giovedì 2 luglio 2026

L’impossibile aggiornamento del Compendio con le encicliche di Francesco







Di Stefano Fontana, 2 lug 2026

Marco Invernizzi, in un suo recente saggio, ha auspicato che il Compendio della dottrina sociale della Chiesa venga aggiornato con il magistero sociale di Benedetto XVI e Francesco; «Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa è del 2004. Esso raccoglie tutto il Magistero sociale e lo espone per temi. Certo, andrebbe aggiornato alle ultime encicliche sociali dei pontificati di Benedetto XVI (Caritas in veritate, del 2009) e di Francesco (Laudato si’, del 2015 e Fratelli tutti, del 2020) ed è singolare che ciò ancora non sia avvenuto dopo oltre vent’anni» [M. Invernizzi, “La dottrina sociale della Chiesa tra rivoluzione e contro-rivoluzione”, in O. Sanguinetti, La dottrina sociale della Chiesa oggi-una lettura “forte”, Ares, Milano 2026, pp. 53-54].

Questo auspicio, però, è di difficile, o addirittura impossibile, realizzazione. A questo proposito si possono fare due osservazioni. La prima ci invita a ricordare che Giovanni Paolo II aveva chiesto la redazione di un Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, che aveva addirittura chiamato “catechismo”, in vista del grande giubileo del 2000. Il suo desiderio e il suo progetto erano di lasciare in eredità alla Chiesa del terzo millennio il prezioso patrimonio della sua Dottrina sociale. Alle spalle c’era quindi una convinzione forte dell’importanza della Dottrina sociale della Chiesa, della necessità di compendiarla come un corpus dottrinale unitario, e di fare in modo che essa potesse continuare a produrre i suoi benefici nel tempo, addirittura attraverso i millenni. Il Compendio era figlio di questa convinzione, che in seguito, però, venne meno. Non tanto con Benedetto che, a suo modo, vi rimase fedele, ma con Francesco.

Così entriamo nella seconda osservazione. Niente era più lontano dalla visione di Francesco dell’idea di un Compendio della Dottrina sociale della Chiesa. Le sue due encicliche considerate sociali sono in realtà molto distoniche rispetto al magistero sociale precedente e con difficoltà si potrebbero inserire in esso mediante un aggiornamento del Compendio. Lo stesso Oscar Sanguinetti alle pagine 235 e 236 del libro ricordato sopra che contiene il saggio di Invernizzi muove varie critiche alla Laudato si’: per aver sposato «opinioni scientifiche in realtà spesso ancora da verificare», per aver avanzato «ipotesi di responsabilità piuttosto ardite e di sapore complottardo», per aver fornito terapie «di cui non si valuta tuttavia l’attuabilità, né si discerne fra chi vi dà applicazione corretta… e chi invece vi specula», per la sua benevolenza [di Francesco] «verso soggetti di azione sociale… in maggioranza dottrinalmente ambigui, quando non esplicitamente ostili alla dottrina sociale della Chiesa tradizionale, sia al cristianesimo in quanto tale». Sanguinetti è intervenuto con i guanti di velluto, perché altri elementi di questa enciclica potrebbero essere criticati, come per esempio i concetti di “ecologia integrale” e di “conversione ecologica”. Della Fratelli tutti, poi, Sanguinetti non parla nemmeno.

Il motivo più profondo della difficoltà ad aggiornare il Compendio al pontificato di Francesco è anche più ampio dei difetti di queste due encicliche. Possiamo fare un solo esempio tra i tanti. La Dottrina sociale della Chiesa è parte della teologia morale, e questo è ben ribadito dal Compendio. Ma Francesco si è dato molto da fare per trasfigurare la teologia morale cattolica, sia con Amoris laetitia, sia con la trasformazione dell’Istituto Giovanni Paolo II, sia con la nuova sinodalità.




Fonte


Consacrazioni episcopali dei lefebvriani, decretata la scomunica


La celebrazione a Ecône per la consacrazione di quattro nuovi vescovi 
della Fraternità Sacerdotale San Pio X


Un documento a firma del cardinale prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede definisce “atto di natura scismatica” il rito celebrato il 1° luglio. In una nota esplicativa i dettagli della grave sanzione canonica



Vatican News

I vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X Alfonso de Galarreta e Bernard Fellay (rispettivamente consacrante principale e co-consacrante) e i vescovi neo-consacrati Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier sono incorsi “ipso facto” nella scomunica “latae sententiae” riservata alla Sede Apostolica per aver compiuto “un atto di natura scismatica”, la “consacrazione episcopale di quattro presbiteri, senza mandato pontificio e contro la volontà del Sommo Pontefice”. È quanto si legge nel decreto firmato dal cardinale Víctor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e controfirmato dai due segretari dello stesso Dicastero. È la conclusione, purtroppo annunciata, che giunge ventiquattr’ore dopo la solenne cerimonia celebrata ad Écône, in Svizzera, la mattina del 1° luglio 2026.

Il decreto di scomunica e la nota esplicativa del Dicastero per la Dottrina della Fede


Il decreto dell’ex Sant’Uffizio sancisce che nell’atto di compiere la consacrazione sia i consacranti che i consacrati sono incorsi nella scomunica prevista. È il doloroso epilogo, conseguenza della decisione presa dai lefebvriani contro la volontà più volte espressa da Leone XIV. La scomunica rigetta nella separazione dalla Chiesa di Roma sia i vescovi che i sacerdoti appartenenti alla Fraternità San Pio X. Per quanto riguarda i fedeli laici, sono da ritenersi scomunicati coloro che aderiscono formalmente alla Fraternità. Maggiori dettagli sono contenuti in una “Nota esplicativa”, pubblicata dal Dicastero contemporaneamente al decreto di scomunica, che riportiamo integralmente di seguito.


