mercoledì 22 aprile 2026

New York, guerra alle suore che curano gratis malati indigenti



Religiose sotto attacco dall’agenda della sinistra americana.
QUI MiL sulla vicenda: “New York / Suore ricorrono in tribunale contro lo Stato che le vuole obbligare a osservare norme pro gay“.
Luigi C
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Ultimatum: o accettate l’agenda Lgbt (bagni gender e pronomi fluidi) o vi chiudiamo


Il Secolo d’Italia, Bianca Conte – 14 Aprile 2026

Alla faccia della carità… Dalla cancel culture all’azzeramento delle barriere di genere, l’ultima frontiera del fanatismo progressista arriva da oltreoceano. Per l’esattezza stavolta da New York. Lì, nel cuore della “democrazia” a targa Dem, le autorità statali hanno messo nel mirino le Suore Domenicane di Rosary Hill, colpevoli a detta del mainstream e delle autorità liberal di un crimine imperdonabile: gestire una casa di cura per malati di cancro indigenti secondo i precetti della carità cristiana e della legge di natura. Ergo: disattente alle scelte di genere.

Come? Per esempio nel non prevedere nella struttura che gestiscono la suddivisione dei servizi igienici rispetto alla rivendicazione del genere di appartenenza. O anche nel non essere pronte e solerti nell’attribuzione dei pronomi che scattano automaticamente, per lo più in considerazione del sesso biologico dell’interlocutore. Ma procediamo con ordine.

New York, i dem dichiarano guerra alle suore: o accettate l’agenda Lgbt o vi chiudiamo

E ripartiamo allora dalla fonte della notizia che Libero rilancia spiegando: «Se la vicenda non fosse uscita sul prestigioso Wall Street Journal penseremmo a uno scherzo di pessimo gusto. Invece è tutto vero. E il giornalista è talmente chiaro che non si resiste alla tentazione di riportare nella prima riga: «Perché i Democratici se la prendono con le suore cattoliche che compiono opere di carità?». Perché in effetti è questa la prima domanda che salta in mente riflettendo sul caso…

Carità sotto scacco


Un caso che ha investito come un treno in corsa le religiose che offrono assistenza gratuita a chi non può permettersi un’assicurazione sanitaria, e che sono state trascinate in tribunale dal Dipartimento di Salute dello Stato. Il motivo? Quanto accennato in apertura per lo più: si rifiutano di piegarsi all’agenda Lgbt. Durante un’ispezione, per esempio, sarebbe emerso che nel centro che le suore domenicane gestiscono, i bagni sono divisi tra uomini e donne. E che i pazienti verrebbero chiamati con i pronomi corrispondenti al loro sesso biologico, e non in virtù dell’identità sessuale dichiarata. Un’ovvietà che, nel magico mondo del giacobinismo arcobaleno, sembra essere diventata un reato.

Le suore di New York tra resilienza e un caso di coscienza

Tanto che, a detta delle fonti citate poco sopra, alle suore sarebbe stato imposto un corso obbligatorio di «competenza culturale» sulla transizione di genere, con la minaccia di multe salatissime, revoca della licenza, e sventolata persino l’ipotesi della prigione in caso le “regole” venissero disattese. E guai a tentare la strada del cerchiobottismo di comodo: le autorità pretenderebbero infatti che le religiose ricorressero a un un lessico politicamente corretto anche in assenza dei pazienti. Una richiesta al limite dell’orwelliano, che passa sopra abitudini e coscienze…

E le sorelle di New York, a fronte di tante e tali richieste, come avranno reagito? Sembra che almeno nelle dichiarazioni d’intenti le religiose non abbiano alcuna intenzione di farsi intimidire e piegarsi ai diktat del politicamente corretto. Tanto che avrebbero già presentato un regolare ricorso federale…










martedì 21 aprile 2026

Scandinavia: basta digitale, torniamo ai libri. La Svezia lancia l’allarme: alunni sempre meno capaci







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by Aldo Maria Valli 21 apr 2026



Il sistema educativo svedese si sta allontanando dall’apprendimento digitale e sta tornando a libri, carta e penna nel tentativo di porre rimedio ai bassi tassi di alfabetizzazione.

“Stiamo cercando, in realtà, di eliminare gli schermi il più possibile”, ha affermato Joar Forsell, portavoce per l’istruzione del Partito liberale, guidato dal ministro dell’Istruzione svedese. “Con i ragazzi più grandi, in età scolare, si potrebbe usarli un po’ di più, ma con i bambini più piccoli, o in età scolare, non credo che dovremmo usare gli schermi”.

Il funzionario del settore istruzione ha sottolineato che i dati dimostrano come i bambini che hanno utilizzato dispositivi tecnologici durante tutto il loro percorso scolastico siano “in ritardo” rispetto ai parametri di riferimento internazionali in termini di rendimento scolastico.

È evidente che i risultati scolastici nel paese sono in declino da oltre dodici anni. Nel 2012 e poi ancora nel 2022 la Svezia ha registrato un calo significativo nella classifica Ocse Pisa (Programme for International Student Assessment, Ssistema di valutazione dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) per le materie fondamentali dell’istruzione. Nel 2022 quasi un quarto (24%) degli studenti di 15 o 16 anni non è riuscito a dimostrare nemmeno un livello base di comprensione della lettura.

Nel 2019 il governo socialdemocratico svedese di allora ha reso obbligatorio l’uso dei tablet nelle scuole dell’infanzia.

La neuroscienziata Sissela Nutley ha mostrato prove che i dispositivi digitali compromettono la comprensione della lettura. Nicholas Carr, nel suo libro “The Shallows”, sostiene che internet tende a modificare negativamente la capacità di attenzione e la profondità di elaborazione del nostro cervello. Uno dei motivi, afferma, è che quando leggiamo online tendiamo a scorrere velocemente il testo, mentre i libri incoraggiano una lettura più approfondita e concentrata.

Uno studio recente dimostra che i bambini con un elevato utilizzo di schermi prima dei due anni presentano cambiamenti nello sviluppo cerebrale “collegati a un processo decisionale più lento e a un aumento dell’ansia durante l’adolescenza”.

A seguito di una consultazione tenutasi nel 2023 che ha coinvolto accademici, organizzazioni scolastiche e gruppi di cittadini, le scuole non sono più obbligate a utilizzare dispositivi digitali e i tablet non vengono più forniti ai bambini di età inferiore ai due anni.

Entro la fine dell’anno entrerà in vigore il divieto totale di utilizzo dei telefoni cellulari nelle scuole.

La vicina Norvegia è un chiaro caso di studio sugli effetti disastrosi dell’uso della tecnologia da parte dei bambini sull’alfabetizzazione. I punteggi di comprensione della lettura dei bambini norvegesi sono crollati dopo il 2016, quando a ogni bambino di cinque anni che iniziava la scuola fu dato un iPad.

Attualmente la Norvegia si colloca all’ultimo posto tra i 65 paesi valutati da Pirls (Progress in International Reading Literacy Study) per quanto riguarda il piacere della lettura nei bambini. I suoi risultati nei test Pisa di lettura, un tempo relativamente elevati, sono ora inferiori alla media Ocse e ben al di sotto di quelli del Regno Unito.

Secondo quanto riportato dal “Times”, circa 500 mila norvegesi, su una popolazione di 5,6 milioni di abitanti, non sono più in grado di leggere testi semplici.

“Siamo fin troppo ricchi, quindi facciamo sciocchezze con i nostri soldi”, ha affermato l’ex ministro dell’Istruzione Trine Skei Grande.

Secondo l’ex ministro, i bambini sono limitati da quello che definisce un “linguaggio da cucina”, un vocabolario limitato alle cose ordinarie di tutti i giorni — circa 17.000 parole — rispetto al vocabolario di un lettore esperto, che si aggira tra le 55 mila e le 70 mila parole.

Ora la Norvegia sta cercando di utilizzare metodi creativi per riavvicinare i bambini alla lettura e ha persino consultato gli adolescenti per trovare modi per attirare i giovani nelle biblioteche. Organizzando eventi come tornei di scacchi e feste sui pattini a rotelle, il principale sistema bibliotecario pubblico è arrivato a prestare libri per la cifra record di 2,2 milioni in 23 biblioteche di quartiere a Oslo. Circa la metà di questi libri è stata prestata ai bambini.

In Norvegia gli iPad sono già stati vietati per i primi tre anni di scuola, e i telefoni cellulari sono proibiti a tutti i bambini.

Nelle biblioteche si sono svolte gare di lettura per incoraggiare i bambini a leggere, premiandoli al raggiungimento di determinati traguardi, come ad esempio un certo numero di pagine.

“L’estate scorsa, una biblioteca di Haugesund ha esaurito completamente i libri per bambini perché erano in tanti a voler partecipare”, ha dichiarato Helene Voldner dell’Associazione delle biblioteche norvegesi.

Nonostante le prove che dimostrano come l’uso della tecnologia interferisca con lo sviluppo dell’alfabetizzazione nei bambini, l’associazione di categoria Swedish Edtech Industry sostiene che un’istruzione incentrata sull’analogico rischia di non preparare adeguatamente gli studenti alle professioni del futuro. Jannie Jeppeson, amministratore delegato di Edtech, ha citato un recente rapporto dell’Unione europea che prevede che il 90% dei posti di lavoro richiederà competenze digitali.

“Tutti hanno bisogno di competenze digitali di base per entrare nel mondo del lavoro” ha dichiarato Jeppesen alla Bbc, sottolineando la sua posizione favorevole alla tecnologia in merito alle esigenze formative. Teme che aziende tecnologiche come Spotify, piattaforma di streaming musicale, e Legora, una piattaforma di intelligenza artificiale per il settore legale, “si possano trasferite altrove” se non troveranno in Svezia personale con adeguate competenze informatiche.

In Svezia c’è chi chiede che i principi dell’intelligenza artificiale siano spiegati non solo agli studenti delle scuole superiori ma anche ai bambini delle scuole elementari. Si sostiene che un approccio analogico all’istruzione non farebbe altro che accentuare le disuguaglianze nei risultati scolastici.

Tuttavia, Forsell è irremovibile sul fatto che ai bambini “non si dovrebbe insegnare l’intelligenza artificiale prima che abbiano acquisito altre competenze di base”.

lifesitenews





Un altro sacerdote martire dei partigiani rossi



Si apre il processo diocesano per il prete reggiano don Giuseppe Iemmi, ucciso dai partigiani comunisti in odium fidei sul finire della guerra. Sarebbe il terzo sacerdote proclamato beato perché martire della violenza rossa.


Don iemmi presto beato
La Chiesa del coraggio indica un nuovo martire dei partigiani rossi

Libertà religiosa


Andrea Zambrano, 21-04-2026

A pochi giorni dalle celebrazioni del 25 aprile la Chiesa compie un passo storico e annuncia l’avvio della causa di beatificazione di uno dei tanti sacerdoti uccisi dai partigiani comunisti sul finire della guerra.

L’editto con il quale il vescovo di Reggio Emilia Giacomo Morandi avvia l’inchiesta Diocesana “sulla vita e il martirio di don Giuseppe Iemmi” rappresenta un punto di svolta importante e atteso da decenni. Per anni, e molto prima di Rolando Rivi, che è stato beatificato nel 2013, don Giuseppe Iemmi è stato considerato il vero martire della Chiesa reggiana, il suo sacrificio fu cristallino e il suo martirio chiarissimo.

