommaso d’Aquino e poi rifacendosi pedissequamente a Hegel e a Martin Heidegger. Questa inadeguata giustificazione della sua nuova teologia, basata solo sull’autorità di pensatori che nella Chiesa cattolica non dovrebbero avere autorità dogmatica, si riflette poi sull’ingiustificata autorità dogmatica che Rahner ha esercitato e continua a esercitare sui teologi cattolici e anche sui vescovi di tutto il mondo.















domenica 17 settembre 2017

SORPRESA, AI GIOVANI PIACE LA LITURGIA ANTICA








di Andrea Acali - Set 16, 2017

Pensare che il motu proprio “Summorum pontificum” sia stata una concessione ai tradizionalisti, in particolare per superare la dolosa frattura con i lefebvriani, sarebbe riduttivo e insufficiente. Lo ha detto mons. Guido Pozzo, segretario della Commissione Ecclesia Dei, nel suo intervento al V convegno organizzato all’Angelicum sul documento di Benedetto XVI entrato in vigore esattamente dieci anni fa con cui si stabiliscono le regole per la celebrazione della Messa con la liturgia antica. Un appuntamento di grande rilievo al quale hanno partecipato, tra gli altri, il prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della fede cardinale Muller, il cardinale Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino, l’ex presidente dello Ior Gotti Tedeschi. Erano presenti anche il cardinale Burke e l’ex nunzio negli Stati Uniti mons. Carlo Viganò.


Antidoto all’arbitraria creatività
Chi pensa che il convegno fosse un raduno di “conservatori” e oppositori alla linea di Papa Francesco è totalmente fuori strada. Proprio per quello che ha spiegato monsignor Pozzo, che ha tracciato un bilancio “sostanzialmente positivo” dei dieci anni trascorsi: “Gli antichi libri liturgici non sono stati aboliti dal Concilio” ha ricordato l’arcivescovo, aggiungendo che lo scopo è in qualche modo far convivere le due forme rispettandone la specificità: “Nella Chiesa c’è sempre stata molteplicità di riti e varianti nel rito romano”. In particolare, ha sottolineato che “l’atteggiamento mentale e spirituale” di quanti celebrano e partecipano alla liturgia preconciliare “non è quello di chi è rivolto al passato”, di nostalgici melanconici, ma di chi vuole “ancorare l’animo a ciò che è perenne”, al patrimonio sempre attuale di quella liturgia, soprattutto dopo quelle derive postconciliari che pretendevano una rottura della continuità della tradizione. Così l’antico rito può essere “l’antidoto contro l’arbitraria creatività” che porta a “minimizzare il carattere sacrificale dell’Eucarestia” e “non va interpretato come una minaccia all’unità della Chiesa”. Non si tratta, pertanto, di “mettere in competizione” i due modi di celebrare ma quello più antico può rappresentare “una barriera al secolarismo, all’umanesimo sociologico e anticristiano. Non è un passo indietro ma guarda al futuro della Chiesa”.



L’intervento di mons. Pozzo. I numeri
Mons. Pozzo ha anche fornito qualche numero: nel 2007 in Francia c’erano 104 celebrazioni domenicali con il “vetus ordo”, oggi ce ne sono 221, che diventano 430 con quelle della Fraternità S. Pio X; in Germania si è passati da 35 a 54, in Gran Bretagna da 18 a 40, in Italia da 30 a 56, negli Stati Uniti da 230 a 480. Sorprendente, poi, l’accoglienza positiva che l’antico rito ha avuto in Estremo Oriente e nell’Europa orientale. Una crescita evidente pur di fronte alle difficoltà rappresentate dalla scarsità di sacerdoti disponibili come pure da pregiudizi ideologici o pastorali. Ed è sorprendente come tanti giovani, sia tra i fedeli che tra i seminaristi, apprezzino sempre di più il rito “tradizionale”, con un fiorire di vocazioni negli istituti sottoposti alla giurisdizione della “Ecclesia Dei” (le Fraternità di S. Pietro e S. Vincenzo Ferrer, i Servi di Gesù e Maria, gli istituti di Cristo Re e del Buon Pastore, i Figli del SS. Redentore).



