venerdì 31 luglio 2026

Il responsabile della liturgia vaticana afferma che Papa Leone non revoca le restrizioni sulla Messa in latino


Papa Francesco e Card. Arthur Roche





di Sabino Paciolla, 31 luglio 2026

Il cardinale Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino, ha chiarito che Papa Leone XIV non intende revocare la Traditionis Custodes, il decreto con cui Papa Francesco nel 2021 ha limitato la celebrazione della Messa latina pre-Vaticano II secondo il Messale del 1962. In un’intervista alla rivista The Tablet pubblicata il 29 luglio, Roche ha dichiarato che “Papa Leone non modificherà la Traditionis Custodes e che il pontefice non tornerà alla precedente normativa più permissiva introdotta da Benedetto XVI nel 2007.

E’ quanto riporta Justin McLellan in un suo articolo Pubblicato su National Catholic Reporter.

La Traditionis Custodes impone ai sacerdoti di ottenere l’autorizzazione del vescovo per celebrare la Messa antica e obbliga le comunità legate a questa liturgia a riunirsi in luoghi diversi dalle chiese parrocchiali ordinarie. Al contrario, con il suo motu proprio, Summorum pontificum, Papa Benedetto XIV non prevedeva questi vincoli e autorizzazioni. Il tema resta divisivo tra cattolici tradizionalisti e chi sostiene la visione post-conciliare della Chiesa.

Nonostante alcuni segnali di apertura — come le dispense temporanee concesse a due diocesi statunitensi e il permesso dato al cardinale Raymond Burke di celebrare una Messa antica in San Pietro — il Vaticano sotto Leone XIV non ha cambiato posizione ufficiale: la liturgia riformata post Concilio Vaticano II resta l’unica forma riconosciuta del rito. A gennaio, durante il Concistoro, un testo firmato da Roche e distribuito ai cardinali ribadiva che dovrebbe esistere “un solo rito per la celebrazione della Messa”.

Roche ha inoltre difeso il valore della liturgia riformata, sostenendo che offre ai fedeli un nutrimento spirituale più ricco rispetto alla forma del 1962, grazie a una maggiore proposta delle Scritture e a una partecipazione più attiva dei laici, in linea con lo spirito del Concilio Vaticano II. Ha inoltre respinto le accuse di “persecuzione” mosse da alcuni gruppi tradizionalisti, sottolineando come le concessioni già esistenti smentiscano tale narrazione.






«Alleviamo la sofferenza senza contribuire alla morte»



Magnific IA

Due settimane dopo l'approvazione definitiva della legge sul suicidio assistito in Francia, un gruppo di 150 leader di istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana ha pubblicato un appello

Francia


Manuela Antonacci, 31 luglio 2026 

L’approvazione della legge sul suicidio assistito, in Francia, avvenuta due settimane fa, continua a scatenare polemiche e divisione sociale. Subito dopo il passaggio parlamentare, il mondo della sanità di ispirazione cristiana ha, infatti, lanciato un grido d’allarme compatto.

Ben 150 leader di istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana hanno pubblicato un solenne appello su La Croix . Ospedali, hospice, case di riposo, congregazioni religiose, tutti si ribellano all’idea di essere costretti ad accogliere l'eutanasia o il suicidio assistito tra le loro mura e riaffermano, anzi, la loro vocazione principale: curare, accompagnare e soccorrere, senza causare la morte dei propri pazienti.

Tra i firmatari ci sono i direttori degli ospedali Saint-Joseph di Marsiglia, Parigi e Lione, l'Ordine di Malta Francia, la Fondazione Saint-Jean-de-Dieu, l'Istituto Cattolico di Lille, le Piccole Suore dei Poveri, la Fondazione Simon-de-Cyrene e molti hospice di tutto il paese. Nel loro testo, i firmatari ricordano che il loro impegno non si basa su una posizione ideologica, ma sulla loro missione di cura:
«Siamo impegnati quotidianamente con gli ammalati, gli anziani, i disabili e le persone in fin di vita. Rifiutiamo che i nostri locali diventino luoghi dove le persone vengano aiutate a morire».
Il nocciolo della protesta riguarda il rifiuto da parte dell’Assemblea Nazionale francese, di approvare gli emendamenti che avrebbero garantito una “clausola di coscienza istituzionale”. Perché è vero che la legge permette l’obiezione di coscienza, tuttavia, si tratta in parte di una foglia di fico perché imporrebbe alle strutture sanitarie persino private e confessionali, non solo di accogliere, ma anche di somministrare il suicidio assistito e l’ eutanasia, seppure per mezzo di medici esterni.

Inoltre, citando gli studi dello psicoanalista Christophe Dejour, i 150 firmatari parlano di "sofferenza etica", riferendosi alle devastanti conseguenze psicologiche per le equipe mediche obbligate a «permettere questi atti letali» mentre hanno abbracciato la missione di «aiutare a vivere il meglio possibile fino alla fine, i pazienti, senza causarne la morte».

Per Cédric Chalret du Rieu, Presidente dell’Ordine di Malta in Francia, una delle realtà caritative medico-sociali più importanti del paese, la posta in gioco è altissima.

«Questo – afferma- è radicalmente contrario al nostro DNA: proteggere la vita, dalla sua concezione fino alla fine». E crede che a causa di questo obbligo e in assenza di un riconoscimento della libertà istituzionale, le organizzazioni potrebbero vedersi costrette a cedere le strutture e la loro gestione.

«Non possiamo collaborare con un'opera di morte» – ha affermato con decisione.

Ricorda, inoltre, che le loro strutture «non sono ospedali dove si resta per un’ assistenza momentanea, spesso senza conoscere il proprio coinquilino: le persone vivono lì insieme per anni, stringono legami forti. Già una morte naturale è un vero terremoto per la comunità della vita». L’introduzione dell’eutanasia, perciò, lascia intendere Chalret du Rieu diventerebbe un’esperienza ancora più devastante per tutti.

I firmatari concludono il loro articolo sottolineando il ruolo centrale attribuito alle cure palliative nei loro istituti, che mirano ad alleviare la sofferenza e non a "causare la morte". Una priorità condivisa da Cédric Chalret du Rieu, che si rammarica perché l’investimento su di esse rimane insufficiente.

Fa notare, infatti, che in Francia, circa il 50% di tali richieste, in merito, rimane senza risposta.

Il presidente dell'Ordre de Malte France conclude: «La cura, nel senso dell'OMS, non è solo assistenza medica. È anche una cura da un punto di vista psicologico e spirituale. Siamo qui per proteggere la vita e riportare le persone alla loro dignità».

Di fronte alle preoccupazioni sollevate dalle condizioni di applicazione della legge, diversi attori politici, tra cui il Primo Ministro Sébastien Lecornu e il Presidente del Senato Gérard Larcher, hanno deciso di sottoporre la questione al Consiglio Costituzionale, con una serie di ricorsi, in attesa che il Consiglio si esprima sulle libertà costituzionali della legge, prima della sua definitiva entrata in vigore. Tutto questo indica che la battaglia riguardante la legge sul fine vita, in Francia, sta oltrepassando, ormai, il confine legislativo e sta toccando il cuore della libertà della coscienza. Quello che è accaduto pone, infatti, una domanda forte di fondo: fino a che punto lo stato, può imporre un simile tipo di “collaborazione” a chi era impegnato in un ruolo nettamente contrario, invadendo e stravolgendo il campo stesso della coscienza? Il leviatano di hobbesiana memoria, trova in questo passaggio della storia francese, una nuova, dolorosa, incarnazione?





Vescovo Fischer: "Il pregiudizio anticattolico è trattato come una forma di intolleranza accettabile"



Mons. Antony Fischer - Fonte: Diocesi di Sydney

Il vescovo di Sidney interviene sulla controversia relativa a uno spazio artistico sovvenzionato dal governo che parodia l'Eucaristia e la vita religiosa in un'ex chiesa cattolica, chiedendo che venga riservato lo stesso rispetto delle altre fedi.

AUSTRALIA


Paola Belletti, 30 luglio 2026 

I sacerdoti della libertà d'espressione non hanno dogmi, se non quello che vuole questa libertà assoluta, sciolta da qualsiasi limite. Anche quello della decenza, ma ancor più del rispetto per ciò che è sacro. A Sidney, in una piccola chiesa cattolica sconsacrata dagli anni '30, era stata organizzata una serie di eventi "artistici" che però avevano mostrato una particolare predilezione tutt'altro che devota per simboli sacri della fede cattolica, l'Eucarestia in particolare che non è simbolo ma Sacramento. La Saint John the Evangelist, dopo essere rimasta chiusa l'ultimo anno, era stata addirittura "riportata in vita come spazio artistico inclusivo per la comunità LGBTQ+, inaugurando l'8 luglio con un permesso valido per un anno". Così leggiamo su The Guardian che anche nella scelta di parole e immagini per descrivere i fatti non resiste e a sua volta scimmiotta contenuti cattolici.

"Ci vogliono mesi di amore e cura per dare vita a un edificio vuoto, ma solo tre giorni per demolirlo". Espressione che sembra fare il verso nientemeno che a Nostro Signore quando parla del tempio del Suo corpo. E di nuovo: "per soli tre giorni, il Divine Playhouse è esistito come previsto, ospitando una festa di inaugurazione, una serata di cabaret queer e una discoteca." Seguono alti lai di protesta per l'ingiustificata reazione, a detta degli organizzatori degli eventi, che ha portato alla chiusura e alla rescissione del contratto d'affitto "per attività commerciali offensive". E mentre i campioni di inclusività vanno per avvocati, sostenendo che è ora di finirla con questa oppressione, chi ha protestato mantiene la calma, avendo opposto alle offese una veglia di preghiera. Non un gruppo di beghine, ma il vitaminico movimento cattolico soprattutto maschile Fit for the Kingdom. Si sono radunati e, in ginocchio, hanno recitato il santo rosario.

A levare la voce, pacata ma ferma, è stato il vescovo di Sidney, monsignor Antony Fisher:

«Sostenere la libertà di parola non significa che ogni forma di espressione sia positiva, né che le espressioni offensive debbano rimanere impunite. La libertà di parola comprende non solo il diritto di parlare, esibirsi e creare, ma anche il diritto, e talvolta la responsabilità, di dire chiaramente quando qualcosa è inappropriato, offensivo o sbagliato. Gli spettacoli e le iniziative promozionali del Divine Playhouse, allestito in un'ex chiesa cattolica di Sydney, non sono certo espressioni artistiche neutre. Le immagini sui social media mostrano un maiale che offre patatine fritte di McDonald's come "Corpo di Cristo", artisti maschi vestiti da suore ed eventi pubblicizzati con titoli come "Disordine della domenica" e "Confessioni sacrileghe"».

"CCA' NISSIUN è FESS"

A difesa di quello che si configura come un vero e proprio abuso, insultare la fede altrui, gli "artisti" avrebbero spiegato che i riferimenti al cristianesimo non avevano scopo lesivo: è colpa dei cristiani, insomma, troppo suscettibili (una dinamica da narcisista manipolatore). Ma l'arcivescovo non tentenna: «Non si trattava di riferimenti casuali al cristianesimo, né di semplici critiche alle istituzioni religiose. Piuttosto, rappresentavano una deliberata appropriazione, sessualizzazione e denigrazione di simboli e rituali specifici e sacri della fede cattolica. Le affermazioni secondo cui questi eventi non erano finalizzati a deridere i cattolici non sono convincenti. »

Sua Eccellenza non ha dubbi. I cattolici non si sono offesi perché hanno la pelle troppo sottile o sono degli invasati: il linguaggio scelto, i soggetti di opere e rappresentazioni del programma artistico del Divine Playhouse prendevano deliberatamente di mira quanto di più caro la Chiesa abbia da offrire al mondo: Cristo nel mistero del Santissimo. Un tesoro, peraltro, che chi si è convertito ha il dovere di difendere per tutti, anche per conto di coloro che ora lo deridono.

