
La legge senza regolamento –
[3 di 3 – fine]
Di Andrea Mondinelli, 14 set 2026
Dove eravamo rimasti
Le prime due puntate [QUI e QUI] hanno provato la crisi: la sua forma, la legge senza regolamento; la sua ricomparsa su cinque piani della dottrina; la sua radice nella redenzione predicata senza il suo confine; e la sua figura in atto in un processo ecclesiale che ha un calendario e si dispiega adesso. Provata la crisi, ci si aspetterebbe, in questa terza puntata, la via d’uscita. Non la si troverà, e non per reticenza mia: la si troverà chiusa. Ciò che la dimostrazione conduce a vedere, arrivati fin qui, non è una porta, ma un muro; e l’onestà chiede di dirlo. Mostrerò che siamo in un vicolo cieco: un problema reale, verificato sui documenti, per cui non esiste, sul piano umano ordinario, una via che non costi la negazione di un fatto o di una verità di fede. Poi indicherò l’unica chiave che potrebbe aprirlo, che non è in mano nostra; e, alla fine, che cosa oltre quella porta resti davvero in gioco.
Il dilemma che non ammette vie di mezzo
Si giunge al cuore logico della questione. Molti ammettono che nella Chiesa vi sia una crisi, e che essa sia evidente a tutti; è una concessione di peso, e sincera. Ma dopo averla fatta, trattano l’emergenza come se fosse ordinaria amministrazione, applicano le norme come in tempo di pace, e giudicano la situazione, in fondo, gestibile con gli strumenti di sempre. Il dilemma non ha terza uscita. O la crisi non è grave, e allora il diritto si applica come in tempo di pace, ma allora non la si dichiari evidente; oppure la crisi è grave, e allora il diritto va letto dentro la crisi, secondo la gerarchia dei fini che il diritto stesso proclama, con la salvezza delle anime al vertice, e allora la si deve riconoscere per ciò che è, e non trattare come normalità. Ammettere la gravità a parole e applicare la normalità nella sentenza non è una posizione equilibrata: è la contraddizione elevata a metodo. Il rilievo è logico, non morale: chi ha detto «evidente» ha già concesso la premessa; gli resta soltanto di accettarne la conclusione.
Un’immagine rende palpabile il punto, e ha alle spalle la dottrina antica dell’epikeia, la virtù che legge la legge secondo la sua ragione proprio là dove la lettera tradirebbe quella ragione. Il caso classico è il deposito: la legge comanda di restituire al proprietario ciò che ha depositato, ma se costui, divenuto folle, reclama la spada che aveva affidato per servirsene a uccidere, la giustizia stessa esige che non gli si restituisca l’arma.[1] Si trasporti la cosa in tempo di peste: un medico, per salvare dei fanciulli, somministra un farmaco non ancora autorizzato dalle procedure ordinarie; l’ordinamento lo assolve, perché la pestilenza rende l’emergenza superiore alla procedura e la vita dei fanciulli superiore al timbro mancante. Giudicare quel medico come se la peste non ci fosse, ammetterla a parole e dimenticarla nella sentenza, non è applicare il diritto: è citarlo a metà.
Resta la differenza più importante di tutte, quella che separa una dimostrazione da ogni lamento: la differenza fra il denunciare e il dimostrare. Chi denuncia dice: sento che la fede è in pericolo, dunque agisco; la sua diagnosi poggia su un’impressione che nessuno può controllare, e che perciò non si può neppure smentire. Io ho fatto il contrario: ho mostrato, sui testi e con le date, che la legge è stata conservata e il suo regolamento sottratto, in forma verificabile ed esposta alla smentita.[2] Se le date fossero false, tutto cadrebbe all’istante; è perché quei dati sono veri, e controllabili alla fonte, che siamo davanti a un fatto e non a una diagnosi che si conferma da sé. E ciò che in quel fatto è in gioco è teologale, non giurisdizionale: non un titolo canonico da rivendicare, ma la fede stessa del fedele indifeso.
Tre porte, tutte chiuse
Davanti alla crisi dimostrata, chi non voglia restare inerte cerca la porta. Ne esistono tre, e conviene provarle a una a una, perché è provandole che si scopre il muro.