La Nota del Dicastero

Dai tempi di San Paolo VI fino agli ultimi colloqui, svoltisi recentemente presso questo Dicastero, i molteplici tentativi di ricondurre gli aderenti al movimento iniziato da Mons. Marcel Lefebvre alla piena comunione con la Chiesa cattolica si sono rivelati vani. Tale situazione si è ulteriormente aggravata a causa delle recenti consacrazioni episcopali celebrate senza mandato pontificio, contro la volontà del Santo Padre, in aperta violazione del diritto canonico. Pertanto, questo Dicastero, nel fedele esercizio delle funzioni ad esso affidate, ritiene necessario rilevare che tale atto ha configurato il delitto di scisma, con le conseguenze canoniche per i ministri sacri e per i fedeli laici coinvolti. Infatti, come già dichiarato nel 1988, “tale disobbedienza - che porta con sé un rifiuto pratico del Primato romano - costituisce un atto scismatico” (cfr. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Ecclesia Dei, 3).


01/07/2026


A tale riguardo, d’ora in poi:

1. I ministri sacri appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, sono nello scisma e devono pertanto essere considerati scismatici (cfr. Ecclesia Dei, 5 c; Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Nota esplicativa sulla scomunica per scisma in cui incorrono gli aderenti al movimento del Vescovo Marcel Lefebvre, 24.08.1996, 5-6), risultando soggetti alla scomunica prevista dal diritto (can. 1364 § 1 CJC).

2. Per quanto concerne i fedeli laici, sono da ritenersi scismatici e scomunicati coloro che aderiscono formalmente alla Fraternità Sacerdotale San Pio X alle condizioni stabilite nella Nota esplicativa dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 1996 (cfr. ibidem, 7), ancora vigente, che questo Dicastero fa propria.

3. Si avverte, infine, il santo Popolo di Dio che i ministri sacri della Fraternità Sacerdotale San Pio X amministrano illecitamente i sacramenti e che il sacramento della penitenza da loro amministrato e il matrimonio da loro assistito sono invalidi.

La Chiesa, come madre premurosa, accoglierà con sincero affetto e viva sollecitudine tutti coloro che desiderano tornare alla piena comunione. I Nunzi Apostolici disporranno delle procedure che gli Ordinari potranno utilizzare nei diversi casi.

Si esortano, infine, tutti i fedeli a rimanere saldi nella comunione con il Romano Pontefice, con i Vescovi in comunione con lui e con tutta la Chiesa (cfr. Lumen Gentium, 22; can. 751 C/C), e ad astenersi dal partecipare alle celebrazioni e attività promosse dalla suddetta Fraternità Sacerdotale San Pio X.






Fraternità San Pio X, nella disobbedienza non c’è verità



(Ansa)

L’obbedienza al Vicario di Cristo non è negoziabile. Rinunciare a questo principio significherebbe cadere nell’errore denunciato

Chiesa


Samuele Pinna, 01 Luglio 2026 

In attesa delle annunciate ordinazioni di quattro vescovi senza mandato pontificio da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X, previste per questa mattina, pubblichiamo, come ulteriore occasione di riflessione e approfondimento – dopo quello del dottor Andrea Sandri di ieri – questo intervento di don Samuele Pinna, sacerdote ambrosiano e docente invitato e collaboratore presso la Cattedra di Alti Studi Medievali Marco Arosio dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma. Diamo in questo modo continuità al dibattito dopo che ieri, con una apposita lettera, è intervenuto anche direttamente Papa Leone XIV, chiedendo alla Fraternità San Pio X, con una lettera, di «tornare sui suoi passi» considerando «attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione». (La Redazione de Il Timone)

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La riflessione teologica pare aver perso peso non solo in una società ormai distante dal Cristianesimo, ma perfino all’interno delle comunità credenti. Negli ultimi decenni si è assistito a un progressivo scollamento: ciò che un tempo era riconosciuto come un sapere indispensabile alla fede è oggi percepito sempre più come un ambito impegnativo e riservato a pochi specialisti – che sovente si raccontano cose “inutili” –, fino a diventare estraneo alla maggior parte dei battezzati. La crisi della teologia – materia ormai percepita come marginale nel nostro contesto culturale, mentre era la “regina delle scienze” quando furono fondate le università – procede di pari passo con l’indebolimento della metafisica, rendendo vano l’impegno di quelle correnti teologiche che, investendo energie preziose, avevano sperato di instaurare un dialogo con le filosofie più celebrate così da misurarsi alla pari con il pensiero dominante.

L’esito è stato opposto alle attese: dall’indifferenza si è scivolati verso l’irrilevanza. Non solo, si accolgono ormai senza discernimento teorie tra loro inconciliabili, vengono meno le basi dell’annuncio esposto in modo coerente e, al loro posto, proliferano costruzioni concettuali sofisticate ma incapaci di rendere ragione della fede, relegata nella nostra società a fatto privato e intimistico. Le posizioni si irrigidiscono, gli scontri si moltiplicano, e a farne le spese non è solo la verità, ma anche il semplice buon senso. Neppure i teologi più celebrati – e i nomi oggi, significativamente, non affiorano – sembrano in grado di contrastare questa deriva; talvolta, anzi, finiscono per legittimarla. L’aspetto forse più inquietante è il disinteresse crescente verso uno studio – impossibile da ottenere con qualche lettura sul web – serio, approfondito e fedele a duemila anni di Tradizione, che né il progressismo né il tradizionalismo riescono a garantire, perché non sono altro che due facce della stessa medaglia. Se c’è poi una differenza tra chi è teologo e chi è pastore, esiste anche un dato comune: entrambi esercitano un ministero inteso come servizio alla Chiesa.

La distinzione è che il pastore deve preservare il gregge da ogni errore e persino dai piccoli equivoci, mentre il teologo deve avventurarsi anche nei luoghi più reconditi per indagare ovunque il Mistero di Dio. A questo proposito è illuminante una considerazione di Giacomo Biffi, che sintetizza efficacemente la distinzione: il teologo esplora liberamente i confini della fede e i dubbi, spingendosi ai margini estremi. Il pastore, invece, deve rimanere cauto e non avventurarsi troppo vicino al baratro, per evitare che le “pecore” vi cadano. Eppure il teologo non è un libero battitore, ma un ricercatore che sa che il suo approfondimento è teso esclusivamente ad aiutare la comprensione della Rivelazione. Quando comprende che le sue speculazioni sono esatte o erronee? Quando il Magistero solenne stabilisce alcune verità come incontrovertibili. Lungi dall’essere limitato nella sua indagine, il teologo ne gioirà, perché sa di essere nel solco della verità che non ha fabbricato lui, ma che ha ricevuto in dono da Qualcun altro. Il suo compito sarà allora quello di scavare ancora più a fondo nel tracciato indicato dalla Chiesa per la salvezza di tutti.

