giovedì 3 settembre 2026

Chiese vandalizzate e atti sacrileghi in aumento in Italia




Post di Roberto Riccardi 
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Roberto Riccardi 3 settembre 2026

Sterco sugli altari. Ostie consacrate buttate nei prati. Madonne decapitate in serie. Croci rovesciate sulle facciate. Tabernacoli strappati dal marmo.

È l'Italia degli ultimi due anni, chiesa dopo chiesa.

Che cos'è tutto questo, se non odio? Eppure nessun politico, intellettuale e piazza hanno mai usato quella parola.

Per una fioriera di plastica bruciata davanti a una moschea, a Cagliari, l'hanno pronunciata in coro in mezza giornata.

E non si tratta di ragazzate promosse a persecuzione. A Viterbo la facciata di una chiesa è stata coperta di "666" e croci rovesciate: la simbologia demoniaca e anticristiana era esplicita, il nome dell'odio no.

A Fermo hanno scardinato il tabernacolo per portare via le ostie consacrate, che sul mercato non valgono niente e sull'altare valgono tutto.
 
A Ostia e a Salerno gli escrementi sono finiti sull'altare e sul portale. Chi lo fa non ruba, comunica.

Nella grande maggioranza dei casi gli autori restano ignoti. Dove le indagini sono arrivate a qualcuno, il campionario è l'Italia intera: minorenni, senza fissa dimora, una turista straniera.
C’è perfino una donna di 59 anni della Ciociaria ai domiciliari con undici episodi contestati, presunta responsabile e non condannata.

Non esiste un colpevole tipo. Esiste un bersaglio tipo.

Ecco la regola non scritta di questo Paese: per la moschea l'odio si presume, per la chiesa va dimostrato. E non basta mai.

"Vandali" è la parola che assolve: dice che c'è un altare da ripulire, non qualcuno da difendere.

Ma la reticenza più impressionante non è quella delle istituzioni. È quella delle vittime.

Quando un santuario del Salernitano si è ritrovato il portone in cenere e la statua del patrono senza corona e senza spada, il vescovo ha parlato di "atto vandalico". Non il questore, il vescovo.
Perché lo status di vittima è una valuta e la maggioranza non è ammessa allo sportello.

Questo appecoronamento ha radici profonde, quelle che un sociologo chiamerebbe perdita del riflesso collettivo.

Per decenni essere cattolici significava appartenere a un ambiente: parrocchia, associazioni, giornali, scuole, partiti, reti familiari. Quel mondo si è sbriciolato.

Rimangono milioni di persone che si definiscono cattoliche, ma sta scomparendo la comunità capace di percepire un'offesa a una chiesa come qualcosa che riguarda personalmente ciascuno di noi.
Pure la Chiesa ci ha messo del suo, soprattutto negli ultimi decenni. Ha educato molto bene i fedeli a non reagire in termini identitari.

Dialogo, prudenza, evitare contrapposizioni, non alimentare tensioni. Principi in sé comprensibili, ma ripetuti per anni hanno tolto ai cattolici italiani l'abitudine al conflitto culturale.

Il comunista sa di essere comunista, pure quando se ne vergogna e si dice progressista. Il sindacalista sa di essere sindacalista. Il militante ambientalista sa perfettamente quale fatto deve indignarlo.

Il cattolico medio italiano spesso non sa più dove finisca la tolleranza e dove cominci la rinuncia. Ha disimparato a dire: questa cosa non è accettabile perché colpisce ciò che sono.

C'è poi la politica. Con la fine della Democrazia Cristiana il voto cattolico si è disseminato ovunque: destra, centro, sinistra, astensione.
 
Non esiste più un soggetto che trasformi automaticamente un fatto religioso in questione pubblica. Per la moschea di Cagliari c'era chi, in poche ore, ha chiesto l'intervento del Governo.
 
Per le chiese non c'è nessuno a cui telefonare.

Il cattolicesimo italiano si è politicamente polverizzato e, polverizzandosi, ha perso pure la capacità di pressione.

Infine c'è la causa più profonda: l'assuefazione. Una statua imbrattata, una croce spezzata, una chiesa vandalizzata diventano episodi separati.

Se non vengono raccolti, contati e mostrati insieme, non formano mai un fenomeno nella testa dell'opinione pubblica.

Ed è vero, non è un numero da guerra civile: una cinquantina di casi in due anni, contando solo quelli finiti sui giornali e ancora rintracciabili.

Ma cinquanta casi con quasi otto colpevoli su dieci mai trovati non sono cronaca, sono un'impunità.
E tre tabernacoli smurati in una sola notte di fine agosto, a Pavia, nel Catanese e nel Mantovano, non sono tre furti. Sono una scia.

Il conto lo ho dovuto fare da solo leggendo i giornali, perché lo Stato non lo tiene. L'Italia è tra i Paesi che non trasmettono un solo dato sull'odio anticristiano.
 
Per contare le nostre chiese colpite bisogna chiedere a un osservatorio di Vienna.

Bruxelles ha un coordinatore contro l'antisemitismo e uno contro l'odio antimusulmano; contro l'odio anticristiano non esiste nemmeno la poltrona.

Ciò che non si conta non esiste. Ciò che non esiste non si condanna. La cronaca ogni tanto cuce insieme gli episodi, chi dovrebbe rispondere mai e ogni episodio muore da solo.

E quando un mondo perde il riflesso, qualcun altro decide per lui cosa deve fargli male.
Lo decide il ceto sinistro che dalle terrazze dei Parioli e dalle spiagge di Capalbio distribuisce ogni stagione le patenti di vittima.
 
Per la moschea l'indignazione a pagina intera; per il santuario sulla montagna nemmeno una riga, perché la fede dei pellegrini non fa tendenza e non porta voti nei quartieri giusti.

Così il quindicenne che sputa sul candelabro sa una cosa senza averla mai studiata: quello è l'unico bersaglio che non costa niente.

Lugo di Romagna non è un caso, è un ritratto. Un gruppo di ragazzini entrava nella collegiata per spezzare le lampade, sputare e vuotare la cassetta delle offerte, finché la chiesa ha smesso di aprire fuori dalle messe.

Il parroco, abbandonato dal vocabolario ufficiale, si è fabbricato la sua giustizia: "Sono disposto a ritirare la denuncia a condizione che questi si presentino da me, uno a uno, con i genitori".

Dove lo Stato non trova le parole, un prete di provincia trova almeno una pena.
Finché a bruciare sarà "un portone" e non "una chiesa", il prossimo fuoco lo avremo già assolto noi.





Fonte web 


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