La prima porta è negare la crisi: dichiarare, per amore della pace, che nulla di grave accade. Ma questa porta è murata da un fatto, la legge conservata e il regolamento sottratto, mostrato sui testi e con le date. Chi la imbocca non esce dalla crisi: chiude gli occhi dentro di essa, e intanto ai più piccoli continua a essere consegnata una fede diminuita, con la rassicurazione che è intera. Negare un fatto non è una via: è cecità voluta.
La seconda porta è negare la Chiesa: dichiararla venuta meno, vacante, corrotta nella sua sostanza, e su questa dichiarazione fondare la salvezza della fede. Ma questa porta è murata da una verità di fede: la Chiesa è indefettibile, e una Chiesa che potesse fallire nella sua sostanza non sarebbe la Chiesa di Cristo, ma una costruzione della disperazione.[3] Per curare la ferita si ucciderebbe il malato. Non si salva la fede con un atto di sfiducia nella promessa di Cristo.
Resta la terza porta, che parrebbe la sola aperta: la via privata. Poiché il regolamento manca, che ciascuno se lo ritracci da sé, scelga da sé i confini, supplisca da sé ciò che il testo ha taciuto. Ma anche questa porta, guardata bene, è chiusa, e per la ragione più semplice: nessun fedele ha l’autorità di ritracciare il confine di una legge della Chiesa. Chi lo facesse si farebbe sorgente della norma e ricadrebbe nel giudizio privato, la radice stessa dell’errore che tutta questa analisi denuncia. Il confine ritirato dall’autorità, solo l’autorità può ritracciarlo. Il singolo può constatarne la mancanza; non può colmarla senza usurpare.
Tre porte, e tutte murate. Negare il fatto, negare la Chiesa, farsi arbitro da sé: sono le tre uscite, e non ce n’è una quarta sul piano del fedele. Questo è il vicolo cieco, ed è reale, non lamentato: la crisi è dimostrata, e nessuna via umana ordinaria la scioglie senza pagarla con una negazione o con un’usurpazione.
La tenaglia: chi potrebbe non può
Si obietterà: ma una via c’è, e l’ho appena nominata, l’autorità. Il confine che il singolo non può ritracciare, la suprema autorità può ritracciarlo; la porta murata per il fedele ha una chiave, e quella chiave è in mano a chi governa. È vero. Ma qui la morsa si chiude del tutto, ed è la sua stringa più dura da guardare.
L’autorità che potrebbe restituire il regolamento è la stessa che lo ha ritirato. E ritirarlo non è stato un incidente: è il metodo. Il primato del processo sulla definizione, dell’avviare cammini sul fissare confini, è oggi principio dichiarato di governo, «il tempo è superiore allo spazio».[4] Un metodo così, per costituzione, non traccia confini: li considera «spazi» da non occupare. Chiedere a questo metodo di emanare un regolamento cogente è chiedergli di compiere esattamente ciò che esso ha eretto a errore. Non dico che non lo si voglia: dico che, finché quel metodo è in vigore, non lo si può, come non si può, con la stessa mano, aprire e tenere chiusa la medesima porta.
Ecco perché è un vicolo cieco, e non una semplice difficoltà. Le tre porte del fedele sono murate; la quarta, quella dell’autorità, esiste, ma è chiusa da dentro, e dall’unico che potrebbe aprirla. Il problema è reale, la chiave esiste, e la mano che la tiene è la stessa che ha girato la serratura.
Il censimento eucaristico: la prova sullo sfondo
Ho promesso, dal principio, di poggiare il peso della dimostrazione su fatti verificabili; e su un punto, la liturgia, voglio mantenere quella promessa fino in fondo. Prendo otto documenti del magistero dedicati al mistero eucaristico, dal 1947 al 2022[5], e osservo che cosa accade, lungo settantacinque anni, ai due fini della Messa che suppongono un’offesa da riparare, il propiziatorio e l’impetratorio. Il metodo non misura quante volte una parola ricorra, ma quale funzione essa svolga: se organizzi la trattazione (architettura), se sia semplice affermazione non più strutturante (formula), se ricorra solo dentro citazioni di documenti anteriori (forma citazionale), o se manchi del tutto (assenza).[6] Il dato inseguito non è quasi mai l’assenza secca, ma la retrocessione: il passaggio dall’architettura a formula, da formula a citazione, da citazione al silenzio.