Purtroppo, però, come accade spesso per queste vicende, ci sono voluti molti anni perché si formasse un comitato apposito che ne chiedesse la beatificazione al vescovo. Anni nei quali non si è mai arrivati neppure ad assicurare alla giustizia i due gappisti delle formazioni garibaldine che lo prelevarono e dopo una straziante via Crucis lo giustiziarono in cima al Monte Fòsola, sull’Appennino emiliano.

Ricordiamo che la Chiesa ha già beatificato due martiri della violenza partigiana comunista. Oltre a Rolando, infatti, la Chiesa ha già elevato agli altari anche don Luigi Lenzini, beatificato e proclamato martire in odium fidei nel 2022 a Modena. Con Iemmi, se l’iter si dovesse concludere positivamente dopo la fase diocesana finalizzata alla raccolta delle prove della fama del martirio, si andrebbe in Congregazione delle cause dei santi, dove al termine del processo, la Chiesa potrebbe dichiarare il terzo martire in odio alla fede per fatti inerenti la cosiddetta Guerra di liberazione.

Quella del vescovo Morandi è una decisione, dunque, molto coraggiosa, portata avanti con la certezza che la complessa lettura dei fatti circa le violenze comuniste perpetrate nel cosiddetto Triangolo della morte, necessita di una parola definitiva apposta con i sigilli della Chiesa: la proclamazione del martirio e la conseguente elevazione agli altari affinché, secondo la massima di Tertulliano, il loro «sangue sia seme di nuovi cristiani».

Don Giuseppe Iemmi ha una storia diversa da quella di Rolando, anche se accomunata dallo stesso sacrificio.

Da cappellano della parrocchia di Felina, una frazione del comune di Castelnovo né Monti, svolse la sua azione pastorale negli anni terribili della guerra, entrando a contatto con tutti i bisogni e i drammi dei suoi parrocchiani. E cercando di proteggere la popolazione tanto dalle terribili rappresaglie naziste quanto dalle vendette dei partigiani che mettevano a rischio la popolazione con le loro azioni di vendetta.

Nel 1995, uno studioso locale, Giuseppe Giovanelli, diede alle stampe il libro “Iemmi quasi utopista” nel quale raccontava le cronache della vita e della morte del “cappellanino” di Felina. Un libro nel quale si documenta la sua straordinaria attività a supporto delle formazioni partigiane, ma anche la ferma condanna dell’odio comunista, che alimentava le vendette di alcune formazioni gappiste. E proprio a seguito di una vicenda di odi personali e di classe in ottica di affermazione dell’ideologia comunista sul finire della guerra, incominciò, nel marzo del 1945 il suo calvario personale.

Don Iemmi denunciò l’uccisione di due padri di famiglia della sua parrocchia (Eufemio Manfredi e Renzo Tedeschi), prelevati di notte dalle formazioni partigiane perché sospettati di collusione col regime. Dopo la loro uccisione, nel corso della Messa di Pasqua del 1945, il sacerdote tuonò dal pulpito contro «i figli di Caino» e l’odio reciproco e contro il materialismo ateo che aveva portato alla morte di quei due padri e che non aveva nulla a che fare con la Guerra di liberazione, ma era una sua precisa deriva ideologica. Fu la sua condanna a morte. Il sacerdote veniva continuamente minacciato per strada («quel prete smetterà presto di andare sul calessino»), tanto che il parroco e gli amici stretti cercarono di metterlo in guardia dalla sua pastorale così accesa. A chi gli chiedeva di essere più accorto, don Iemmi rispondeva con il Vangelo della pace e della riconciliazione e con la necessità di proclamare la verità («quando sono sull’altare non ho paura di nessuno») anche se nel suo diario scriveva che «questa veste nera sarà la mia condanna a morte».

Raggiunto da due gappisti con nome di battaglia Astro (o Aspro) e Briano (o Driano) viene prelevato con la scusa di essere portato al comando partigiano per essere interrogato. Fu per lui una vera e propria via Crucis, sotto gli occhi dei suoi parrocchiani; umiliato, gli infilarono in testa un berretto con la stella rossa, durante le soste chiedeva da bere acqua, venne maltrattato e percosso fino a quando, giunti sulla cima del monte Fòsola, non gli spararono dei colpi di mitra che vennero uditi per tutta la vallata.

A differenza di Rolando, però, i cui assassini vennero assicurati alla giustizia alcuni anni dopo, per i sicari di Iemmi non ci fu mai un processo. Dopo una investigazione sommaria svolta immediatamente dopo la liberazione dal comando partigiano di zona e viziata da una fortissima pressione politica in quella che ancora non era la neonata Repubblica italiana, uno dei due assassini, reo confesso, viene arrestato e rinviato a giudizio a Bologna. Ma il processo, fortemente ostacolato già in fase di istruttoria, non si celebrerà mai. I verbali decisivi dei testimoni arriveranno soltanto dopo l’amnistia concessa da Togliatti e i due responsabili vennero fatti riparare oltre cortina, come è accaduto per uno degli assassini di Rolando fino a che di loro si persero le tracce.

Ma non nel cuore della madre di don Giuseppe, che conservò sempre quei nomi, perdonandoli alla fine della sua vita avvenuta nel 1954. Dal canto suo l’Anpi non ha mai fornito elementi utili alla ricostruzione dei fatti e alla attribuzione delle responsabilità.

La prima fase del processo dovrà dimostrare la fama di martirio del sacerdote. E non sarà difficile dato che il materiale che è stato raccolto in questi anni, parla da solo. Come, ad esempio, l’annotazione del parroco di Felina che nel registro dei defunti chiamò i suoi assassini «uomini iniqui che si dissero partigiani (duobus viris iniquis qui se dixerunt partigiani)».

Come abbiamo più volte scritto su queste colonne, il riconoscimento del martirio di questi sacerdoti, certifica che accanto alla cosiddetta Resistenza, molti partigiani rossi stavano combattendo una guerra con un altro nemico: la Chiesa. Il coraggio di aprire queste cause di beatificazione, pertanto, va decismente oltre la necessità di fare i conti con la storia e il bisogno di riconciliazione in terre come quelle del Triangolo della morte che sono ancora “insanguinate” di ricordi, ma va nella direzione di una precisa presa di posizione della Chiesa, che dopo decenni di oblio, omertà e timori, non ha paura ad indicare nel martirio di questi sacerdoti la via per testimoniare il Vangelo.





Il Cristo distrutto nel Sud del Libano: anatomia di una decristianizzazione strategica

 




di Sergio Saraceni, 20-04-2026

L'immagine che circola in queste ore non è un fotomontaggio. È la documentazione di un atto reale: un soldato delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), equipaggiato con elmetto e giubbotto tattico, che brandisce un pesante martello e colpisce con freddezza la figura di un Cristo crocifisso. Il gesto sembra essere quasi rituale. Non si tratta di un'esplosione casuale di guerra: è un atto di profanazione deliberata di un simbolo fondante della civiltà cristiana del Levante.

Questo episodio non è isolato. Si inserisce in un quadro più ampio e documentato di pressione sistematica sulle comunità cristiane del Sud del Libano, in particolare nei villaggi di Qlayaa, Alma al-Shaab, Rmeish, Debel e Ain Ebel – aree storicamente a maggioranza maronita e greco-melkita. Rapporti di fonti indipendenti e di agenzie ecclesiali confermano che, durante l'offensiva israeliana del 2024-2026, queste località hanno subito evacuazioni forzate, distruzioni di abitazioni e colpi diretti su edifici religiosi. Il 9 ottobre 2024, ad esempio, un raid aereo ha distrutto la chiesa di San Giorgio a Derdghaya, causando almeno otto morti tra i civili che vi avevano trovato rifugio. Nel marzo 2026, il parroco maronita di Qlayaa, padre Pierre al-Rahi, è stato ucciso da colpi di artiglieria mentre rimaneva al fianco della sua comunità.

I dati demografici, elaborati da fonti accreditate come l'Agenzia Fides e studi demografici libanesi, raccontano una traiettoria di lungo periodo: i cristiani, che costituivano circa il 50-55% della popolazione libanese all'indipendenza (1943) e ancora il 38% intorno al 2011, sono scesi oggi a una quota attorno il 30% con proiezioni che indicano una stabilizzazione relativa solo grazie a tassi di natalità leggermente superiori alla media musulmana in alcune fasce. Le cause principali sono note: emigrazione di massa durante la guerra civile (1975-1990), crisi economica cronica, e – fattore decisivo negli ultimi due anni – l'intensificazione dei bombardamenti e delle operazioni di terra israeliane nel Sud. Fonti come NPR, The New Arab e L'Orient-Le Jour documentano come interi villaggi cristiani siano stati svuotati, con bulldozer e demolizioni mirate che ricordano esplicitamente il "modello Gaza" invocato pubblicamente dal ministro della Difesa israeliano.

Ma il dato scientifico più inquietante non è solo numerico. È antropologico e geopolitico. Il Levante è la culla storica del cristianesimo: qui nacquero le prime comunità apostoliche, qui si conservarono per secoli le antiche liturgie siriache, maronite e melkite. La progressiva erosione della presenza cristiana non è un "effetto collaterale" della lotta contro Hezbollah. È il risultato di una logica di ingegneria demografica e culturale che mira a trasformare il Sud del Libano in una zona cuscinetto priva di radici confessionali autoctone forti. Come ha documentato Wikipedia nella voce sulla distruzione del patrimonio culturale durante l'invasione israeliana del 2024, interi villaggi storici sono stati rasi al suolo, con un impatto sproporzionato su siti cristiani. L'IDF stessa ha ammesso di indagare sull'episodio del soldato con il martello, confermando l'autenticità delle immagini ma qualificando il gesto come "contrario ai valori" dell'esercito – una formula rituale che non cancella la realtà sul campo.

In una prospettiva multipolare, questo processo assume un significato ancora più chiaro. Israele, attore chiave del blocco atlantista nel Levante, non agisce solo per ragioni di sicurezza tattica. Opera per ridisegnare la carta etno-confessionale della regione, favorendo la frammentazione degli Stati e l'indebolimento di qualsiasi soggetto capace di resistere al modello unipolare. I cristiani libanesi – con la loro antica tradizione di convivenza e di resistenza – rappresentano un elemento di coesione nazionale e di memoria storica che disturba il progetto di "grande Israele" o di zone di sicurezza depopolate. La loro espulsione o marginalizzazione accelera la trasformazione del Libano in un'entità sempre più fragile, dipendente da dinamiche esterne.

Non si tratta di "antisemitismo" o di retorica complottista. Si tratta di geostrategia documentata: rapporti di Open Doors, dell'International Christian Concern e di studiosi del Washington Institute for Near East Policy confermano che la presenza cristiana nel Levante è sotto pressione strutturale da decenni, e che i conflitti armati degli ultimi due anni hanno accelerato un esodo già in atto. La croce rovesciata e martellata nel Sud del Libano diventa, in questo senso, un simbolo plastico di una decristianizzazione non più solo demografica, ma culturale e simbolica.

Di fronte a questo, la domanda (in chiave multipolare) è semplice e radicale: chi, nella nuova architettura mondiale che sta emergendo, è disposto a riconoscere che la difesa delle antiche comunità cristiane del Levante non è un residuo confessionale, ma un baluardo di sovranità spirituale e culturale contro l'omologazione globale? Il martello che si abbatte sul Cristo di legno non colpisce solo una statua. Colpisce una civiltà millenaria che, nonostante tutto, continua a testimoniare che la fede e la storia non si riducono a falsi atti di sicurezza dal sapore di vile prepotenza, ma include anche memoria, fede e radice.





«Senza Dio? E’ presunzione», la svolta dello psichiatra Paolo Crepet



Il noto psichiatra italiano Paolo Crepet si confessa su Dio e la fede nella trascendenza. Il suo ultimo libro è un viaggio dentro di sé, per la prima volta.

