
Così la nota vaticana promuove relativismo e indifferentismo
La nota vaticana si intitola “Un cammino di speranza”, e basta questo per alimentare i sospetti. Quando nei documenti vaticani c’è di mezzo il cammino, in genere si tratta di camminare per non arrivare da nessuna parte. E quando poi c’è la speranza, è talmente generica da poter comprendere tutto e il contrario di tutto.
Poi, basta vedere le firme perché i sospetti abbiano conferma. La nota è stata prodotta dal cardinale Tucho Besame Mucho Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede (un tempo custode della retta dottrina, ora al servizio di sinodalismo, relativismo e ideologia arcobaleno), dal cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani (ecumenismo a go go) e dal cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso (già vincitore del nostro Premio Aria Fritta).
Pubblicato per i sessant’anni della Dichiarazione conciliare “Nostra Aetate”, il testo, secondo la linea Bergoglio, puntualmente scoraggia il “proselitismo”, ovvero il tentativo di convertire alla fede cattolica le persone di altre religioni. Si legge infatti: “L’arroccamento difensivo sulla propria posizione e la convinzione che il proselitismo sia l’unico modo per interagire con l’altro non hanno più senso in un mondo che assomiglia sempre più a un villaggio globale interconnesso e in continua evoluzione”.
Perfetto. Quindi? Quindi niente. Riempiamoci la bocca con il “dialogo” e la “fraternità” e stop. Evangelizzare? Roba del passato, non si fa più, non è carino.
Va notato che impegnarsi nel dialogo “presuppone uno sguardo contemplativo rivolto all’altro che è diverso”. Oibò. Ci tocca contemplare l’altro? E poi? E poi niente. Bisogna solo “avvicinarsi, parlare, ascoltare, guardare”.
Chi ancora volesse annunciare il Vangelo è dipinto come qualcuno che “potrebbe essere tentato di insistere esclusivamente sull’obbligo di annunciare Cristo”. Perché, che cosa c’è di male nell’insistere su tale obbligo? C’è che non è in linea con “la necessità del dialogo con le altre tradizioni religiose”, il quale dialogo “è ormai parte integrante della missione evangelizzatrice della Chiesa”. Insomma, il dialogo per il dialogo, e stop.
Immancabile la citazione bergogliana, secondo cui il dialogo è “una condizione necessaria per la pace nel mondo, e quindi un dovere sia per i cristiani che per le altre comunità religiose” al fine di raggiungere quella “fraternità universale” tanto cara a papa Francesco. E di inequivocabile sapore massonico.
Ovviamente, nel “costruire la fraternità umana”, ciò che conta non è proclamare la verità (ci mancherebbe), ma abbracciare i “poveri” e i “feriti”:
I tre dicasteri, bontà loro, dichiarano che l’obiettivo non dovrebbe essere quello di instaurare una “grande religione mondiale in cui tutte le credenze vengano appiattite”. Meno male. Solo che poi si dice che si tratta di costruire “una società fraterna capace di accettare le differenze”. In altre parole, cari cattolici, dovete accettare che i non cattolici professino false religioni, perché non potete farci proprio niente.
Figuriamoci poi se, in questo quadro, è possibile parlare ancora di dogmi. Non scherziamo. Aderire a un dogma implica una “visione chiusa della realtà” che diventa fonte di “sofferenza”. Quindi, per non far soffrire nessuno, via libera alla religione liquida.
Infatti, “i modelli monolitici e isolati, che incoraggiano una visione chiusa della realtà, si stanno rivelando sempre più inadeguati e, in definitiva, diventano fonti di violenza e sofferenza per i più vulnerabili”. E noi mica vogliamo far soffrire i più vulnerabili, vero?
In linea con l’insegnamento vaticansecondista, il testo ribadisce che le diverse religioni, tutte quante, possiedono “doni speciali” e hanno “molto da offrire, senza dover rinunciare al loro carattere specifico e ai loro doni particolari”.
Secondo noi, questo si chiama relativismo di nome e indifferentismo di cognome.