La parabola, riassunta in una riga, è questa: architettura nel 1947 (Mediator Dei), formula attenuata intorno al 1965 (Mysterium fidei), ultima formula in voce propria nel 1967 (Eucharisticum mysterium), assenza dal 1968 (Credo del Popolo di Dio), citazione tridentina nel 1992 (Catechismo), fine non risollevato nel 2003 (Ecclesia de Eucharistia) e nel 2007 (Sacramentum caritatis), assenza piena nel 2022 (Desiderio desideravi). Una discesa, senza risalite, del fine propiziatorio dal ruolo di trave a quello di reperto, e infine all’assenza. Nessuno degli otto documenti nega mai che la Messa sia sacrificio propiziatorio: la dottrina definita da Trento resta intatta.[7] Ciò che si documenta non è un mutamento della legge, ma la retrocessione della sua esposizione.
Un solo dato governa l’intera serie: la soglia oltre la quale il lessico dei due fini si estingue in voce propria cade circa due anni prima del nuovo Messale.[8] La sottrazione, cioè, precede il nuovo rito: prima si è taciuta l’esposizione, poi la preghiera si è conformata al silenzio. Questo smonta l’alibi secondo cui la scomparsa dei due fini sarebbe stata una conseguenza tecnica e necessaria della riforma liturgica: se così fosse, la sottrazione sarebbe cominciata con il rito, non due anni prima. E c’è, nella serie, un contrasto interno che vale come prova nella prova. Una componente oscilla: il regolamento d’accesso alla comunione, lo stato di grazia, l’esame di coscienza, si dirada e poi viene in parte recuperato nei documenti del 2003 e del 2007. Un’altra non risale mai: il fine propiziatorio. Che il regolamento d’accesso possa risalire prova che ritracciare un confine è possibile, quando l’autorità lo vuole; che il fine propiziatorio non risalga mai toglie ogni alibi di necessità storica alla sua caduta.[9]
Dall’altare alla legge
Questi numeri fotografano lo stato dell’altare; ma voglio mostrare, in chiusura di prova, che cosa quel silenzio produce fuori dalle mura della Chiesa, nella legge degli uomini, ed è, lo confesso, il punto da cui io stesso sono entrato in tutta la materia: non dalla liturgia né dall’ecclesiologia, ma da una Chiesa che non difende più la vita come un tempo. Anche sul terreno della legge civile la dottrina è al suo posto: un’enciclica intera ha proclamato con forza l’inviolabilità della vita umana dal concepimento alla morte naturale.[10] Ma il regolamento è stato ritirato nello stesso modo di sempre. La difesa della vita è stata affidata al linguaggio dei diritti dell’uomo e alla neutralità dello Stato, cioè alla grammatica dell’avversario, e quella grammatica si rivolta da sé contro chi la usa: se il fondamento del diritto non è più la verità che Dio ha iscritto nella natura, ma il consenso e l’autodeterminazione del singolo, allora dal diritto alla vita si scivola, con logica implacabile, al diritto di disporre di sé, fino al diritto di sopprimere la vita.
Lo schema si mantiene perfino nel punto più solenne dell’enciclica, la dichiarazione più vicina a una definizione: con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro, si dichiara che l’aborto diretto costituisce sempre un disordine morale grave.[11] È il vertice giuridico del documento; eppure anche qui la legge è portata al massimo e il regolamento non la segue: nessuna conseguenza è prevista per chi la contraddice. La medesima frase conciliare, con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo, apre e chiude l’enciclica come architrave della difesa della vita.[12] Ma quella frase è vera del lato oggettivo della Redenzione, non del soggettivo: Cristo ha redento ogni uomo una volta per tutte, ma quella redenzione diventa propria del singolo mediante il Battesimo, che lo fa figlio di Dio in atto. L’enciclica, ponendola a fondamento, la fa valere come se ogni uomo fosse già, in atto, unito a Cristo.