"CIO' CHE ABBIAMO DI PIU' CARO"

«Per i cattolici, l'Eucaristia non è un motivo culturale che si presta alla parodia. È il sacramento al centro del nostro culto: la presenza di Cristo stesso, donata realmente e veramente. Gli abiti religiosi non sono costumi da indossare per una fotografia o per fare umorismo; raccontano di donne che hanno dedicato tutta la loro vita a Dio e al servizio degli altri. Il crocifisso non è un semplice oggetto di scena; è l'immagine di un uomo che muore per amore di coloro che lo deridono.  In risposta a questi attacchi, i cattolici hanno dato una pacifica testimonianza pubblica attraverso la preghiera e il canto, dimostrando che un dissenso serio può essere espresso senza intimidazioni, abusi o odio.  Imparate, cari fratelli LGBT, come si fa: non lanciate il sasso per poi nascondere la mano e assumere pose vittimistiche. La Chiesa, piena di limiti nella sua umanità, si può criticare, ferire deliberatamente no. Chi ne fa parte ha diritto e dovere di opporsi, senza alcuna forma di violenza, peraltro.

In un ulteriore affondo, l'arcivescovo invita tutti a riflettere su cosa sia la vera maturità:

L'autentica espressione dell'identità o delle credenze di una persona non dovrebbe mai dipendere dalla denigrazione di quelle altrui. Inoltre, "tolleranza" e "inclusività" non dovrebbero imporre ai cattolici di rimanere in silenzio quando ciò che considerano sacro viene oggetto di scherno e disprezzo. 

QUANTE GUANCE ABBIAMO?

Non c'è monito evangelico forse più mal compreso di questo: «se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l'altra». Non un invito alla codardia, ma al vero dominio di sé e al coraggio che spezza la catena dell'odio. Con questa pazienza, dunque, i cristiani hanno opposto resistenza, senza attaccare nessuna persona, ma denunciando il male per quello che è. Non si sono offesi perché le opere erano in una ex chiesa, cosa che ha certamente colpito emotivamente ma che non è il cuore del problema. Il vescovo osserva ancora che il fatto che questi eventi «abbiano ricevuto un finanziamento di 100.000 dollari tramite una sovvenzione di Create NSW. Il Premier ha indicato che la sovvenzione sarà esaminata, e questo è positivo. Meno rassicurante è il fatto che alcuni suoi colleghi parlamentari e altri funzionari pubblici si siano affrettati a difendere gli spettacoli e a liquidare le obiezioni cattoliche come omofobia. »

PRENDERSELA CON LA CHIESA è SEMPRE DI TENDENZA

Si chiede infine se avrebbero reagito allo stesso modo se a essere oggetto di ridicolizzazione e disprezzo fossero state altre religioni. «Per troppo tempo, il pregiudizio anticattolico è stato trattato come una forma di intolleranza relativamente accettabile. Abbiamo il diritto di chiedere che le nostre sacre credenze non vengano prese di mira e derise con fondi pubblici, e che quando esprimiamo la nostra opposizione pacificamente, le nostre obiezioni non vengano fraintese come odio».

Piuttosto, riflettano i paladini della libertà artistica: non sono forse a corto di idee se le uniche che riescono a rimediare sono caricature, blasfeme, di simboli altrui? Troveremo modo di dirlo loro con le dovute maniere, non sia mai che si offendano. 

(Foto: Mons. Antony Fischer - Fonte: Diocesi di Sydney)






giovedì 30 luglio 2026

L’ inganno della morte cerebrale. Trapianti, eutanasia e una nuova antropologia



Intervista con il dott. Alfredo De Matteo autore di "L'inganno della morte cerebrale. Trapianti, eutanasia e una nuova antropologia", Ed Maniero del Mirto, 2026.




di Cinzia Notaro

Un libro del dott. Alfredo De Matteo studioso italiano che si occupa di bioetica, psicologia clinica e antropologia filosofica, con particolare interesse per le questioni riguardanti la tutela della vita umana. Dottore in psicologia clinica, ha svolto attività di divulgazione e ricerca sui temi della morte cerebrale, dei trapianti d’organo, dell’eutanasia e dell’etica medica. Ha collaborato con diverse riviste di approfondimento culturale e bioetico ed è stato membro del Comitato della Marcia per la Vita dal 2011 al 2019.

Il tema della morte cerebrale rappresenta uno dei più complessi e controversi dibattiti della medicina contemporanea, perché coinvolge non soltanto l’ambito clinico, ma anche questioni di carattere etico, filosofico, giuridico e antropologico.

A partire dagli anni Sessanta, con lo sviluppo delle tecniche di rianimazione e dei primi grandi progressi nel campo dei trapianti d’organo, la medicina si è trovata davanti alla necessità di definire nuovi criteri per stabilire il momento della morte.

Nel 1968 il rapporto del comitato della Harvard Medical School introdusse il criterio neurologico della morte cerebrale, modificando il tradizionale riferimento alla cessazione delle funzioni cardiache e respiratorie e aprendo un ampio dibattito internazionale sulle implicazioni di questa definizione.

L’autore affronta questo tema attraverso una prospettiva interdisciplinare, mettendo in relazione la storia della medicina dei trapianti, le questioni scientifiche legate alla definizione di morte, le riflessioni filosofiche sul significato della persona umana e gli aspetti giuridici che regolano l’accertamento della morte e la donazione degli organi.

Propone altresì, una lettura critica del concetto di morte cerebrale, interrogandosi sul rapporto tra attività cerebrale, vita biologica e identità della persona.

La sua analisi si inserisce nel più ampio dibattito della bioetica contemporanea, dove si confrontano diverse concezioni dell’essere umano: da una parte una visione che attribuisce al cervello il ruolo fondamentale nell’identità personale, dall’altra una prospettiva che considera la persona come un’unità complessa di corpo, vita e dimensione spirituale.

Approfondisce anche le conseguenze etiche e giuridiche del criterio della morte cerebrale, ponendo domande sul rapporto tra tutela della vita, consenso alla donazione degli organi, responsabilità medica e scelte di fine vita.

Questi interrogativi rendono il tema particolarmente rilevante non solo per il mondo sanitario, ma per l’intera società.

Dott. De Matteo, qual è stata la motivazione principale che l’ha spinta a scrivere L’inganno della morte cerebrale? C’è stato un episodio, uno studio o un’esperienza che ha dato origine a questa ricerca?

La domanda da cui è nato questo libro è molto semplice: quando muore davvero un uomo?

Si discute di trapianti, di eutanasia, di consenso informato, di fine vita, ma raramente ci si interroga sul presupposto da cui tutto dipende: che cos’è la morte e chi è l’uomo?

La mia ricerca non è nata da un episodio particolare, bensì dalla progressiva consapevolezza che il concetto di morte è stato profondamente modificato negli ultimi decenni. Mi sono reso conto che quella che viene comunemente presentata come una conquista della medicina è, in realtà, una ridefinizione del concetto stesso di morte. Si tratta di un salto concettuale enorme, perché non riguarda soltanto la pratica clinica, ma il modo in cui una civiltà concepisce la persona umana.

Pertanto, ho iniziato a studiare la storia della morte cerebrale, le sue origini, le argomentazioni scientifiche, le implicazioni filosofiche e giuridiche. Più approfondivo la questione, più mi convincevo che non ci trovavamo di fronte a un semplice problema medico, ma a una delle più importanti rivoluzioni antropologiche del nostro tempo.

Questo libro nasce dall’esigenza di riportare il dibattito al suo punto di partenza. Prima di parlare di “donazione degli organi”, dobbiamo rispondere a una domanda molto più radicale: la persona dalla quale quell’organo viene prelevato è davvero morta?

Nel libro sostiene che la morte cerebrale non coincida con la morte della persona. Quali sono le principali evidenze scientifiche, cliniche e filosofiche che la portano a questa conclusione?

La questione non può essere affrontata limitandosi al piano clinico, perché il concetto stesso di morte non appartiene esclusivamente alla medicina. La medicina può descrivere ciò che accade a un organismo, ma non può decidere, da sola, quando una persona debba essere considerata morta. Questa è inevitabilmente anche una questione filosofica, antropologica e giuridica.

Nel libro mostro come il criterio neurologico della morte non sia nato da una nuova scoperta scientifica, ma da una ridefinizione del concetto di morte. È un passaggio decisivo. Per secoli la morte è stata riconosciuta attraverso la cessazione irreversibile dell’unità dell’organismo. Con la morte cerebrale, invece, si identifica la morte della persona con la perdita irreversibile delle funzioni encefaliche, nonostante il corpo continui a manifestare numerose attività proprie di un organismo vivente.

Ed è proprio questo il punto. Se un organismo mantiene la circolazione, il metabolismo, la risposta immunitaria, la capacità di cicatrizzare le ferite e, in alcuni casi documentati, perfino quella di portare a termine una gravidanza, è legittimo chiedersi se ci troviamo realmente di fronte a un cadavere oppure a un essere umano che necessita di cure e assistenza, quindi ancora biologicamente vivo.

Nel libro non mi limito a porre questa domanda: analizzo la letteratura scientifica, la riflessione filosofica e le implicazioni giuridiche che ne derivano. Alla fine, il lettore comprenderà che la questione non è semplicemente quando il cervello smette di funzionare, ma una domanda molto più radicale: l’uomo coincide davvero con il suo cervello?

La maggior parte delle società scientifiche considera la morte cerebrale un criterio valido di morte. Come interpreta questo consenso e quali ritiene siano le criticità del dibattito scientifico attuale?

Si parla spesso di un consenso scientifico sulla morte cerebrale come se si trattasse di una realtà univoca e universalmente definita. In realtà, basta confrontare i protocolli di accertamento della morte cerebrale adottati nei diversi Paesi per accorgersi che non esiste un accordo neppure sui criteri fondamentali per dichiarare morto un paziente.

La comunità scientifica, infatti, non ha mai raggiunto una posizione uniforme su una questione decisiva: quali funzioni cerebrali debbano cessare perché una persona possa essere dichiarata morta. Alcuni ordinamenti richiedono la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’intero encefalo, mentre altri attribuiscono rilievo prevalentemente al tronco encefalico. Se il criterio di morte fosse un dato puramente scientifico, ci si aspetterebbe una sostanziale uniformità. Questa uniformità, invece, non esiste.

A ciò si aggiunge un secondo problema: i test clinici oggi disponibili non sono in grado di dimostrare la cessazione definitiva e irreversibile di tutte le funzioni cerebrali. Essi consentono di accertare l’assenza temporanea di alcune funzioni neurologiche, ma non possono verificare in modo assoluto che ogni attività dell’encefalo sia definitivamente cessata. Anche sotto questo profilo permane un margine di incertezza che difficilmente si concilia con una definizione di morte presentata come scientificamente indiscutibile.