Forse il problema odierno è che si studiano troppo le riflessioni dei teologi e troppo poco le quaestiones teologiche: ci si limita a ripetere pedissequamente il pensiero di questo o di quell’autore, discutendo senza fine l’esatta interpretazione, senza andare a fondo delle cose. Ciò è evidente nel campo ecclesiologico, dove la confusione dei nostri tempi è allarmante, tanto che ognuno ha in mente una certa immagine di Chiesa per cui lottare, come se la sua costituzione dipendesse dalla capacità di imporre una determinata corrente di pensiero. Il principio base – che è quasi umiliante mettere nero su bianco sia per chi scrive sia per chi legge – è però un altro: a costituire la Chiesa è Gesù Cristo e a condurla nel tempo è lo Spirito Santo. Questi concetti, noti a tutti – anche a chi ha vissuto con noia il catechismo da bambino – rischiano di essere ridotti a frasi fatte senza senso, soprattutto laddove manchi una fede robusta.

Dire che la Chiesa è di Gesù Cristo significa esattamente dire che è di Gesù Cristo: non ha altri padroni. Cristo ha poi affidato la sua Sposa immacolata alle cure di uomini scelti e consacrati mediante lo Spirito di Dio per questo scopo: Pietro, gli Apostoli e i loro successori, ovvero il Papa e i Vescovi in comunione con il Pontefice. Questo aspetto può non piacere, non essere gradito, non soddisfare qualcuno, perché nella storia ci sono stati Papi e Vescovi che non sono piaciuti, non sono stati graditi e non hanno soddisfatto le attese. Ma le regole – imposte da Nostro Signore – non possono essere mutate, a meno di mutilare lo stesso messaggio divino. Questo vuol dire che tutto deve essere accettato supinamente? La risposta è no: è necessaria una rivoluzione che – come la definiva papa Benedetto XVI – è la rivoluzione dell’amore. E in cosa consiste? Nel non adottare i criteri del mondo quando si agisce all’interno della Chiesa.

A questo punto è illuminante una precisazione che ho imparato dal mio amico Franco Nembrini: è la differenza tra l’eretico e il santo: «Un santo – spiega il noto pedagogista –, quanto più vede bisognosa la Chiesa, cioè la casa dove abita, la famiglia a cui appartiene, tanto più la ama, e tanto più offre la vita per lei. L’eretico presuntuosamente si chiama fuori dalla casa che crolla e punta il dito dicendo: “Che schifo, la casa crolla, ne faccio un’altra, più bella”». Mi pare un ottimo esempio per capire che non siamo chiamati a puntare il dito o ad affiggere tesi su portali di qualche chiesa, ma a riparare la Chiesa – con la “C” maiuscola, per intenderci – dall’interno mediante parole ispirate (il che vuol dire che non vengono principalmente da noi) e con la coerenza della vita. Rimango stupito dall’uso dei social che fanno alcuni cattolici, ossia i commenti anonimi lasciati sotto le notizie, che mi sembrano una delle azioni più anticristiane possibili, frutto di una superficialità che riesce a convincere di essere esperti anche coloro che non lo sono affatto. Ognuno, davanti a ciò che ritiene ingiusto, deve doverosamente impegnarsi a cambiarlo attraverso il proprio esempio di santità. E la santità è obbedire – con concrete scelte di carità – alla verità che Dio ha condiviso. Il resto, sono chiacchiere da bar.

L’eresia in fondo, consiste nell’assolutizzare una singola verità sacrificando le altre. Essere cattolici significa invece custodirle in un’armonia integrale, sapendo che se anche una sola viene meno l’intero edificio spirituale e dottrinale si incrina e si sfalda. In questa prospettiva, l’Ordinazione di Vescovi da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X senza il mandato della Santa Sede non può trovare alcuna giustificazione, se non scadendo nel machiavellismo, dove il fine pretende di giustificare i mezzi. Le accorate parole di papa Leone XIV nella Lettera al Superiore Generale ricordano che «lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità». Né può sostenersi la motivazione di agire in vista della salus animarum, poiché il Papa – ancora nella sua missiva – esorta «a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli»: l’atto scismatico che si compirebbe, infatti, li priverebbe «della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione».

L’obbedienza al Vicario di Cristo non è, pertanto, negoziabile. Rinunciare a questo principio, difatti, significherebbe cadere nell’errore denunciato, perché si finirebbe per invocare la Tradizione dimenticandone proprio una delle sue componenti essenziali: la comunione con il Successore di Pietro. In altre parole, ci si appellerebbe alla Tradizione per difenderla, ma la si tradirebbe nel momento stesso in cui si ignora quel legame gerarchico e sacramentale che la costituisce. La fedeltà alla Tradizione non può essere selettiva: non è possibile valorizzarne gli aspetti che si ritengono più puri o più consoni alla propria sensibilità e, al tempo stesso, scartare ciò che appare meno gradito. La Tradizione è un organismo vivente, non un supermercato da cui prelevare solo ciò che piace. Per questo, il principio «Ubi Petrus, ibi Ecclesia» di ambrosiana memoria non è un ornamento spirituale, ma la struttura portante della cattolicità: senza Pietro, la Tradizione perde il suo criterio di unità, e senza l’obbedienza ecclesiale, ciò che si pretende di custodire si frantuma in interpretazioni soggettive. In fin dei conti, si può asserire che sì, si può essere in disaccordo anche con la Gerarchia; ma che no, non si può minimamente pensare che nella disobbedienza ci sia la verità.







mercoledì 1 luglio 2026

CONSUMMATUM EST. La rottura era nella logica. Ora è diventata atto.




La rottura era nella logica. Ora è diventata atto.




Alla fine è accaduto. Le consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X sono state compiute senza mandato pontificio.

A questo punto bisogna dirlo con chiarezza: non sembra che vi sia mai stata una reale intenzione di ripensarci. Per mesi si è parlato di dialogo con Roma, di lettere, di richieste di incontro, di soluzioni ancora possibili. Eppure l’organizzazione stessa dell’evento raccontava già un’altra storia.

