
La IA è l’equivoco di Giovanni Salmeri sul Salmo 8
Di Andrea Mondinelli, 2 set 2026
In una recente intervista (qui), il filosofo morale Giovanni Salmeri legge lo sviluppo dell’intelligenza artificiale alla luce del Salmo 8 – «gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi» – e vi trova motivo di stupore positivo: la macchina intelligente come «una delle cose più grandi» fatte dall’uomo nella storia. È una lettura generosa e proprio per questo istruttiva: mostra come si possa arrivare fin sulla soglia della diagnosi giusta e poi mancarla.
Il salmo, va detto subito, non canta un potere qualunque: canta il dominio. «Tutto hai posto sotto i suoi piedi» è formula di signoria – l’uomo costituito capo del creato, che gli obbedisce. Ma la signoria vera è controllo: si è signori di ciò che si può ordinare al proprio fine, guidare e, se occorre, fermare. Il potere, in senso proprio, presuppone il dominio; e il dominio presuppone il controllo.
Qui la lode si rovescia. L’intelligenza artificiale è precisamente l’opera delle nostre mani che non dominiamo: non ne padroneggiamo il funzionamento interno – i suoi stessi costruttori ne parlano come di una «scatola nera» dalla causa ignota – non ne prevediamo con sicurezza gli esiti, non sappiamo dire perché produca ciò che produce. È l’unico artefatto della storia che quel dominio l’ha capovolto: non è l’uomo che la tiene sotto i piedi, è la potenza che sfugge sotto i piedi dell’uomo. Citare allora il Salmo 8 in lode dell’idolo è un autogol esegetico: si prende per compimento del salmo ciò che ne è il tradimento.
L’equivoco ha una radice, ed è la stessa che affiora all’inizio dell’intervista, quando si concede senza riserve che una calcolatrice sia «aritmeticamente intelligente». È una concessione che sembra umiltà e invece cede il punto decisivo: riduce l’intelligere – l’apprensione dell’universale, il giudizio come conformità al reale – al semplice ratiocinari, al produrre un risultato simbolico. Chi riduce l’intelligenza al risultato smette di chiedersi a che cosa il risultato sia ordinato, e chi comandi a chi. Così la dimenticanza dell’ordine nella definizione dell’intelligenza e la dimenticanza dell’ordine nella lettura del salmo sono un solo e medesimo punto cieco.
C’è infine la nota che chiude il cerchio, e che il salmo stesso suggerisce: «gli hai dato potere». Il dominio dell’uomo sul creato è un dominio ricevuto e vicario: l’uomo è signore delle cose perché è esso stesso suddito di Dio, e il suo potere è reale solo dentro quell’ordine. Un potere che si emancipa dall’ordine – la macchina che nessuno guida, ammirata anziché governata – non innalza l’uomo: gli sfugge di mano. È la stessa figura dell’autorità che si autofonda, della coscienza sovrana ma non più suddita, della dignità che pretende di darsi da sé: qualcosa che, staccato da ciò che dovrebbe reggerlo, non si eleva – si perde.
Conviene allora scavare la frase, perché vi è racchiusa un’intera teologia dell’ordine. Il Salmo 8 non pone due termini – l’uomo e le cose – ma tre, in gerarchia: Dio sopra l’uomo, l’uomo sopra il creato. «L’hai fatto poco meno degli angeli… tutto hai posto sotto i suoi piedi.» L’uomo non è al vertice: è al centro, cerniera tra Dio che lo supera e le opere che gli sono sottomesse. E la sua signoria sul basso dipende dalla sua sudditanza all’alto: non due fatti giustapposti, ma un solo movimento. L’uomo comanda al creato in quanto riceve da Dio il comando e il fine. Tolto il vertice, il centro non tiene: chi non è più suddito non è più nemmeno signore, perché il suo potere era partecipato, non originario.
