Papa Leone XIV firma la NOTA UN CAMMINO DI SPERANZA
(Foto credit Vatican News)
Articolo pubblicato su Infovaticana, nella traduzione non ufficiale autmatica.
Una memoria selettiva: ciò che la nuova nota vaticana cita e ciò che tralascia
Di Sabino Paciolla, 21 settembre 2026
Si è imparato già da tempo che i documenti vaticani vanno letti due volte: una per il testo e un’altra per le note, e che spesso è proprio la seconda lettura quella che conta. Il documento con cui tre dicasteri celebrano i sessant’anni della Nostra aetate incarna questa consuetudine come pochi altri. Cita le sue fonti con generosità e si ferma, con la precisione di un orologiaio, proprio prima della frase in cui quelle fonti parlavano della verità. Poi dichiara superata la fermezza che quella verità sosteneva. E alla fine propone come percorso pastorale una pratica che le stesse fonti escludevano. Tre movimenti, un unico gesto.
Si intitola «Un cammino di speranza», è datato 16 settembre ed è firmato dai cardinali Fernández (che, ci dicevano gli entusiasti, Leone avrebbe fulminato poche ore dopo l’habemus papam), Koch e Koovakad, a capo rispettivamente della Dottrina della Fede, dell’Unità dei Cristiani e del Dialogo Interreligioso, con i loro tre segretari. Sotto le firme ci sono altre due righe: «Ex Audientia, 22 giugno 2026» e «León PP XIV». È lo stesso schema con cui Francesco ha sottoscritto Fiducia supplicans, e non c’è motivo di dimenticarlo ora che il firmatario è un altro. Il Papa ha approvato il testo e ne ha ordinato la pubblicazione, e Donum veritatis insegna che i documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede approvati espressamente dal Papa fanno parte del suo magistero ordinario. La stessa istruzione ammette che alcuni documenti magisteriali possano non essere esenti da difetti. Ci si rifà a tale ammissione. Bisogna dire subito ciò che non contiene, perché non si scrive per i cacciatori di eresie. Non nega nulla in modo esplicito. Afferma che Cristo è l’unico redentore, auspica un dialogo «privo di ambiguità» che eviti «il relativismo e il sincretismo» e scarta l’idea di una grande religione mondiale in cui tutte le credenze siano messe sullo stesso piano. La scarta, però, «per rispetto verso se stessi e verso gli altri», il che è un motivo molto gentile per rifiutare ciò che prima veniva rifiutato perché falso. Il problema della Nota non sta in ciò che dice. Sta in ciò che fa con ciò che hanno detto gli altri.
Si parte proprio dal Concilio stesso. La Nota ricorda che la Chiesa «non respinge nulla di ciò che in queste religioni è vero e santo» e che guarda con stima ai loro «modi di agire e di vivere, ai precetti e alle dottrine». Qui pone il punto. Nostra aetate non lo specificava: aggiungeva che tali precetti e dottrine sono considerati con rispetto «anche se discostano in molto da ciò che essa professa e insegna», e subito dopo che la Chiesa «ha l’obbligo di annunciare costantemente Cristo». Quando la Nota torna più avanti su quel numero, l’obbligo di annunciare si è trasformato in «l’esigenza di fedeltà a Gesù Cristo». Fedeltà e annuncio non sono sinonimi. Si può essere fedeli in silenzio, e il Concilio non chiedeva silenzio.
Con Paolo VI l’operazione è più sottile. La Nota elogia i cerchi concentrici di Ecclesiam suam, quella geometria del dialogo che, secondo quanto afferma, «si è rivelata programmatica», e rimanda in nota al passaggio in cui vengono tracciati. In quello stesso passaggio, arrivando a coloro che adorano Dio in altre religioni, Paolo VI avvertiva che non era opportuno considerarle come se fossero tutte equivalenti e dichiarava, per lealtà, la sua convinzione «che la vera religione è una sola, e che questa è la religione cristiana». La Nota cita il cerchio e tralascia il centro. È come citare il Credo fino a «creatore del cielo e della terra» e dare per recitato il resto.
Con Giovanni Paolo II il metodo si ripete. La Nota riporta in nota a piè di pagina l’udienza generale del 22 ottobre 1986, cinque giorni prima di Assisi, e prende dal punto 5 una frase benevola su alcune religioni che, dopo aver causato divisioni, vogliono contribuire alla pace. Non riporta la frase immediatamente precedente, che ricordava le divergenze di fondo che le separano. Né il punto 2, in cui il Papa affermava che solo in Cristo gli uomini possono salvarsi. Né il punto 4, in cui spiegava perché ad Assisi non ci sarebbe stata una preghiera comune: si poteva essere presenti mentre gli altri pregavano, ma non si può «pregare insieme». La formula scelta per la giornata era «stare insieme per pregare». Si mantiene la distinzione, perché tornerà.