L’intervento di Muller
Il cardinale Muller, calorosamente applaudito dal numeroso pubblico presente, ha ribadito che la religione cattolica non è un sistema teoretico che poi trova la sua applicazione pratica nella liturgia ma al contrario quest’ultima è “elemento centrale costitutivo dell’agire della Chiesa” perché in essa “agisce Cristo” e dunque, come ha ricordato il Concilio, è “fonte e culmine, fonte autentica, cioè norma per l’autocomprensione della Chiesa”. Il cardinale ha anche ricordato che “non è un costrutto dei primi cristiani ma gli elementi costitutivi (liturgia della parola, eucaristica) vengono dagli apostoli”. L’importanza della liturgia, secondo il porporato, risiede nel fatto che “lì avviene l’unione con Cristo, l’indirizzamento della volontà umana alla sua sequela, la speranza nella manifestazione di vita con Lui”. Muller ha anche citato Benedetto XVI: “Il primo volume della sua opera omnia (curata proprio dal cardinale, ndr) è dedicato alla liturgia”. E in essa “si decide il futuro della Chiesa” perché “è culto divino”.



Fedeli al contenuto
A margine del suo intervento, il cardinale ha ribadito che “dobbiamo essere fedeli al contenuto” perché “Dio non deve essere ridotto al nostro orizzonte ma Lui allarga l’orizzonte umano al mistero”. Ed ha fatto un esempio concreto: “Quando devo soffrire, capisco meglio il senso della sofferenza di Gesù per me, legare la propria esperienza della vita con la vita, la morte e la resurrezione di Gesù. Meditando la parola come Maria, uno entra di più nel mistero”. Sul piano pratico, riferendosi alle traduzioni dei libri liturgici, Muller ha sottolineato come la stessa lingua sia parlata in Paesi diversi con sfumature e termini differenti, pertanto “non può essere una singola conferenza episcopale a decidere. Serve una collaborazione delle conferenze episcopali di una stessa lingua. Ma anche in questo caso quello che importa è la fedeltà al contenuto della rivelazione, non sminuire l’efficienza della fede cattolica con alcune parole ‘leggere’ che nascondono che la fede è una sfida e non solo una terapia che approva tutto ciò che io penso”.


E’ stata un po’ la deriva postconciliare che ha portato allo svilimento di questi contenuti?
“Sì – ha risposto a In Terris il cardinale – C’è stata una certa ‘orizzontalizzazione’, sull’influsso della teologia liberale che ha ridotto il cristianesimo a cultura, lingua… Nel contesto del giubileo della riforma protestante si sottolinea sempre che Lutero ha introdotto il tedesco moderno ma questo non può essere la sostanza del cristianesimo. E’ un effetto collaterale, buono o cattivo, dipende, ma l’importante è la trascendenza che non è in contrasto con l’immanenza. Gesù come Figlio di Dio è divenuto Uomo, in lui c’è l’unità tra la dimensione verticale e quella orizzontale. Non vogliamo entrare nell’immanentismo o nel trascendentalismo ideale, come una filosofia hegheliana; il cristianesimo non è solo un’idea, è una persona, Gesù Cristo ma un uomo che è la persona del Logos della Trinità”.


La stupisce che tanti giovani siano attratti dal vecchio rito?
“Penso che tanti cercano la dimensione del mistero. Non la liturgia come tale ma alcuni hanno introdotto un certo ‘azionismo’: dobbiamo preparare la Messa, e preparano i canti, iniziative per bambini, un po’ superficiali, esteriori… Invece dobbiamo cercare la sostanza dell’incontro con Gesù, l’unione con Lui come segno della speranza, senso della mia vita, identità dell’uomo. Noi abbiamo l’unità tra la persona e la comunione, l’immediato contatto con Dio e anche la mediazione per la Chiesa. Abbiamo una ‘sintesi tranquillizzante’, grazie allo Spirito Santo: sia Papa Benedetto che Papa Francesco sempre parlano dello Spirito Santo come principio dell’armonia. Tutti questi elementi (il Papa, i sacerdoti, i fedeli, la parola, i sacramenti) non sono principi contrastanti, dialettici, che lottano uno contro l’altro”.