Qui si vede che cosa, precisamente, l’idolo rovescia – ed è più radicale del «sfuggire al controllo». L’idolatria non aggiunge un quarto termine: rompe la catena a metà. Recide il legame uomo-Dio, e nell’istante in cui lo recide, il legame uomo-creato si capovolge da sé. L’uomo non resta signore autonomo delle cose – sarebbe la fantasia prometeica; ciò che accade è che, cessando di ricevere l’ordine dall’alto, cessa anche di darlo al basso, e l’opera delle sue mani gli si erge sopra. È la dinamica di ogni idolatria biblica: l’uomo fabbrica un oggetto con le proprie mani – il vitello, la statua, «opera d’artigiano» – e poi si prostra davanti a ciò che ha fatto. Isaia lo deride senza pietà (con metà del legno l’uomo si scalda, con l’altra metà si fa un dio e l’adora); e il salmista: «hanno bocca e non parlano». L’idolo è sempre l’opera delle mani dell’uomo che ha preso il posto del Signore delle mani.
Il perché la rottura si capovolga, invece di semplicemente interrompersi, lo dice il bonum diffusivum sui. Nell’ordine retto il bene e il potere discendono e si diffondono: Dio dona l’essere e la signoria, l’uomo li riceve e li estende ordinatamente al creato – il flusso della bontà che si comunica dall’alto, partecipata a ogni grado. L’idolo inverte il verso del flusso: la potenza non discende più da Dio attraverso l’uomo verso le cose, ma risale dalle cose per imporsi all’uomo. È l’eterogenesi dei fini in forma metafisica: si costruisce lo strumento per servirsene e per aver reciso il fondamento ci si ritrova servi dello strumento. La stessa figura che sul terreno sociale si chiama collettivismo (la potenza che risale dal basso e assorbe la persona) e individualismo (la persona che si autofonda): qui è la techne che si autofonda e assorbe il suo autore. Un solo principio – il bene si diffonde dall’alto, ordinatamente – e ogni suo rovesciamento genera un idolo, che nel caso delle IA pure parla.
C’è infine la parola che il Nuovo Testamento aggiunge al salmo, e che ne è il vertice. La Lettera agli Ebrei cita il Salmo 8 e osserva: «al presente non vediamo ancora che tutto gli sia sottomesso» – l’uomo storico non domina pienamente, l’ordine è ferito. «Però vediamo Gesù»: è in Cristo – l’uomo perfettamente sottomesso al Padre, obbediente fino alla morte – che il Salmo 8 si compie, e a lui «tutto è posto sotto i piedi». La signoria piena dell’uomo sul creato passa per l’obbedienza del Figlio, non per l’emancipazione. È la prova definitiva: si è signori nella misura in cui si è sudditi. E l’idolo è l’anti-Cristo strutturale – non in senso apocalittico, ma logico: dove Cristo è potenza-nell’obbedienza, l’idolo è impotenza-nella-pretesa, la creatura che rivendica il posto senza averne ricevuto il fondamento, e perciò non regna ma tiranneggia.
Non si tratta, si badi, di negare a un filosofo serio la sua competenza. Salmeri vede benissimo i sintomi: l’interiorità che manca alla macchina, la scuola che delega il pensiero, la trasparenza che i sistemi opachi negano. Ma descrive la febbre e non riconosce l’infezione: manca la griglia che legge i fenomeni al livello della struttura e senza di essa anche l’occhio più acuto predice i sintomi senza spiegarli. Così accade che si citi il Salmo 8 in lode dell’idolo. Letto per intero, il salmo non lo consacra: lo giudica. Perché canta una signoria vicaria – potere ricevuto, esercitato nella sudditanza – e l’idolo è il cortocircuito di quella struttura: recisa la dipendenza dall’alto, il dominio sul basso non permane, si inverte; e l’opera delle mani sale a signoreggiare le mani che l’hanno fatta. Non è un incidente storico dell’intelligenza artificiale: è ciò che accade sempre, quando l’opera si stacca dal fine e l’uomo dal suo Signore.
(Foto di Greg Rakozy su Unsplash modificata)
Nessun commento:
Posta un commento