Ultimissime
20 Apr 2026


Una svolta spirituale?

E’ quella raccontata al “Corriere della Sera” da Paolo Crepet, psichiatra e sociologo noto al grande pubblico per la sua presenza nei media e per i suoi interventi su temi sociali e culturali.

Nel suo ultimo libro, “Riprendersi l’anima” (HarperCollins 2026), Crepet racconta di sé per la prima volta. Finora aveva rifiutato perché «troppo intimo, troppo penoso mettersi a nudo».

Paolo Crepet e la fede nella trascendenza

Il noto psichiatra racconta il rapporto con esperienze che definisce “oltre”, trascendentali, come la visita ai cimiteri, descritti non come luoghi di fine ma come soglie di un’esistenza che prosegue in altra forma.

In questo contesto parla persino di “angeli” in riferimento a eventi decisivi della sua vita, come l’inizio della carriera televisiva. «Non so se gli angeli ci sono davvero», confessa, «ma io ci credo».

«Abbiamo perso la capacità di ascoltare il dolore del mondo, ma anche la sua speranza», aggiunge spiegando il titolo del libro. «Riprendersi l’anima vuol dire tornare lì».

Crepet e Dio

Ripensando al suo passato si definisce «un giovane cinico», indurito dalla vita, dai lutti precoci, dalla solitudine. E ancora oggi vive «notti di dubbi, paure, domande».

Tuttavia afferma di essere sempre stato credente perché «essere senza Dio è un po’ presuntuoso».

Accanto a questa apertura religiosa, Crepet mantiene il suo stile critico verso la cultura contemporanea, in particolare sul tema dell’amore e dell’identità.

L’amore, secondo lui, non è mai accomodante ma richiede fatica e conflitto, mentre l’identità appare sempre più difficile da definire in una società che tende a semplificare o appiattire le esperienze umane.

“Gestazione per altri? Nazismo puro”

Non è la prima volta che riprendiamo le parole del noto psichiatra italiano.

Già in passato avevamo valorizzato il suo giudizio sulla maternità surrogata.

Durante una puntata televisiva di “Tagadà”, Crepet aveva infatti preso posizione contro l’inganno progressista dell’approvazione della gestazione per altri come atto generoso: «E’ un problema psicologico, non giuridico», disse.

«Voi siete mamme e non ve lo devo dire io che quei nove mesi non sono solo una questione di crescita biologica», affermò Crepet. «Ci sono migliaia di studi che testimoniano che tra la mamma e il bambino che ha in pancia si stabilisce una relazione affettiva».

Dopo la replica polemica da parte di Wladimiro Guadagno, in arte “Luxuria”, Crepet aveva aggiunto: «Le donne che chiedono ad altre di portare avanti, per loro, la gravidanza? E’ orribile, nazismo, nazismo puro. Voi parlate dei diritti degli adulti e non dei diritti dei bambini».





lunedì 20 aprile 2026

Pistoia-Pescia. Leone XIV ha nominato il nuovo vescovo



Chiesa cattolica
Diocesi
Città del Vaticano


20/04/2026

Pistoia - È don Augusto Mascagna, presbitero della diocesi di Civita Castellana, il nuovo vescovo di Pistoia e di Pescia. L'annuncio è stato dato questa mattina a mezzogiorno nel palazzo vescovile di via Puccini, dove monsignor Fausto Tardelli aveva convocato il clero, i religiosi e le religiose, i consigli pastorali e il personale di Curia delle due diocesi per le «importanti comunicazioni» che il territorio attendeva dall'Epifania, quando il vescovo uscente ha compiuto i 75 anni.

Con questa nomina, Papa Leone XIV conferma la scelta già compiuta da Papa Francesco nell'ottobre del 2023: le diocesi di Pistoia e di Pescia restano unite in persona episcopi, cioè affidate alla guida pastorale di un unico vescovo pur mantenendo ciascuna la propria identità giuridica, la propria curia, il proprio capitolo cattedrale e la propria fisionomia ecclesiale. Il successore di Tardelli assume contestualmente la guida di entrambe le Chiese, segno che il cammino di comunione avviato nell'ultimo triennio è ormai consolidato.


Chi è don Augusto Mascagna

Presbitero del clero della diocesi di Civita Castellana, nella Tuscia viterbese, don Augusto Mascagna è una figura di lungo corso nella pastorale del territorio laziale. È nato il 12 marzo 1964 a Caprarola (Viterbo). Dopo essere entrato a far parte del Pontificio Seminario Romano, ha conseguito la Licenza in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense di Roma. È stato ordinato sacerdote il 15 aprile 1989 per la Diocesi di Civita Castellana. Ha ricoperto i seguenti incarichi: Viceparroco della Cattedrale Santa Maria Maggiore di Civita Castellana, guidando contemporaneamente la parrocchia di San Benedetto a Civita Castellana; Parroco della Regina Pacis di Anguillara e della Santi Vincenzo e Anastasio di Rignano Flaminio; Direttore Spirituale dei Seminaristi ospiti del Centro Vocazionale; Professore di Teologia Fondamentale presso l’Istituto “Faleritano” di Scienze Religiose e Professore di Teologia Fondamentale e di Teologia Dogmatica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “A. Trocchi” di Civita Castellana; finora, Parroco della Concattedrale Santa Maria Assunta di Orte, Segretario del Consiglio Presbiterale, Referente diocesano del Cammino Sinodale delle Chiese in Italia e Delegato della Pastorale familiare diocesana.


Un'eredità da raccogliere: le Chiese di Pistoia e di Pescia


Monsignor Tardelli lascia due diocesi profondamente diverse per storia, estensione e fisionomia, ma ormai avvezze a camminare insieme. L'unione in persona episcopi, voluta da Papa Francesco il 14 ottobre 2023, non ha prodotto un accorpamento - le due sedi restano distinte - ma ha inaugurato una stagione di convergenza pastorale di cui il nuovo vescovo è chiamato ora a essere custode e interprete.

La diocesi di Pistoia, suffraganea dell'arcidiocesi di Firenze, è la più estesa e popolosa delle due. Il suo territorio copre 821 km² e abbraccia 15 comuni distribuiti su tre province - Pistoia, Prato e Firenze -, tra cui il capoluogo, Quarrata, Agliana, Montale, Serravalle, Abetone Cutigliano, San Marcello Piteglio, Poggio a Caiano, Carmignano, Montemurlo e la maggior parte del comune di Vinci. Sede vescovile è la città di Pistoia, con la cattedrale di San Zeno. La diocesi conta 203.900 battezzati su 208.108 abitanti, pari al 98,0% della popolazione. Sono 96 i presbiteri - 90 diocesani e 6 religiosi - coadiuvati da 17 diaconi permanenti e affiancati da 6 religiosi non sacerdoti e 106 religiose. Le parrocchie sono 160, raggruppate in nove vicariati: Città di Pistoia, Quarrata, Poggio a Caiano-Carmignano, Montale-Agliana-Montemurlo, Ombrone Limentra, Bottegone, Vincio, Montalbano occidentale e Reno-e-Montagna. È una Chiesa di antica tradizione, le cui origini risalgono al III secolo e che ha attraversato pagine controverse della storia ecclesiale: dal sinodo giansenista di Scipione de' Ricci del 1786 alla lunga unione con Prato fino al 1954.

La diocesi di Pescia, suffraganea dell'arcidiocesi di Pisa, è più piccola. Il territorio si estende per 224 km² su 12 comuni di tre province - Pistoia, Lucca e Firenze - e comprende la Valdinievole con Pescia, Uzzano, Chiesina Uzzanese, Buggiano, Ponte Buggianese, Massa e Cozzile, Montecatini Terme, Pieve a Nievole, Monsummano Terme, Altopascio, Montecarlo e la frazione di Massarella nel comune di Fucecchio. Sede vescovile è Pescia, dove sorge la cattedrale di Maria Santissima Assunta e San Giovanni Battista; sul territorio insistono anche due basiliche minori, quella di Santa Maria Assunta a Montecatini Terme e il santuario di Santa Maria della Fontenuova a Monsummano Terme, che custodisce la patrona principale della diocesi. I battezzati sono 110.700 su 120.200 abitanti (92,1%), i presbiteri 71 - 48 diocesani e 23 religiosi - i diaconi permanenti 6, le parrocchie 42, articolate in quattro vicariati: Pescia, Chiesina Uzzanese, Montecatini Terme e Monsummano Terme. Eretta nel 1519 da Leone X come prepositura nullius dioecesis e promossa a sede vescovile da Benedetto XIII nel 1727, Pescia è una Chiesa giovane per erezione canonica ma radicata in una tradizione religiosa antichissima, che affonda le radici nelle pievi lucchesi dell'alto Medioevo.

Messe insieme, le due diocesi affidate a don Mascagna contano oltre 314.000 battezzati, 167 presbiteri, 23 diaconi permanenti e 202 parrocchie, distribuite dalla montagna pistoiese fino alle terme della Valdinievole, con propaggini in territorio pratese, fiorentino e lucchese.
Il passaggio di consegne

Il nuovo vescovo prende il testimone in un momento delicato per la Chiesa toscana. Monsignor Tardelli, vescovo di Pistoia dall'8 ottobre 2014 e di Pescia dal 14 ottobre 2023, aveva anticipato di alcuni mesi la rinuncia prevista dal diritto canonico al compimento del settantacinquesimo anno - che ha raggiunto il 5 gennaio scorso - motivandola con «ragioni pastorali» e con la volontà di consegnare al più presto al suo successore la guida del cammino sinodale 2026, un anno «carico di prospettive e di appuntamenti» anche nella prospettiva dell'anno giubilare jacopeo del 2027. Alla Chiesa di Pistoia e a quella di Pescia, unite ormai da un triennio sotto lo stesso pastore, si apre una nuova stagione: quella di un vescovo che arriva da lontano, da una piccola diocesi della Tuscia romana, e che è ora chiamato a imparare e ad amare due terre di frontiera e di tradizione, sospese tra l'Appennino e la pianura, tra Firenze, Pisa e Lucca.

p.L.D.
Silere non possum




Fonte


Tornare agli Stati nella post-globalizzazione?




Articolo apparso su La Verità del 19 aprile 2026.



E quali governanti saprebbero farlo?



Ettore Gotti Tedeschi

Temo sia molto complesso e problematico poter tornare agli Stati post globalismo. Ci sarebbero gli uomini-governanti che saprebbero farlo e poi gestirli?

Papa Benedetto XVI fece chiaramente intendere, profeticamente, nelle premesse dell’Enciclica sulla Globalizzazione, Caritas in Veritate, che in un mondo impregnato di cultura nichilista il vero grande rischio sta nel fatto che gli strumenti sofisticati creati dal genio umano, gli possano sfuggire di mano e prendere autonomia morale. La globalizzazione è un esempio di strumento sfuggito di mano. Fa poi intendere nelle conclusioni della stessa Enciclica che, quando detti strumenti, sfuggiti di mano all’uomo, creano disordini ingestibili, non sono tanto gli strumenti che vanno cambiati, quanto il “cuore “dell’uomo. E chi lo saprebbe cambiare oggi il “cuore” dell’uomo? Non ho detto “chi dovrebbe”, ho detto “chi saprebbe”. Anche uno strumento perfettamente adeguato al suo utilizzo (sempreché possa esistere) gestito da una persona incapace e inadeguato o peggio, da un reprobo, non potrà altro che portare a risultati sempre peggiori.