Per questo motivo il dibattito non si è mai realmente concluso. Autorevoli medici, neurologi, filosofi, giuristi e bioeticisti continuano a interrogarsi sulla validità del criterio neurologico e sulle sue implicazioni antropologiche e giuridiche.

Il consenso può descrivere ciò che molti ritengono vero, ma non può trasformare una definizione convenzionale in un fatto biologico.

Lei dedica ampio spazio alla questione dei trapianti d’organo. Se il criterio della morte cerebrale fosse superato, quali alternative eticamente e giuridicamente sostenibili proporrebbe per continuare a promuovere la donazione degli organi?


Ritengo che la questione debba essere affrontata partendo da un principio fondamentale: la definizione della morte non può essere costruita in funzione delle esigenze della pratica dei trapianti. Al contrario, è la pratica dei trapianti che deve adattarsi alla verità sulla morte.

L’obiettivo del libro è quello di verificare se il criterio della morte cerebrale descriva realmente la morte della persona. Se questa premessa dovesse risultare infondata, sarebbe inevitabile ripensare completamente anche l’attuale sistema dei trapianti.

Quando è in gioco la vita di una persona, il criterio etico fondamentale deve essere uno solo: nessun organo può essere prelevato finché non vi sia la certezza della morte del donatore. Ogni altro interesse, per quanto nobile, deve rimanere subordinato a questo principio.

Nel sottotitolo del libro compare anche il tema dell’eutanasia. Qual è il legame che vede tra la ridefinizione del concetto di morte, la pratica dei trapianti e il dibattito sull’eutanasia?

A prima vista possono sembrare questioni completamente diverse. In realtà, a mio giudizio, sono espressione di una medesima trasformazione antropologica.

Nella tradizione filosofica classica la persona non è mai stata definita a partire dalle sue prestazioni, ma dal suo statuto ontologico. La dignità dell’essere umano era riconosciuta come intrinseca, cioè appartenente alla persona in quanto tale, indipendentemente dall’età, dallo stato di salute, dal grado di coscienza o dalle capacità cognitive. Negli ultimi decenni, invece, si è progressivamente affermata una concezione funzionalista della persona, secondo la quale il valore della vita dipenderebbe da determinate funzioni, come la coscienza, l’autonomia o l’attività cerebrale.

In questa prospettiva, se la morte cerebrale identifica la persona con il cervello, la pratica eutanasica si fonda sul presupposto che alcune vite non siano più degne di essere vissute. Ad una lettura superficiale le due questioni appaiono separate. Tuttavia, il principio antropologico che le sottende è lo stesso: il valore della persona non dipende da ciò che essa è, ma da ciò che essa è in grado di fare.

È proprio questo, a mio avviso, il passaggio culturale più preoccupante. Se il valore della persona viene fatto dipendere dalla performance biologica, cambia inevitabilmente anche il giudizio sulla sua esistenza. Il paziente gravemente cerebroleso non è più considerato innanzitutto una persona bisognosa di cure e assistenza, ma un soggetto che può essere dichiarato morto in base a criteri neurologici stabiliti a tavolino; allo stesso modo, il malato inguaribile può essere considerato una vita non più degna di essere vissuta. In entrambi i casi, il giudizio non riguarda più la persona in quanto tale, ma le sue capacità funzionali.

Per questo motivo ritengo che la morte cerebrale e l’eutanasia non rappresentino due questioni indipendenti, ma due tappe di uno stesso percorso culturale, nel quale la dignità della persona viene progressivamente subordinata alla sua funzionalità.

Lei parla di “una nuova antropologia”. Che cosa intende con questa espressione e in che modo ritiene che essa stia influenzando la medicina, la bioetica e la società contemporanea?

Con l’espressione “nuova antropologia” mi riferisco a un cambiamento profondo nel modo di concepire la persona umana. Come già ho accennato in precedenza, per secoli la nostra civiltà ha riconosciuto nell’uomo una dignità intrinseca, fondata sull’essere e non sulle sue qualità, sulle sue capacità o sul suo stato di salute. Oggi, invece, si tende sempre più a identificare la persona con alcune sue funzioni, in particolare quelle cerebrali.

In questa prospettiva, la coscienza, l’autonomia, la capacità di relazionarsi o di manifestare determinate funzioni cognitive diventano il criterio con cui si misura il valore della vita umana. È un cambiamento radicale, perché sposta il fondamento della dignità dall’essere al funzionare.

La morte cerebrale rappresenta uno degli esempi più significativi di questa trasformazione. Se si afferma che la perdita irreversibile delle funzioni encefaliche (o presunta tale) coincide con la morte della persona, pur in presenza di un organismo ancora biologicamente vivo, si sta implicitamente affermando che l’uomo coincide con il suo cervello. È questa l’idea che il libro analizza criticamente.

Le conseguenze di questa concezione vanno ben oltre il tema dei trapianti. Essa influenza il modo in cui guardiamo all’embrione, al neonato, al disabile grave, al malato in stato vegetativo, all’anziano affetto da demenza, fino ad arrivare alle questioni dell’eutanasia e del fine vita. Ogni volta che il valore della persona viene fatto dipendere dalle sue funzioni, si introduce inevitabilmente una distinzione tra vite degne e indegne di essere vissute.

Il messaggio centrale del libro è esattamente l’opposto: la dignità della persona non aumenta né diminuisce con le sue capacità. Appartiene all’uomo in quanto uomo e, proprio per questo, deve essere riconosciuta e tutelata in ogni fase della sua esistenza, soprattutto quando è più fragile e indifesa.

Nel corso della sua ricerca ha certamente preso in considerazione le obiezioni alla sua tesi. Quali considera le più solide e come risponde alle critiche provenienti dalla comunità scientifica e bioetica?

L’obiezione che ricorre più spesso è quella secondo la quale mettere in discussione il criterio della morte cerebrale significhi mettere in discussione la medicina moderna e, di conseguenza, i trapianti d’organo. È un’obiezione che nasce da un equivoco.

Il mio libro non contesta i progressi della medicina né l’importanza della ricerca scientifica, semmai contesta l’idea che una questione così decisiva come la definizione della morte possa essere considerata definitivamente risolta solo perché esiste una prassi consolidata o un orientamento prevalente. La nuova definizione di morte basata sulla cessazione delle sole funzioni cerebrali non è mai stata validata proprio da un punto di vista strettamente scientifico.

Un’altra obiezione consiste nell’affermare che, senza il criterio neurologico, la medicina dei trapianti non sarebbe più praticabile. Ma questa non è una dimostrazione della validità del criterio. È, semmai, il riconoscimento che l’intero sistema dei trapianti dipende da quel presupposto. La domanda, allora, rimane la stessa: quel presupposto è vero?

Ritengo che su una questione tanto fondamentale non sia sufficiente richiamare il consenso o le esigenze della pratica clinica. Se è in gioco la vita di una persona, il criterio utilizzato per dichiararne la morte deve essere fondato su certezze, non su convenzioni o su tesi controverse e mai dimostrate.

Il libro affronta temi che coinvolgono anche il diritto, la politica sanitaria e la comunicazione pubblica. Ritiene che i cittadini ricevano un’informazione completa e trasparente sul significato della morte cerebrale e sul consenso alla donazione degli organi?

Ritengo che l’informazione fornita ai cittadini sia gravemente incompleta. Le campagne istituzionali insistono sull’importanza della solidarietà e della donazione degli organi, ma dedicano pochissimo spazio al dibattito scientifico, clinico e filosofico che riguarda il criterio della morte cerebrale.

Molti cittadini sono convinti che la morte cerebrale corrisponda semplicemente alla cessazione di ogni attività dell’organismo. In realtà, come documentato nel libro, il paziente dichiarato in morte cerebrale mantiene attive numerose funzioni biologiche che non appartengono a un cadavere propriamente detto ma a una persona ancora viva fino a prova contraria.

In definitiva, un consenso può dirsi libero solo se la persona conosce non soltanto le finalità della donazione, ma anche i presupposti sui quali essa si fonda.

Se potesse proporre una riforma dell’attuale sistema di accertamento della morte o della normativa sui trapianti, quali sarebbero i principi fondamentali che suggerirebbe di adottare?

Più che proporre un nuovo sistema di accertamento della morte, ritengo necessario recuperare quello che per secoli è stato il criterio universalmente riconosciuto: la definizione tradizionale di morte, fondata sulla cessazione definitiva delle funzioni vitali dell’intero organismo e confermata dai segni cadaverici.

La morte non è una convenzione giuridica né una definizione elaborata per rispondere alle esigenze della medicina dei trapianti. È un evento biologico che il medico ha il dovere di riconoscere, non di ridefinire. Per questo motivo ritengo che l’accertamento della morte debba fondarsi esclusivamente su criteri che offrano la certezza che la persona sia realmente deceduta.

Se si recuperasse questo principio, bisognerebbe prendere atto di una conseguenza inevitabile: il prelievo degli organi vitali non sarebbe più possibile. Può sembrare una conclusione radicale, ma è la logica conseguenza dell’adozione di una definizione della morte che precede e non dipende dalle esigenze del trapianto.

Nessun obiettivo terapeutico, per quanto nobile, può giustificare il rischio di anticipare la morte di una persona o di prelevare organi da chi non sia certamente morto.

In definitiva, non ritengo che sia la definizione della morte a doversi adattare ai trapianti. È l’intera pratica dei trapianti che deve rispettare la verità sulla morte. Quando è in gioco la vita umana, il primo dovere della medicina è quello di non oltrepassare questo limite.

Dopo la pubblicazione del libro e alla luce degli sviluppi scientifici più recenti, ci sono aspetti delle sue riflessioni che oggi approfondirebbe ulteriormente oppure modificherebbe? Quale messaggio desidera lasciare ai lettori, ai professionisti della salute e ai decisori politici che si confrontano quotidianamente con questi temi?

Se dovessi riscrivere oggi il libro, non ne modificherei l’impianto di fondo. Al contrario, gli sviluppi più recenti confermano quanto sia necessario riaprire il dibattito sulla definizione di morte e sui suoi presupposti antropologici, scientifici ed etici.

Il messaggio che desidero lasciare ai lettori è un invito a non accontentarsi delle formule preconfezionate, ma ad affrontare questi temi con spirito critico, senza pregiudizi e senza timore di porsi domande difficili. Quando è in gioco la vita umana, il dubbio ragionevole non rappresenta un ostacolo al progresso della medicina, bensì una garanzia di responsabilità.

Ai professionisti della salute e ai decisori politici ricordo che una società autenticamente civile si misura dal modo in cui tratta i suoi membri più fragili. Se perdiamo la capacità di riconoscere la dignità della persona proprio quando essa è più vulnerabile e dipendente dagli altri, rischiamo di smarrire il fondamento stesso della nostra civiltà.






Medjugorje rinasce in un giorno: il “miracolo” della Gospa dopo l’attacco



Il popolo di Medjugorje è presente e risponde con incredibile velocità alla profanazione delle scorse ore. Perché Medjugorje coincide con “rinascita”.


Ultimissime
30 Lug 2026

Redazione UCCR

È bastata meno di una giornata per rinascere.

Dopo il grave atto vandalico che ha colpito il santuario di Medjugorje nelle scorse ore, le ferite inferte sono sparite in poche ore.


I danni della profanazione a Medjugorje


I danni dell’incendio hanno colpito il complesso parrocchiale di San Giacomo, con la distruzione dell’altare esterno, oltre all’imbrattamento della statua della Vergine sulla Collina delle Apparizioni e quella presso la Croce Blu.