Qui i fili si annodano in uno. Il regolamento ritirato, ovunque, è sempre lo stesso: l’applicazione al singolo del frutto della Croce, che avviene per i sacramenti, e per primo nel Sacrificio della Messa. Tolto alla Messa il carattere propiziatorio, si spunta il canale per cui la redenzione oggettiva diventa soggettiva; e allora non resta che dichiarare ogni uomo già redento in atto. Per la legge antica che lega la preghiera alla fede e la fede alla vita, cambiata la lex orandi cambia la lex credendi, e cambiata questa cede la lex vivendi[13], un popolo la cui liturgia ha attenuato il peccato, il giudizio e l’espiazione perde per primi gli anticorpi soprannaturali, e con essi la ragione di considerare la vita del più piccolo un assoluto che non si tocca. Così la faglia che percorre la Chiesa arriva fino alla legge degli Stati: non due crisi, ma una sola, colta alle due estremità della stessa catena, all’altare e nel codice.
L’unica chiave: un nuovo Sillabo, e cogente
Se la porta si può aprire, la si apre in un solo modo, e conviene nominarlo con precisione, perché non resti un desiderio vago. La chiave non è una dottrina nuova: la dottrina c’è già, ed è intatta. È un regolamento nuovo su una dottrina antica: un atto della suprema autorità che ritracci, uno per uno, i confini che i testi del Concilio e del postconcilio hanno lasciato in bianco, che dica dove finisce il lecito e comincia l’errore su ciascuno dei piani che ho mostrato, l’uomo, la Chiesa, l’unità dei cristiani, la libertà religiosa, la liturgia, i Novissimi. La forma di questo atto ha un nome e un precedente: è un Sillabo, come quello che Pio IX annesse alla Quanta cura nel 1864, non un elenco di verità nuove, ma la lista dei confini, il regolamento che dice «questo no».[14]
Una cosa sola lo distinguerebbe da un’esortazione, ed è la sola che conti: dovrebbe essere cogente. Un Sillabo che tornasse a proporre senza vincolare sarebbe la legge senza regolamento un’altra volta, il male travestito da rimedio. La sua forza starebbe tutta nella cogenza, cioè in ciò che alla crisi manca: non la parola che apre, ma il canone che chiude. E che un confine possa essere ritracciato non è un sogno: l’ho documentato poco fa, là dove il regolamento d’accesso alla comunione, una volta diradato, è stato in parte ripristinato. Ciò che una volta è stato fatto, si può fare. La cogenza spetta a chi emana l’atto, non a chi lo invoca: io non la impongo, la indico come l’unica chiave della porta.
Oltre questo, non è più opera d’uomo. Lo diceva san Pio X, ancora Patriarca di Venezia, descrivendo le due vie ultime: o la dottrina si conserva incorrotta, o, reso impossibile nel mondo l’impero della verità, non resta che la venuta del Signore.[15] Se lo strappo tra la legge e il suo regolamento viene ricucito, la custodia piena della fede torna possibile per le vie ordinarie; se non lo sarà, la risposta non è più nelle nostre mani, e subentra la promessa che le porte degli inferi non prevarranno.
La curva sotto la domanda
Fin qui la prova è stata interna: i testi, le date, la retrocessione dei fini sulla pagina. Ma c’è una controprova che viene da fuori, e da un luogo insospettabile, perché non ha alcun interesse apologetico: l’econometria accademica. Nel luglio 2025 tre economisti, Robert Barro di Harvard, Edgard Dewitte di Oxford e Laurence Iannaccone, hanno pubblicato per il National Bureau of Economic Research uno studio che ricostruisce, per la prima volta, i tassi di frequenza alle funzioni religiose in sessantasei Paesi, risalendo fino agli anni Venti del Novecento, su oltre duecentomila intervistati.[16] Non è uno scritto confessionale né tradizionalista: è scienza sociale laica, coi suoi numeri e i suoi metodi. E la sua conclusione, sul nostro punto, è una sola frase: il Vaticano II ha innescato un declino della frequenza cattolica mondiale rispetto a quella delle altre confessioni.