Non si prepara in poche ore una celebrazione di tale portata, con migliaia di fedeli provenienti da tutto il mondo, sacerdoti, religiosi, dirette streaming, programmi, registrazioni, servizi logistici, accoglienza, materiale commemorativo, punti ristoro, pubblicazioni e perfino prodotti celebrativi pensati per l’occasione. Tutto lascia intendere che l’appuntamento fosse considerato irreversibile molto prima dell’ultimo appello del Papa.

Questo non è un dettaglio secondario. È un dato rivelatore. Mentre si chiedeva a Roma di ascoltare, la macchina dell’evento procedeva. Mentre si parlava di dialogo, il fatto compiuto veniva preparato. Mentre si invocava la paternità del Papa, si costruiva già la scena nella quale quella paternità, se non avesse approvato, sarebbe stata comunque oltrepassata.

Per questo la lettera di Leone XIV non è arrivata “troppo tardi” nel senso in cui alcuni vogliono far credere. È arrivata davanti a una decisione che, nei fatti, era già stata resa quasi irrevocabile. E proprio qui si svela la logica più profonda: non si trattava davvero di attendere una parola del Papa per discernere; si trattava di ottenere, se possibile, una parola favorevole. Se quella parola non fosse arrivata, l’atto sarebbe stato compiuto lo stesso.

Dopo giorni di appelli, lettere, risposte, professioni di fede, richiami alla Tradizione, invocazioni alla salvezza delle anime e parole filiali rivolte al Papa, l’atto è stato posto. Ora non siamo più nel campo delle ipotesi, delle intenzioni, delle interpretazioni benevole o delle domande sospese. Siamo davanti a un fatto.

Consummatum est.

Non nel senso santo e redentivo della parola pronunciata da Cristo sulla Croce. Quella parola appartiene al mistero della salvezza. Qui siamo davanti a un compimento diverso, doloroso, ecclesialmente amaro: ciò che era già maturato nella logica è diventato gesto pubblico, sacramentale, visibile.

La rottura non è nata questa mattina. Questa mattina si è manifestata.

L’omelia di don Davide Pagliarani ha il merito, almeno, della chiarezza. Non presenta le consacrazioni come una semplice soluzione tecnica a un problema interno della Fraternità. Non dice soltanto: abbiamo bisogno di vescovi per continuare ordinazioni e cresime. Dice molto di più. Le presenta come una manifestazione di fede, come un evento capitale, come uno spartiacque davanti al quale non si può restare indifferenti.

E infatti non si può restare indifferenti.

Il primo argomento è quello della fede. Pagliarani afferma che non si tratta di scegliere una sensibilità, un’opinione, un’opzione liturgica. Si tratterebbe della fede della Chiesa, della fede integrale, della fede che deve essere amata, vissuta e trasmessa. Fin qui le parole suonano cattoliche. Nessun cristiano potrebbe negare che la fede vada custodita, amata e trasmessa. Nessuno potrebbe dire che la dottrina sia un dettaglio. Nessuno potrebbe ridurre la Tradizione a una nostalgia estetica, a un gusto spirituale, a una preferenza di sacrestia.

Il problema nasce subito dopo.

Perché, nel ragionamento dell’omelia, la fede viene praticamente collocata in opposizione alla Chiesa visibile quando questa Chiesa, nella sua autorità concreta, non conferma la diagnosi della Fraternità. Si dice: non scegliamo tra fede e Chiesa, perché vogliamo la fede della Chiesa per restare nella Chiesa. Formula bella, perfino suggestiva. E nello stesso momento si compie un atto che il Papa ha esplicitamente chiesto di non compiere, definendolo scismatico e lacerante.

Qui sta il nodo.

Non basta dire: noi restiamo nella Chiesa perché conserviamo la fede. Ogni scisma, nella storia, ha quasi sempre detto di restare nella vera Chiesa proprio perché conservava la vera fede. Nessuno apre una lacerazione dichiarando: vogliamo tradire Cristo. Quasi sempre si dice il contrario: vogliamo salvarlo dagli altri, vogliamo difendere la verità, vogliamo custodire ciò che l’autorità non custodisce più.

L’apologia diventa sottile: non siamo noi a separarci dalla Chiesa, è la Chiesa ufficiale che non parla più la lingua della fede. Noi, invece, la parliamo.

Ecco il secondo passaggio decisivo dell’omelia. Pagliarani dice che il problema è che si parlano ormai due lingue diverse. Da una parte ci sarebbe il linguaggio della fede, della Tradizione, della semplicità del Credo. Dall’altra il linguaggio dell’inclusione, del dialogo, dell’accompagnamento. E qui l’effetto è fortissimo, perché molti fedeli sono stanchi di parole ecclesiali diventate elastiche, nebbiose, ripetute fino allo sfinimento. Inclusione, ascolto, accompagnamento: termini che possono avere un senso cattolico se ordinati alla conversione e alla verità, e che possono diventare gusci vuoti quando vengono usati per evitare la chiamata alla fede.

Questo disagio è reale. La crisi del linguaggio ecclesiale è reale. La banalizzazione pastorale è reale. L’uso di parole buone per coprire ambiguità è reale.

Eppure da questa constatazione non deriva il diritto di consacrare vescovi senza mandato pontificio. Il problema dell’omelia è il passaggio indebito: poiché una parte della Chiesa parla male, confonde, accompagna senza convertire, dialoga senza annunciare, allora noi dobbiamo usare mezzi straordinari per garantire la fede.

Sembra logico. Non lo è.

Perché la Chiesa non è un’associazione in cui, quando il linguaggio della direzione non convince più, un settore si organizza una propria linea episcopale. La Chiesa è sacramentale, visibile, apostolica, gerarchica. Il vescovo non è il responsabile di zona di una corrente dottrinale. Non è il garante interno di una sensibilità liturgica. Non è il funzionario sacramentale di un’opera. Il vescovo appartiene alla struttura della Chiesa, dentro la comunione con Pietro e con il collegio episcopale.

È qui che la parola “fede” viene usata in modo incompleto. La fede cattolica non è solo contenuto dottrinale professato. È anche forma ecclesiale vissuta. È Credo, sacramenti, comunione, obbedienza, visibilità della Chiesa. Se si conserva il contenuto proclamato separandolo dalla comunione concreta, si finisce per custodire una fede detta bene e vissuta male nell’atto ecclesiale.

