venerdì 18 settembre 2026

Quando i vescovi sono difensori della democrazia liberale



Il patriarca sostiene il diritto a un luogo di preghiera per gli islamici, nel rispetto della legalità e della Costituzione: un confine piuttosto fragile per impedire alla mezzaluna di sorgere sul Veneto con tutti i suoi riflessi, anche politici. Non basta appellarsi alle leggi umane senza quella naturale e divina, che non è scritta nel Corano.

Derive

Moschea di Mestre, il sì di Moraglia dimentica cos’è l’islam


Stefano Fontana, 18-09-2026

Monsignor Francesco Moraglia, patriarca di Venezia, è intervenuto sulla dibattuta questione della costruzione della moschea a Mestre dicendosi favorevole. Tutti hanno diritto di pregare in spazi consoni – ha detto – ma nella legalità, nel rispetto della Costituzione e della dignità di ogni persona e soprattutto dei soggetti più deboli, con riferimento esplicito alle donne. Infine, ha, naturalmente, invitato al dialogo.

La prima cosa che colpisce è che non venga capita fino in fondo la realtà dell’islam. La questione della moschea bengalese a Mestre va affrontata prima di tutto da questo punto di vista. Chiedere all’islam in quanto tale, inteso quindi come sistematica dottrina religiosa, di rispettare la Costituzione italiana e la legalità è piuttosto fantasioso. Non si nega che singole persone di fede islamica lo possano accidentalmente fare, ma in questo caso non rispetterebbero l’islam nella sua pienezza. La religione islamica non è solo una fede personale, è una civiltà, essa richiede una società islamica tale in tutti i suoi ambiti, come un tutt’uno omogeneo. L’islam è, immediatamente e senza distinzioni, religione, clan, famiglia, legge, politica, economia, educazione, cultura. L’islam non conosce la “distinzione senza separazione” accennata da Moraglia, ma solo l’unità indistinta tra tutti i fattori della civiltà (islamica) e il motivo è che l’islam è “dettato” da Allah. Il Corano non è un libro ispirato ma dettato, è un insieme di decreti divini che devono essere applicati, non interpretati, senza che tra di essi e la vita ci insinuino la coscienza, la prudenza e la legge morale naturale.

Non è da escludersi, anzi è da prevedersi, che gli islamici utilizzino gli spazi della democrazia liberale, dello Stato di diritto o dello Stato sociale delle civiltà occidentali, e infatti nel richiedere una propria moschea a Mestre si rifanno ai diritti previsti dalla nostra Costituzione. Ma ciò significa solo un uso strumentale degli stessi, da doversi abbandonare quando la situazione lo permette. Simili finzioni quando i fedeli islamici vivono in terra straniera sono ammesse dalla loro religione, non sono trasgressioni ma stabilite norme di vita in quei casi particolari. La moschea di Mestre non sarà – come sembra pensare il patriarca – solo un luogo in cui pregare, sarà ben di più, sarà uno spaccato di civiltà islamica in Veneto, destinato ad estendersi e a occupare progressivamente il maggior spazio possibile. L’islam chiede il pluralismo ma non è pluralista. La Costituzione non sarà un baluardo di difesa dalle invasioni delle altre religioni, soprattutto di quella islamica, e nelle parole dei vescovi si sentono ripetere fin troppo spesso questi esaltanti elogi al potere salvifico della Carta. La nostra sembra ormai una Chiesa costituzionale.

Interventi come questo di Moraglia sembrano confermare una deriva del pensiero cattolico sulla libertà di religione verso la visione liberale, volontaristica e individualistica. Anche i liberali pensano che questo diritto non debba confliggere con le leggi vigenti e la Costituzione. Diversamente la pensa il cattolico, secondo il quale leggi e Costituzione rispondono al diritto naturale, il quale rimanda poi al diritto divino come ultimo fondamento di tutto il discorso. E qui i liberali non ci starebbero più … ma ci starebbe Moraglia? E se ci stesse ad andare oltre legge e Costituzione per arrivare al diritto naturale e divino – parliamo di lui e, naturalmente, di tutti gli altri vescovi italiani – perché non lo ha detto? Anzi, vengono indicate la legge vigente e la Costituzione italiana attuale come criteri da rispettare, mentre proprio esse hanno tagliato i ponti con la legge naturale, e ancor di più con la legge divina, come provano tutte le norme contro la vita e la famiglia che ci sono state rifilate. Si finisce così per celebrare la civiltà liberale occidentale come criterio della libertà di religione, la qual cosa non gioca a favore dei vescovi che lo fanno.

Quindi, da un lato si dice sì all’islam senza aver capito bene cosa esso significhi, poi ci si appella alle leggi e alla Costituzione come limiti e criteri per la rivendicazione della libertà di religione, sapendo che l’islam non le può rispettare se non strumentalmente, infine ci si richiama – come farebbero i liberali – al diritto alla libertà di religione senza arrivare al criterio ultimo capace di fondarla limitandola: il diritto naturale, che non può però fermarsi a se stesso ma rimanda ad un diritto più eccelso. I vescovi come difensori della democrazia liberale?

Dentro questa confusione rimane poi un’ultima questione a cui la Chiesa di oggi cerca in tutti i modi di sfuggire. La religio vera, ossia la religione cattolica, ha un particolare diritto davanti all’autorità politica ad una presenza pubblica diversa e superiore alle altre religioni? C’è una libertà della religione da promuovere e difendere ben oltre la libertà di religione? Se così non fosse – come è stato scritto spesso da parte nostra – l’autorità politica farebbe proprio l’indifferentismo religioso, che è una forma di ateismo.






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