Peggio va a finire per la Dominus Iesus. Appare una sola volta, in una nota, senza numero di paragrafo, come si menziona in un necrologio il parente con cui non si parlava. Non compare il suo numero 22, secondo cui i non cristiani possono ricevere la grazia divina, ma si trovano oggettivamente «in una situazione gravemente carente» rispetto a coloro che hanno nella Chiesa la pienezza dei mezzi di salvezza. Giovanni Paolo II confermò quella dichiarazione «con certezza e con la sua autorità apostolica». Questa Nota reca la formula ordinaria: il Papa l’ha approvata e ne ha ordinato la pubblicazione. Quod non est in actis non est in mundo, dicono i canonisti. La Nota applica l’aforisma alle proprie fonti.
Giungiamo così al numero 54, dove il documento smette di citare e inizia a sostenere. Afferma che «i modelli monolitici e isolati, che alimentano una visione chiusa della realtà, risultano sempre più inadeguati e, in ultima analisi, sono fonte di violenza e sofferenza per i più deboli». E aggiunge che «la difesa intransigente della propria posizione e il proselitismo, come unica forma di incontro con “l’altro”, non hanno più senso in un mondo che assomiglia sempre più a un villaggio globale interconnesso e in continuo fermento». Non c’è da scandalizzarsi per la parola «proselitismo», che ha una cattiva reputazione ma anche buoni sostenitori: Benedetto XVI disse ad Aparecida, nel 2007, che la Chiesa non fa proselitismo e cresce per attrazione; Francesco lo ha ripetuto molte volte; Leone XIV lo ha ribadito a gennaio. L’inciso «come unica forma» salva inoltre la lettera del testo, perché nessuno nella Chiesa ha mai sostenuto che il proselitismo sia l’unico modo di rapportarsi al prossimo. Ed è vero che il numero 46 assicura che non si tratta di rinunciare alla verità, ma di annunciarla in modo evangelico. Lo assicura otto numeri prima di spiegare perché la fermezza non ha più senso.
Ciò che conta è il perché. Benedetto spiegava che la Chiesa cresce come cresce Cristo, che attira tutti a sé con la forza di un amore culminato sulla croce. Leone XIV lo ha precisato davanti ai cardinali il 7 gennaio: non è la Chiesa ad attrarre, ma Cristo. Il 22 giugno, lo stesso Leone XIV approvò e fece pubblicare un testo che fornisce un’altra motivazione: il mondo assomiglia sempre più a un villaggio globale. Laddove il Papa di gennaio poneva Cristo, il Papa di giugno sostiene la connettività. Il rifiuto è simile; il fondamento è opposto, e in teologia il fondamento non è una questione di stile, è l’intera questione. Ciò che regge perché Cristo attrae regge sempre. Ciò che smette di avere senso perché il villaggio è diventato globale potrà cambiare di nuovo quando cambierà il villaggio. Si sente già la scusa secondo cui un Papa non legge ogni numero di ciò che approva. Non risolve nulla: o ha letto il n. 54 e ha dato per buono il villaggio globale, oppure a Roma si pubblica a suo nome ciò che non legge. Il lettore noti, del resto, l’avverbio: «non più» significa che prima sì, e il numero successivo lo conferma quando parla dell’altro credente che «prima» era visto come un nemico. È l’air du temps elevato a criterio teologico, con l’avallo pontificio.
La prima frase del numero è ancora più delicata. Attribuisce la violenza ai modelli «monolitici» e alla «visione chiusa della realtà» senza distinguere tra la chiusura identitaria, che esiste e fa male, e la pretesa di verità, che è un’altra cosa ed è, inoltre, il compito della Chiesa. La distinzione non è una sottigliezza. Nel 2007, l’allora Congregazione per la Dottrina della Fede – lo stesso dicastero che ora firma con un altro nome – descriveva come una crescente confusione l’idea secondo cui ogni tentativo di convincere gli altri in materia religiosa ne limiti la libertà, e controbatteva a coloro che vedono nella pretesa di aver ricevuto la pienezza della Rivelazione un atteggiamento intollerante e un pericolo per la pace. Quella nota dottrinale si prese persino la briga di definire il proselitismo: una parola spesso usata come sinonimo di attività missionaria e che solo in tempi recenti ha assunto il significato di promozione religiosa con mezzi contrari al Vangelo. La Nota del 2026 la usa senza definirla. Giovanni Paolo II, dal canto suo, aveva avvertito in Redemptoris missio, enciclica che la Nota cita in un altro punto, che la chiamata alla conversione viene messa in discussione o messa a tacere perché in essa si vede «un atto di “proselitismo”». Non si dice che la Nota cada in tale confusione. Si dice che scriva come se non sapesse che essa esista.