Poi arriva il terzo argomento: l’amore al Papa.

Pagliarani dice che la Fraternità è accusata di non amare il Papa, di non rispettarlo, mentre proprio perché ama il Papa come vicario di Cristo e capo della Chiesa non vuole più vederlo umiliato, posto sullo stesso piano dei falsi pastori e dei rappresentanti delle false religioni. Questa è una delle parti più rivelatrici dell’omelia.

In apparenza, è una dichiarazione di amore filiale. Nella sostanza, rovescia il rapporto con l’autorità. Non obbedisco al Papa concreto, che mi ha chiesto di fermarmi, perché amo il vero Papa, l’idea cattolica del Papa, il Papa come dovrebbe essere. Non accolgo la sua parola attuale perché voglio difendere la sua dignità da ciò che lui, o Roma, starebbe facendo.

È una forma di obbedienza all’immagine del Papa contro il Papa reale.

E qui l’ipocrisia diventa quasi perfetta, perfetta naturalmente nel modo in cui possono esserlo le cose storte quando vengono lucidate bene. Si dice “amiamo il Papa” mentre si compie ciò che il Papa ha esplicitamente chiesto di non compiere. Si dice “vogliamo difendere il Papa dall’umiliazione” mentre si umilia concretamente la sua autorità nel punto più visibile: il mandato per l’episcopato. Si dice “riconosciamo il Papa” mentre si agisce come se il suo no, in questa materia, non vincolasse.

Non basta dire “Santo Padre” per essere nella comunione del Santo Padre. Non basta chiedere la benedizione, non basta scrivere con rispetto, non basta invocare la Chiesa romana. Alla fine parla l’atto. E l’atto dice ciò che le formule cercano di attenuare.

Il quarto argomento è la salus animarum.

Qui l’omelia tocca corde profonde. Dio vuole salvare le anime. Dio ha mandato il Figlio per salvare le anime. La legge suprema è la salvezza delle anime. Tutto verissimo. Nessun cattolico può ridurre la salus animarum a una clausola decorativa del diritto canonico. La salvezza delle anime è davvero il fine supremo della Chiesa.

Il problema è: quali anime? E attraverso quale via?

Nel discorso della Fraternità, le anime da salvare finiscono per coincidere con quelle che avrebbero bisogno della continuità dell’opera della Fraternità stessa. Si parla universalmente della salvezza delle anime, poi concretamente si arriva alla necessità di garantire i vescovi della Fraternità. Il movimento è sempre lo stesso: una necessità interna viene caricata di valore universale.

Se venissero meno i vescovi della Fraternità, non verrebbero meno i vescovi cattolici. Non verrebbe meno la successione apostolica. Non verrebbero meno i sacramenti. Non verrebbe meno la Chiesa visibile. Verrebbe meno la possibilità della Fraternità di continuare autonomamente la propria opera nella forma attuale.

Questo è il punto che l’omelia non può dire fino in fondo, perché se lo dicesse perderebbe gran parte della sua forza emotiva.

Certo, molti fedeli hanno ricevuto bene dalla Fraternità. Liturgia, confessione, predicazione, disciplina, senso del sacro, chiarezza dottrinale. Questo bene va riconosciuto. Negarlo sarebbe ingiusto. Ma il bene ricevuto non canonizza ogni atto successivo. La gratitudine dei fedeli non può trasformarsi in mandato episcopale parallelo. Le anime non possono diventare argomento affettivo per oltrepassare la comunione.

Dire “lo facciamo per le anime” non basta. Anche i mezzi devono essere cattolici.

Un fine buono non rende buono un mezzo cattivo. Questo non è modernismo. È morale cattolica elementare, quella roba antica e scomoda che, stranamente, i tradizionalisti dovrebbero ricordare con una certa facilità.

Il quinto argomento è quello della Chiesa madre in difficoltà.

Pagliarani parla della Chiesa come di una madre che soffre, una madre tradita, una madre che ha bisogno di essere aiutata. Dice che la Fraternità non può restare indifferente, perché sarebbe mancare alla carità. Anche questa immagine è potente. Chi non vorrebbe soccorrere la madre ferita? Chi potrebbe restare freddo davanti alla sofferenza della Chiesa?

Eppure anche qui bisogna vedere il rovesciamento.

La Fraternità non si presenta come figlia che ascolta la madre. Si presenta come figlia che sa meglio della madre ciò di cui la madre ha bisogno. Non si pone davanti alla Chiesa per ricevere missione. Si attribuisce il compito di soccorrere la Chiesa anche senza il mandato della Chiesa. Anzi, contro la richiesta espressa di colui che nella Chiesa è principio visibile di unità.

È una carità che decide da sé il proprio gesto. È un servizio che si autolegittima. È un soccorso che non accetta di essere giudicato dalla madre che dice di voler aiutare.

La Chiesa è certamente ferita. Ha bisogno di purificazione, chiarezza, penitenza, correzione. Ha bisogno che Roma parli con fede limpida. Ha bisogno che molti pastori smettano di moltiplicare ambiguità, esperimenti, frasi improvvide e silenzi strategici. Tutto questo è vero. E proprio perché è vero, occorre stare ancora più attenti: la ferita della Chiesa non può diventare il luogo in cui ogni gruppo si nomina chirurgo.

Il sesto argomento è il Preziosissimo Sangue.

Qui l’omelia diventa spiritualmente intensa. Il sangue di Cristo è presentato come centro della redenzione, rimedio a tutti i mali, risposta al peccato, vittoria sull’esaltazione dell’uomo. Ci sono passaggi che, isolati, potrebbero essere sottoscritti senza difficoltà. Cristo salva mediante il suo Sangue. L’umanesimo idolatrico è una piaga. L’uomo ferito dal peccato ha bisogno della redenzione. La Croce è il centro della fede. La Madonna è associata in modo unico al mistero redentivo del Figlio.

Tutto vero. E proprio qui si vede la tragedia.

Parole altissime vengono usate per circondare un atto di disobbedienza. La dottrina della Croce, del Sangue, della Madonna, della redenzione diventa la cornice sacra entro cui viene collocato un gesto che lacera la comunione. È il pericolo più sottile: non l’errore grossolano, non la bestemmia evidente, non la ribellione urlata. Il pericolo è una disobbedienza rivestita di parole vere.

