martedì 1 settembre 2026

Addio a Enzo Bianchi, da poco si era avvicinato alla liturgia tradizionale



Il percorso di Enzo Bianchi, da Bose alla liturgia in rito antico. Il suo ultimo richiamo alla pace liturgica nel cattolicesimo.


Ultimissime



Redazione UCCR 01 set 2026

È morto questa mattina, 1° settembre, all’età di 83 anni.

Enzo Bianchi è stato fondatore della Comunità monastica di Bose e, negli ultimi anni, della Fraternità della Madia.

Da qualche tempo era ricoverato all’ospedale Molinette di Torino, dove le sue condizioni di salute si sono aggravate negli ultimi giorni.

La sua è stata una delle voci più riconoscibili del cattolicesimo italiano contemporaneo, soprattutto sui temi della spiritualità, dell’ecumenismo e del dialogo.

Gli ultimi mesi di vita sono stati un emblema di questo, con la costante richiesta della pace liturgica nel cattolicesimo.


Bianchi e il rapporto con Bose

Il rapporto con Bose fu tormentato.

Dopo essersi dimesso da priore nel 2017, Bianchi rimase comunque al centro delle tensioni interne fino all’allontanamento disposto dalla Santa Sede nel 2020, decisione approvata da Papa Francesco.

Pontefice che gli aveva comunque manifestato stima e vicinanza personale, tanto da averlo nominato sei anni prima consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

Giuliano Ferrara lo definì addirittura il «prediletto del mondo laico, orientalista e anticlericale».

Nel 2022 il segretario di Stato vaticano, card. Piero Parolin, intervenne verso i vescovi italiani per invitarli a riconsiderare la presenza di Bianchi a iniziative diocesane di formazione e predicazione.

Infatti, scrisse Parolin, l’intervento del Vaticano sul fondatore di Bose fu dettato «in base a motivi ritenuti gravi, comunicati ai diretti interessati», ricordando che anche dopo l’allontanamento «sono giunte alla segreteria di Stato ulteriori testimonianze e documentazioni che hanno consentito di avere un quadro complessivo della gestione dell’autorità e dei comportamenti in vari ambiti di Fr. Enzo Bianchi, ancor più gravi di quanto già verificato in sede di visita apostolica».


Il messale di Pio V: “Inestimabile”

Proprio negli ultimi mesi della sua vita abbiamo assistito ad un aspetto meno scontato del suo percorso.

Pur venendo bollato da sempre come “progressista“, Enzo Bianchi aveva manifestato una crescente apertura verso la liturgia tradizionale e verso i cattolici legati al rito preconciliare.

In realtà, già nel 2007 aveva ricordato con parole affettuose il rito antico.

«Il messale di Pio V», scrisse, «è il messale della mia iniziazione e della mia crescita cristiana», aggiungendo di averlo celebrato ogni giorno dai sei ai ventitré anni e di conoscerlo ancora a memoria. Lo definì inestimabile sacramentum.

Indicò comunque il passaggio al nuovo Messale non come rottura ma come «crescita e progresso».




Il litigio con Andrea Grillo

Quasi vent’anni dopo, proprio nel 2026, questa sensibilità è stata nuovamente manifestata in vari suoi interventi, in particolare prima dello scisma provocato dai lefebvriani.

Bianchi aveva infatti sostenuto la necessità di una «pace liturgica», chiedendo di «non disprezzare il Vetus Ordo e considerare i tradizionalisti come cattolici pieni, a tutti gli effetti, rispettando le loro liturgie e i loro segni».

Confessò infatti di soffrire troppo «per non sperare in un clima di accoglienza e di inclusione».

Le sue posizioni hanno provocato un confronto piuttosto duro con il teologo Andrea Grillo, una diatriba pubblica ripresa e sintetizzata anche su UCCR.

Grillo contestò l’impostazione di Bianchi, definendola troppo legata a una prospettiva monastica e sostenendo che la liturgia non avesse bisogno di una generica «pacificazione».