Il dato è netto: nei Paesi cattolici la frequenza è calata di quattro punti percentuali per decennio tra il 1965 e il 2015, mezzo secolo di emorragia continua e costante.[17] Ma è il grafico dell’event study a dire tutto in un colpo, e ha, si badi, la stessa forma esatta del mio censimento eucaristico: una linea piatta prima della soglia, una caduta subito dopo, e nessuna risalita.
Andamento ricostruito dai dati dello studio (Barro, Dewitte, Iannaccone, NBER WP 34060, 2025). Prima del Concilio la frequenza cattolica non si scosta da quella degli altri; dopo la banda del Vaticano II precipita, di quattro punti per decennio, senza mai risalire.
Due dettagli rendono la curva una prova e non una coincidenza, e sono i gemelli econometrici di ciò che ho mostrato sui documenti. Il primo è l’assenza di pre-trend: prima del Concilio i Paesi cattolici non declinavano più degli altri, esattamente come, nel censimento, la sottrazione non era in corso da prima ma comincia a una soglia precisa. La caduta parte con il Concilio, non lo accompagna soltanto. Il secondo è la controprova: applicando la stessa tecnica alla caduta del comunismo, che avrebbe dovuto far risalire la pratica, gli autori non trovano alcun rimbalzo, la linea resta piatta.[18] Il metodo, dunque, non trova crolli dovunque: per il comunismo non trova nulla, per il Concilio trova un precipizio. È la prova a contrario che blinda la prima.
La stessa tecnica applicata alla fine del comunismo (primi anni Novanta) non mostra alcun rimbalzo: la linea resta attorno allo zero. Il metodo non «trova effetti dovunque», e ciò rende peculiare e robusto l’effetto del Concilio.
Resta un’obiezione, e va guardata, perché è la stessa che si oppone a tutto: non sarà la religiosità umana in quanto tale a spegnersi, per una secolarizzazione che investe tutti? No, e lo dice lo sfondo dello stesso studio: la frequenza è crollata nel Nord del mondo, di antica matrice cattolica, dimezzandosi lungo il Novecento, mentre nel Sud è rimasta alta e stabile. Il tracollo non è un destino universale della fede: è una vicenda precisa, occidentale, e specificamente cattolica, cui il Concilio direttamente si applicava.
La «Grande divergenza religiosa»: la pratica crolla nel Nord del mondo (dal 63% degli anni Venti al 26% del 2010) e resta stabile nel Sud (attorno al 53%). Il tracollo non è universale, ma occidentale e cattolico.
Lo studio fotografa questa divergenza, ma non la spiega; la ragione che propongo è mia, e poggia su fatti notori indipendenti da esso. Il «Sud», del resto, non è uno: l’Africa cattolica ha tenuto e anzi è cresciuta, mentre l’America Latina si è svuotata in fretta, non verso l’ateismo ma verso i pentecostali. E ciò smentisce che a reggere sia la pietà popolare, di cui l’America Latina trabocca: la variabile decisiva non è geografica, è dottrinale. Dove il post-concilio si è incarnato con più forza, torcendo il messaggio in senso sociale e orizzontale, come nella teologia della liberazione latino-americana, il soprannaturale ritirato è stato ripreso da chi offriva confini netti e conversione; dove l’evangelizzazione è rimasta più classica e definita, come in gran parte dell’Africa, la fede ha retto. Nord che crolla, America Latina che crolla, Africa che regge: non una linea che separa gli emisferi, ma la stessa linea che percorre tutto questo scritto, quella fra il confine tenuto e il confine ritirato.
Va detto con la precisione che tutto questo lavoro esige, perché è ciò che lo rende inattaccabile: lo studio misura la pratica, non la fede teologale, e le due non coincidono. Ma non sono nemmeno scollegate, e il ponte tra loro è la legge antica che ho già richiamato: la fede viene dall’ascolto, e ciò che non si pratica non si ascolta, e ciò che non si ascolta, in una generazione, non si crede più. La frequenza non è la fede: ne è il canale, il condotto per cui passa da padre in figlio. Barro misura il condotto, e lo misura che si prosciuga. Che cosa accada all’acqua, quando il condotto si chiude, è inferenza teologica, ed è mia; ma è un’inferenza che il grafico rende difficile respingere. Perché quella linea non è ferma: scende, con una pendenza costante da mezzo secolo, e non ha ancora toccato il fondo. E una linea che scende così pone, da sé, una domanda che smette di essere retorica: se prosegue, dove arriva?