Una verità proclamata non giustifica automaticamente l’atto dentro cui viene posta.

Si può parlare splendidamente del Preziosissimo Sangue e compiere un gesto che ferisce il Corpo ecclesiale redento da quel Sangue. Si può predicare la Croce e rifiutare la croce dell’obbedienza. Si può condannare l’esaltazione dell’uomo e nello stesso tempo esaltare la propria opera come necessaria alla sopravvivenza della fede. Ironia teologica di alto livello, se non fosse tragica.

Il settimo argomento è la preparazione dei nuovi vescovi alla persecuzione.

Pagliarani li invita a non piegarsi, a essere agnelli e leoni, a predicare la Croce, a non inginocchiarsi davanti allo spirito del mondo, a sopportare insulti, accuse, persecuzioni. Li colloca nella linea dei vescovi santi, richiama san Cirillo d’Alessandria, richiama mons. Lefebvre, presenta la sofferenza che verrà come partecipazione alla sorte dei difensori della fede.

Anche qui la dinamica è chiara.

La sanzione, la critica, la condanna, il giudizio della Chiesa vengono preventivamente reinterpretati come persecuzione. Da ora in avanti, ogni richiamo di Roma potrà essere trasformato in prova della fedeltà della Fraternità. Se Roma condanna, è perché la Fraternità dice la verità. Se Roma sanziona, è perché la Fraternità difende Cristo. Se Roma parla di scisma, è perché non sopporta la fede integrale.

È un sistema chiuso. Non falsificabile, direbbero quelli che amano le parole complicate per rendere decorosa una trappola.

Qualunque cosa accada, la Fraternità ha già predisposto la lettura. Non siamo ribelli. Siamo trattati da ribelli perché vogliamo servire la Chiesa. Non laceriamo. Ricuciamo. Non disobbediamo. Obbediamo a Dio. Non ci separiamo. Restiamo nella vera fede. Non subiamo una pena per un atto compiuto contro il mandato. Siamo perseguitati per la giustizia.

E così i fedeli vengono blindati emotivamente. Ogni dubbio diventa tentazione. Ogni critica diventa persecuzione. Ogni richiamo diventa prova che la Fraternità è nel giusto. Bellissimo meccanismo, se uno vuole fondare una fortezza. Pessimo, se uno vuole restare nella Chiesa.

Alla fine, l’omelia conferma ciò che doveva essere smontato.

La Fraternità non ha consacrato dicendo di voler uscire dalla Chiesa. Ha consacrato dicendo di essere più profondamente nella Chiesa. Non ha proclamato una rottura frontale. Ha proclamato una fedeltà superiore. Non ha detto: non riconosciamo il Papa. Ha detto, in sostanza: amiamo il Papa troppo per obbedire a ciò che oggi ci chiede.

Ed è qui che la rottura diventa più insidiosa.

Perché una rottura dichiarata è più facile da riconoscere. Una rottura presentata come servizio, come carità, come fedeltà, come ricucitura, come salvezza delle anime, diventa più pericolosa per i fedeli semplici. Essi non vengono messi davanti a una disobbedienza, ma davanti a una narrazione sacralizzata della disobbedienza.

Consummatum est.

La rottura era nella logica. Ora è diventata atto.

Non perché manchino parole cattoliche. Ce ne sono molte.

Non perché manchi il nome della Chiesa. Viene ripetuto.

Non perché manchi il riferimento al Papa. Viene invocato.

Non perché manchi l’amore dichiarato alla Tradizione. È proclamato ovunque.

La rottura sta nel fatto che tutte queste parole vengono subordinate a un giudizio più alto che la Fraternità esercita su Roma, sulla Chiesa presente, sull’autorità del Papa, sulla necessità dell’atto. È la Fraternità che stabilisce la necessità. È la Fraternità che decide i mezzi. È la Fraternità che interpreta la propria disobbedienza come carità. È la Fraternità che presenta il proprio gesto come ricucitura della tunica che il Papa ha detto essere lacerazione.

A questo punto non resta molto da aggiungere.

Roma ha parlato. Il Papa ha supplicato. Ha riconosciuto il bene. Ha chiesto di fermarsi. Ha avvertito della gravità dell’atto. La Fraternità ha proceduto.

La responsabilità non potrà essere scaricata su Roma.

Non si potrà dire che la scomunica, se dichiarata, colpisce la professione di fede. Colpirà, o dichiarerà, la conseguenza di un atto. Non si potrà dire che Roma punisce chi custodisce la Tradizione. Roma ha chiesto di non compiere un atto episcopale senza mandato. Non si potrà dire che la Fraternità è stata costretta. Ha scelto.

E l’atto scelto parla. La Chiesa non si salva lacerandola. La Tradizione non si custodisce separandola dalla comunione. La salus animarum non è la salus della propria opera. L’amore al Papa non consiste nel disobbedirgli per difenderlo da se stesso. La fede della Chiesa non può essere usata contro la forma visibile della Chiesa.

Consummatum est.

Ora bisogna pregare. Pregare per i fedeli, perché non vengano trascinati in una militanza affettiva che spegne il giudizio. Pregare per la Fraternità, perché il bene ricevuto e donato non venga definitivamente trasformato in identità separata. Pregare per Roma, perché sappia parlare ancora con chiarezza, verità e paternità. Pregare per la Chiesa, madre ferita, madre santa, madre reale, non ideale.

E pregare anche per noi, perché nessuno è immune dalla tentazione di chiamare fedeltà ciò che, nel profondo, è già separazione.








Le consacrazioni di Écône del 1° luglio: chronos e kairos di un evento





Chiesa cattolica | CR 1957


di Roberto de Mattei, 1 luglio 2026 

“Habetis mandatum apostolicum?” (Avete il mandato apostolico?). Con questa formula tradizionale, in cui si accerta che i candidati abbiano l’approvazione pontificia, è iniziato il 1° luglio a Écône, il rito dell’ordinazione episcopale. Un sacerdote, ha risposto leggendo un breve testo, privo di valore canonico, redatto da don Davide Pagliarani, superiore della Fraternità San Pio X: “Le autorità della Chiesa manifestano un atteggiamento contrario alla fede e agiscono contro la Santa Tradizione e il Magistero costante della Chiesa”, perciò “riteniamo che sia necessario procedere alla consacrazione di vescovi pienamente fedeli alla Tradizione” e di avere “il gravissimo dovere di trasmettere la grazia dell’episcopato a questi sacerdoti”.