A commettere la profanazione è stato un giovane polacco, di cui abbiamo parlato ieri.

La Procura di Stato della Bosnia ed Erzegovina ha preso in carico il caso e ha annunciato che richiederà la custodia cautelare.


Il “miracolo” di rinascita a Medjugorje

La risposta del popolo di Medjugorje è stata però immediata e veloce.

I volontari e i giovani della Comunità Cenacolo si sono messi al lavoro fin dalle prime ore del mattino, ricostruendo in pochissimo tempo l’altare e ripulendo le immagini sacre profanate.

Nel giro di poche ore, Medjugorje è tornata ad accogliere pellegrini e fedeli quasi come se nulla fosse accaduto.

Nel tardo pomeriggio, infatti, i fedeli stavano già pregando davanti all’immagine della Vergine completamente restaurata. Il 1° agosto inizierà il 37° Festival Internazionale della Gioventù (Mladifest), si prevede l’arrivo a Medjugorje di circa 50.000 giovani pellegrini da tutto il mondo.

Un segno concreto della determinazione della comunità a non lasciare che un gesto di follia prevalesse sulla vocazione spirituale di uno dei santuari mariani più frequentati al mondo.




Medjugorje fa rima con rinascita


“Rinascita” è forse la parola che meglio di altre descrive quanto avviene nel piccolo paesino della Bosnia-Erzegovina.

Ne ha parlato in queste ore don Davide Banzato, ospite di UCCR qualche mese fa, descrivendo la Gospa come «una madre che non ti chiede di essere perfetto, ma ti accoglie così come sei».

Don Davide si dice commosso nel vedere tanti giovani «ricominciare a vivere, perdonare i genitori, smettere di considerarsi sbagliati, trovare il coraggio di chiedere aiuto per liberarsi da dipendenze o traumi, scoprendo che si può ricominciare».

E’ il miracolo più grande di Medjugorje, spiega il sacerdote, che «rompe un pregiudizio molto diffuso: che la fede sia qualcosa di vecchio, triste, individuale o estraneo alla vita».




La posizione della Chiesa


Ricordiamo che la Santa Sede, pur senza esprimersi sulla soprannaturalità delle presunte apparizioni, ha assunto negli ultimi anni una posizione favorevole alla cura pastorale dei pellegrinaggi.

Con il documento “La Regina della Pace” (2024), il Dicastero per la Dottrina della Fede ha concesso il nihil obstat, riconoscendo che «lo Spirito santo agisce fruttuosamente» a Medjugorje, producendo «abbondanti e diffusi frutti» ed evidenziando la presenza attiva di Dio “in mezzo” al fenomeno spirituale di Medjugorje.

La nota specifica però che la questione dell’origine soprannaturale degli eventi rimane aperta e avvisa che il giudizio non significa che «tutto quello che appartenga a quell’esperienza sia esente da ogni imprecisione, imperfezione o possibile confusione».






Il sinodo interminabile della sinodalità sinodale assembleare






Miguel Escrivá, 28 luglio 2026

Un sinodo è (era) per definizione un evento: veniva convocato, celebrato, chiuso. Così è stato per venti secoli. Il Sinodo sulla sinodalità si è concluso nell’ottobre 2024. Il suo Documento Finale è stato consegnato. Questione chiusa, si potrebbe pensare.

E invece no. Al Sinodo concluso è seguita una «fase di attuazione» (2025-2028). All’attuazione segue ora una «valutazione dell’attuazione»: assemblee diocesane nel primo semestre del 2027, assemblee delle Conferenze Episcopali nel secondo, assemblee continentali nel 2028 e un’«Assemblea ecclesiale» in Vaticano nell’ottobre 2028. E nel caso qualcuno sperasse che la cosa finisse lì, le Note lo avvertono: «il cammino non si conclude, ma si apre a una nuova fase». Tra i criteri per selezionare i partecipanti alle assemblee figura, nero su bianco, che «siano disponibili a sostenere il processo oltre il 2028».

Vale a dire: si recluta oggi il personale di un processo il cui oggetto, mandato e termine nessuno conosce, perché non esiste. Il Sinodo ha scoperto il movimento continuo. Valuteremo l’attuazione, poi attueremo la valutazione, poi valuteremo l’attuazione della valutazione. Non è una caricatura: è, letteralmente, il calendario ufficiale.

Cos’è, giuridicamente, tutto questo? Niente

Qui sta lo scandalo. Si chieda il lettore: che natura canonica ha un’«Assemblea di valutazione diocesana»? E una «équipe sinodale»? E un’«Assemblea ecclesiale» in Vaticano — si noti: ecclesiale, non episcopale — prevista per il 2028?

La risposta è: nessuna. Non compaiono nel Codice di Diritto Canonico. Non sono un sinodo diocesano (cann. 460-468), che ha convocazione, composizione ed effetti regolati. Non sono un concilio particolare. Non sono consigli presbiterali né pastorali, che sì esistono nel diritto e la cui funzione «propositiva e consultiva» il documento stesso riconosce di passaggio, per poi articolarli con delle «équipe sinodali» che non esistono in alcun canone. Siamo di fronte a un’architettura istituzionale completa — équipe diocesane, nazionali e continentali, registrate in una base di dati romana tramite un indirizzo di posta elettronica, synodus@synod.va — costruita interamente al di fuori del diritto della Chiesa.

E non è una svista. È il metodo. Ciò che non ha natura giuridica non ha competenze definite, né responsabilità esigibile, né canale di impugnazione. Un sinodo diocesano canonico obbliga il vescovo a procedure precise; un’«équipe sinodale» non obbliga a nulla né risponde a nessuno, e proprio per questo può fare tutto: convocare, filtrare, redigere, sintetizzare e inviare a Roma «la voce del Popolo di Dio». L’informalità non è una carenza del sistema: è il suo vantaggio competitivo. Si governa per processo ciò che non si potrebbe governare per decreto, perché un decreto andrebbe fondato sul diritto e firmato.

Il diritto canonico esiste, conviene ricordarlo, per proteggere. Protegge il fedele dall’arbitrio, il parroco dall’apparato diocesano, il vescovo dalle pressioni, e la Chiesa intera dal capriccio delle maggioranze contingenti. Sostituire il diritto con la «facilitazione» non è una liberazione pastorale: è lasciare tutti all’addiaccio di fronte a chi controlla il processo.

Il Popolo di Dio, previamente filtrato

E chi controlla il processo? Le Note lo spiegano con candore. Le assemblee non devono «rappresentare una diocesi» — Dio ci liberi dalla rappresentanza, che ha regole — ma assicurare «persone esperte dei processi in corso e capaci di interpretarli». Traduzione: militanti del metodo. La lista la confeziona l’équipe sinodale, il cui requisito di ingresso è «la conoscenza del Documento Finale» e «l’esperienza diretta delle dinamiche sinodali». Il cerchio è perfetto: un comitato di convertiti seleziona un’assemblea di convertiti che valuterà la conversione, e la cui conclusione — redatta in anticipo in un «racconto narrativo» che gli assembleisti ricevono per «farlo proprio» — salirà a Roma come frutto spontaneo dell’ascolto.

Persino la domanda è truccata. La «domanda guida» ufficiale recita: «Quale volto concreto di Chiesa sinodale missionaria e quali nuovi cammini di sinodalità stanno emergendo nella nostra comunità?». Domanda che presuppone la risposta. Non c’è casella per rispondere: nessuno. Non si contempla che una diocesi possa concludere che cinque anni di riunioni abbiano prodotto cartelle, facilitatori e stanchezza. Il questionario ammette solo gratitudine.

E in un dettaglio che vale un trattato, le Note chiedono di «prestare particolare attenzione alla partecipazione dei parroci». Si legga lentamente: bisogna fare uno sforzo speciale perché partecipino i preti con cura d’anime. Gli uomini che battezzano, confessano, seppelliscono e sostengono la vita reale della Chiesa sono, in questo dispositivo, un collettivo periferico la cui presenza va procurata, mentre il fedele comune non appare se non come luogo di «testimonianze» che altri selezioneranno. Una Chiesa assembleare, sì, ma di assembleisti scelti a dito.

Il vescovo con funzione di notaio

In questo schema, il successore degli Apostoli è ridotto a notaio. Il documento gli assegna i verbi «convocare», «accompagnare», «riconoscere» e «validare». Se dissente dal testo che gli presenta la sua équipe, non lo corregge: lo «rimette nuovamente all’équipe, spiegando i motivi delle sue osservazioni», come chi presenta osservazioni a una commissione. Colui che per diritto divino ha la potestà di insegnare e governare la sua Chiesa compare qui come istanza di visto di ciò che produce una struttura che né il diritto conosce né lui ha potuto configurare liberamente, perché i criteri di composizione vengono già da Roma.

I difensori dell’invenzione risponderanno, come sempre, che tutto è consultivo, che nulla tocca la dottrina e che il vescovo conserva l’ultima parola. Formalmente, certo. Ma il potere reale non sta nell’ultima parola ma nella penultima: in chi redige la sintesi, chi sceglie chi parla, chi formula la domanda e chi amministra il calendario. E quel potere è stato trasferito, senza legge, senza voto e senza termine, a una burocrazia dell’ascolto che si è dichiarata permanente.

Venti secoli di diritto canonico che tentavano di rispondere a una domanda — come si esercita e si limita l’autorità nella Chiesa — sostituiti da dinamiche di gruppo con facilitatore. Questo è, giuridicamente, la sinodalità infinita: non una riforma, perché le riforme si scrivono nei canoni e si possono leggere, adempiere e impugnare. È la dissoluzione del governo nel processo. E i processi, a differenza delle leggi, non si abrogano: si rinnovano.







Suicidio assistito, la Consulta non muta il quadro giuridico


La Corte costituzionale ha depositato due nuove sentenze sul suicidio assistito. La prima cassa nella sostanza la legge della Sardegna. La seconda dice “no” all’estensione del suicidio a chi non è tenuto in vita da sostegni vitali.

Due nuove sentenze

Editoriali


Tommaso Scandroglio,  28-07-2026

Lo scorso 24 luglio sono state depositate due sentenze della Corte costituzionale sul suicidio assistito. Premettiamo subito che il quadro giuridico non è mutato. Analizziamo entrambe le sentenze nei loro aspetti principali, iniziando dalla n. 148. Il presidente del Consiglio impugna di fronte alla Consulta la legge regionale della Sardegna sul suicidio assistito perché, ex art. 117 Cost., disciplinerebbe materie di spettanza del Parlamento.

La Consulta premette che ricalcherà molto da vicino le decisioni assunte con la sentenza n. 204 del 2025 (clicca qui e qui) in cui aveva bocciato nella sostanza la legge sul suicidio assistito della Regione Toscana, dato che le due leggi sono molto simili. E infatti ecco ripetere un principio già enunciato in quella sentenza: «Questa Corte ha chiarito che “le sentenze n. 242 del 2019 e n. 135 del 2024, definendo l’ambito applicativo della causa di non punibilità dell’aiuto al suicidio ed enunciandone i requisiti di accesso, hanno innovato l’ordinamento civile e penale”, per cui il richiamo, da parte delle leggi regionali, alle proprie sentenze “realizza una novazione dei principi ordinamentali in esse contenuti, che produce l’effetto di definire nella legislazione regionale, irrigidendoli, i requisiti per l’accesso al suicidio assistito e, indirettamente, i contorni dell’esimente all’art. 580 cod. pen. così come individuata dalle sentenze di questa Corte”. […] Da questo punto di vista, la legislazione regionale, in relazione ai “delicati bilanciamenti” che attengono al suicidio medicalmente assistito, “non può pretendere di agire in via suppletiva della legislazione statale, neppure in via transitoria, per così dire ‘impossessandosi’ dei principi ordinamentali individuati da questa Corte”, cristallizzandoli nelle proprie disposizioni (sentenza n. 204 del 2025)».