Claudio Risè ,in uno stimolante e provocatorio articolo su questo giornale (La Verità del 17-aprile), titolato “Basta globalismo, servono gli Stati”, lancia una necessaria provocazione che va raccolta e, se possibile, integrata. Chi saprebbe gestire oggi questi Stati dopo 50anni di mortificazione del loro ruolo e responsabilità, di idee e di capacità di fare progetti politici? Forse, come avrebbe potuto aggiungere Benedetto XVI, "dovrebbe essere cambiato il “cuore” dei governanti e non solo il modello di governo".

Forse, dico forse, è un pochettino troppo tardi per tornare agli Stati dopo questo insostenibile ed utopistico modello di globalizzazione avviato in Usa da Kissinger negli anni ’70. Utopistico e innaturale persino. Oggi neppure più si può parlare di nuovi modelli di globalizzazione alternativi. Soprattutto sembrerebbe difficilissimo poter ritornare a Stati sovrani. Ciò perché il processo cosiddetto di globalizzazione che ha interessato tutti i paesi mondiali, ha anche creato una "interconnessione", economico finanziaria anzitutto, globale ove nessun paese può avere autonomia, sovranità ed indipendenza, dovendo dipendere dal rapporto con altri paesi, diciamo tra un 25 % e un 50% della propria economia.

Per non parlare poi della concentrazione della disponibilità di materie prime, commodity (energia, grano…) o prodotti speciality (chips, farma...) di cui nessuna economia può più fare a meno. Ciò rende piuttosto complesso e rischioso tornare ad una forma di Stato nazionale che rifiuta tutti gli effetti della globalizzazione senza poterli gestire. Questo lo hanno capito molti, ma la soluzione potrebbe essere solo nelle parole usate piuttosto che nei contenuti.

Quando il genio umano non sa risolvere un problema di un sistema complesso, quale l’economia, la politica, ne cambia il nome. Ciò vale in politica, per esempio, per il comunismo il cui nome è stato cambiato, ma un po’ meno lo spirito e gli uomini. Ciò vale per l’economia che può definirsi più o meno statalista, più o meno colbertista, più o meno liberista, secondo il ciclo di mercato e le problematiche di immagine.

Per fare un esempio mi riferisco a San Giovanni Paolo II, che aveva definito il capitalismo “segno di contraddizione” perché permette progresso, ma può confondere. Oggi si ridefinisce il modello di capitalismo fallito in “sostenibile e inclusivo”, che promette molto ma si direbbe che sia solo il nome del “capitalismo globalizzato” che è cambiato.

Lo stesso potrebbe valere per il governo globale o statale. Spiegherò perché. Da almeno 20 anni, all’incirca dopo la crisi finanziaria del 2007, la globalizzazione ha smesso di funzionare con i criteri tradizionali. Non c’è stata più la globalizzazione promessa, ci son stati i molteplici continui reset (cioè correzioni) che hanno persino resettato più volte se stessi. Ed ora siamo alla vigilia di un nuovo superreset globale che sta mettendo a confronto USA e CINA con partecipazione dei Brics e con focus sulla gestione delle materie prime energetiche soprattutto. Che rivoluzionerà ancora una volta tutto il mondo. Ma noi lo abbiamo ben inteso cosa ci dobbiamo aspettare?

Quanto alla nostra Europa, Trump ha “detto male” qualcosa di corretto sull’Europa che ormai non è più l’Europa, non è più fatta più tanto da europei e in prospettiva lo sarà sempre meno, ma consapevolmente, volutamente. In pratica tornare agli Stati significa fare i conti con la popolazione di detti Stati, capacità dei governanti e ruolo misterioso delle opposizioni, con l’interdipendenza dei mercati, la concentrazione di risorse energetiche soprattutto. Poi c’è il problema di disponibilità di capitali, vincolata da una entità senza strategie quale è Bruxelles e il dover riconoscere che questi capitali sono quasi solo disponibili in mano a quattro o cinque super Global Asset Managers che gestiscono fondi talmente importanti da influenzare la politica economica degli stati stessi. Posso aggiungere per finire che dobbiamo constatare la quasi scomparsa dei valori morali che creano l’identità di uno stato. Quindi più nulla da fare? Proprio per niente, ma ne parleremo successivamente.








domenica 19 aprile 2026

I Martiri di Gorcum. Impiccati dai protestanti per non aver abiurato la fede



In Olanda, nel XVI secolo, 19 religiosi furono giustiziati dai protestanti per non aver rinnegato la propria fede.




Antonello Cannarozzo

Quando oggi si sente parlare di ecumenismo, incontro, cammino sinodale, adeguamento della Chiesa cattolica verso un dialogo con le altre confessioni, barattando così la Verità in cambio del nulla, il ricordo corre ai tanti martiri che nei secoli preferirono morire piuttosto che arrendersi ed abiurare alla dottrina cattolica.

In una Chiesa soffrente, afflitta da tanti mali, dove dottrina, liturgia e autorevolezza sono ormai ricordi di un tempo che fu, va aggiunta la sua progressiva accondiscendenza verso un ecumenismo che la impoverisce sempre più nei suoi valori e con ciò che rimane della sua storia millenaria; una situazione che ricorda tristemente le parole sempre più attuali di Gesù: "Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che a essere gettato via e calpestato dalla gente" e così, dimenticando la sua santità e volendo piacere a questo mondo malato, la Chiesa oblia oltre alla sua Fede anche i suoi martiri che l’hanno resa grande agli occhi di Dio.

I lettori ricorderanno il commovente "Dialogo delle Carmelitane", scritto da George Bernanos, e tratto dalla storia vera di 16 suore di clausura che furono sacrificate sull’altare della mai abbastanza deprecata Rivoluzione Francese, per rimanere fedeli alla Chiesa, ma non è stata certo la prima volta, circa duecento anni prima in Olanda, adagiata su canali fluviali, sorgeva la piccola e fiorente cittadina di Gorcum, oggi Gorinchem, nel sud dell’Olanda, dove, furono arrestati in odium fidei decine di religiosi e religiose, come nel resto del Paese, colpevoli solo di essere cattolici. La storia che raccontiamo riguarda 19 di loro impiccati poi nella vicina città di Brielle nel 1572, confessando la loro appartenenza alla Chiesa di Roma e, dunque, a Cristo.

Dal 1477 i Paesi Bassi appartenevano alla potente casa regnante cattolica degli Asburgo che, nonostante gli sforzi dei re Carlo V e poi Filippo II, non riuscirono a fermare il virus del protestantesimo che si propagò velocemente in tutto il Nord Europa.

A sostegno del proselitismo dei seguaci di Lutero, insieme a persone di fede che credevano onestamente nella nuova Riforma, vi erano anche delle bande armate che andavano per le varie contrade a convertire, più che con la Bibbia, con la violenza, erano chiamati gueux, cioè pitocchi, per la loro vita disordinata fatta di furti e violenze di ogni tipo ovunque andassero e, a farne le spese in quegli anni, furono, specialmente, i cattolici, nonostante le assicurazioni fatte da questi “portatori di libertà” nei territori conquistati dalla tirannia della Chiesa(sic), ma da veri ‘liberatori’, proibirono fin da subito la religione cattolica con l’accusa di essere una setta idolatra per sostituirla con il nulla dottrinale dei riformati.

La guerra di religione

QIn questi anni tumultuosi furono vissuti a Gorcum, come in altri centri, con trepidazione e paura per le continue lotte interne. Ancora agli inizi della guerra di religione, nella cittadina si contrapponevano due schieramenti: quello cattolico, allora più numeroso, e quello protestante.

Purtroppo, nulla di nuovo sotto il sole e anche allora tra i cattolici molti lo erano solo di nome, pronti, per il quieto vivere, a cambiare bandiera e andare con il vincitore, così, quando venne conquista dai protestanti la vicina città di Dordrecht, molti a Gorcum capirono che il vento stava cambiando e cominciarono a guardare con favore la presenza dei protestanti con le loro eresie dottrinali.

Nella cittadina si ergeva un convento tenuto dai frati cappuccini apprezzati per la loro serietà e testimonianza di fede, tanto da essere considerato il cuore pulsante del cattolicesimo nell’intera provincia, ma la situazione ormai stava precipitando e molti buoni cittadini implorarono i frati di lasciare il convento per rifugiarsi in luoghi più sicuri e non essere un facile bersaglio come simbolo del cattolicesimo per la vendetta dei protestanti.

La risposta dei frati fu però negativa, il padre superiore, dando prova di grande coraggio, affermò che Dio dava certamente le prove, ma anche la forza di sopportarle e poi, dal punto di vista pastorale, che segnale sarebbe stato assistere alla loro fuga per i cattolici che restavano?

E allora piuttosto la morte che rinnegare la Verità

Purtroppo i presentimenti si rivelarono fondati. Il 25 giugno del 1572 sbarcarono a Gorcum, attraverso i canali, circa 150 pitocchi protestanti provenienti da Dordrecht, appena conquistata, e ben presto furono padroni della città anche per l’arrendevolezza dei suoi abitanti convinti dalle loro promesse di libertà politica e religiosa anche per i papisti.

Poco fuori dal centro abitato si ergeva una fortezza che fu scelta come rifugio da quei pochi cattolici che non credevano alle promesse dei protestanti insieme ai frati cappuccini e alcuni sacerdoti delle parrocchie vicine, per resistere ad un eventuale attacco dei protestanti in attesa, di lì a qualche giorno, dell’arrivo promesso delle truppe del governatore asburgico per liberare la città, ma questi aiuti non arrivarono mai, lasciando i suoi abitanti alla mercé dei protestanti.

La Cittadella, così veniva chiamata la fortezza, non era certa in grado di poter resistere contro 150 facinorosi opponendo poche armi e solo una ventina di persone in grado di usarle, insomma il destino era tragicamente segnato per loro.

Verso sera cominciò l’assalto alla fortificazione, ma ad ogni colpo di cannone la vecchia struttura cadeva a pezzi e ben presto il panico si impadronì dei suoi difensori che, volendo credere alla sincerità dei protestanti, pur di aver salva la vita, si arresero quasi senza combattere.

Le bugie dei “liberatori”

Mentre accadevano questi fatti all’ interno di ciò che rimaneva della costruzione, i frati, sicuri in cuor loro di una prossima morte per mano dei nuovi ‘liberatori’, si confessarono l’un l’altro per ricevere così la santa Comunione e prepararsi all’ultima dura battaglie che di lì a poco avrebbero dovuto affrontare.

Questo atteggiamento così pessimistico dei frati strideva con l’atteggiamento fiducioso dei cittadini rifugiatisi nella Cittadella i quali credevano che con l’accordo appena stipulato tutti, ma proprio tutti, avrebbero avuto salva la vita una volta consegnatisi al nemico, frati compresi e così, finalmente, la pace sarebbe tornata in città.

Peccato che una volta accettato di consegnare le armi, il comandante dei protestanti, un certo Marin Brant, fece radunare costoro in una sala del castello e senza alcun indugio dette ordine alla soldataglia di gettarsi su questi poveri disgraziati per derubarli di ogni avere che avessero indosso, il tutto tra ingiurie e percosse di ogni genere, ma non contenti di tanta viltà li minacciarono, una volta rilasciati, di pagare un riscatto per la loro libertà. Questa era la situazione in quei giorni, ma andò peggio ai francescani i quali, non possedendo proprio nulla, per questo furono insultati con bestemmie, picchiati duramente e rinchiusi nei sotterranei di ciò che rimaneva della fortezza.