Ciò che è in gioco
Prima di tacere, va detto che cosa sia davvero in gioco, perché non è ciò che sembra. Non è un assetto canonico da riordinare, non è una disciplina, non è nemmeno la sorte di una liturgia. Ciò che la legge senza regolamento intacca, dovunque, non è un articolo, poiché nessun articolo è negato, ma la fede di chi la riceve indifeso: la virtù teologale per cui l’uomo aderisce a Dio che si rivela, e senza la quale è impossibile piacere a Dio. Una dottrina conservata nelle parole e svuotata nel suo frutto può spegnere quella virtù in una moltitudine senza che nessuno se ne avveda, perché la si perde credendo di averla ancora. È questa la posta del vicolo cieco: non ciò che si dice, ma ciò che si crede; non la lettera, ma la fede.
E allora la domanda che chiude non è mia. È di Cristo, e resta sospesa sopra ogni crisi della sua Chiesa: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».[19]
(Foto di Filmery YouTube da Pixabay)
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[1]La virtù che corregge la legge là dove i suoi termini universali vengono meno nel caso particolare è l’epikeia (epicheia), che san Tommaso, Summa theologiae, II-II, q. 120, aa. 1-2, colloca non come deroga alla giustizia, ma come sua parte più alta. L’esempio classico è quello del deposito: la legge comanda di restituirlo, ma non si restituisce la spada a chi, divenuto folle, la reclami per uccidere.
[2]Il metodo qui seguito distingue il denunciare, che si nutre di sé, dal dimostrare, che si espone alla smentita. Lo strato dimostrabile, cioè i testi e le date verificabili, regge da solo l’argomento. Il censimento documentale del culto eucaristico, svolto più avanti in questa puntata, ne è l’esempio più esteso e controllabile.
[3]Che la Chiesa sia indefettibile e non possa venir meno fino alla fine dei tempi è dottrina di fede: cfr. Matteo 16, 18, «le porte degli inferi non prevarranno», e Concilio Vaticano II, Lumen gentium (1964), n. 25. Negare questa indefettibilità, per salvare la fede, è la contraddizione in cui cade il sedevacantismo.
[4]Il primato del processo sulla definizione è oggi principio esplicito di governo: cfr. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), nn. 222-223, «il tempo è superiore allo spazio». Un metodo che privilegia l’avviare processi rispetto al fissare confini è, per sua costituzione, inadatto a tracciare il regolamento che qui si invoca.
[5]Il corpus esaminato: Pio XII, Mediator Dei (20 novembre 1947); Paolo VI, Mysterium fidei (3 settembre 1965); Sacra Congregazione dei Riti, Eucharisticum mysterium (25 maggio 1967); Paolo VI, Sollemnis professio fidei, detta Credo del Popolo di Dio (30 giugno 1968); Catechismo della Chiesa Cattolica, articolo sull’Eucaristia (1992); Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia (17 aprile 2003); Benedetto XVI, Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007); Francesco, Desiderio desideravi (29 giugno 2022).
[6]La codifica non conta la frequenza di un termine, ma la sua funzione, distinguendo quattro stati: architettura, quando il termine organizza la trattazione; formula in voce propria, quando compare come semplice affermazione; forma citazionale, quando ricorre solo entro citazioni di documenti anteriori; assenza. La retrocessione dall’architettura all’assenza, senza risalite, è il dato inseguito.
[7]Che la Messa sia vero e proprio sacrificio propiziatorio, offerto per i vivi e per i defunti, è definito dal Concilio di Trento, sessione XXII (1562), can. 3. Nessuno degli otto documenti esaminati lo nega mai: ciò che si documenta è la retrocessione dell’esposizione, non un mutamento della legge.