Quindi i giudici criticano nella sostanza la legge sarda perché la Consulta, intervenendo sul reato di aiuto al suicidio, ha innovato i principi su questa materia relativamente agli aspetti civili e penali. Questi principi potevano essere adottati per varare una legge solo dal Parlamento e non dalle Regioni. In definitiva si tratta di una indebita invasione di campo per mancanza di competenza ratione materiae.

Da censurare, secondo la Corte, anche «il procedimento di verifica del possesso dei requisiti per l’accesso al suicidio medicalmente assistito» perché tale procedimento va ad interessare «scelte che “necessitano ‘di uniformità di trattamento sul territorio nazionale’” (sentenza n. 204 del 2025)». Ugualmente da cassare la previsione secondo la quale «le aziende sanitarie regionali forniscono il supporto tecnico e farmacologico e l’assistenza medica per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato» perché si tratterebbe di una declinazione di principi fondamentali, riguardo alla tutela della salute, di spettanza dello Stato. Gli articoli della legge sarda che invece interessano meri aspetti organizzativi (ma anche l’ultima procedura analizzata ci pare di carattere organizzativo), come ad esempio la costituzione delle Commissioni multidisciplinari, non sono illegittimi dal punto di vista costituzionale.

In breve, come era accaduto con la legge toscana, gli articoli che richiamano i criteri di accesso al suicidio assistito sono illegittimi, quelli che invece interessano l’organizzazione della procedura sono legittimi. Dopo questa doppia bocciatura – Toscana e Sardegna – i Radicali rinunceranno a far varare altre leggi regionali sul suicidio assistito? No, sia perché, con futuri ricorsi, la Consulta un domani potrebbe comunque allargare le maglie dei vincoli regionali alla regolamentazione del suicidio assistito sia perché espandere de facto la pratica del suicidio assistito a livello regionale metterà sempre più all’angolo il Parlamento spingendolo, quando accadrà, a varare una legge ancor più permissiva rispetto al Ddl attuale (clicca qui e qui).

Passiamo alla seconda sentenza, la n. 152. Nel febbraio del 2023 Marco Cappato e altre due persone hanno accompagnato in Svizzera una donna affetta da Parkinson affinché accedesse alla pratica del suicidio assistito, cosa che poi è avvenuta. I tre si autodenunciarono e il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bologna sollevò questione di illegittimità costituzionale in riferimento al criterio dei trattamenti di sostegno vitale indicato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 242 del 2019 (clicca qui e qui) per poter accedere al suicidio assistito. Infatti «la donna assumeva unicamente un farmaco per ridurre i tremori e le rigidità degli arti», ma non era tenuta in vita da particolari terapie. In breve il Gip avrebbe voluto eliminare quel criterio perché discriminante verso coloro che vogliono essere aiutati a suicidarsi, ma non sono tenuti in vita da tali trattamenti. L’irragionevolezza di questo criterio – prosegue il Gip – sta anche nel considerare che questi pazienti sarebbero poi costretti ad aspettare il peggioramento della propria condizione: solo allora, infatti, potrebbero essere mantenuti in vita da sostegni vitali e così trovarsi nelle condizioni per chiedere il suicidio assistito.

Prima di riportare il giudizio della Corte sulle argomentazioni articolate dal Tribunale di Bologna, sottolineiamo il fatto che diversi soggetti si sono opposti al ricorso del Gip rilevando correttamente l’incompetenza territoriale del Tribunale di Bologna dato che, secondo il Codice di procedura penale, è competente il «giudice dell’ultimo luogo in cui è avvenuta una parte della condotta» criminale, ossia il Tribunale di Como, perché è in quel territorio che sono transitati Cappato e gli altri per portare la signora in Svizzera. La Corte non nega che potrebbero aver ragione, ma ricorda che non spetta a lei, giudice delle leggi, decidere quale sia il tribunale competente.

Veniamo al merito della questione: escludere dal suicidio assistito chi non è attaccato ad una macchina per vivere sarebbe discriminatorio. La Corte non è d’accordo e cita una sua precedente sentenza, la n. 135/2025: «Questa Corte non ha riconosciuto un generale diritto di terminare la propria vita in ogni situazione di sofferenza intollerabile, fisica o psicologica, determinata da una patologia irreversibile, ma ha soltanto ritenuto irragionevole precludere l’accesso al suicidio assistito di pazienti che […] già abbiano il diritto, loro riconosciuto dalla legge n. 219 del 2017 in conformità all’art. 32, secondo comma, Cost., di decidere di porre fine alla propria vita, rifiutando il trattamento necessario ad assicurarne la sopravvivenza. Una simile ratio, all’evidenza, non si estende a pazienti che non dipendano da trattamenti di sostegno vitale, i quali non hanno (o non hanno ancora) la possibilità di lasciarsi morire semplicemente rifiutando le cure». Il ragionamento è il seguente: la legge 219/2017 permette di morire solo a chi rifiuta trattamenti salvavita da iniziare o già iniziati, secondo una interpretazione (errata) dell’art. 32 della Costituzione. In modo analogo, si deve permettere il suicidio assistito solo a chi morirebbe a breve se non ricorresse a trattamenti salvavita o a chi è già sottoposto a trattamenti salvavita.

Poi i giudici aggiungono, come già avevano fatto in passato, che la Corte ha individuato un proprio bilanciamento tra principio di autodeterminazione e principio di tutela della vita da parte dell’ordinamento, ma nulla toglie che il legislatore possa prevedere un bilanciamento differente eliminando il requisito dei trattamenti salvavita.

C’è un aspetto, infine, da mettere in evidenza. I Radicali per ben due volte avevano chiesto senza successo alla Consulta di eliminare il requisito dei trattamenti salvavita (sentenze n. 135/2024 e n. 66/2025). Ciò detto la stessa, in quest’ultima sentenza del 2026, specifica che avere già precedenti giurisprudenziali di segno negativo della medesima Corte sul medesimo argomento non preclude ulteriori ricorsi perché la stessa potrebbe «aggiungere una classe ulteriore di casi a quelli già sottratti alla punibilità». Detto in parole povere: nulla toglie che in futuro la Corte elimini il requisito dei trattamenti salvavita. È un invito a nozze per i Radicali, soprattutto perché a tutti appare evidente che se riconosci il suicidio assistito a chi è tenuto in vita da particolari trattamenti sanitari non puoi che riconoscerlo anche a chi, affetto da patologie irreversibili e fonti di sofferenze intollerabili, non è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale. Riconosciuto, purtroppo, ex lege 219 il diritto a morire a certi soggetti, è inevitabile riconoscere l’esercizio di questo diritto anche ad altri soggetti che ugualmente soffrono.








mercoledì 29 luglio 2026

La "famiglia" di Avvenire cambia in base al mutare dei tempi



Sul quotidiano dei vescovi trovano spazio tanti modelli familiari e non solo quello «formato da due genitori eterosessuali con uno o più figli», derubricato a «immaginario» da Luciano Moia. È la nuova teologia che eleva le situazioni a norma di se stesse.

Pastoralismi

Editoriali 


Stefano Fontana, 29-07-2026

Non si può chiedere alla pastorale della famiglia di dirci cosa sia la famiglia perché in questo caso la pastorale sarebbe guida a se stessa in un processo nel quale il giudicato giudica se stesso. Non saranno mai le “nuove famiglie” a dirci cosa sia la famiglia. Cosa sia la famiglia lo si deve chiedere alla ragione e alla rivelazione, in modo da avere un criterio capace di illuminare poi le situazioni pastorali senza dipendere dottrinalmente da esse. La pastorale deve tenere conto delle “situazioni”, ma non può attribuire alle situazioni date il potere di produrre le norme perché l’effettualità non può mai essere normativa.

Da quando si è passati dalla teologia della pastorale alla teologia pastorale (senza il della), la pastorale ha finito per coincidere con tutta la teologia, non più un ambito illuminato dal quadro complessivo dottrinale, ma il “sigillo” della teologia in quanto tale e della stessa forma della Chiesa. Ciò significa che la pastorale detta legge sulla dogmatica e sulla teologia morale, negando i loro presupposti dottrinali, considerati astratti, nella convinzione di avere essa la capacità di ripensarli alla luce del presente. La nuova teologia vuole così essere esperienziale, induttiva, sperimentale, contestuale, partecipativa.

Il cambiamento degli atteggiamenti pastorali da ieri ad oggi non è solo di metodo ma di contenuto: pretende di cambiare il “cos’è” delle cose. L’enorme differenza tra Amoris laetitia e Veritatis splendor, come pure quella tra le due configurazioni dell’Istituto Giovanni Paolo II prima e dopo la ristrutturazione di Francesco e Paglia, consiste nell’assegnare alla “situazione” il compito di diventare norma, nessun giudizio dovrebbe più essere formulato in base ad una realtà che preceda le esperienze, ma solo nel loro contesto. Il giudizio stesso su cosa sia pastoralmente giusto o sbagliato nelle diverse situazioni deve essere dato da quanti vivono quelle stesse situazioni. Per Amoris laetitia, infatti, la cosa spetta alla coscienza dei conviventi rispostati, che diventano norma (non solo personale ma anche ecclesiale) a se stessi.

Mi sono permesso di anticipare questo quadro d’insieme perché di nuovo Avvenire, con un articolo di Luciano Moia, si è mosso dentro questo quadro, stravolgendo i criteri, i contenuti e le parole della pastorale familiare. Vi si dice che la Chiesa deve «rimanere sempre e comunque accanto a tutte le famiglie» anche se «i modelli di riferimento appaiono sempre più lontani da quell’immaginario che ci rimanda ad un nucleo familiare formato da due genitori eterosessuali con uno o più figli». La realtà della famiglia viene qui derubricata ad un “immaginario” storicamente determinato. Ciò significa che la verità della famiglia coincide sempre con la famiglia “di adesso”, che la teologia giusta della famiglia è sempre quella nuova, mentre quella di ieri era sbagliata non perché fosse sbagliata ma perché era di ieri. La realtà della famiglia viene così sciolta e liquidata nel tempo.
Secondo questo orientamento «stare accanto a tutte le famiglie» comporterebbe di riconoscerle come famiglie o modalità di essere famiglia oggi, mentre il vero accompagnamento pastorale dovrebbe stare sì accanto a tutte le persone ma anche con il far presente quando una famiglia crede di essere tale ma non lo è più.

Avvenire invita ad abbandonare «iniziative pastorali modellate su schemi del passato», «benedire una piccola quota di famiglie [il riferimento è evidentemente a Fiducia supplicans] trascurando tutto il resto, comprese relazioni asimmetriche e scelte che sembrano contraddire nuzialità, filiazione e fraternità». Però trovare nuove proposte pastorali può e deve essere fatto, ma educando tutti al realismo e non lasciando nessuno nelle spire dell’artificio.