Bianchi rispose: «Non sono un apologeta del Vetus Ordo, ma cerco di capire questi fratelli e queste sorelle che sono cattolici, appartengono alla nostra stessa chiesa, allo stesso Corpo di Cristo».


La partecipazione al rito antico


Il momento più significativo è arrivato lo scorso 19 luglio.

Bianchi partecipò infatti a Torino a una Messa celebrata secondo il Messale del 1962.

Al termine della liturgia, ribadì la propria adesione al Vaticano II e alla riforma liturgica, ma espresse nuovamente l’auspicio che «i due riti possano camminare insieme».

È forse questo uno degli ultimi capitoli, e dei più sorprendenti, del lungo percorso ecclesiale di Enzo Bianchi. La ricerca nella liturgia di un terreno di riconciliazione.






Un nuovo argomento filosofico a favore di Dio?



Due filosofi sviluppano l’argomento nomologico: il tema è la corrispondenza tra le leggi di natura e le condizioni iniziali dell’universo.


Ultimissime, 01 set 2026



Redazione UCCR

Perché le leggi della natura si applicano proprio all’universo che esiste?

La domanda può sembrare strana. Eppure per due studiosi si tratta di un problema filosofico molto interessante, che potrebbe avere conseguenze anche per il dibattito sull’esistenza di Dio.

Si tratta di Brian Cutter, filosofo della University of Notre Dame e di Bradford Saad, filosofo presso la Utrecht University, e nel loro articolo pubblicato sulla rivista “Noûs” sviluppano quello che definiscono il problema dell’armonia nomologica (o argomento nomologico).

Va detto che si tratta di un problema che si inserisce in un dibattito già avviato dai colleghi Tyler Hildebrand (Dalhousie University) e Thomas Metcalf (Spring Hill College), autori di un precedente argomento nomologico a favore del teismo, incentrato sulla domanda del perché la natura presenti regolarità anziché un comportamento caotico.


L’argomento nomologico su Dio

I filosofi Cutter e Saad spostano però l’attenzione su una questione più specifica.

Perché le leggi fondamentali si accordano proprio con le condizioni iniziali dell’universo in modo tale da produrre un’evoluzione nel tempo.

Facciamo un esempio.

Immaginiamo di avere un regolamento del Monopoli, ma sul tavolo ci siano invece i pezzi degli scacchi. Il regolamento esiste ed è perfettamente coerente, ma non si applica agli oggetti presenti.

Analogamente, in linea di principio, si potrebbe immaginare un universo nel quale le leggi fondamentali riguardassero determinate proprietà fisiche che non compaiono nelle condizioni iniziali.

In quel caso le leggi non produrrebbero alcuna evoluzione: l’universo sarebbe, per così dire, “nato morto”.

Il nostro universo, invece, presenta una piena corrispondenza tra le leggi fondamentali e le sue condizioni iniziali. Per i due filosofi, dunque, non basta osservare che questa corrispondenza esiste: bisogna chiedersi perché esista.


Le varie spiegazioni

Naturalmente, ci sono diverse possibili risposte.

Si potrebbe considerare l’armonia nomologica un semplice fatto necessario senza spiegazione (brutalismo).

Ma è insoddisfacente lasciare senza spiegazione una coincidenza così particolare e, se fosse addirittura necessario che leggi e condizioni iniziali coincidano, questo sposterebbe semplicemente il problema: perché è necessaria proprio questa armonia?

Si potrebbe ricorrere alla spiegazione del Multiverso, sostenendo che, tra un’enorme quantità di universi con leggi e condizioni iniziali differenti, sarebbe inevitabile trovarne alcuni nei quali si verifica una corrispondenza.

Ma questa soluzione solleva a sua volta altri quesiti, oltre a significativi problemi di parsimonia: perché dovremmo aspettarci di trovarci proprio in un universo armonico? Siamo giustificati a postulare un insieme così vasto di universi e proprietà di cui nessuno ha mai dimostrato l’esistenza?

Qualcuno potrebbe richiamare altre spiegazioni, verso le quali Cutter e Saad si mostrano però scettici. Ad esempio, se le leggi derivassero dai poteri causali delle proprietà (prioritarismo dei poteri), perché quei poteri sarebbero a loro volta coordinati in modo da produrre un’evoluzione ordinata?


