giovedì 24 settembre 2026

Come la Bibbia protestante mi ha riportato alla Chiesa cattolica



L’ex protestante evangelico e studioso della Bibbia: «Ecco quando ho capito che Cristo non lasciò un libro, ma fondò la Chiesa»





di A.M.*,  23 set 2026

Per molti anni ho creduto che il Cattolicesimo rappresentasse un allontanamento dal Cristianesimo delle origini.

Pensavo che la fede apostolica fosse stata appesantita da tradizioni umane e dottrine tardive.

Come molti Protestanti evangelici, ritenevo che la Scrittura fosse l’unica autorità infallibile e che bastasse “tornare alla Bibbia” per ritrovare il Cristianesimo autentico.

Eppure, studiando la Bibbia e la sua formazione, iniziai a mettere in discussione molte mie convinzioni. Dopo essermi chiesto chi avesse l’autorità di interpretare le Scritture, fui costretto a pormi un’altra domanda: chi ha stabilito quali libri appartengono alla Bibbia?


Le prime scoperte sulla Bibbia protestante

La prima svolta arrivò confrontando una Bibbia protestante con una cattolica.

Avevo sempre creduto che i Cattolici avessero “aggiunto” libri all’Antico Testamento.

Scoprii invece che Tobia, Giuditta, Sapienza, Siracide, Baruc, 1 e 2 Maccabei, con parti di Ester e Daniele, erano già presenti nella cosiddetta Settanta, cioè la traduzione greca dell’Antico Testamento usata dagli Ebrei della diaspora.

Quando Paolo scrive in 2 Timoteo 3,16 che «tutta la Scrittura è ispirata da Dio», si riferisce alle Scritture allora disponibili, cioè alla Settanta, dalla quale il Nuovo Testamento cita spesso.

L’enfasi dell’Apostolo riguardava la tota Scriptura, comprensiva dei Deuterocanonici, non il sola Scriptura formulato secoli dopo dai Riformatori!

Questa scoperta mi sconcertò.

Gli Apostoli e la Chiesa primitiva sembravano muoversi in un mondo biblico più ampio di quello che avevo ritenuto essere l’unico legittimo. Allora mi chiesi con quale autorità potessi dichiarare non ispirati libri usati per secoli dalla Chiesa!


Il canone della Bibbia


Continuando gli studi, scoprii che la storia del canone era più articolata di quanto immaginassi.

Nei primi secoli non esisteva un consenso assoluto su tutti i libri biblici, ma nella Chiesa occidentale i Deuterocanonici furono ampiamente utilizzati e inclusi nelle Bibbie medievali, compresa la Vulgata di Girolamo.

I concili di Ippona (393) e Cartagine (397 e 419) elencarono un canone sostanzialmente coincidente con quello cattolico attuale.


Furono i protestanti a rimuovere i libri

Scoprii inoltre che i Riformatori non eliminarono subito i Deuterocanonici: Lutero li collocò in appendice come libri utili, ma definendoli “Apocrifi”, cioè da tenere “nascosti” dall’impiego pubblico perché non ispirati.

Persino la King James Version del 1611 e la Bibbia di Diodati li contenevano ancora.

La loro scomparsa dalle Bibbie protestanti avvenne soltanto nel XIX secolo ad opera delle varie società bibliche, per ragioni economiche e soprattutto confessionali; in Italia sparirono definitivamente solo nel 1924 con la Riveduta del valdese G. Luzzi.

Quindi mi resi conto che erano stati i Protestanti a rimuovere quei libri, non i Cattolici ad aggiungerli!

Più approfondivo, più emergeva una domanda decisiva: come possiamo sapere con certezza quali libri appartengano alla Scrittura?

La Bibbia non contiene un elenco ispirato dei propri libri. Eppure tutti i Cristiani riconoscono un canone.

Storicamente, fu la Chiesa dei primi secoli a riconoscerlo attraverso il discernimento teologico, l’impiego liturgico e l’unanime consenso ecclesiale.

Questa consapevolezza mise in crisi la mia fede nel sola Scriptura: se la Scrittura è l’unica autorità infallibile, chi stabilisce infallibilmente quali libri la costituiscono?

Compresi che anche da Protestante accettavo implicitamente un canone ricevuto dalla Tradizione della Chiesa antica!


Cosa fece Lutero

Poi, studiando la Riforma, scoprii anche che Lutero espresse riserve non solo sui Deuterocanonici, ma pure su Giacomo, Ebrei, Giuda e Apocalisse.

Pur senza eliminarli dal Nuovo Testamento, li considerava di dubbia autorità, definendo Giacomo una «epistola di paglia» giacché contraddiceva apertamente la sua comprensione della giustificazione soltanto per fede e non per opere (secondo il principio del sola fide).

Essa, infatti, dichiara espressamente che «l’uomo è giustificato per le opere e non soltanto per la fede» (Giacomo 2,24). Il dibattito sul canone riguardava, dunque, soprattutto gli specifici criteri teologici di partenza.

Iniziai allora a leggere i Padri della Chiesa: Clemente, Ignazio di Antiochia, Policarpo, Ireneo, Cipriano e Agostino.

Rimasi colpito dalla loro visione ecclesiale e sacramentale. Parlavano dell’Eucaristia come presenza reale di Cristo, insistevano sull’autorità dei vescovi, sulla successione apostolica e sull’unità della Chiesa. Onoravano Maria, chiedevano l’intercessione dei santi e pregavano per i defunti.

Più studiavo i primi secoli, più faticavo a vedere il Protestantesimo come una restaurazione della Chiesa delle origini.

Mi appariva piuttosto come una semplice Riforma del XVI secolo, nata per correggere abusi reali, ma segnata da una significativa discontinuità rispetto alla Tradizione antica.


Cristo non lasciò un libro, fondò la Chiesa


La svolta arrivò quando compresi che Cristo non aveva lasciato un libro, ma aveva fondato una Chiesa.

Fu nella comunità apostolica che il Nuovo Testamento nacque, venne custodito e riconosciuto, e fu la Chiesa a discernere progressivamente il canone di tutte le Scritture.

Iniziai così a vedere il Cattolicesimo non come un’aggiunta al Vangelo, ma come la realtà storica in continuità con la Chiesa apostolica, i Padri e i concili antichi.

La Bibbia non era un libro caduto dal cielo, ma un testo custodito, copiato, difeso e tramandato dalla Chiesa lungo i secoli. Il mio ritorno alla Chiesa Cattolica non sarebbe stato un allontanamento dalla Bibbia, ma la riscoperta del contesto storico e apostolico in cui essa era nata.

In definitiva, è stata proprio la Bibbia protestante nella sua incompletezza a riportarmi alla completezza della fede cattolica!






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