Segue poi il riferimento ad Amoris laetitia come al “manuale” del nuovo corso. Dire che «In tutte le situazioni c’è qualcosa di positivo» non è corretto: c’è qualcosa di positivo in tutte le persone, ma non in tutte le situazioni. «La vita, le speranze e le sofferenze delle famiglie, di tutte le famiglie, vengono prima delle regole, la realtà prima del criterio interpretativo della realtà stessa»: ecco la situazione che diventa norma, perché qui non si parla della “realtà” della famiglia, ma di quanto c’è sul mercato della famiglia oggi, che non può mai diventare norma.

I due modi di intendere la pastorale familiare, quello reiteratamente espresso da Avvenire e da Moia e quello coagulato nella Veritatis splendor, sono antitetici e irriducibili, insieme alle due teologie che stanno loro alle spalle. Lo stesso accade nella nuova sinodalità. Questa si nutre di una “teologia pratica” che nasce sperimentalmente e polifonicamente dai processi da essa stessa avviati e per la quale il famoso rapporto del Gruppo 9 al sinodo è già di per sé dottrina, perché il compito della verifica del processo sinodale deve essere compiuto esso stesso in modo sinodale, cioè dall’interno esperienziale del processo. Lo stesso accade per la nuova pastorale familiare.

Questo modo di intendere la pastorale familiare, parallelo allo spirito della nuova sinodalità, non cerca conferme teoriche o coerenze dottrinali, quanto, piuttosto, cambiamenti concreti a breve termine che possano dire per esperienza cosa sia la famiglia oggi diversamente da ieri. Da qui il martellamento continuo di Moia/Avvenire, senza che nessun vescovo eccepisca nulla.

Due modi di intendere la pastorale familiare, certo. Ma anche e soprattutto due teologie in contrasto tra loro. Come può la Chiesa vivere animata da due teologie così diverse? Sul piano del mistero, della questione si sta occupando lo Spirito Santo, ma sul piano umano le difficoltà laceranti sono davanti ai nostri occhi. Molti fanno notare che Leone XIV sta lavorando per l’unità della Chiesa, la quale però non può essere unita se fa riferimento a due teologie diverse e opposte, perché la teologia, prima di servire alle anime dei fedeli, serve alla Chiesa, affinché essa conosca se stessa. Non sembra possibile guadagnare l’unità senza porre mano ai chiarimenti necessari a questo livello, né lasciando che la rivoluzione di Amoris laetitia, nella pastorale familiare e non solo, continui il proprio corso.






lunedì 27 luglio 2026

Burke e Sarah chiedono al Papa di dire qualche "basta!"



Tra sperimentazioni sinodali, omosessualismo, lotta al celibato e Messe arcobaleno i processi avviati da Francesco sono andati fuori controllo ed è ora di fermarli. I due porporati si rivolgono a Leone XIV auspicando una correzione di rotta per il bene della Chiesa.

Cardinali

Ecclesia


Stefano Fontana,  27-07-2026

Nei giorni scorsi i cardinali Robert Sarah e Raymond Burke hanno reso pubbliche alcune loro valutazioni sulle necessità della Chiesa di oggi, chiedendo a papa Leone XIV di fare alcuni necessari interventi. Non è la prima volta che i due cardinali intervengono sulla situazione e il futuro della Chiesa, ma in questa occasione si è potuto percepire un tono di maggiore urgenza e, implicitamente, la valutazione che su alcuni punti importanti si stia procedendo a rilento. Se alcuni nodi non vengono affrontati con decisione, i processi a loro sottostanti continueranno e la correzione di rotta in itinere diventerà impossibile. Con questi due loro interventi è come se i due cardinali avessero invitato il Papa a dire qualche “basta!”.

Il cardinale Burke, in una intervista rilasciata a The College of Cardinals Report il 28 giugno scorso, ha detto che «dobbiamo insistere affinché tutta questa storia della sinodalità si fermi» e ha auspicato «che venga condotto uno studio molto serio sull'intera questione, perché stiamo parlando della vita stessa della Chiesa e della salvezza delle anime». Burke aveva già espresso la sua contrarietà alla nuova sinodalità, ma questo recente appello ha assunto un tono decisamente più insistente. Il cardinale ha ricordato quanto gli stessi documenti sinodali riconoscono, ossia che la nuova sinodalità non ha basi teologiche ma è un’avventura sperimentale: «Non esiste una definizione di sinodalità. Non c'è una sua storia nella Chiesa», il percorso sinodale intende piuttosto far emergere la nozione di sinodalità dalla prassi sinodale stessa.

Durante questo inizio di nuovo pontificato il processo iniziato da Francesco è proseguito indisturbato: gli ultimi due concistori ne hanno assunto la forma, il rapporto del Gruppo 9 al sinodo ha evidenziato a cosa conduce la nuova prassi sinodale, Fiducia supplicans, uno dei frutti più negativi della nuova sinodalità, è stata di fatto confermata mediante la capziosa distinzione benedizioni formali no, benedizioni informali sì.

Anche il cardinale Robert Sarah ha avuto parole dure verso la nuova sinodalità in una intervista a Diane Montagna del 16 luglio scorso. La sinodalità secondo lui non è presente nella tradizione della Chiesa, non se ne capisce il senso, anzi si era sempre impedito che il sinodo dei vescovi si trasformasse in una assemblea come sembra accadere oggi. Come Burke, anche lui sostiene che non esiste una definizione di sinodalità e la stessa parola non è traducibile in molte lingue africane anche perché definirla come “Chiesa che cammina” non ha nessun significato, la Chiesa infatti è missionaria.

Con riferimento al rapporto del Gruppo 9 del sinodo, il cardinale Sarah ha anche chiesto a Leone di esaminarlo personalmente, di non permettere la sua diffusione nelle diocesi del mondo senza un adeguato esame, di chiarire la posizione della Chiesa sull’omosessualità e di non ripetere i danni seguiti alla pubblicazione di Fiducia supplicans.

Molto duro è stato il discorso del cardinale a proposito della Pachamama, rimasta esposta durante tutto il Sinodo dell’Amazzonia del 2019. Egli si è chiesto perché non fosse stata scelta un’immagine della Vergine venerata in Ispanoamerica, come Nostra Signora di Guadalupe. Al suo posto, sostiene, «hanno portato un idolo inca» che è entrato nella basilica di San Pietro ed è stato portato in processione fino all’Aula Paolo VI. Da qui la richiesta di preservare la Chiesa dalle infiltrazioni pagane, sia quelle delle religioni primitive, sia quelle delle culture occidentali sviluppate che pensano ad una sinodalità democratica.

In sintesi, i due cardinali hanno chiesto al Papa di dire alcuni “basta!”: alla nuova sinodalità per prendersi una pausa di riflessione, all’omosessualismo cattolico, a Fiducia supplicans e anche a Traditionis custodes che Sarah si augura che venga cancellato o almeno tacitato e reso innocuo. Non si sono spinti fino ad Amoris laetitia.

Se esaminiamo anche brevemente gli eventi nella Chiesa nello stesso periodo dei due interventi ora visti, dobbiamo riscontrare come di qualche “basta!” ci sia veramente bisogno. Erio Castellucci, vescovo di Modena, propone di far presiedere ad una donna la liturgia della Parola della Messa; il vescovo di Bruxelles, a nome dei vescovi del Belgio, spinge per i preti sposati che sarebbero un arricchimento per la Chiesa; padre James Martin chiede che anche un omosessuale possa essere ordinato sacerdote; Il cardinale Timothy Radcliffe presiede una celebrazione in chiesa per l’anniversario di una coppia omosex; a Los Angeles si è tenuta la “Misa Azteca” con danze pagane; la cattedrale di san Diego celebra una Messa “aperta a tutti” a tema LGBT; è stato nominato vescovo di Eichstätt Christian Würtz favorevole al cammino sinodale tedesco e alle benedizioni delle coppie omosessuali in chiesa; Vatican News sdogana la fecondazione artificiale e L’Osservatore Romano nega il peccato originale e Satana … mentre il cardinale Mauro Gambetti apre un ristorante/bistrot sulla terrazza della basilica di san Pietro.
Si comprende molto bene l’urgenza dei perentori interventi di Burke e Sarah.








domenica 26 luglio 2026

«Impressionante». Un santuario e un monastero risparmiati da un devastante incendio


(BFM VAR/Imagoeconomica)


In Francia le fiamme sono divampate due giorni fa. Ma non hanno toccato il santuario di Notre-Dame des Grâces a Cotignac e il monastero di Saint-Joseph du Bessillon

SEGNI

Paola Belletti, 24 Luglio 2026 

Martedì 21 luglio, intorno a mezzogiorno, è divampato un incendio boschivo che ha rapidamente devastato ettari di terreno nella regione del Var, sud-est della Francia, Alpi-Provenza-Costa Azzurra. L'innesco è partito da un campo agricolo nel comune di Pontevès. Le cause vanno rintracciate nella presenza di vegetazione estremamente secca, nelle temperature elevate e nelle forti raffiche di vento. Le fiamme si sono rapidamente estese alle montagne circostanti e a Cotignac. Il fuoco ha distrutto circa 60 abitazioni, ha costretto all’evacuazione di circa 500 persone e ha mobilitato più di 900 vigili del fuoco, compresi effettivi provenienti da altre regioni del sud della Francia. L'incendio nella notte tra martedì e mercoledì ha stretto in assedio il borgo medievale di Cotignac ed è arrivato a lambire, senza però colpirli, il monastero di San Giuseppe e il santuario di Nostra Signora delle Grazie. Sul sito BFMTV è riportato il racconto del rettore, Fratel Vincent: «L'incendio ha circondato i due santuari. È stato impressionante vedere le fiamme dal villaggio di Cotignac", ci ha raccontato.»

Le prefetture hanno riferito che entrambi i luoghi di culto, santuario e monastero, sono stati salvati dalle fiamme. «Figure religiose, scout, guide e famiglie presenti avevano preparato in anticipo i propri effetti personali, per poi godersi gli ultimi momenti prima dell'evacuazione."Abbiamo potuto assistere all'Adorazione, ai Vespri, alla Messa e persino alla cena. E in quel preciso istante è arrivato l'ordine di evacuazione", racconta Fratel Vincent.» I vigili del fuoco hanno lavorato incessantemente, i costi umani e ambientali sono stati importanti. Secondo quanto riporta Euronews, «quattro persone sono rimaste ferite: due vigili del fuoco e due civili. Circa 500 residenti sono stati evacuati nei comuni colpiti entro il pomeriggio di mercoledì. Migliaia di abitazioni sono rimaste senza elettricità, la maggior parte proprio a Cotignac.»

Fratel Vincent esprime sincera gratitudine per l'operato decisivo dei vigili del fuoco ma, nello scampato pericolo per il monastero e il santuario, riconosce anche l'azione della mano di Dio, mossa dalle incessanti, numerose preghiere che si sono levate da gruppi di preghiera sparsi in tutto il mondo. Ancora una volta la preghiera si è mostrata per ciò che è: un'alleanza potente tra la piccola volontà umana e l'infinita volontà di Bene di Dio. A salvare gli edifici non è stata una magia, lo stesso rettore riconosce quanto sia stata importante anche la prevenzione: negli ultimi anni infatti intorno agli edifici c'erano state sistematiche operazioni di sgombero che con tutta probabilità hanno sottratto combustibile alla forza delle fiamme.