Un atto volontario


Resta infine la possibilità di un terzo fattore.

Cioè qualcosa che spieghi perché leggi e condizioni iniziali risultino armonizzate. È qui che entra in gioco il teismo.

I due filosofi dichiarano effettivamente che «propendiamo provvisoriamente» per una soluzione basata su questo “terzo fattore”, precisando però che il loro obiettivo principale è introdurre il problema e confrontare le varie soluzioni.

In ogni caso scrivono: «Poiché un universo nato morto plausibilmente precluderebbe la maggior parte dei risultati dotati di valore (vita, coscienza, piacere, amicizia, conoscenza, ecc.), non è particolarmente sorprendente che Dio possa scegliere di creare un universo nomologicamente armonioso».

Cutter e Saad osservano infatti che «la decisione di Dio di creare un universo armonioso ammetterebbe […] una spiegazione intenzionale o basata sulle ragioni, in termini dei risultati dotati di valore che possono essere realizzati soltanto all’interno di un universo armonioso».

Il punto è quindi quello di una spiegazione finalistica.


Il teismo è più plausibile

Il teismo non viene assunto semplicemente come punto di partenza o di conclusione dell’argomento, ma come un’ipotesi esplicativa che, se corretta, renderebbe meno sorprendente l’esistenza dell’armonia nomologica.

Dio vuole realizzare determinati beni → questi beni richiedono un universo capace di evolvere → un universo capace di evolvere richiede armonia tra leggi e condizioni iniziali → dunque Dio avrebbe una ragione per creare un universo nomologicamente armonico.

Se Dio crea con uno scopo e attribuisce valore alla vita, alla coscienza, alla conoscenza e ad altri beni, allora avrebbe una ragione per creare un universo capace di produrli. L’armonia tra le leggi e le condizioni iniziali non sarebbe più una coincidenza inspiegata, ma il risultato di una scelta.

Rispetto alle altre opzioni, quindi, il teismo potrebbe essere la risposta più plausibile perché fornirebbe una ragione per aspettarsi proprio questo tipo di universo.

Tra l’altro, viene osservato che una spiegazione basata sul “terzo fattore” potrebbe potenzialmente spiegare con un unico quadro anche il più noto problema del fine-tuning cosmologico.

La questione rimane quindi aperta, ma il problema sollevato dai due filosofi è tutt’altro che banale.

Non riguarda soltanto il fatto che l’universo abbia determinate leggi, bensì che quelle leggi e quella realtà iniziale risultino effettivamente compatibili tra loro.

E se questa compatibilità richiede una spiegazione, il teismo si propone come una delle ipotesi filosoficamente più interessanti da prendere in considerazione.






Vacilla un certo modello di Chiesa?

 




Pubblicato 31 agosto 2026


Sempre più giovani stanno abbracciando la Chiesa di sempre, e discostandosi da quel modello che è prevalso per quasi sessant’anni.

Nel video del canale “Visto da Roma” intitolato “Vacilla un certo modello di Chiesa?”, il conduttore Jiulio Loredo analizza un fenomeno globale in espansione all’interno della Chiesa Cattolica: il forte ritorno e interesse verso il tradizionalismo, la liturgia antica e la Messa Tridentina, in particolar modo da parte delle nuove generazioni di fedeli, seminaristi e giovani sacerdoti.

Il ritorno ai pellegrinaggi tradizionali: Il video si apre citando la massiccia affluenza a recenti eventi cattolici di stampo tradizionale. Ad esempio, 160.000 fedeli si sono radunati al Santuario Mariano di La Vang in Vietnam [02:32], mentre in Argentina il pellegrinaggio tradizionalista al Santuario di Nostra Signora di Luján ha fatto registrare numeri record [03:23].

Non è solo nostalgia: La crescita del movimento tradizionalista in Vietnam, ad esempio, smentisce l’idea che sia guidato dalla mera nostalgia [01:06]. I fedeli stanno riscoprendo testi catechetici, preghiere e la messa in latino per recuperare un’identità cattolica più profonda [01:41].