[8]Il nuovo Ordo Missae fu promulgato con la costituzione apostolica Missale Romanum di Paolo VI (3 aprile 1969), con editio typica nel 1970. La soglia oltre la quale il lessico dei due fini si estingue in voce propria cade dunque circa due anni prima del nuovo rito.
[9]Cfr. Matteo 12, 33, «l’albero si riconosce dal frutto», e Matteo 7, 16-17, «dai loro frutti li riconoscerete». Il criterio evangelico è qui applicato non ai cuori, che a nessuno è dato scrutare, ma ai testi e alle date, che sono pubblici e verificabili.
[10]Giovanni Paolo II, lettera enciclica Evangelium vitae (25 marzo 1995). Sull’inviolabilità della vita innocente si vedano in particolare i nn. 2 e 57.
[11]Evangelium vitae, n. 62. La dichiarazione è comunemente ritenuta la formulazione più solenne di tutto il postconcilio in materia, e la più vicina a una definizione ex cathedra, pur restando espressione del magistero ordinario e universale.
[12]La frase è di Gaudium et spes, n. 22. In Evangelium vitae è posta al n. 2, in apertura, e ripresa al n. 104, al culmine: l’inclusione fra i due estremi ne fa l’architrave dell’intera trattazione.
[13]L’adagio tradizionale lex orandi, lex credendi (la norma della preghiera è norma della fede) risale al principio patristico ut legem credendi lex statuat supplicandi, attribuito a Prospero di Aquitania; la tradizione vi aggiunge la lex vivendi, la norma della vita, a indicare che dal culto discendono insieme la fede e la condotta.
[14]Il precedente è il Sillabo degli errori annesso all’enciclica Quanta cura di Pio IX (8 dicembre 1864): non un elenco di verità nuove, ma la enumerazione dei confini, degli errori condannati, cioè il regolamento che dice fin dove il lecito si estende e dove comincia l’errore. È la forma opposta a quella dell’esortazione che apre senza chiudere.
[15]San Pio X, lettera pastorale del 1894, in Daniele Dal Gal, Insegnamenti di San Pio X, EffediEffe, p. 115. Le parole di Sant’Ilario vi restano tra virgolette, come citazione riportata dal Papa.
[16]Robert J. Barro, Edgard Dewitte, Laurence Iannaccone, Looking Backward: Long-Term Religious Service Attendance in 66 Countries, National Bureau of Economic Research, Working Paper n. 34060, luglio 2025. Dall’abstract: «Vatican II, in 1962-1965, triggered a decline in worldwide Catholic attendance relative to that in other denominations». Si tratta di un working paper non ancora sottoposto a revisione tra pari, come avvertono gli stessi autori; il peso deriva dal rango degli autori (Barro insegna a Harvard, Iannaccone è tra i fondatori dell’economia della religione) e del NBER.
[17]Ivi, p. 6: «the Catholic relative attendance rate fell by four percentage points per decade between 1965 and 2015», un calo statisticamente significativo all’1% in ogni decennio. Gli autori aggiungono che il dato «is consistent with religion modeled as a club good (Iannaccone 1992) and with the view that Vatican II shattered the perception of an immovable, truth-holding Church»: la spiegazione sociologica è che, cadute le barriere e attenuato il carattere di custode immutabile della verità, cade la partecipazione. Che quel carattere andasse custodito è conclusione nostra, non dello studio.
[18]Ivi, p. 25. Due precisazioni blindano il nesso causale. L’assenza di pre-trend: prima del Concilio i Paesi cattolici non declinavano diversamente dagli altri, sicché il crollo comincia con il Vaticano II e non prima. E la controprova: applicando la stessa tecnica (event study) alla fine del comunismo nei primi anni Novanta, gli autori non trovano alcun rimbalzo sistematico della pratica, il che dimostra che il metodo non «trova effetti dovunque» e rende robusto e peculiare l’effetto Vaticano II.
[19]Luca 18, 8: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». La fede di cui si parla è la virtù teologale, per la quale l’uomo aderisce a Dio che si rivela; senza di essa, insegna il Concilio di Trento (sessione VI, 1547, cap. 8), non vi è né inizio né fondamento della salvezza, poiché «senza la fede è impossibile piacere a Dio» (Ebrei 11, 6).
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