Inginocchiati davanti al consacrante principale, mons. Alfonso de Galarreta, i quattro nuovi vescovi hanno quindi espresso uno ad uno il loro giuramento, che secondo il Pontificale Romano inizia con queste parole: “Io…. da ora e per sempre sarò fedele e obbediente al Beato Apostolo Pietro, alla Santa Chiesa Romana, al Santo Padre Leone XIV e ai suoi successori legittimamente designati…”.

La storia si ripete, in circostanze diverse. Il 30 giugno 1988, a Écône, in Svizzera, mons. Marcel Lefebvre consacrò quattro vescovi senza il mandato pontificio. Trentotto anni dopo, il 1° luglio 2026, due dei quattro vescovi allora consacrati, mons. Bernard Fellay e mons. Alfonso de Galarreta, hanno a loro volta conferito l’episcopato a quattro sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Pascal Schreiber (Svizzera), Michael Goldade (Stati Uniti), Michel Poinsinet de Sivry (Francia), Marc Hanappier (Francia), ancora una volta contro la volontà del Romano Pontefice.

Alla vigilia delle consacrazioni odierne, il 29 giugno, Papa Leone XIV ha rivolto un accorato appello al Superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, chiedendogli di soprassedere alle consacrazioni. «Considerate attentamente il bene spirituale dei fedeli – ha scritto il Pontefice – perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e, in taluni casi, persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione». Nella parte conclusiva della lettera, il Papa afferma la disponibilità della Santa Sede a «un percorso di dialogo e di intesa che lo Spirito Santo può rendere possibile e fecondo»; «Prego per voi, perché lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori. Per l’autorità ricevuta da Cristo, con animo addolorato, ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di desistere dal vostro intento e affido queste intenzioni al Cuore Immacolato di Maria, Madre del Buon Consiglio».

Poche ore dopo don Davide Pagliarani ha risposto a Papa Leone XIV con un messaggio dal tono rispettoso e altrettanto accorato, in cui ribadisce che la Fraternità San Pio X non intende separarsi dalla Chiesa, ma servirla in una situazione che giudica eccezionale. Il superiore della Fraternità non considera le consacrazioni come un gesto scismatico, sostenendo che esse mirano, al contrario, a «ricucire la tunica di Cristo» lacerata dalla crisi della Chiesa. Don Pagliarani invita quindi il Papa a prendersi il tempo necessario per un discernimento, ricordando che la Fraternità fu già accusata di scisma nel 1988, senza che ciò impedisse il successivo dialogo con la Santa Sede. La lettera si conclude con un appello al «cuore paterno di pastore universale» di Leone XIV, nella convinzione che «un giorno tutte le difficoltà tra la Santa Sede e la Fraternità si risolveranno».

Il Papa non poteva sottrarsi al dovere di richiamare i consacranti alla gravità del loro gesto. Ma era altrettanto prevedibile che la Fraternità San Pio X confermasse una decisione coerente con la scelta del suo Fondatore. Le consacrazioni del 2026 affondano infatti le loro radici negli avvenimenti del 1988 e possono essere comprese soltanto ricostruendo la vicenda che le ha precedute.

I Greci distinguevano fra chronos e kairos. Il chronos è il tempo quantitativo, la successione misurabile degli avvenimenti. Il kairos indica invece il tempo qualitativo: il momento decisivo, nel quale una scelta modifica il corso degli eventi. I Padri della Chiesa e i teologi medievali ripresero questa distinzione attribuendole un significato soprannaturale. Il chronos è il tempo nel quale l’uomo vive e opera; il kairos è il momento nel quale Dio interpella l’uomo, e lo pone di fronte a una scelta che, secondo la sua corrispondenza o il suo rifiuto della grazia, è destinata a orientarne il futuro.

Per mons. Marcel Lefebvre il proprio kairos giunse nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1988, in cui egli maturò la decisione che avrebbe segnato definitivamente la sua vita e la storia della Fraternità San Pio X: ritirare la firma apposta poche ore prima al protocollo d’intesa con la Santa Sede e procedere comunque alle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio.

Per comprendere quella decisione, che rappresentò uno spartiacque storico, occorre tornare ai mesi precedenti. Nel novembre 1987, Giovanni Paolo II aveva inviato a Écône il cardinale Édouard Gagnon come Visitatore apostolico. La visita si concluse con una relazione di circa trenta cartelle consegnata al Papa nel gennaio 1988, nella quale il porporato canadese formulava un giudizio sostanzialmente positivo sulla situazione della Fraternità e suggeriva una soluzione canonica capace di favorirne la piena riconciliazione con Roma.

Nel frattempo, tuttavia, mons. Lefebvre aveva annunciato pubblicamente la propria intenzione di consacrare almeno tre vescovi entro il 30 giugno 1988, anche in assenza dell’autorizzazione pontificia. Giovanni Paolo II non rinunciò alla via del dialogo. Furono organizzati incontri tra rappresentanti della Santa Sede e della Fraternità il 12 e il 15 aprile 1988, ai quali parteciparono teologi e canonisti delle due parti. L’esito favorevole di queste conversazioni rese possibile un nuovo incontro, il 5 maggio, tra il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e mons. Lefebvre.

L’incontro si concluse con la firma di un protocollo d’intesa destinato a rimanere uno dei documenti più importanti della recente storia ecclesiastica. Nella prima parte, di carattere dottrinale, mons. Lefebvre, a nome proprio e della Fraternità, dichiarava di professare la fedeltà alla Chiesa cattolica e al Romano Pontefice; accettava la dottrina contenuta nel n. 25 della costituzione Lumen gentium circa il Magistero ecclesiastico e l’assenso ad esso dovuto; si impegnava a mantenere un atteggiamento di studio e di dialogo con la Santa Sede, evitando polemiche sui punti controversi del Concilio Vaticano II e delle riforme successive; riconosceva la validità della Messa e dei sacramenti celebrati secondo i libri liturgici promulgati da Paolo VI e da Giovanni Paolo II; prometteva infine di rispettare la disciplina generale della Chiesa, salva la speciale disciplina canonica che sarebbe stata riconosciuta alla Fraternità.