La svolta dei giovani sacerdoti: Si osserva sempre più spesso la tendenza tra i giovani sacerdoti e seminaristi a celebrare la messa con solennità, recuperando l’uso del latino, il canto gregoriano, il silenzio, l’orientamento verso l’altare e la comunione in ginocchio [05:00].

Nessun pregiudizio ideologico: Una chiave di lettura interessante offerta dal video è che queste nuove generazioni non hanno vissuto il Concilio Vaticano II o le rivoluzioni culturali degli anni ’60. Il Concilio fa parte dei loro libri di storia, permettendo loro di avvicinarsi alla tradizione del passato liberi dai pregiudizi ideologici dei loro predecessori e attratti dalla bellezza che vi scorgono [06:21], [07:35].

Risveglio nei campus universitari americani: Uno studio di “Hallow” condotto in decine di università statunitensi (come la Texas A&M) mostra un notevole aumento delle conversioni e delle iscrizioni ai corsi di catechismo [08:49]. I giovani, segnati dagli sconvolgimenti sociali e dalla tecnologia, sono alla ricerca di stabilità e significato; i gesti tradizionali della Chiesa offrono una vera e propria alternativa a una cultura dominante che non li soddisfa più [09:50], [10:02].

Seminari e monasteri: vince la tradizione: Loredo sottolinea come le istituzioni di formazione più tradizionali stiano fiorendo. La diocesi di Wichita in Kansas, offrendo un’educazione secondo i canoni classici, vanta un eccezionale tasso di ricambio del clero (195%), a differenza di diocesi moderne come Milano che sono fortemente in negativo [11:12], [11:33]. Similmente, in Francia, i monasteri contemplativi in cui si usa esclusivamente il latino non hanno chiuso e attraggono vocazioni giovani, contro il 34% di chiusure tra quelli che usano solo il francese [12:39], [12:47].

In conclusione, Jiulio Loredo sostiene che il modello di Chiesa post-conciliare, prevalso per oltre 60 anni, stia iniziando a vacillare [13:41]. A prendere vigore è invece il modello di Chiesa millenario, che si dimostra sempre più forte e vitale proprio tra i giovani e il nuovo clero [13:50].


Video 


Fonte


L’estate del sacro profanato (e la devozione dei primi cinque sabati del mese)



(YouTube/TG1)




Cristianofobia



Enzo Vitale, 01 Settembre 2026 

L’estate 2026 ci ha regalato diversi episodi di dileggio e dissacrazione nei confronti di immagini e luoghi sacri. Ha suscitato scalpore l’increscioso avvenimento di Medjugorie, sede del celebre santuario, in prossimità del Mladifest (festival internazionale dei giovani): l’altare delle celebrazioni all’aperto è stato incendiato e la statua venerata alla sommità di una delle colline delle apparizioni, meta di pellegrinaggio, imbrattata e vandalizzata con scritte blasfeme. A distanza di pochi giorni, a Forio d’Ischia, è stata decapitata, per l’ennesima volta, la statuetta della Vergine Santa, che veglia da decenni sulla Baia della Pelara.

Poi, come se non bastasse, la calda estate si è infiammata per le discussioni sul cosiddetto “cencio” (questo, in dialetto senese, il nome del drappellone assegnato ai vincitori del famoso Palio di Siena) annualmente organizzato in occasione dell’Assunta (e a cui si deve-dovrebbe ispirare): le forti polemiche sono nate per le sembianze assegnate alla Madonna. Il drappo che, a detta del committente Comune di Siena, «si distingue per la dolcezza del volto e la forza espressiva dello sguardo, in un dialogo ideale con i capolavori di Simone Martini» non ci esime dal pensare che la vena artistica sia stata inquinata dai canoni delle moderne dispute gender e dall’interrogarci sui limiti che separano una realizzazione artistica da un atto di blasfemia.