L'incendio, che è attualmente circoscritto ma non ancora estinto, ha lasciato dietro di sè paura e distruzione, ma ha anche acceso una grande solidarietà tra tutti gli abitanti della zona che si sono messi a disposizione gli uni degli altri. Ora la speranza, fondata, è che il peggio sia passato: «Visto il calo del vento, l'aumento dell'umidità e le previsioni meteorologiche per i prossimi giorni, i vigili del fuoco sono ottimisti sulla possibilità di contenere e domare completamente l'incendio. Tuttavia, ci vorranno ancora diversi giorni per spegnerlo del tutto ed eliminare ogni pericolo.» Entrambi i luoghi sono particolarmente cari ai credenti: secondo la tradizione nel 1519 a Cotignac è apparse la Vergine Maria a un devoto pastore del luogo, Jean de la Baume. Le apparizioni avvengono in agosto e la posa della prima pietra di quello che sarà il santuario di Nostra Signora delle Grazie avverrà solo un mese più tardi. Anche la devozione a san Giuseppe è legata all'apparizione del Patriarca, sul monte Bessilon, questa volta ad un giovane pastore, Gaspar Ricard d’Estienne, nel 1660.

Faceva caldo anche allora: san Giuseppe fa dono al giovane che cercava refrigerio, e a tutta la popolazione, di una fonte di acqua limpida e fresca, dopo avergli dato la forza miracolosa di alzare un masso che, subito dopo, torna ad essere inamovibile. Meta costante di pellegrinaggi hanno accompagnato nei secoli la storia del popolo e della monarchia (Luigi XIV deve la sua stessa nascita all'intercessione della Vergine che chiese tre novene alla madre in vista del suo arrivo). E' l'unico luogo dove sono riconosciute apparizioni sia della Vergine Maria sia di San Giuseppe e per questo la devozione per la Sacra Famiglia è così forte. Senza approfittare retoricamente di fatti tanto spiacevoli è lecito pensare che, nell'incendio che attenta alle famiglia come disegno d'amore di Dio per gli uomini, la resistenza del santuario e del 
monastero sono certamente un richiamo di speranza. 






sabato 25 luglio 2026

Quella “svolta costantiniana”, che non cessa di far discutere






Di Stefano Fontana, 25 lug 2026

La discussione sulla “svolta costantiniana” seguita all’editto di Milano del 313 dC non cessa di interessare. Molti vorrebbero cancellare la “cristianità” durata da quell’anno fino al Concilio Vaticano II.

Una interessante interpretazione era stata quella di Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005. In quella occasione egli disse che i cambiamenti liberali della modernità circa il rapporto tra cristianesimo e politica – cambiamenti secondo lui iniziati con la rivoluzione americana – in fondo riportavano i cristiani alla Chiesa delle origini e al rifiuto di adorare l’imperatore, pur continuando a vivere come cittadini dell’Impero. Con quel rifiuto – dice Benedetto – i cristiani posero già allora le basi della libertà religiosa dichiarata poi dal Vaticano II. In questo modo l’Editto di Milano verrebbe inteso come in contrasto con l’Editto di Tessalonica con cui Teodosio dichiarò il cristianesimo religione ufficiale dell’Impero. Quello di Milano avrebbe sancito la libertà religiosa, quello di Tessalonica la cristianità.

Tra i tanti problemi suscitati da questa interpretazione che qui non si possono esaminare, emerge una semplice domanda: perché escludere che, invece, il rifiuto di adorare l’imperatore avesse come scopo di richiedere proprio una società cristiana, ossa una relazione organica tra il potere politico e la religio vera? In altre parole, perché escludere che in quei comportamenti pubblici dei cristiani fosse presente la richiesta di una società fondata sul Dio unico e vero e non sugli dei pagani?

Ora, nell’ultimo numero della rivista “Instaurare” viene pubblicato un articolo di Danilo Castellano dal titolo “Libertà religiosa o della Chiesa?” in cui si torna a parlare di Costantino. L’autore ricorda che un libro di Vincenzo Arangio Ruiz del 1964 considerava l’Editto di Milano una apertura alla politica di Teodosio propedeutico al riconoscimento del cristianesimo come religione ufficiale dell’impero.

Castellano continua poi ricordando che “Le decisioni prese da Costantino negli anni successivi all’Editto di Milano sono criteri per l’interpretazione dello stesso Editto”. L’imperatore, infatti, rese sacra la domenica, proibì alcuni riti pagani, proibì l’adulterio e il concubinato, per cui “L’Editto di Milano non può essere “letto” come riconoscimento dell’indifferenza religiosa e morale come si potrebbe fare se esso fosse frutto ante litteram del liberalismo moderno”.

Questo era in fondo il punto non chiarito da Benedetto XVI nel suo discorso del 2025. Certamente parlando di libertà religiosa egli non intendeva riferirsi in pieno all’indifferentismo religioso di tipo liberale, però in quel discorso il punto non era chiarito e, anzi, il riferimento alla rivoluzione americana quantomeno permetteva di stabilire questo nesso improprio.

Tra le novità legislative di Costantino va anche ricordata, dopo il concilio di Nicea (325 dC), la definizione del concetto di eresia per farne una figura di reato penale, la qual cosa conferma che già Costantino si era incamminato sulla strada che porta a Tessalonica. Questa interessante iniziativa di Costantino viene ricordata da Alberto Barzanò nel suo studio su “Mito e realtà dell’imperatore Costantino” pubblicato sulla Rivista Teologica di Lugano 1/2025. Barzanò spiega anche che “Costantino si era convertito al cristianesimo secondo la mentalità di un Romano, tradizionalista e patriottico. Cristo era per lui in primo luogo il Dio che gli aveva dato la vittoria sui suoi nemici; allora il suo dovere di imperatore era mostrarsi pio verso l’Onnipotente per guadagnarne la benevolenza nei confronti dell’impero: alla pax deorum si sostituiva la pax dei”.

Come si vede Costantino continua a ritornare. ma la sua interpretazione moderna e liberaleggiante non convince.




(Costantino la madre Elena e la Vera Croce, Di Brosen – Opera propria, CC BY 2.5, Wikicommons)




L’Universo attendeva la vita, e non è un caso: l’intervista al filosofo


Il fine tuning dell’Universo richiede una spiegazione non casuale: è la tesi di Roberto Fumagalli (King’s College London), intervistato da UCCR.

Ultimissime



Redazione UCCR, 25 Lug 2026

Torniamo a parlare dell’incredibile calibrazione dell’Universo.

Il cosiddetto “fine-tuning” è una scoperta della fisica moderna: diverse costanti fondamentali della natura sembrano essere state perfettamente sincronizzate per permettere la comparsa della vita intelligente.

Non esattamente ciò che ci si aspetterebbe da un universo casuale e caotico ma, piuttosto, è ciò che probabilmente ci si attenderebbe se fosse il prodotto di una progettualità.

Ne abbiamo parlato in un recente articolo ed è stata l’occasione per entrare in contatto con uno degli studiosi citati.

Si tratta di Roberto Fumagalli, filosofo della scienza e docente presso il King’s College London, nonché autore di un recente studio sul fine-tuning dell’universo.

Fumagalli ha concluso che la calibrazione fine dell’Universo rappresenta un dato di fatto che richiede necessariamente una spiegazione filosoficamente adeguata, senza la possibilità di poterla liquidare come “fatto bruto”.

Abbiamo rivolto al filosofo alcune domande di approfondimento.

L’intervista sul fine-tuning

DOMANDA – Prof. Fumagalli, alcuni fisici sostengono che il fine tuning non richiede spiegazioni. Cosa ne pensa?

RISPOSTA – Grazie per l’interesse mostrato nei confronti del mio articolo e per questa stimolante domanda.

La mia tesi è che, nel caso specifico del fine tuning dell’universo per la vita intelligente, considerarlo come un fatto bruto non costituisce una posizione epistemicamente soddisfacente.

DOMANDA – Su cosa si basa la sua tesi?

RISPOSTA- Secondo le migliori teorie fisiche attualmente disponibili, soltanto un intervallo straordinariamente ristretto di valori dei parametri fondamentali consente l’esistenza della vita intelligente, e i valori dei parametri fondamentali del nostro universo ricadono precisamente all’interno di questo intervallo.

Questa corrispondenza è eccezionalmente precisa e – per quanto oggi sappiamo – estremamente improbabile, qualora si assuma l’ipotesi del caso.

E’ proprio questa estrema improbabilità a esercitare una forte pressione epistemica verso la ricerca di una spiegazione più profonda, piuttosto che accontentarsi di appellarsi a un fatto bruto.

Tanto nella scienza quanto nella filosofia, infatti, esiste una consolidata metodologia volta a evitare di assumere coincidenze altamente improbabili come punti d’arresto definitivi dell’indagine, ogniqualvolta sia ipotizzabile una spiegazione più profonda e plausibile.

I fraintendimenti sul fine-tuning

DOMANDA – Uno dei temi centrali del suo articolo riguarda i criteri in base ai quali giudichiamo una spiegazione soddisfacente. Quali sono, a suo avviso, i fraintendimenti più diffusi circa l’affermazione secondo la quale il fine tuning dell’universo richiede una spiegazione?

RISPOSTA – La ringrazio per invitarmi a chiarire questo aspetto, che considero particolarmente importante. Individuerei tre fraintendimenti ricorrenti.

Il primo consiste nel confondere l’affermazione secondo la quale il fine tuning richiede una spiegazione con l’affermazione, molto più stringente, secondo la quale il fine tuning è spiegato da una specifica ipotesi. Il mio articolo difende esclusivamente la prima affermazione.

In particolare, sostengo che le principali critiche rivolte agli argomenti del fine tuning non riescano a confutare la conclusione che richieda effettivamente una spiegazione non casuale.

DOMANDA – Il secondo fraintendimento?

RISPOSTA – Consiste nell’interpretare l’affermazione che il fine tuning richiede una spiegazione come la mera espressione di uno stato psicologico quale la sorpresa o il desiderio di trovare una risposta.

Un fenomeno non richiede una spiegazione semplicemente perché ci appare enigmatico, né una richiesta di spiegazione è giustificata soltanto perché desideriamo trovare una risposta.

La tesi che difendo è di natura epistemica, non psicologica: poiché la probabilità del fine tuning sembra essere significativamente maggiore assumendo ipotesi non casuali rispetto a quanto sia assumendo l’ipotesi del caso, risulta insoddisfacente ritenere che il caso, da solo, costituisca una spiegazione adeguata.

DOMANDA – Infine, il terzo fraintendimento…

RISPOSTA – Sì, consiste nel ritenere che difendere gli argomenti del fine tuning richieda necessariamente l’assegnazione di probabilità quantitativamente precise ai valori dei parametri fondamentali dell’universo oppure l’applicazione del principio d’indifferenza su uno spazio parametrico illimitato.

A mio avviso, nessuna di queste assunzioni è indispensabile. Gli argomenti del fine tuning formulano infatti una tesi comparativa: la probabilità è significativamente più elevata assumendo ipotesi non casuali di quanto sia assumendo l’ipotesi del caso.

Questione scientifica, filosofica o soprannaturale?

DOMANDA – Ritiene che il dibattito sul fine tuning sia più una questione scientifica o filosofica? Oppure coinvolga entrambe le discipline?

RISPOSTA – Domanda eccellente.

A mio avviso, il dibattito sul fine tuning coinvolge inevitabilmente sia considerazioni scientifiche che filosofiche.