Inutile, fu da parte dei cittadini ricordare a Brant le promesse fatte, ma il gioco era ormai scoperto e qualcuno ricordò l’antico motto latino pronunciato dal re Brenno dopo la vittoria contro i romani “Vaie Victis” – guai ai vinti – e così fu pure per i cattolici olandesi.

Purtroppo, in questo frangente così drammatico, alcuni cittadini, con il coraggio proprio dei vigliacchi, si recarono alla porta della prigione, dove erano rinchiusi i frati, per ingiuriarli e, quando potevano, colpirli anche con violenza, azioni miserabili solo per ingraziarsi i protestanti. Quest’azione rattristò non poco i religiosi che tra questi avevano scorto alcuni cittadini che solo poco tempo prima erano cattolici ed ora abiuravano, nella maniera più torbida, ciò che era stata la loro fede, ma i problemi per i religiosi di li a poco sarebbero stato ben altri.

Il calvario degli interrogatori

La Via Crucis dei prigionieri cominciò il 27 giugno quando i futuri martiri vennero interrogati, oltraggiati, scherniti, malmenati e infine, per fiaccarne lo spirito, furono organizzate per loro anche delle finte impiccagioni. Tanta crudeltà era dovuta anche alla convinzione che i frati nascondevano un tesoro nel convento e volevano sapere dove lo avevano occultato. Alla risposta negativa del padre superiore che spiegò loro che avendo fatto voto di povertà i cappuccini non possedevano assolutamente nulla, questa risposta indispettì maggiormente i carcerieri che si sentirono presi in giro e colmi di ira colpirono rabbiosamente il pover’uomo con calci e pugni, sciaguratamente questa era l’unica legge che conoscevano, infliggendogli lo stesso trattamento della finta morte, con tutte le crudeli conseguenze.

Tra questi ricordiamo anche l’episodio di padre Nicolas Poppel, parroco della città di Gorcum e noto per aver combattuto dal pulpito della sua chiesa l’eresia protestante. Come al solito gli venne intimato di rinnegare la sua Fede, il Papa e ciò che aveva predicato fino ad allora per aver salva la vita e, per rendere più realistica la minaccia, gli puntarono una pistola tra gli occhi, ma il buon padre con grande calma disse solo di essere pronto a morire piuttosto che tradire la Verità e messosi in ginocchio con le braccia alzate a voce alta pronunciò la propria confessione di Fede pronunciata da Gesù sulla croce prima di morire: “In manibus tuas, Domine,commendo spiritum meum”.

Furiosi, i suoi carcerieri presero una corda e la fecero passare sopra una trave, poi, messogli il cappio intorno al collo, lo sollevarono e strattonandolo lo lasciarono cadere di peso a terra per abbandonarlo tra le dolorose ferite e non vedendo alcun gesto pensarono fosse morto, ma il buon padre in realtà era solo svenuto per il dolore.

Assistito dai suoi confratelli, per quanto era possibile in quelle condizioni, purtroppo, come vedremo, i tormenti per il pover’ uomo non erano ancora finiti.

Era uso tra questi uomini di fare a pezzi il corpo di un prigioniero morto ed esporre a futura memoria le sue membra a brandelli al popolo, così quando entrarono nella cella dei frati pensavano di trovare il cadavere di padre Poppel per attuare così il loro macabro disegno, si accorsero che era ancora vivo, nonostante lo stato penoso in cui si trovava. A quel punto, presi dalla collera lo colpirono ancora con calci e pugni aggiungendo bestemmie e improperi. Uno schema che sarà tragicamente ripetuto anche per gli altri religiosi che subirono la stessa sorte insieme, come vedremo, nel processo farsa che ne seguì nella vicina città di Brielle.

Il primo luglio arrivò a Gorcum un certo Giovanni d’Omal, un ex prete, convertitosi al protestantesimo, e nominato ministro della giustizia nei territori.

Uomo pieno di odio per i suoi ex confratelli tanto che, appena giunto in città, li andò subito a trovarli in prigione comunicandogli di prepararsi per l’indomani mattina presto quando sarebbero partiti per Brielle ed essere giustiziati per le loro malefatte.

Così l’indomani, alle prime luci dell’alba, iniziò il viaggio verso la morte dei poveri religiosi. Il tragitto fu assai doloroso: senza mangiare ormai da giorni con il freddo che entrava nelle ossa, come se ciò non bastasse ovunque si fermavano lungo il tragitto, molti popolani venivano aizzati per dileggiarli tra improperi e violenze di ogni tipo e, vista la gente sempre più numerosa, i gueux arrivarono addirittura a far pagare un pedaggio a chi voleva offenderli.

Il martirio


Una volta giunti a destinazione, i futuri martiri furono reclusi nei sotterranei del carcere, un ambiente malsano dove scorreva anche una cloaca e dove erano già stipati altri sacerdoti vittime anch’essi di retate.

Gli arrestati di Gorcum vennero presto interrogati dal Conte della Marca, Guglielmo Lumnaye, governatore protestante, subendo una serie di maltrattamenti sopportati tutto con grande pazienza per amore di Dio e pregando sempre per i loro aguzzini.

Molte furono le sessioni degli interrogatori che ovviamente vertevano sulla loro appartenenza alla Chiesa cattolica con tutto quello che questo rappresentava per i protestanti cioè “un insieme di nefandezze”.

In uno di questi interrogatori, il sacerdote Leonard Vèchel uomo di grande cultura, ma soprattutto di fede, domandò ai suoi accusatori dopo accuse di ogni genere alla Chiesa di Roma, dove la essa non era più la quella voluta da Gesù e la risposta non si fece attendere: “È solo nella Bibbia -dissero- che si trova la parola di Dio”. “Certamente – rispose il sacerdote –ma grazie all’assistenza di chi noi riteniamo le sante Scritture per vere?” mettendo in difficoltà i suoi inquisitori.

Infatti, molti di loro erano ex cattolici e addirittura religiosi dunque conoscevano assai bene la frase di sant’Agostino, figura stimata nel mondo dei riformati e non per nulla Lutero era un ex agostiniano, che affermava “Non crederei al vangelo, se l’autorità della Chiesa non mi ordinasse di credere”. Vèchel, comprendendo che ben sapevano a cosa si riferiva, aggiunse “Noi crediamo alla Scrittura perché la Chiesa lo comanda, ed è necessario che Essa, assistita dallo Spirito Santo, la interpreti per darci l’esatto significato della parola divina”.

Subito, tra i suoi accusatori si levarono grida di protesta per essere stati colpiti nel vivo, tanto che lo stesso giudice, il Conte della Marca, assai indispettito urlò:” Non vedete che questi seduttori cercano di farci ammettere che crediamo nelle scritture perché lo dice il Papa?” e un altro aggiunse” Che bisogno abbiamo di altre prove, impiccateli, non ci guadagnerete nulla da questa gente! Alla forca i papisti”, una frase che ne ricordava tristemente un’altra scena drammatica:” Che bisogno abbiamo ancora di testimoni (Matteo 24, 65) Crucifige eum”.

La sera seguente, dopo una lauta cena e generoso vino, ancora rabbioso per le affermazioni di Vachel, il Conte della Marca decise di farla finita con quei papisti e, pur essendo già notte, fece eseguire la pena di morte.

La storia di questa esecuzione la ritroviamo nello storico contemporaneo ai fatti, Guillaume van Est, conosciuto come Estius, il quale narra come i futuri martiri avviandosi al patibolo, due travi ricavata in un vecchio mulino in disuso, si confessassero vicendevolmente e arrivati sotto lo strumento di morte si misero in fila aspettando solo la loro fine. Il primo a salire la scala per il patibolo fu il padre superiore dei frati, padre Nicolò Picchi, che incoraggiò con l’esempio al martirio in nome di Cristo e, fino a che non venne strozzato dal cappio continuò a infondere coraggio a coloro che di li a poco sarebbero ascesi al Paradiso. Ma la morte non tutti ebbero la forza di accettarla e alcuni, soprattutto i più giovani, lusingati anche dai protestanti non ebbero la forza di accettare il martirio e si allontanarono dal luogo delle esecuzioni tra la soddisfazione degli eretici.

Ad aumentare le sofferenze dei nostri martiri fu, tra l’altro, la mala esecuzione dell’impiccagione fatta senza alcuna attenzione da uomini ubriachi. Scrive ancora Estius, c’era, tra i frati, chi aveva la corda che gli saliva al mento, chi posta male intorno al collo o chi aveva un cappio allentato, allungando tragicamente di molto la loro agonia, tanto che per alcuni la morte giunse solo alle prime ore del mattino.

Rimasero pendenti dalle forche undici cappuccini, più il frate Giacomo Lacops il quale venne impiccato sulla cima di una scala perché non c’era più posto sulle travi, insieme a un padre domenicano, due canonici e quattro sacerdoti secolari.

Curiosamente tutti coloro che ebbero un ruolo nel martirio dei religiosi, fecero tutti una pessima fine e coloro che avevano abiurato per salvarsi la vita morirono poco dopo un anno dai tragici fatti.

Narrando questa storia non vogliamo assolutamente negare o, peggio, giustificare le violenze anche da parte cattolica verso i riformati che si ebbero in quegli anni travagliati, sarebbe un offesa alla storia e un offesa a chi morì innocente, ognuno sceglie la parte con la quale immedesimarsi, ma ciò che deve far riflettere, almeno per noi cattolici, che la Chiesa è grande anche per i suoi martiri sacrificatisi per la nostra Fede e aprire in modo avventato, come purtroppo si continua a fare dalla fine del Concilio Vatican II, alla ricerca di assurde convergenze dottrinali offendendo la memoria di chi si è battuto per non cedere davanti alla Verità di Cristo e, permetteteci di aggiungere, per la salvezza di tante anime.








I conservatori sono più felici dei progressisti






di Roberto Pecchioli,  13 aprile 2026

Ho sempre diffidato delle statistiche. Il poeta romanesco Trilussa scrisse che se mangiamo in media un pollo all’anno e qualcuno è rimasto digiuno, rientra comunque nella statistica “perchè c’è n’antro che ne magna due”. Tuttavia, le analisi matematiche serie spesso attestano con la forza dei numeri ciò che la saggezza popolare già sapeva. Il paradosso di Easterlin sulla felicità, enunciato nel 1974, dimostrò con eleganti formule matematiche che al di sopra della soglia di reddito necessaria per soddisfare le esigenze primarie, la felicità non aumenta con la ricchezza. Ogni anno statistiche e grafici individuano con dovizia di indicatori in quali città italiane si vive meglio. Sempre, la spuntano le aree alpine e gli ultimi posti toccano al sud. Amo il profondo nord, ma so che a Catanzaro non sono più infelici che a Bolzano e che i salernitani non se la passano peggio dei friulani.

Insomma, la statistica va presa con giudizio, anche quando dà ragione ai nostri convincimenti. Numerosi studi affermano unanimemente che i conservatori sono più felici dei progressisti. La conclusione è supportata da indagini condotte con diversi approcci metodologici, dal tentativo di definire la felicità all’attribuzione di senso alla vita, all’analisi di disturbi quali la depressione e le malattie mentali. La prima obiezione riguarda la validità e l’opportunità della divisione tra conservatori e progressisti, ma è opportuno attenersi ai significati comunemente accettati. Ad essere pignoli, dovremmo mettere in discussione le categorie di destra e sinistra, non troppo dissimili dal dualismo conservatori-progressisti.