In cambio, la Santa Sede offriva una soluzione canonica di ampia portata. La Fraternità sarebbe stata eretta in Società di vita apostolica di diritto pontificio, dotata di una significativa autonomia rispetto ai vescovi diocesani per quanto riguardava il culto, la formazione e l’apostolato. Le sarebbe stato riconosciuto il diritto di continuare a utilizzare i libri liturgici del 1962. Sarebbe stata costituita una commissione mista, composta da rappresentanti della Santa Sede e della Fraternità, incaricata di risolvere le eventuali controversie. Era inoltre prevista la revoca della suspensio a divinis inflitta a mons. Lefebvre, la sanazione degli atti eventualmente compiuti senza le necessarie facoltà e il riconoscimento giuridico delle case e delle opere della Fraternità. Soprattutto, il protocollo riconosceva l’opportunità di conferire l’episcopato a un membro della Fraternità, scelto da una terna proposta da mons. Lefebvre. La questione del vescovo, che costituiva la preoccupazione principale del fondatore, sembrava dunque aver trovato una soluzione. Il testo integrale dell’accordo fu pubblicato nei giorni successivi dal Bollettino della Santa Sede, dal quotidiano “Présent” e dalla stessa Fraternità San Pio X.

Meno di ventiquattro ore dopo la firma, tutto cambiò. Il 6 maggio mons. Lefebvre indirizzò al cardinale Ratzinger una lettera nella quale dichiarava di non ritenere sufficienti le garanzie ricevute. Chiedeva che la consacrazione del futuro vescovo fosse fissata entro il 30 giugno, aggiungendo che, in mancanza di una risposta positiva, si sarebbe considerato moralmente obbligato a procedere egli stesso alle consacrazioni episcopali.

Che cosa accadde in quella notte insonne tra il giovedì 5 e il venerdì 6 maggio, che mons. Lefebvre trascorse nel priorato della Fraternità di Albano in via Trilussa, assieme ad alcuni tra i più stretti collaboratori? Di certo, fu la decisione del 6 maggio 1988 a segnare il punto di non ritorno. Da quel momento il dialogo si trasformò progressivamente in una corsa contro il tempo. Il 24 maggio si svolse un ultimo incontro tra le parti, nel quale il cardinale Ratzinger, a nome di Giovanni Paolo II, prospettò la possibilità di procedere alla nomina episcopale entro il 15 agosto, subordinandola al ristabilimento di un clima di fiducia e di riconciliazione con la Santa Sede sulla base del protocollo già firmato. Mons. Lefebvre, con una lettera del 2 giugno, respinse tale proposta, insistendo sulla data del 30 giugno e sulla nomina di tre vescovi per garantire la vita e le attività della Fraternità. In un’ultima lettera del 9 giugno, Giovanni Paolo II supplicò mons. Lefebvre di riflettere sulla gravità delle conseguenze del gesto che si accingeva a compiere, invitandolo a ritornare «nell’umiltà alla piena obbedienza al Vicario di Cristo».

Il 30 giugno 1988, assistito da mons. Antônio de Castro Mayer, Mons. Marcel Lefebvre consacrò quattro vescovi senza mandato pontificio: Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta. Giovanni Paolo II reagì con il motu proprio Ecclesia Dei adflicta, del 2 luglio, qualificando l’atto come «scismatico» e dichiarando che i consacranti e i consacrati erano incorsi nella scomunica latae sententiae prevista dal diritto canonico.

Il chronos ha fatto il suo corso: sono trascorsi da allora trentotto anni. Ma il kairos del 1988, l’ora in cui la Provvidenza concentrò nelle mani di mons. Lefebvre il peso di una decisione storica, continua a proiettare la propria ombra sul presente. Il 1° luglio 2026 rappresenta uno dei momenti più significativi nella storia dei rapporti tra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X: non perché apra una crisi nuova, ma perché rende evidente che la crisi del 1988 non è mai stata veramente superata. Essa entra ora in una fase diversa, nella quale il problema non è più soltanto la legittimità di quattro consacrazioni episcopali, ma l’esistenza di un problema dottrinale e la permanenza nel tempo di una successione di vescovi destinata a perpetuarsi indipendentemente dall’autorità del Romano Pontefice.







Aborto, vietarlo sui cani ma non sui bambini: il video che disturba




Un esperimento sociale che mostra il doppio standard morale sull’aborto tra bambini e cuccioli di cane non ancora nati. Ecco il video.


Ultimissime


Redazione UCCR, 30 Giu 2026

Una classica contraddizione della nostra epoca.

Un video diventato virale sui social ha mostrato con sorprendente efficacia come l’amore per gli animali supera abbondantemente quello verso i bambini.

Firme contro l’aborto sui cani

Gli autori dell’esperimento sociale si avvicinano ai passanti chiedendo di firmare una petizione contro l’aborto dei cuccioli di cane.

Viene spiegato che, quando i canili sono sovraffollati, alcuni cuccioli vengono soppressi prima della nascita, descrivendo in termini crudi le procedure utilizzate. Si chiede una firma per dare loro una nuova casa piuttosto che ucciderli nel grembo materno.

Le reazioni sono quasi unanimi: indignazione, compassione e disponibilità a firmare immediatamente la petizione.



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Per i bambini le reazioni cambiano

Una volta ottenuta la firma, però, arriva il colpo di scena.

L’intervistatore rivela che lo stesso tipo di procedura viene praticato anche sugli esseri umani non ancora nati e chiede ai partecipanti se siano disposti a firmare una seconda petizione per difendere anche i bambini nel grembo materno.

A questo punto le persone si tirano indietro.

Le reazioni cambiano: alcuni rifiutano semplicemente di proseguire la conversazione, altri dicono che la scelta spetta esclusivamente alla donna. Indipendentemente se da ciò dipende la vita e la morte di un altro essere umano.

La difficoltà razionale di riconoscere una dignità oggettiva e indipendente dalle circostanze è palpabile e le sovrastrutture mentali generate da decenni di femminismo sembrano ancora avere il sopravvento.


video:

https://youtu.be/IxfUc6fcxDc