Il contributo della scienza è imprescindibile. È infatti la fisica – non la filosofia – a dirci quali siano i parametri fondamentali dell’universo, quali intervalli di valori tali parametri possano plausibilmente assumere e quanto sensibilmente la complessità chimica necessaria alla vita intelligente (almeno per come la conosciamo) dipenda da tali valori.

Il contributo della filosofia, tuttavia, è altrettanto indispensabile.

Domande quali se il fine tuning richieda realmente una spiegazione non casuale, che cosa renda una spiegazione soddisfacente e in quali circostanze sia giustificato considerare un fenomeno come un fatto bruto appartengono all’epistemologia della spiegazione. Si tratta di questioni che non possono essere risolte esclusivamente mediante l’evidenza empirica.

Vorrei però aggiungere un’osservazione ulteriore di carattere metodologico…

DOMANDA – Prego…

RISPOSTA – L’approccio naturalistico metodologico, che sospende la considerazione di spiegazioni soprannaturali nell’ambito della ricerca scientifica, costituisce un principio operativo pienamente legittimo per la fisica.

Tuttavia, esso rappresenta un vincolo metodologico interno alla pratica scientifica e, di per sé, non risolve la questione filosofica se il fine tuning dell’universo richieda o meno una spiegazione non casuale.

Cosa spiega il fine tuning dell’Universo?

DOMANDA – Dopo aver analizzato le principali spiegazioni proposte per il fine tuning dell’universo, quale ritiene abbia oggi il maggiore potere esplicativo?

RISPOSTA – Questa è una domanda da un milione di dollari!

La mia difesa degli argomenti del fine tuning è deliberatamente compatibile con valutazioni molto diverse circa il merito delle principali ipotesi non casuali, ossia le ipotesi del multiverso, del designer cosmico e il ricorso a teorie fisiche future.

Nel mio articolo raggruppo tali ipotesi nella più ampia categoria delle ipotesi non casuali non perché le ritenga ugualmente plausibili, ma perché tutte rifiutano l’idea che i valori dei parametri fondamentali siano ricaduti nell’intervallo estremamente ristretto compatibile con la vita intelligente semplicemente per caso.

Di conseguenza, il mio articolo non prende posizione in merito a quale ipotesi non casuale sia la più convincente o la più verosimile.

DOMANDA – Ma se dovesse scegliere…

RISPOSTA – A mio avviso, ciascuna delle principali ipotesi non casuali incontra serie (e tuttora irrisolte) difficoltà riguardo alla propria testabilità empirica.

Infatti, le principali ipotesi del multiverso assumono che le diverse regioni spazio-temporali che compongono un eventuale multiverso sono causalmente isolate tra loro. Ma molti filosofi e fisici ritengono che tali ipotesi non siano (allo stato attuale) testabili empiricamente.

Per quanto riguarda invece l’ipotesi del designer cosmico, numerosi autori dubitano che siamo in grado di stabilire con quale probabilità un designer cosmico contribuirebbe all’attualizzazione di un universo finemente (anziché non finemente) calibrato.

Quanto, infine, al ricorso a teorie fisiche future, rimane difficile comprendere quale evidenza empirica potrebbe oggi consentirci di valutare affermazioni concernenti leggi o meccanismi fisici che non abbiamo ancora neppure concepito.

Vorrei essere chiaro su un punto. Queste difficoltà di testabilità empirica non confutano nessuna delle principali ipotesi non casuali.

DOMANDA – Cioè?

RISPOSTA – Intendo che affermare che un’ipotesi non sia stata confutata è cosa ben diversa dall’affermare che essa sia stata corroborata o che costituisca la migliore spiegazione disponibile.

Per questa ragione, il mio articolo non mira a stabilire quale ipotesi non casuale possieda il maggiore potere esplicativo.

Piuttosto, si propone di dimostrare il punto preliminare da cui tale confronto valutativo dipende: che il fine tuning dell’universo per la vita intelligente richiede effettivamente una spiegazione non casuale, che tale richiesta di spiegazione è epistemicamente legittima e che le principali ipotesi non casuali meritano di essere prese seriamente in considerazione.

Quale, tra queste ipotesi, possa rivelarsi infine corretta è una questione ulteriore, che il mio articolo lascia volutamente aperta.







venerdì 24 luglio 2026

Covadonga, da dove iniziò la Reconquista



Questo sabato inizia il pellegrinaggio dei fedeli legati alla liturgia tradizionale e che va da Oviedo a Covadonga. La meta è il luogo dove si combatté la prima battaglia della Reconquista, ossia di quel lungo processo storico che ha un incoraggiante insegnamento anche per noi cristiani di oggi.

La lezione

Ecclesia


Federico Catani,  24-07-2026

Con inizio nel fine settimana più vicino alla festa dell’apostolo san Giacomo il Maggiore — quest’anno dal 25 al 27 luglio — si svolge in Spagna il pellegrinaggio Nuestra Señora de la Cristiandad da Oviedo a Covadonga. Giunto alla sua sesta edizione, si ispira al celebre pellegrinaggio Parigi-Chartres. L’iniziativa richiama giovani spagnoli e provenienti da ogni parte del mondo, accomunati dall’attaccamento alla liturgia tradizionale: lo scorso anno i partecipanti hanno superato abbondantemente il migliaio. Anche dall’Italia partecipa una folta delegazione.

La meta del cammino non è casuale. Covadonga, nel cuore dei monti asturiani, è infatti il luogo dove si combatté la prima battaglia della Reconquista, ovvero quel lungo processo che, iniziato nel 722, ebbe come scopo la ricostituzione di una Spagna unita e cattolica, obiettivo concluso pienamente solo nel 1492, con la liberazione di Granada. Furono otto secoli di lotta motivata da una duplice ragione. Da un lato la finalità religiosa, perché si trattò di una autentica crociata contro l’islam. Dall’altro non mancarono le motivazioni politiche, perché negli spagnoli vi era il grande ideale di recupero del regno visigoto, venuto meno proprio con l’invasione araba.

Pur a distanza di tanti secoli, la Reconquista trasmette un grande e incoraggiante insegnamento anche per noi, cristiani del XXI secolo: con la grazia divina, una minoranza decisa e motivata può vincere sia contro i traditori interni sia contro una maggioranza apparentemente invincibile. Questo vale nella sfera temporale, ma anche in quella spirituale. Nella storia niente è irreversibile. E il ritorno di molti giovani alla Tradizione cattolica lo dimostra.

L’occupazione araba della Penisola iberica, nel 711, venne favorita dalle divisioni interne al regno visigoto e da aiuti provenienti tanto dalla comunità ebraica quanto addirittura da un vescovo cattolico, il celebre Oppas. Il quale rappresenta bene il modello di una certa idea di Chiesa, accomodante con i suoi nemici, sempre in cerca di compromessi e di adattamenti, anche quando ciò significa mettere tra parentesi i dogmi della fede. Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire… Ma se da una parte vi furono i traditori e i collaborazionisti, dall’altra si staglia luminosa la figura di Don Pelayo, il nobile asturiano che, insieme a un pugno di soli trecento uomini, proprio dalle rocce di Covadonga e grazie all’intercessione della Madonna – ancora oggi lì venerata con il soprannome affettuoso di La Santina –, diede il via alla Reconquista, nel 722.

Prima della battaglia, i musulmani incaricarono proprio il vescovo Oppas di convincere Pelayo dell’inutilità della resistenza e della lotta. Il dialogo tra i due è esemplare per avere in mente due diverse concezioni della vita cristiana. Secondo le cronache, Oppas mise in guardia Pelayo: «Fatichi invano. Sai bene come tutto l’esercito visigoto sia stato incapace di resistere alla forza degli ismaeliti. Come potrai tu solo resistere in quella cova? Ascolta il mio consiglio e ritirati a godere dei tuoi beni, nella pace che ti concederanno gli arabi». Al che Pelayo rispose netto: «Non voglio amicizia con i saraceni né assoggettarmi al loro comando. Non sai tu che la Chiesa di Dio si compara alla luna, che, una volta eclissata, torna poi alla sua pienezza? Confidiamo nella misericordia di Dio, che da questo monte farà uscire la salvezza della Spagna. Tu e i tuoi fratelli, ministri di Satana, avete deciso di consegnare a quella gente il regno visigoto; ma noi, avendo Nostro Signore Gesù Cristo per avvocato davanti a Dio Padre, disprezziamo quella moltitudine di pagani». Di fronte a tanta forza di spirito, Oppas disse agli islamici: «Preparatevi a lottare, perché non avrete un accordo con lui finché non lo vincerete con la spada».

Sappiamo a chi Dio diede la vittoria, nonostante l’enorme sproporzione di forze. Fu una vittoria umanamente impossibile. Don Pelayo e i suoi si trovavano in una situazione tragica, disperata. Avrebbero avuto tutto l’interesse a piegarsi all’occupante, come fecero molti altri. Ma non cedettero: scelsero piuttosto di resistere. E diedero battaglia, contro tutto e tutti. Per la fede. Per la Spagna. Cos’è questa se non una grande lezione per noi oggi?

Ma nell’ambito della Reconquista, solo alcuni decenni dopo la morte di Pelayo, vi fu un altro fatto degno di attenzione, questa volta più intra-ecclesiale. Il vescovo Elipando di Toledo sosteneva l’eresia adozionista, secondo la quale Gesù non era Dio, ma un uomo adottato da Dio quale suo figlio. L’adozionismo in fondo era un modo per “dialogare” con i musulmani, per essere accettati, per professare un cristianesimo più accondiscendente verso i nuovi dominatori (per l’islam, infatti, Gesù è un uomo, un profeta, non certo Dio).

Tali tesi suscitarono un aspro dibattito in tutta Europa. Tra i grandi oppositori dell’eresia, vi fu un umile monaco che viveva in un convento nei pressi di Oviedo, Beato di Liébana. I due si scontrarono duramente. Elipando definì Beato «fetidissimo». Ma Beato, che detestava con tutto il cuore la sottomissione e il collaborazionismo con gli arabi, non si fece problemi a definire il vescovo eretico «testicolo dell’Anticristo». Il caso giunse sino a Roma e alla corte di Carlo Magno. Tanto il Papa come l’imperatore, supportati dal celebre monaco Alcuino, condannarono l’eresia adozionista, ed Elipando venne destituito da vescovo di Toledo.

Alla fine, a spuntarla furono quanti si mantennero fedeli alla retta dottrina e alla patria, non i collaborazionisti. Don Pelayo e Beato di Liébana non formarono un’altra Chiesa, né gettarono fango sull’istituzione, ma anzi guardarono al di là dei peccati e delle infedeltà di singoli membri (Oppas o Elipando) e difesero la verità. Coloro che scelsero di combattere invocando la protezione dell’apostolo san Giacomo, patrono di Spagna (il grido di battaglia era «¡Santiago y cierra, España!»), nonostante alterne vicende e tante contraddizioni, riuscirono a ricostituire una Spagna cattolica, quella stessa Spagna che con i Re cattolici Isabella e Ferdinando avrebbe poi portato il Vangelo a un nuovo continente, cambiando per sempre il corso della storia.

E tutto ebbe origine dalla tenacia e dalla fede di quel pugno di uomini, che gli arabi definivano sprezzantemente «asini selvaggi», nella remota e sconosciuta Covadonga. Quando tutto sembra perduto e non si intravede nemmeno una luce all’orizzonte, bisogna pensare alla Reconquista. Bisogna pensare a Covadonga.