Evidente il contrasto con il protestantesimo.
“Certamente, non c’è quella parola esclusiva: sola scrittura… è principio normativo ma in unione con la tradizione viva; sola grazia… tutto dipende dalla grazia ma essa ci dà un’opzione per una vera cooperazione umana; i carismi dei fedeli… non sono in contrasto con il sacramento dell’ordine in virtù del quale uno viene ordinato a rappresentare Gesù come capo della Chiesa; ragione e fede non sono in contrasto ma sono unite, la fede ha una dimensione logica in sé perché è la fede rivelata del Logos. Perciò la ragione non viene da fuori: dimensione materiale e dimensione ideale fanno parte integrale della nostra concezione della realtà”.

Una celebrazione con il rito antico. Dettagli d’amore
Nel suo intervento, il cardinale Sarah ha ricordato la necessità di curare la liturgia come dimostrazione di amore a Dio: “Come ogni marito e moglie sanno, in ogni rapporto d’amore i più piccoli dettagli sono molto importanti, perché è in essi, e attraverso di essi, che l’amore si esprime e si vive giorno dopo giorno. Le ‘piccole cose’ nella vita matrimoniale esprimono e proteggono le realtà più grandi, tanto che il matrimonio inizia a rompersi quando questi dettagli vengono meno. Così anche nella liturgia: quando i suoi piccoli rituali diventano routine e non esprimono le realtà del mio cuore e della mia anima, quando non mi prendo più cura dei dettagli, allora vi è il grande pericolo che il mio amore a Dio si raffreddi”. Il prefetto del Culto divino ha poi messo in guardia da una malintesa inculturazione, soprattutto in Africa, Asia e America latina, che riduce la celebrazione eucaristica a una sorta di “manifestazione folkloristica”. Il cardinale ha rimarcato anche la fioritura di vocazioni nei gruppi che seguono il rito antico che, per quanto destinati a rimanere una piccola percentuale in seno alla Chiesa, hanno pari dignità: “non siete tradizionalisti, siete cattolici al pari mio e del Papa. Voi non siete di seconda classe o membri particolari della Chiesa Cattolica a motivo del vostro culto e delle vostre pratiche spirituali, che sono state quelle di innumerevoli santi. Siete chiamati da Dio, come tutti i battezzati, a prendere il vostro posto nella vita e nella missione della Chiesa nel mondo di oggi”.












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sabato 16 settembre 2017

Le parole di Pietro




di  Aldo Maria Valli  (16-09-2017)

Le numerose e sempre vivaci reazioni a quanto Francesco dice durante le conferenze stampa sui voli di rientro dai viaggi apostolici internazionali (l’ultimo, quello dalla Colombia), spingono ad alcune riflessioni sul modo di comunicare del papa e sulla portata delle sue opinioni personali. Indagine che si lega da un lato alla questione del rilievo assunto dalla figura papale nella sfera pubblica, dall’altro a un’analisi degli autentici compiti del successore di Pietro.

Per secoli il vicario di Cristo sulla terra ha vissuto nella riservatezza, ha parlato poco e pochi erano al corrente di ciò che diceva, tanto che si poteva benissimo essere cattolici senza neppure conoscere il suo nome. Anche quando aveva un peso politico decisivo, il suo modo di esprimersi era codificato e avveniva attraverso documenti ufficiali. L’uso delle lingue correnti al posto del latino e, ancor di più, la diffusione dei mezzi di comunicazione sociale (il primo radiomessaggio di Pio XI è del febbraio 1931) hanno modificato completamente il quadro, facendo del papa una figura di rilievo mondiale, spesso al centro delle cronache. Contemporaneamente, in modo inversamente proporzionale, la sua reale capacità di incidenza è diminuita (ai tempi di Giovanni Paolo II la battuta era «applaudono il cantante ma non la canzone»), ma sta di fatto che il papa, di sua iniziativa o perché sollecitato, ha allargato enormemente la sfera di intervento, e da alcuni decenni, specie a partire dal Concilio Vaticano II, non si occupa più soltanto di fede, dottrina, morale e governo della Chiesa, ma veramente di ogni questione riguardante la vita dei singoli e della società. Con il pontificato di Francesco, poi, si è accentuata la tendenza a intervenire mediante modalità comunicative, come la conferenza stampa e l’intervista, che si prestano non soltanto ad allargare il campo degli argomenti, ma anche a sollecitare l’opinione personale del papa.