La nota vaticana si intitola “Un cammino di speranza”, e basta questo per alimentare i sospetti. Quando nei documenti vaticani c’è di mezzo il cammino, in genere si tratta di camminare per non arrivare da nessuna parte. E quando poi c’è la speranza, è talmente generica da poter comprendere tutto e il contrario di tutto.
Poi, basta vedere le firme perché i sospetti abbiano conferma. La nota è stata prodotta dal cardinale Tucho Besame Mucho Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede (un tempo custode della retta dottrina, ora al servizio di sinodalismo, relativismo e ideologia arcobaleno), dal cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani (ecumenismo a go go) e dal cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso (già vincitore del nostro Premio Aria Fritta).
Pubblicato per i sessant’anni della Dichiarazione conciliare “Nostra Aetate”, il testo, secondo la linea Bergoglio, puntualmente scoraggia il “proselitismo”, ovvero il tentativo di convertire alla fede cattolica le persone di altre religioni. Si legge infatti: “L’arroccamento difensivo sulla propria posizione e la convinzione che il proselitismo sia l’unico modo per interagire con l’altro non hanno più senso in un mondo che assomiglia sempre più a un villaggio globale interconnesso e in continua evoluzione”.
Perfetto. Quindi? Quindi niente. Riempiamoci la bocca con il “dialogo” e la “fraternità” e stop. Evangelizzare? Roba del passato, non si fa più, non è carino.
Va notato che impegnarsi nel dialogo “presuppone uno sguardo contemplativo rivolto all’altro che è diverso”. Oibò. Ci tocca contemplare l’altro? E poi? E poi niente. Bisogna solo “avvicinarsi, parlare, ascoltare, guardare”.
Chi ancora volesse annunciare il Vangelo è dipinto come qualcuno che “potrebbe essere tentato di insistere esclusivamente sull’obbligo di annunciare Cristo”. Perché, che cosa c’è di male nell’insistere su tale obbligo? C’è che non è in linea con “la necessità del dialogo con le altre tradizioni religiose”, il quale dialogo “è ormai parte integrante della missione evangelizzatrice della Chiesa”. Insomma, il dialogo per il dialogo, e stop.
Immancabile la citazione bergogliana, secondo cui il dialogo è “una condizione necessaria per la pace nel mondo, e quindi un dovere sia per i cristiani che per le altre comunità religiose” al fine di raggiungere quella “fraternità universale” tanto cara a papa Francesco. E di inequivocabile sapore massonico.
Ovviamente, nel “costruire la fraternità umana”, ciò che conta non è proclamare la verità (ci mancherebbe), ma abbracciare i “poveri” e i “feriti”:
I tre dicasteri, bontà loro, dichiarano che l’obiettivo non dovrebbe essere quello di instaurare una “grande religione mondiale in cui tutte le credenze vengano appiattite”. Meno male. Solo che poi si dice che si tratta di costruire “una società fraterna capace di accettare le differenze”. In altre parole, cari cattolici, dovete accettare che i non cattolici professino false religioni, perché non potete farci proprio niente.
Figuriamoci poi se, in questo quadro, è possibile parlare ancora di dogmi. Non scherziamo. Aderire a un dogma implica una “visione chiusa della realtà” che diventa fonte di “sofferenza”. Quindi, per non far soffrire nessuno, via libera alla religione liquida.
Infatti, “i modelli monolitici e isolati, che incoraggiano una visione chiusa della realtà, si stanno rivelando sempre più inadeguati e, in definitiva, diventano fonti di violenza e sofferenza per i più vulnerabili”. E noi mica vogliamo far soffrire i più vulnerabili, vero?
In linea con l’insegnamento vaticansecondista, il testo ribadisce che le diverse religioni, tutte quante, possiedono “doni speciali” e hanno “molto da offrire, senza dover rinunciare al loro carattere specifico e ai loro doni particolari”.
Secondo noi, questo si chiama relativismo di nome e indifferentismo di cognome.
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