Questi fatti, apparentemente tra loro dissociati, ci rimandano al perché di una delle devozioni più diffuse e praticate al mondo: la devozione dei primi cinque sabati del mese (santa Messa, santo rosario accompagnato dalla meditazione di un quarto d’ora su un mistero e confessione sacramentale entro otto giorni). Molti la praticano, non tutti conoscono la promessa (di essere assistiti dalla Beata Vergine «nell’ora della morte, con tutte le grazie necessarie alla salvezza») e pochi sanno che le ragioni dei cinque sabati sono legate a 5 precise offese arrecate alla Vergine Santa:bestemmie contro l’Immacolata Concezione, attaccando il dogma del concepimento di Maria senza peccato;
bestemmie contro la sua Verginità, negando la perpetua verginità della Madre di Dio;
bestemmie contro la Maternità divina, rifiutando tale verità di fede e il fatto che sia anche Madre di tutti gli uomini;
sviamento dei bambini dalla devozione alla Beata Vergine infondendo nei cuori dei piccoli indifferenza, disprezzo o odio verso la Madonna;
e, infine, le offese alle immagini sacre, con oltraggi rivolti alle sue statue o rappresentazioni.

A noi, adesso, interessa l’ultima. Sebbene facciamo riferimento a soli tre episodi di cronaca, ce ne sono molti di più: e quello che c’è dietro è molto di più e molto più importante di quanto, ad un’analisi superficiale, si può ricavare. Colpisce che, non di rado, le ragioni di tali gesti si riconducano a soggetti psicologicamente instabili che riversano il proprio malessere con atti di distruzione: si parla, infatti, di iconofobia. Ciò nonostante, sono e restano un’offesa alla santità di Dio e a quanto le immagini rappresentano. Per alcuni, questi gesti (di follia o di dissacrazione sarà sempre difficile capirlo) non dovrebbero darci molto pensiero, ma a noi interessano perché, come tutte le cose solo apparentemente irrilevanti, richiamano e rimandano a verità più importanti e fondanti.

Nello specifico, sono due: il concetto-realtà di imago Dei e il mistero dell’Incarnazione. Le immagini da noi venerate altro non sono (e scusate se è poco!) il richiamo all’essere immagine e somiglianza di Dio (Gn 1, 26) cosa nella quale, tra le altre, la Vergine Santa primeggia come modello per ogni cristiano; a questo si aggiunga che con l’Incarnazione (e nell’Incarnazione) noi troviamo il criterio per capire e giudicare ogni realtà umana. Deve far pensare che, in qualche modo, ogni eresia si spiega in una mal compresa concezione dell’Incarnazione del Verbo. L’Incarnazione, per dirne una, ha permesso di superare il divieto di iconoclastia che troviamo nell’antico Testamento e per il quale era vietato farsi immagine della divinità (cfr Es 20,4, Dt 4,15-16 e Lev 26,1): se oggi veneriamo delle immagini è perché, prendendo posto nel seno della Vergine di Nazareth, il Verbo ci ha voluto mostrare il Suo Volto, si è fatto carne, si è fatto vedere: da qui, quanto sia attuale e affascinante la testimonianza visiva ricavata dalla sacra Sindone non è difficile intuirlo.

Ecco allora che certe (solo) apparenti devozioni sono strettamente legate alla nostra quotidianità e se non sono comprese in profondità rischiano di diventare pure forme devozionali che, invece di arricchire, nutrire e sostenere la fede, diffondono una fastidiosa gramigna che non serve alla diffusione del Regno di Dio. Tutto quanto fatto da mano d’uomo, quando cerca il bello nella modellazione della materia, inevitabilmente tende ad esaltare la materialità del creato vincendo, in questo modo, la perniciosa e sempre presente tentazione di limitare tutto al mero spiritualismo. Il cristianesimo, come diceva qualcuno, è, infatti la religione dell’et-et e non dell’out-out, della carne e dello spirito e non solo dello spirito. Ecco che, ogni fatto di cronaca a cui, purtroppo, assistiamo provoca un rimando al soprannaturale che, quando compreso aiuta a capire che la fede impregna il nostro quotidiano in un modo che sorpassa abbondantemente la nostra pur vivace fantasia. 

(Screenshot YouTube, TG1)