Né l’autorità invocata dal numero 54 dice ciò che le viene attribuito. Si tratta di un discorso di Francesco all’Università Chulalongkorn di Bangkok, nel 2019, in cui si parla della «logica dell’insularità» come «meccanismo valido per la risoluzione dei conflitti». Dei conflitti, non della missione. E la stessa citazione include una clausola che il paragrafo che la riporta sembra aver letto in fretta: le religioni hanno molto da offrire «senza bisogno di rinunciare alle proprie caratteristiche essenziali». La caratteristica essenziale del cristianesimo, se non si sbaglia, ha un nome proprio.
Rimane il terzo elemento, quello che trasforma la teoria in programma. Al punto 49, la Nota elenca le forme di incontro «più creative e coraggiose» sviluppate dalle Chiese locali: commissioni di dialogo, progetti comuni, azioni educative o umanitarie e «celebrazioni condivise». Propone di raccoglierle e metterle in rete per «identificare e orientare nuovi percorsi pastorali». Non si tratta di una descrizione, ma di un programma, e il programma non specifica cosa sia una celebrazione condivisa. L’udienza del 1986 citata dalla Nota aveva già risolto la questione con la distinzione tra pregare insieme e stare insieme per pregare. Ratzinger lo ha approfondito in Fede, verità e tolleranza: la preghiera multireligiosa, quella di Assisi, riunisce ciascuno nello stesso luogo per pregare separatamente; quella interreligiosa mira a pregare in comune, e sul fatto che ciò sia possibile in tutta verità e onestà ha scritto «Ne dubito». Poneva delle condizioni, la prima delle quali era un accordo su chi o cosa sia Dio, cosa che non sembra facile da raggiungere attorno a una ciotola di foglie di coca. Neanche il diritto è neutrale: il canone 1381 impone di punire con una pena giusta la communicatio in sacris proibita. Non si accusa la Nota di autorizzare il culto comune, perché non lo dice. La accusa di qualcosa di meno appariscente e più grave in un testo firmato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede: di sottrarre il giusto criterio proprio dove più serve.
E ce n’è bisogno. Il 13 agosto, a Cusco, un funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede e commissario pontificio per il Sodalicio ha deposto foglie di coca in un «omaggio alla terra» all’apertura di un incontro che Vatican News ha presentato come parte della preparazione del viaggio di Leone XIV in Perù. Un mese intero dopo, il dicastero in cui lavora pubblica un documento, approvato a giugno, che elenca le celebrazioni condivise tra le forme coraggiose di incontro senza specificare quali siano. Non gli sarebbe servito da guida. Né da freno.
Sessant’anni dopo, la Nota definisce la Nostra aetate un testo «breve ma audace». Lo era. Ha osato affermare in un unico paragrafo che la Chiesa guarda con rispetto a ciò che c’è di vero nelle altre religioni e che è tenuta ad annunciare Cristo. L’audacia del 2026 consiste nel soffermarsi sulla prima parte. Il documento, tra l’altro, è datato nella memoria dei santi Cornelio e Cipriano. Cipriano, vescovo di Cartagine e martire, scrisse che chi non ha la Chiesa come madre non può avere Dio come padre: habere iam non potest Deum patrem qui ecclesiam non habet matrem. Si sospetta che, se fosse stata redatta oggi, la frase sarebbe finita al numero 54, tra i modelli monolitici.
Infovaticana
Si è imparato già da tempo che i documenti vaticani vanno letti due volte: una per il testo e un’altra per le note, e che spesso è proprio la seconda lettura quella che conta. Il documento con cui tre dicasteri celebrano i sessant’anni della Nostra aetate incarna questa consuetudine come pochi altri. Cita le sue fonti con generosità e si ferma, con la precisione di un orologiaio, proprio prima della frase in cui quelle fonti parlavano della verità. Poi dichiara superata la fermezza che quella verità sosteneva. E alla fine propone come percorso pastorale una pratica che le stesse fonti escludevano. Tre movimenti, un unico gesto.