Parlare di tutto?

Ora è evidente che quando parla un po’ di tutto, e specialmente se lo fa durante interviste o conferenze stampa, senza un testo preparato in precedenza e meditato, il papa, come qualunque altro uomo, può benissimo essere superficiale o cadere in errore. Per l’osservatore avveduto, poco male. Chi conosce le prerogative e i compiti del papa sa che quando non è espresso «ex cathedra», o per lo meno non attraverso documenti ufficiali, elaborati con particolare cura, il pensiero papale, perfino se si occupa di fede e vita religiosa, vale come opinione personale. Il problema è che il «media system», pur imbevuto di laicismo, al cospetto di un papa come Francesco, il cui pensiero sotto molti aspetti si dimostra in linea con quello dominante, per proprio tornaconto diventa così clericale da «sacralizzare» ogni espressione papale. Così, anche quando si tratta di una semplice opinione personale, e anche quando l’uomo-papa dimostra di non essere sufficientemente preparato sulla specifica questione, «l’ha detto il papa» diventa una sorta di sigillo veritativo.

Un po’ di buon senso

Come rimettere, almeno un po’, le cose a posto? Non sono un teologo e non mi avventuro (a proposito di competenza) in un campo non mio. Osservo soltanto che, forse, si potrebbe applicare semplicemente il buon senso. Per esempio, intervenire solo su questioni che sono state studiate e approfondite, lasciando perdere le altre e riconoscendo che in proposito non si ha nulla da dire. Si fornirebbe così, oltretutto, un esempio di serietà e umiltà in un mondo che soffre a causa della verbosità dilagante e della pretesa di intervenire sempre e comunque, anche quando non si sa letteralmente di che cosa si sta parlando. Credo che se un’autorità come il papa, di fronte a una domanda rispetto alla quale sente di non essere preparato, rispondesse «non so», non ne risulterebbe sminuito. Anzi, darebbe un contributo di onestà e integrità superiore a quello che può dare avventurandosi in risposte che spesso ottengono soltanto il risultato di accrescere il tasso, già molto elevato, di confusione.

Un questione di prudenza

Il discorso sulla comunicazione papale si lega a questo punto a quello dei reali compiti del successore di Pietro, che oggi rischiano di essere persi di vista. In proposito mi sembra il caso di riflettere su alcune parole che Benedetto XVI pronunciò in un’udienza del mercoledì (catechesi del 7 giugno 2006) dedicata a «Pietro, la roccia su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa».

Sottolineato che il mandato di Gesù nei confronti di Pietro arriva solo dopo che l’apostolo ha fatto la sua confessione di fede (un aspetto che non andrebbe mai trascurato), Benedetto XVI osserva che le prerogative di Pietro già in quel momento sono fissate in modo chiaro: «Pietro sarà il fondamento roccioso su cui poggerà l’edificio della Chiesa; egli avrà le chiavi del Regno dei cieli per aprire o chiudere a chi gli sembrerà giusto; infine, egli potrà legare o sciogliere nel senso che potrà stabilire o proibire ciò che riterrà necessario per la vita della Chiesa, che è e resta di Cristo. È sempre Chiesa di Cristo e non di Pietro».