La distinzione proposta da Norberto Bobbio riguardava l’opposto atteggiamento nei confronti dell’idea di uguaglianza. C’è del vero, ma il criterio non è universale. Esiste una frattura più sottile e veritiera, teorizzata dal sociologo afroamericano Thomas Sowell nel saggio A conflict of visions (Un conflitto di visioni), che affronta le divisioni tra i tipi umani che chiamiamo (con alquanta approssimazione) conservatori e progressisti in termini esistenziali e prepolitici. Dal conflitto permanente tra visioni della vita che attraversa luoghi, tempi, civiltà, sorgono due atteggiamenti opposti da cui dipendono le differenze politiche. Da un lato ci sono coloro che sostengono una visione “vincolata” –constrained– della natura umana, nel senso di immutabile. Dall’altro quelli la cui visione è non vincolata –unconstrained– convinti che gli individui possano essere modellati, cambiati, riconfigurati. Se è vera l’intuizione di Sowell –conservatore– la possibilità che la felicità inclini maggiormente a destra non è peregrina.

La mentalità conservatrice, infatti, è portata ad accettare ed apprezzare i limiti, i propri e quelli imposti dalla realtà. La principale frattura tra ciò che definiamo, in senso lato, destra e sinistra, risiede nel rapporto con la realtà. Se l’umanità è malleabile e possiamo trasformarla, se consideriamo ingiusta la società, dobbiamo farlo. Di qui l’inesausto attivismo, l’utopismo, la volontà di distruggere l’esistente della mente progressista, simile alle promesse degli amanti: più di ieri, meno di domani. Se invece la natura umana è immutabile, va accettata, pur consapevoli della sua imperfezione. Le istituzioni saranno radicate in quella natura e cercheranno di governare miserie e virtù umane nel modo più tollerabile. La realtà sociale ha un significato anche se non siamo in grado di comprenderlo pienamente; la mente conservatrice ne prende atto e si comporta sulla base di principi e valori permanenti. È più probabile essere felici accettando la realtà che vivere in lotta costante contro di essa.

Non si tratta di stabilire se gli uni o gli altri abbiano ragione o torto. Di certo il cambiamento continuo –che unisce il capitalismo e la mentalità progressista– rende insoddisfatti, ansiosi, priva di punti di riferimento, costringe a una vita costantemente in bilico. Se ogni cambiamento è chiamato progresso, i suoi adepti sono più mobili ma anche più portati alle delusioni, alla demoralizzazione, al senso di sconfitta esistenziale, al rancore. Ne è convinto lo psicologo Jordan Peterson, il quale intuì che le differenze ideologiche non affondano le radici in questioni puramente politiche, come la scelta di valori, obiettivi sociali, concezioni sul funzionamento della società, ma sono manifestazioni di differenze psicologiche che si trasformano in divergenze politiche.

Le statistiche confermano che il sentimento, lo stato d’animo conservatore è più favorevole a una vita felice o almeno serena. I ricercatori ammettono che la vita familiare, l’adesione a usi e costumi della comunità di appartenenza e la pratica religiosa contribuiscono fortemente al benessere personale. Valori stabili, forti, tesi al radicamento, tutt’altro che progressisti. Tutte le indagini concordano sul fatto che i conservatori mostrano livelli significativamente più elevati di soddisfazione e attribuzione di senso alla vita rispetto ai progressisti, i quali hanno molte più probabilità di manifestare ansia, depressione e altre forme di disagio psicologico. Il dato è uniforme per paese, classi di età, reddito, livello di istruzione, stato civile. Quale differenza psicologica –se esiste– determina questa differenza?

Le risposte sono contrastanti. Alcuni ribaltano la questione: le persone con maggiore stabilità emotiva e minore tendenza alla nevrosi avrebbero una maggiore predisposizione al conservatorismo. Di qui la probabilità che siano più felici. Lo stesso vale per coloro che hanno goduto di una migliore salute fisica e mentale durante l’infanzia. I soggetti più ansiosi tenderebbero a trovare più attraenti le idee di sinistra. Altre spiegazioni rimandano alla socializzazione: la fede religiosa, la vita familiare, l’integrazione personale e valoriale nella comunità –modalità esistenziali conservatrici– sono associate a una maggiore serenità e stabilità. La religione, in particolare, conferisce il significato più profondo alla vita, maggiori opportunità di integrarsi in comunità, efficaci strumenti morali e spirituali per affrontare le sfide dell’esistenza.

Secondo altri, poiché i conservatori sono più propensi ad accettare la realtà com’è, sono meno soggetti alla frustrazione, alla persistente sensazione di insoddisfazione ed ingiustizia di chi si colloca a sinistra. La loro prospettiva attribuisce grande importanza all’ordine –sociale, civile, esistenziale– e determina una minore ambiguità morale. Queste predisposizioni inclinano all’ottimismo, un sentimento che induce felicità. Inoltre, i conservatori sono portati ad accettare i limiti personali e quelli legati alla possibilità di agire sulla realtà. L’idea progressista di dover costantemente cambiare la società ha gravi costi psicologici. Le distanze si sono accentuate negli ultimi vent’anni. La narrazione apocalittica sul clima, le isterie identitarie, l’ansia di individuare, proclamare e stabilire “diritti” sempre nuovi martellano la coscienza. I conservatori cercano di costruire un ordine personale che offre la piacevole sensazione di perseguire uno scopo, riflesso nell’organizzazione sociale. Tendono inoltre a vedere le cose attraverso un codice morale rigido, a differenza dei progressisti, più problematici, instabili. Distinzioni prepolitiche, come la più marcata capacità della mente conservatrice di adattarsi all’ ambiente sociale e alla natura, attivare un pensiero conseguente, pur con prospettive critiche.

Sin qui le statistiche. Poi ci sono i dati di fatto. La mente progressista –proprio per la sua insoddisfazione permanente– inclina pericolosamente al rancore. Il linguaggio del corpo, lo sguardo, l’abbigliamento, l’attitudine, una certa fascinazione per il brutto, persino la postura, fanno riconoscere l’idealtipo progressista prima che apra bocca. Non pochi sono il ritratto di una insoddisfazione esistenziale esibita nell’aggressività verbale, nella provocazione elevata ad attitudine, nel moralismo invertito, nello sguardo ostile, accigliato. Impressiona l’odio per la normalità ostentato come una bandiera, la scelta simbolica di colori come il viola che rappresentano la rabbia. La distanza tra il conservatore e il progressista –al netto delle mille sfumature della benedetta complessità umana– è innanzitutto esistenziale. Non stupisce affatto che la nuda statistica testimoni la maggiore stabilità di chi sa accogliere la realtà, la natura delle cose, il destino, la dimensione trascendente dell’esistenza.

Un ulteriore elemento è il fastidio conservatore per la vita amministrata, l’eccesso di controllo che uccide la dimensione privata, intima, unito all’attaccamento per il caleidoscopio, la varietà, per ciò che si è e ci definisce, individualmente e comunitariamente. Infine, la propensione per quello che gli antichi chiamavano amor fati, l’atteggiamento di chi accetta il destino poiché è egli stesso l’unico in grado di realizzarlo compiutamente. Diventa ciò che sei, è l’esortazione di Nietzsche. Diventa ciò che vuoi, risponde il progressista collettivo. Forse è questa la chiave, la distanza tra essere e voler essere, serenità e moto perpetuo, serenità e livore. Che non dà felicità ma invidia personale e sociale, desiderio di abbassare sé stessi e gli altri, il progresso del granchio.










sabato 18 aprile 2026

Funerali cattolici, Mons. Lamba firma il decreto: no alla dispersione delle ceneri e ai discorsi dei parenti dall'ambone





17/04/2026
Chiesa cattolica
Diocesi


Diocesi di Udine

Udine - L'arcivescovo Riccardo Lamba, ha firmato due decreti destinati a regolare aspetti concreti e quotidiani della vita delle parrocchie dell'Arcidiocesi. Entrambi i provvedimenti, protocollati lo stesso giorno, entreranno in vigore il 19 aprile 2026, terza domenica di Pasqua.

Le esequie cristiane: fede, non fatto privato

Il primo decreto (Prot. 0516/Can/26) stabilisce le norme che regolano la celebrazione delle esequie. Il documento parte da un principio ecclesiologico molto chiaro ma spesso sconosciuto a chi pratica poco la fede cattolica: il funerale cattolico non è un affare di famiglia, ma «un segno di fede ed espressione della comunione ecclesiale», come si legge nel testo. I familiari del defunto sono pertanto tenuti a contattare il parroco prima di qualsiasi altro adempimento - compreso il semplice suono delle campane che annuncia il decesso - per concordare orari, luogo e modalità della celebrazione. Le forme ammesse restano esclusivamente quelle previste dal Rituale: la Messa esequiale oppure la celebrazione nella Liturgia della Parola. In caso di rifiuto della famiglia verso entrambe le opzioni, il parroco o un diacono da lui incaricato potrà presenziare a un momento di preghiera prima della chiusura della bara, ma il decreto è esplicito: ciò «non equivale in alcun modo a un funerale cattolico».

Il decreto entra anche nei dettagli pratici: la fotografia del defunto è ammessa, ma deve restare laterale, in modo da non disturbare la celebrazione; le musiche e i testi estranei alla liturgia sono vietati. E poi c'è il nodo del saluto dei familiari, forse il punto più atteso e più coraggioso dell'intero provvedimento.

Il testo è chiaro: «Al termine dell'ultima raccomandazione e commiato, si autorizza che sia letto - non dall'ambone - un saluto da parte dei familiari per ricordare il defunto, concordando il testo con chi presiede la celebrazione». Per le personalità pubbliche, eventuali rappresentanti della comunità potranno intervenire, ma solo dopo la conclusione della liturgia, mai durante. Non dall'ambone. Tre parole che valgono più di un trattato. L'ambone non è un palco, non è un microfono aperto alle emozioni del momento: è il luogo da cui risuona la Parola di Dio. Riportarlo alla sua funzione è un atto di rispetto verso ciò che la celebrazione esequiale è davvero: non una cerimonia di commiato, non un tributo al defunto, ma la proclamazione della fede nella risurrezione. Ed è proprio questo il cuore di ciò che l'arcivescovo Lamba sta cercando di fare con questo decreto: restituire le esequie al loro significato reale. Troppo spesso il funerale cattolico è diventato uno spazio ibrido, in cui la liturgia fa da cornice a qualcosa d'altro: un momento privato, sentimentale, vissuto "per tradizione" da chi con la fede ha un rapporto intermittente e con la comunità ecclesiale nessuno. Il risultato è una cerimonia svuotata, in cui l'assemblea assiste invece di pregare, e l'altare rischia di diventare un teatro.

Lamba prova a invertire questa deriva. Lo fa con fermezza, ma anche con la pazienza del pastore: non sbatte le porte in faccia a nessuno, prevede spazi per la famiglia, per il saluto, per il ricordo. Ma tiene il centro. E il centro, in un funerale cattolico, è Cristo risorto, non il defunto, non i suoi meriti, non il dolore di chi resta.

Ceneri in cimitero: la Chiesa ribadisce una posizione già consolidata

Una sezione del decreto riguarda la cremazione, tema su cui l'arcivescovo Lamba non introduce novità, ma ribadisce con forza quanto già stabilito dai documenti ufficiali della Chiesa. Il riferimento esplicito è all'istruzione Ad resurgendum cum Christo della Congregazione per la Dottrina della Fede, del 15 agosto 2016: le ceneri devono essere deposte nei cimiteri. Non è consentito conservarle in casa, spargerle in aria, in terra o in acqua, né trasformarle in oggetti commemorativi. Il decreto precisa inoltre che, qualora il defunto abbia scelto la cremazione «perché non riconosce la dignità del corpo in vista della risurrezione», o abbia disposto la dispersione delle ceneri intendendo la morte come «annullamento totale e definitivo della persona», queste scelte escludono la celebrazione del funerale cattolico. Si tratta, anche in questo caso, di una fedele applicazione di quanto già stabilito al numero 8 dell'istruzione della Santa Sede del 2016.