Si intitola «Un cammino di speranza», è datato 16 settembre ed è firmato dai cardinali Fernández (che, ci dicevano gli entusiasti, Leone avrebbe fulminato poche ore dopo l’habemus papam), Koch e Koovakad, a capo rispettivamente della Dottrina della Fede, dell’Unità dei Cristiani e del Dialogo Interreligioso, con i loro tre segretari. Sotto le firme ci sono altre due righe: «Ex Audientia, 22 giugno 2026» e «León PP XIV». È lo stesso schema con cui Francesco ha sottoscritto Fiducia supplicans, e non c’è motivo di dimenticarlo ora che il firmatario è un altro. Il Papa ha approvato il testo e ne ha ordinato la pubblicazione, e Donum veritatis insegna che i documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede approvati espressamente dal Papa fanno parte del suo magistero ordinario. La stessa istruzione ammette che alcuni documenti magisteriali possano non essere esenti da difetti. Ci si rifà a tale ammissione. Bisogna dire subito ciò che non contiene, perché non si scrive per i cacciatori di eresie. Non nega nulla in modo esplicito. Afferma che Cristo è l’unico redentore, auspica un dialogo «privo di ambiguità» che eviti «il relativismo e il sincretismo» e scarta l’idea di una grande religione mondiale in cui tutte le credenze siano messe sullo stesso piano. La scarta, però, «per rispetto verso se stessi e verso gli altri», il che è un motivo molto gentile per rifiutare ciò che prima veniva rifiutato perché falso. Il problema della Nota non sta in ciò che dice. Sta in ciò che fa con ciò che hanno detto gli altri.
Si parte proprio dal Concilio stesso. La Nota ricorda che la Chiesa «non respinge nulla di ciò che in queste religioni è vero e santo» e che guarda con stima ai loro «modi di agire e di vivere, ai precetti e alle dottrine». Qui pone il punto. Nostra aetate non lo specificava: aggiungeva che tali precetti e dottrine sono considerati con rispetto «anche se discostano in molto da ciò che essa professa e insegna», e subito dopo che la Chiesa «ha l’obbligo di annunciare costantemente Cristo». Quando la Nota torna più avanti su quel numero, l’obbligo di annunciare si è trasformato in «l’esigenza di fedeltà a Gesù Cristo». Fedeltà e annuncio non sono sinonimi. Si può essere fedeli in silenzio, e il Concilio non chiedeva silenzio.
Con Paolo VI l’operazione è più sottile. La Nota elogia i cerchi concentrici di Ecclesiam suam, quella geometria del dialogo che, secondo quanto afferma, «si è rivelata programmatica», e rimanda in nota al passaggio in cui vengono tracciati. In quello stesso passaggio, arrivando a coloro che adorano Dio in altre religioni, Paolo VI avvertiva che non era opportuno considerarle come se fossero tutte equivalenti e dichiarava, per lealtà, la sua convinzione «che la vera religione è una sola, e che questa è la religione cristiana». La Nota cita il cerchio e tralascia il centro. È come citare il Credo fino a «creatore del cielo e della terra» e dare per recitato il resto.
Con Giovanni Paolo II il metodo si ripete. La Nota riporta in nota a piè di pagina l’udienza generale del 22 ottobre 1986, cinque giorni prima di Assisi, e prende dal punto 5 una frase benevola su alcune religioni che, dopo aver causato divisioni, vogliono contribuire alla pace. Non riporta la frase immediatamente precedente, che ricordava le divergenze di fondo che le separano. Né il punto 2, in cui il Papa affermava che solo in Cristo gli uomini possono salvarsi. Né il punto 4, in cui spiegava perché ad Assisi non ci sarebbe stata una preghiera comune: si poteva essere presenti mentre gli altri pregavano, ma non si può «pregare insieme». La formula scelta per la giornata era «stare insieme per pregare». Si mantiene la distinzione, perché tornerà.
Peggio va a finire per la Dominus Iesus. Appare una sola volta, in una nota, senza numero di paragrafo, come si menziona in un necrologio il parente con cui non si parlava. Non compare il suo numero 22, secondo cui i non cristiani possono ricevere la grazia divina, ma si trovano oggettivamente «in una situazione gravemente carente» rispetto a coloro che hanno nella Chiesa la pienezza dei mezzi di salvezza. Giovanni Paolo II confermò quella dichiarazione «con certezza e con la sua autorità apostolica». Questa Nota reca la formula ordinaria: il Papa l’ha approvata e ne ha ordinato la pubblicazione. Quod non est in actis non est in mundo, dicono i canonisti. La Nota applica l’aforisma alle proprie fonti.