«È sempre Chiesa di Cristo e non di Pietro». Questa consapevolezza, di per sé, dovrebbe spingere Pietro a esprimersi esclusivamente sui temi collegati ai suoi compiti istituzionali (ripetiamo: essere il fondamento roccioso, amministrare l’uso delle chiavi del Regno, legare e sciogliere), evitando di occuparsi d’altro e di mettere in primo piano le opinioni personali. Si tratta di esercitare la virtù della prudenza. Che non vuol dire paura, autocensura o fuga. Significa avere coscienza del fatto che tu, Pietro, sei il custode di un tesoro grande, che va ben al di là della tua persona, e non ti è dunque consentita una banalizzazione del tuo ruolo.

Ascoltiamo ancora Benedetto XVI: «Il fatto, poi, che diversi dei testi chiave riferiti a Pietro possano essere ricondotti al contesto dell’Ultima Cena, in cui Cristo conferisce a Pietro il ministero di confermare i fratelli (cfr Lc22,31 s.), mostra come la Chiesa che nasce dal memoriale pasquale celebrato nell’Eucaristia abbia nel ministero affidato a Pietro uno dei suoi elementi costitutivi».

Sono puntualizzazioni da non considerare scontate. Primo: il ministero di Pietro è uno degli elementi costitutivi della Chiesa, ma non certo il solo. Secondo: la missione affidata a Pietro è confermare i fratelli nella fede.

Annota poi Benedetto XVI: «Questa contestualizzazione del Primato di Pietro nell’Ultima Cena, nel momento istitutivo dell’Eucaristia, Pasqua del Signore, indica anche il senso ultimo di questo Primato: Pietro, per tutti i tempi, dev’essere il custode della comunione con Cristo; deve guidare alla comunione con Cristo; deve preoccuparsi che la rete non si rompa e possa così perdurare la comunione universale. Solo insieme possiamo essere con Cristo, che è il Signore di tutti. Responsabilità di Pietro è di garantire così la comunione con Cristo con la carità di Cristo, guidando alla realizzazione di questa carità nella vita di ogni giorno».

Dopo di che papa Ratzinger chiede di pregare perché «il Primato di Pietro, affidato a povere persone umane, possa sempre essere esercitato in questo senso originario voluto dal Signore».

Il papa? Un custode

Custode della fede e custode della comunione con Cristo e con i fratelli. La «povera persona umana» che diventa papa sa di non essere altro. E le sue scelte devono essere conseguenti. Anche nel modo di comunicare. Può il compito della custodia sposarsi con l’interventismo, con il protagonismo, con la tendenza a parlare di tutto manifestando le proprie opinioni personali? Certamente no.

L’esempio di Giuseppe

A proposito del concetto di custodia, papa Francesco pronunciò parole molto belle nell’omelia per la messa di inizio pontificato (19 marzo 2013), quando, prendendo spunto dalla figura di Giuseppe, custode di Maria e di Gesù, disse: «Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende […]. Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio […] e Giuseppe è “custode” perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui, cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo!».

Sappiamo quanto papa Francesco sia devoto a san Giuseppe e crediamo che ispirarsi a lui, come figura di custode, sia un ottimo proposito, anche per quanto riguarda la sfera della comunicazione.

La comunione infranta

Infine, con un aggancio alla realtà ecclesiale che stiamo vivendo, qualche considerazione sulla comunione che Pietro è chiamato a garantire.

Come forse sapete, un autorevole filosofo cattolico, Josef Seifert, amico di san Giovanni Paolo II e già membro della Pontificia accademia per la vita, è stato allontanato dalla sede spagnola dell’Accademia internazionale di filosofia, da lui stesso fondata, per aver espresso valutazioni critiche nei confronti di «Amoris laetitia» e in particolare sul paragrafo 303 del capitolo ottavo, dove, secondo Seifert, il papa arriva a sostenere che, a rigor di logica, Dio può chiedere, in talune circostanze, ogni tipo di azione cattiva, come l’adulterio, contraddicendo i suoi stessi comandamenti.

La decisione di allontanare il filosofo è stata presa dall’arcivescovo di Granada, Francisco Javier Martínez Fernández, secondo il quale Seifert «danneggia la comunione della Chiesa, confonde la fede dei fedeli e suscita sfiducia nel successore di Pietro, il che, alla fine, non serve alla verità della fede, ma agli interessi del mondo».