La posizione della Chiesa, in sostanza, non è contraria alla cremazione in sé - che viene tollerata - ma esige che essa non contraddica la fede nella risurrezione della carne, cardine del Credo cristiano.

Le campane: tradizione tutelata, con regole precise

Il secondo decreto (Prot. 0515/Can/26) aggiorna le norme sul suono delle campane, sostituendo il precedente provvedimento risalente al 22 dicembre 1995, firmato dall'allora arcivescovo mons. Alfredo Battisti.

Il testo muove da una premessa importante: il suono delle campane è espressione della libertà religiosa garantita dall'art. 19 della Costituzione italiana e dagli accordi tra la Santa Sede e lo Stato, ai sensi dell'art. 7 Cost. L'obiettivo dichiarato è proteggere questa tradizione, evitando che conflitti con i vicini possano portare a contenziosi legali o al silenzio dei campanili. In concreto: le campane non possono suonare prima delle 7.00 e dopo le 21.00 in tutte le chiese dell'Arcidiocesi, con un limite più restrittivo (dalle 7.30) la domenica e nei giorni festivi civili per le chiese nei centri con oltre 5.000 abitanti. Fanno eccezione per tradizione consolidata quattro chiese storiche: Santa Maria in Castello a Udine, la Pieve di Castello a San Daniele del Friuli, il Duomo di Cividale del Friuli e la Pieve di San Pietro in Carnia, dove il suono è ammesso fino alle 22.00.

Silenzio assoluto, invece, dal Gloria della Messa in Cena Domini fino al Gloria della Veglia Pasquale: nei giorni del Venerdì Santo e del Sabato Santo le campane tacciono, secondo l'antica e veneranda tradizione. Le norme si applicano anche ai sistemi meccanici ed elettronici, e la responsabilità della loro osservanza ricade sui parroci, «legali rappresentanti» delle campane delle rispettive chiese.

d.R.M.
Silere non possum






L'eresia del "sacerdozio universale" e il momento del Padre Nostro




a cura di Veronica Cireneo 
17 aprile 2026

Se i fedeli in chiesa tenessero le mani al loro posto, cioè giunte dall'inizio alla fine della celebrazione eucaristica - in chiesa si va per pregare e quando si prega bisogna tenere le mani giunte - tanti problemi irrituali e sacrileghi decadrebbero da sé: come il prendersi per mano al Padre nostro, spalancarle verso il Cielo, stringerle per la pace a destra e a manca e soprattutto afferrare l'Ostia con le mani. Tanto premesso approfondiremo in questa sede cosa si intenda con l'affermazione, sempre più ricorrente: "Siamo tutti sacerdoti" e quale sia appunto il modo più virtuoso di tenere le mani al momento della recita del Padre Nostro. Argomenti interessanti, affrontati dall'amico Mauro Bonaita in questa quarta puntata della Rubrica: "Il catechismo del buon esempio" . Buona lettura, stampa e diffusione del volantino in PDF in calce.

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" SACERDOZIO DELL’ORDINE E SACERDOZIO COMUNE: IL MOMENTO DEL PADRE NOSTRO"

Il catechismo del buon esempio 
 

Mauro Bonaita, Alleati di Reggio Emilia

17 aprile a.D. 2026


La lex orandi non si può scostare dalla lex credendi. Assieme si manifestano nella lex vivendi.

• La gestualità del corpo è espressione e immagine della nostra fede; è quindi di grande importanza assimilare la corretta gestualità durante la preghiera e la liturgia per educarci alla vera fede cattolica che ci invita a coltivare quell’amore divino che si distingue da quello puramente umano e filantropico: la Caritas e non il Philia, la Carità e non la fratellanza umana.




Tra i vari momenti dove è richiesta una particolare gestualità, vi è il momento del Padre Nostro. Nella sezione “Precisazioni” del Messale Romano, circa la recita del Padre Nostro, è scritto:

“escludendo gesti non rispondenti all’orientamento specifico della preghiera rivolta a Dio Padre, si possono tenere le braccia allargate”.

Oltre a gesti non previsti e non consoni alla preghiera rivolta a Dio Padre, che sono da abolire, in una lettura intellettualmente onesta si capisce che: le braccia allargate “si possono” tenere, non sta scritto “si devono” (...)

Pur non essendo esplicitamente proibite, le mani allargate non corrispondono a una verace partecipazione liturgica.

I fedeli non devono ripetere: né con le parole, né con le azioni ciò che dice e fa il sacerdote, la cui “singolare” funzione è reiterare il Sacrificio incruento in Nome e per Cristo Unico Salvatore applicando all’umanità intera i frutti dell’unico Sacrificio cruento. Il Messale infatti scrive e ripete:
“il sacerdote, con le braccia allargate (…)” e ancora “solo il sacerdote, con le mani allargate:(…)”. [2]
Le braccia allargate sarebbero più adatte in una preghiera privata, ma non nell’occasione della Messa dove siamo chiamati ad esprimere sentimenti di “filiale” comunione, in uno stato che anticipa la “Comunione dei Santi” col Corpo Mistico: la Chiesa gerarchica, in comunione con gli Angeli, i Santi, i diaconi, col presbitero, il Vescovo e il Papa, che fra le altre cose vengono nominati nella celebrazione per esprimere maggiormente una unione personale e intima con loro; quindi, una preghiera “verticalizzata” verso l’alto, che tende a Cristo.

Sono certamente da aborrire anche alcuni atteggiamenti di preghiera “orizzontale”, come le “catene umane”, mano nella mano, che sono gesti camerateschi che nulla hanno a che fare col Sacrificio del Calvario (...).

Purtroppo, però è da constatare che spesso in alcune parrocchie anche questo momento diventa espressione di una fede protestantizzata: protestantesimo che ha tra i capisaldi l’eresia del “sacerdozio universale” attraverso cui ogni fedele avrebbe accesso diretto a Dio senza necessità di alcun intermediario, come invece lo è necessariamente il sacerdote.

Noi cattolici ci discostiamo nettamente da questo concetto riconoscendo la distinzione che c'è tra: “sacerdozio comune dei battezzati” e “sacerdozio dell’ordine”.

Il primo, il sacerdozio dei battezzati, è accessibile col sacramento del battesimo, il secondo, quello dei consacrati, è distintivo dei soli sacerdoti e si assume attraverso il Sacramento dell’Ordine.




Fu Sant’Agostino a formulare la celebre espressione:
“Per voi infatti sono Vescovo, con voi sono cristiano. Quel nome (Vescovo – ndr) è segno dell'incarico ricevuto, questo (cristiano – ndr) della grazia; quello è occasione di pericolo, questo di salvezza.” [3]
È necessario comprendere bene cosa volesse dire Sant’Agostino riferendosi al suo essere Vescovo. Egli, infatti, sentiva il peso del suo incarico messo a servizio dei fedeli, disponendo loro i Sacramenti di Cristo per la salvezza eterna. A llo stesso tempo definiva il suo essere cristiano uno stato di grazia per la salvezza che anch’egli aveva ricevuto col Battesimo, al pari dei fedeli a lui affidati.

È in questo sentire e vivere il nostro “sacerdozio comune” dei battezzati e il “sacerdozio dell’ordine” dei nostri Pastori che si dovrebbero differire le posture dei fedeli e dei Sacerdoti:

- i primi con le mani giunte in segno di affidamento ai Pastori e

- i secondi con le braccia allargate in segno di offerta a Dio Padre delle preghiere e delle sofferenze del popolo che si uniscono al Sacrificio dell’Unico Pastore che è il Figlio: Cristo Gesù.




Non importa quanto giudichiamo buono o cattivo il tal celebrante.

La Messa è un rito soprannaturale dove Cristo è Sommo Sacerdote e il Sacramento agisce, tecnicamente parlando, “ex opere operato”, cioè “per il fatto stesso di aver fatto la cosa”.

Non a caso tale tecnicismo fu definito durante il Concilio di Trento (1547) per combattere le eresie Luterane che avevano in odio la gerarchia ecclesiastica.



Guardiamo allora e imitiamo Maria SS., nostra Maestra di Vita, che durante le orazioni teneva sempre le Sue Mani umilmente giunte.





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LINK AL PDF:
https://drive.google.com/file/d/1PnIvnsPmgLSEYcGg0oVzKPmTDhUED1eR/view?usp=sharing


Per approfondire, consultare i seguenti documenti:
[1] – “Messale Romano” [precisazioni - 8.]
[2] – Ibidem [Terza parte: Santa Comunione]
[3] – Discorso 340 – Sant’Agostino







venerdì 17 aprile 2026

Vescovo Schneider: “La Chiesa tedesca è una vile collaboratrice dell’ideologia di sinistra”




Nella traduzione a cura di Chiesa e postconcilio da jungefreiheit.de un'intervista di mons. Schneider sul tradimento della cultura europea da parte della Chiesa. 



pubblicato il 17 aprile 2026


Moritz Schwarz, 5 aprile 2026

La Chiesa tradisce la fede cristiana e la cultura europea? È proprio questo che le rimprovera Athanasius Schneider. A Pasqua, il vescovo ausiliare cattolico residente in Kazakistan invita gli europei a salvare la loro cultura dal totalitarismo woke e dall’immigrazione di massa.

Eccellenza Reverendissima, lei invita a creare un “nuovo movimento nella cultura, nella politica e nella vita pubblica per rafforzare i nostri valori europei”.

Athanasius Schneider: Sì, perché proprio la Pasqua dovrebbe ricordarci che la nostra Europa è stata costruita sul cristianesimo.

Perché “proprio la Pasqua”?

Schneider: Perché nessuna festa rappresenta di più la fede cristiana: con la resurrezione di Gesù Cristo dopo le tenebre della Sua passione, con il trionfo sulla morte e la redenzione del mondo. È su questo che si fonda la Chiesa e, su di essa, a sua volta, l’Europa. E ciò non soltanto in senso religioso, ma – cosa che oggi dimentichiamo volentieri – in senso complessivo.

Per esempio?


Schneider: Tutti i valori europei derivano in ultima analisi dal cristianesimo, anche quelli che oggi consideriamo laici. Per esempio l’idea dell’individualità e della libertà del singolo. Oppure prenda la cultura occidentale: furono i monasteri a conservare il patrimonio del sapere antico, a rielaborarlo e a renderlo accessibile all’Occidente. Furono per lungo tempo i centri del sapere europeo, finché non sorsero le università, che tuttavia sono state anch’esse create dalla Chiesa, risalendo fino ai Padri della Chiesa dell’antichità.

Lo stesso vale, per esempio, per l’ospedale, che fu inventato dal cristianesimo, spinto dallo spirito del Vangelo, dall’amore per i più poveri. Si pensi al Basileion del IV secolo, fondato dal Padre della Chiesa Basilio il Grande in Asia Minore, dove malati e bisognosi venivano assistiti in gran numero. Anche più tardi, nel Medioevo, l’assistenza ai malati è stata compito della Chiesa: lo Stato non faceva nulla in questo campo. Già il termine ‘infermiera’: da dove viene? Dal fatto che originariamente erano le suore a curare i malati. [In tedesco, il termine ‘infermiera’ è Krankenschwester, letteralmente ‘sorella (Schwester) dei malati’, N.d.T.]

Oppure consideri il nostro diritto processuale, che in parte risale alla famigerata Inquisizione, con la sua idea moderna che un processo corretto richieda prove e una difesa. Questi sono solo alcuni esempi di quanto profondamente il cristianesimo abbia plasmato la nostra cultura europea.

“Ciò che è di sinistra è buono, ciò che è di destra è cattivo: questo è il trucco”

Ma in che modo questa impronta sarebbe oggi in pericolo, al punto da richiedere di essere ribadita?

Schneider: Chi oggi osserva criticamente la società riconosce lo sforzo di negare e respingere l’influenza del cristianesimo, affinché possano diffondersi altre influenze.

Concretamente?

Schneider: Oggi soprattutto l’ideologia di sinistra, che in ultima analisi deriva dal marxismo e che viene diffusa con il trucco di affermare che ciò che è di sinistra è di per sé buono e ciò che è di destra è di per sé cattivo. Si tratta però di un’attribuzione completamente arbitraria, che non regge a un’analisi critica, per esempio se si esamina storicamente ciò che idee, partiti e politiche di sinistra hanno prodotto. Tra queste cose rientra, per inciso, anche il nazionalsocialismo, che non a caso reca la parola ‘socialismo’ nel nome.

Naturalmente non si deve escludere la destra, le cui idee talvolta hanno anch’esse prodotto ingiustizie. Dobbiamo quindi rafforzare i valori della nostra cultura europea contro tutti coloro che cercano di soppiantarli, indipendentemente dalla direzione da cui provengano.

Quali sono esattamente questi valori europei?


Schneider: Sono quelli che rispettano la vera libertà dell’uomo: la ragione, l’umanità, la famiglia, il diritto naturale e così via. Tutto ciò che l’ideologia woke di oggi attacca e vuole dissolvere, per rendere le persone prive di sostegno e di orientamento. Tale ideologia dichiara nemico chiunque le si opponga, un nemico da eliminare.

“Un totalitarismo abilmente camuffato minaccia di distruggere la cultura e la libertà dell’Occidente”

Lei è cresciuto in parte nell’Unione Sovietica. Vede dei paralleli?

Schneider: Assolutamente sì. I miei genitori hanno sofferto molto sotto la dittatura comunista: come cristiani clandestini sono stati più volte vittime della repressione. Anch’io l’ho sperimentato a scuola: se qualcuno aveva un’opinione diversa da quella dell’ideologia comunista, veniva definito un nemico, un nemico del popolo, oppure un odiatore, un odiatore del popolo. Allora si parlava di ‘odiatore del popolo’, oggi di hate speech: vede quanto è impressionante la somiglianza?

Spero che ora comprenda anche l’urgenza del mio appello. Non si tratta semplicemente di rafforzare in generale i nostri valori, ma di farlo in un momento storico in cui forze neocomuniste stanno cercando di distruggerli. Non possiamo limitarci a guardare e aspettare.

Dobbiamo creare in Germania, in Europa, forse anche in America, un nuovo movimento che coinvolga la società e la guidi alla resistenza contro questa distruzione. Altrimenti rischiamo di sacrificare la nostra cultura occidentale e l’idea di libertà a un movimento totalitario abilmente camuffato.

Tra questi valori rientra anche, come lei sottolinea, il matrimonio. Bene, ma cosa ha il matrimonio tradizionale a che fare con la libertà dell’uomo e la resistenza alle ideologie totalitarie?


Schneider: Anzitutto: lei parla di ‘matrimonio tradizionale’ – lo trovo sbagliato e devo contraddirla. Non esiste un matrimonio tradizionale, ma solo ‘il’ matrimonio, quello naturale. Il matrimonio è qualcosa che ci dà la natura, non la tradizione. È un fatto, un’evidenza rivelata dal buon senso. È stato creato da Dio ed è il legame migliore e più bello che un uomo e una donna, che si completano e si amano, possano contrarre.

Su questo fondamento poggia tutta la nostra società: su di esso abbiamo costruito la nostra civiltà e la cultura europea con la sua umanità. Per questo dobbiamo difendere il matrimonio, insistendo sulla sua specificità e aiutando i giovani a riscoprirne il valore e la bellezza.

Dal matrimonio nascono poi i nostri figli, che sono il nostro futuro – e al tempo stesso le vittime più vulnerabili della distruzione del matrimonio. Vediamo infatti crescere una generazione senza punti di riferimento, esposta indifesa all’ideologia woke.

Questo è il metodo della sinistra: prima si crea un vuoto di senso, che poi si sfrutta per sedurre le persone. E queste non si accorgono di perdere la loro naturalezza, la loro libertà e la loro umanità, e spesso anche la gioia di vivere.

Tuttavia il pericolo non proviene soltanto dalla wokeness, come lei dice.

Schneider: È vero. Ho già detto che dobbiamo difendere i nostri valori europei dagli attacchi provenienti da tutte le direzioni. Un altro grande pericolo è la freddezza dell’amministrazione e della tecnica: nella società di massa l’uomo rischia di essere considerato un oggetto. Lo si vede in modo inquietante, per esempio, negli ospedali moderni e nelle case di cura. Spesso manca il calore, il vero calore umano, che il cristianesimo ha portato.

“È inquietante ciò che sta accadendo oggi in Germania”.
Ci si chiede perché questo appello alla difesa dei valori cristiano-occidentali venga da un vescovo dell’Asia centrale e non dai nostri vescovi tedeschi.

Schneider: Non dimentichi: io sono tedesco – per passaporto, di nascita, per discendenza, per formazione culturale e per identità mi sento al cento per cento tedesco. Conosco i miei antenati, sia paterni sia materni, fino a duecento anni fa, ed erano tutti tedeschi.

E hanno sofferto sotto i comunisti. Mio nonno Sebastian Schneider, per esempio, fu fucilato nel 1937 a soli 27 anni: mia nonna, di due anni più giovane, rimase vedova, e mio padre, ancora bambino, divenne orfano di padre. Ucciso da un’ideologia che, come alcune ideologie di sinistra odierne, si presentava come bella e liberatrice.

Come è arrivato, da tedesco, alla carica di vescovo ausiliare ad Astana?

Schneider: La Chiesa romana è una Chiesa universale. Dopo dieci anni a Roma, nel 2001 sono stato inviato a Karaganda, la quinta città del Kazakistan, per la formazione dei sacerdoti. Nel 2006 Papa Benedetto mi ha nominato vescovo ausiliare per sostenere il vescovo diocesano, data l’estensione della diocesi.

Ma anche qui ad Astana non viviamo affatto fuori dal mondo: sappiamo bene cosa accade e osservo con grande preoccupazione come si stanno sviluppando l’Europa e l’Occidente. Seguo anche i media tedeschi, compresi quelli pubblici, che mi ricordano sempre più i media di Stato dell’Unione Sovietica con la loro propaganda governativa comunista.

Si veda, per esempio, il modo ostinato con cui viene difesa la politica del governo. Nell’Unione Sovietica i cittadini venivano lodati dai superiori se si esprimevano in accordo con l’ideologia ufficiale: anche questo è qualcosa che, purtroppo, osservo nei media pubblici in Germania. È inquietante vedere come tutto ciò si stia verificando anche in Germania, senza una protesta generalizzata.

“La Chiesa tedesca è allineata: ha tradito il cristianesimo e il cattolicesimo”.
Papa Leone XIV ha avvertito all’inizio dell’anno che in Occidente abbiamo già adottato una “neolingua in stile orwelliano”, che nel tentativo di essere sempre più inclusiva finisce per escludere chi non si adegua alle ideologie che la guidano.


Schneider: È esattamente ciò che intendo. Ed è incoraggiante che il Santo Padre abbia il coraggio di dirlo. Questo rafforza il mio appello a tutte le forze sane della società affinché costruiscano un’alleanza per salvare la libertà dell’Europa.

Non esiste già un movimento con questo compito, cioè la Chiesa stessa?

Schneider: Assolutamente sì, ma purtroppo soprattutto la Chiesa in Germania è ormai completamente allineata con lo spirito del tempo, con il mainstream e con l’ideologia dei partiti di governo – tradendo ciò che è autenticamente cristiano e cattolico.

È triste, ma purtroppo la Chiesa in Germania è diventata una vile – sottolineo: vile! – collaboratrice dell’ideologia di sinistra. Sono certo che ciò entrerà nella storia come una grande vergogna, e che un giorno si leggeranno con imbarazzo i nomi dei vescovi che hanno guidato tutto questo come vili collaboratori.

Parole piuttosto dure.

Schneider: Direi piuttosto parole chiaramente necessarie.

Non ha timore di esprimersi così apertamente? Di solito tra “colleghi” si è più diplomatici.

Schneider: No, bisogna dire la verità con chiarezza. I miei genitori mi hanno educato a difendere le mie convinzioni. E poi, cosa ho da perdere, se ho una convinzione?

Qualche anno fa, a Washington, una signora, cattolica convinta, mi chiese se non avessi paura, perché avevo firmato, insieme ad altri vescovi, una dichiarazione critica nei confronti di Papa Francesco, chiedendo chiarezza sulla morale matrimoniale.

Le risposi: non ho nulla da perdere. E lei replicò: “Eccellenza, esatto: perché perderà tutto se non lo farà”. Che affermazione meravigliosa!

“La migrazione di massa è uno strumento per l’infiltrazione dell’Europa”.
Ha mai avuto occasione di dire queste critiche direttamente ai vescovi tedeschi?

Schneider: No, e non lo farò, perché non ha alcun senso: non ha senso parlare con degli ideologi.

Non si rende le cose più semplici?

Schneider: No, mi creda, non serve a nulla. Probabilmente non mi prenderebbero nemmeno sul serio: chi sarebbe mai questo vescovo ausiliare proveniente dalla periferia che vuole insegnare a noi in Germania?

Lei si azzarda anche a criticare l’immigrazione di massa, che è diventata uno dei progetti ideologici centrali delle chiese tedesche.

Schneider: La critico perché è evidentemente un’azione politica orchestrata. Un’azione con l’obiettivo di soppiantare l’identità occidentale, in particolare quella cristiana dell’Europa, soprattutto con l’introduzione di immigrati musulmani. È quindi un errore pensare che la migrazione avvenga semplicemente in modo spontaneo, come reazione naturale a guerre o povertà. È anche uno strumento per infiltrare l’Europa e marginalizzare il cristianesimo.

Questa strategia si inserisce nel progetto di dissolvere l’identità europea per creare una nuova cultura woke e una popolazione mista a maggioranza asiatico-musulmana. Di recente, in Tirolo, ho appreso che già la metà dei bambini nati nel luogo in cui andavo sempre in vacanza ha genitori musulmani – non a Parigi, Berlino o Londra, ma in Tirolo! È solo questione di tempo prima che la situazione cambi radicalmente.

A maggior ragione è importante che nasca un movimento come quello che propongo, per salvare l’Europa. E sono fiducioso che prima o poi accadrà. Alcuni temono che allora sarà troppo tardi. Ma da cristiano ho sempre speranza: è questo il messaggio che ci insegna la Pasqua.



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Il dott. Athanasius Schneider è vescovo ausiliare di Karaganda, nell’arcidiocesi cattolica romana della Santissima Vergine Maria ad Astana, capitale del Kazakistan. È nato nel 1961 in Kirghizistan da genitori tedeschi deportati dall’Unione Sovietica.
Dopo che la famiglia è riuscita a emigrare nel 1973, è cresciuto a partire dai 12 anni a Rottweil, in Svevia. Nel 1990 ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale, nel 1997 ha conseguito il dottorato in patristica e nel 2001 è stato inviato in Kazakistan, dove nel 2006 è stato nominato vescovo.