Mi permetto di osservare che non le lucide e rispettose valutazioni del professor Seifert (le quali avrebbero bisogno di essere discusse, non punite), ma proprio provvedimenti come quelli dell’arcivescovo spagnolo danneggiano veramente la comunione della Chiesa. E sarebbe stupendo se da Santa Marta arrivasse un segnale in senso contrario, nel nome di quella «parresia» sempre invocata.

Ma sulla questione della comunione, in relazione al caso Seifert, c’è un’altra riflessione da fare. Se n’è incaricato il professor Claudio Pierantoni, docente di filosofia all’Universidad de Chile, che in un recente saggio intitolato « Josef Seifert, Pure Logic, anche the Biginning of the Official Persecution of Orthodoxy within the Church» (http://www.aemaet.de/index.php/aemaet/article/view/46) a un certo punto scrive: «Innanzitutto, per affermare che qualcuno “danneggia la comunione della Chiesa” in qualche materia, si deve in precedenza supporre che una qualche comunione, riguardo al soggetto che stiamo discutendo, esista effettivamente nella Chiesa. Ora, quale vescovo, quale sacerdote, quale persona istruita e informata nella Chiesa cattolica oggi non sa che non esiste un soggetto attualmente più controverso e più impelagato in una così terribile confusione come questo? In quale altra materia, chiedo, “la fede dei fedeli” è più confusa dalle più contrastanti voci in conseguenza della pubblicazione di “Amoris laetitia”?».

Prosegue Pierantoni: «Qualcuno potrebbe obiettare che la confusione già esisteva prima di AL: sì, ma l’enorme problema con AL è che le correnti di pensiero relativistiche e di “etica della situazione”, che i tre papi precedenti avevano tentato di arginare, sono ora entrate surrettiziamente nelle pagine di un documento ufficiale del papa. Si è arrivati al punto che uno dei più importanti e lucidi difensori del precedente magistero durante più di tre decenni, personalmente sostenuto e incoraggiato nella sua attività filosofica da san Giovanni Paolo II come uno dei suoi alleati più preziosi nella difesa della dottrina morale infallibile della Chiesa, Josef Seifert, è ora licenziato e trattato come un nemico della comunione della stessa Chiesa».

Conseguenze disastrose

«Altrettanto ingiustificato e ingenuo, credo, è l’affermare che Seifert “semina sfiducia verso il successore di Pietro”. L’arcivescovo Martínez sembra ignaro di ciò che è altrettanto evidente di quanto abbiamo detto prima: includendo in un documento ufficiale affermazioni che contraddicono punti essenziali del precedente magistero e della dottrina millenaria della Chiesa, papa Francesco ha direttamente rivolto su di sé la profonda diffidenza di un numero immenso di fedeli cattolici. La conseguenza disastrosa è che questa sfiducia finisce col colpire, nella mente di molti, il papato stesso».

«E qual è la vera causa di questa diffidenza? Può davvero essere il forte e costante impegno di Josef Seifert di opporsi all’errore dell’etica della situazione, un impegno a cui ha dedicato quasi tutta la sua vita e quella dell’istituzione che ha fondato, in servizio fedele alla Chiesa e alla Parola di Dio? O non sarà piuttosto il fatto che a questo stesso errore, contrario a tutta la tradizione cristiana (una tradizione di recente riaffermata in un’enciclica tanto solenne e importante come “Veritatis splendor”) è stato ora consentito di insinuarsi in un documento papale?».

Penso che quando il professor Pierantoni parla della comunione infranta da alcune delle tesi sostenute in «Amoris laetitia» e della «disastrosa conseguenza» della sfiducia nei confronti del papato metta il dito in due piaghe dolorose, meritevoli di essere affrontate a viso aperto (anche pensando a chi dovrà esercitare il ministero petrino dopo Francesco) e non di essere nascoste mediante la reticenza, l’ambiguità e il ricorso alla stroncatura e alla censura.

Aldo Maria Valli