Giungiamo così al numero 54, dove il documento smette di citare e inizia a sostenere. Afferma che «i modelli monolitici e isolati, che alimentano una visione chiusa della realtà, risultano sempre più inadeguati e, in ultima analisi, sono fonte di violenza e sofferenza per i più deboli». E aggiunge che «la difesa intransigente della propria posizione e il proselitismo, come unica forma di incontro con “l’altro”, non hanno più senso in un mondo che assomiglia sempre più a un villaggio globale interconnesso e in continuo fermento». Non c’è da scandalizzarsi per la parola «proselitismo», che ha una cattiva reputazione ma anche buoni sostenitori: Benedetto XVI disse ad Aparecida, nel 2007, che la Chiesa non fa proselitismo e cresce per attrazione; Francesco lo ha ripetuto molte volte; Leone XIV lo ha ribadito a gennaio. L’inciso «come unica forma» salva inoltre la lettera del testo, perché nessuno nella Chiesa ha mai sostenuto che il proselitismo sia l’unico modo di rapportarsi al prossimo. Ed è vero che il numero 46 assicura che non si tratta di rinunciare alla verità, ma di annunciarla in modo evangelico. Lo assicura otto numeri prima di spiegare perché la fermezza non ha più senso.
Ciò che conta è il perché. Benedetto spiegava che la Chiesa cresce come cresce Cristo, che attira tutti a sé con la forza di un amore culminato sulla croce. Leone XIV lo ha precisato davanti ai cardinali il 7 gennaio: non è la Chiesa ad attrarre, ma Cristo. Il 22 giugno, lo stesso Leone XIV approvò e fece pubblicare un testo che fornisce un’altra motivazione: il mondo assomiglia sempre più a un villaggio globale. Laddove il Papa di gennaio poneva Cristo, il Papa di giugno sostiene la connettività. Il rifiuto è simile; il fondamento è opposto, e in teologia il fondamento non è una questione di stile, è l’intera questione. Ciò che regge perché Cristo attrae regge sempre. Ciò che smette di avere senso perché il villaggio è diventato globale potrà cambiare di nuovo quando cambierà il villaggio. Si sente già la scusa secondo cui un Papa non legge ogni numero di ciò che approva. Non risolve nulla: o ha letto il n. 54 e ha dato per buono il villaggio globale, oppure a Roma si pubblica a suo nome ciò che non legge. Il lettore noti, del resto, l’avverbio: «non più» significa che prima sì, e il numero successivo lo conferma quando parla dell’altro credente che «prima» era visto come un nemico. È l’air du temps elevato a criterio teologico, con l’avallo pontificio.
La prima frase del numero è ancora più delicata. Attribuisce la violenza ai modelli «monolitici» e alla «visione chiusa della realtà» senza distinguere tra la chiusura identitaria, che esiste e fa male, e la pretesa di verità, che è un’altra cosa ed è, inoltre, il compito della Chiesa. La distinzione non è una sottigliezza. Nel 2007, l’allora Congregazione per la Dottrina della Fede – lo stesso dicastero che ora firma con un altro nome – descriveva come una crescente confusione l’idea secondo cui ogni tentativo di convincere gli altri in materia religiosa ne limiti la libertà, e controbatteva a coloro che vedono nella pretesa di aver ricevuto la pienezza della Rivelazione un atteggiamento intollerante e un pericolo per la pace. Quella nota dottrinale si prese persino la briga di definire il proselitismo: una parola spesso usata come sinonimo di attività missionaria e che solo in tempi recenti ha assunto il significato di promozione religiosa con mezzi contrari al Vangelo. La Nota del 2026 la usa senza definirla. Giovanni Paolo II, dal canto suo, aveva avvertito in Redemptoris missio, enciclica che la Nota cita in un altro punto, che la chiamata alla conversione viene messa in discussione o messa a tacere perché in essa si vede «un atto di “proselitismo”». Non si dice che la Nota cada in tale confusione. Si dice che scriva come se non sapesse che essa esista.
Né l’autorità invocata dal numero 54 dice ciò che le viene attribuito. Si tratta di un discorso di Francesco all’Università Chulalongkorn di Bangkok, nel 2019, in cui si parla della «logica dell’insularità» come «meccanismo valido per la risoluzione dei conflitti». Dei conflitti, non della missione. E la stessa citazione include una clausola che il paragrafo che la riporta sembra aver letto in fretta: le religioni hanno molto da offrire «senza bisogno di rinunciare alle proprie caratteristiche essenziali». La caratteristica essenziale del cristianesimo, se non si sbaglia, ha un nome proprio.
Rimane il terzo elemento, quello che trasforma la teoria in programma. Al punto 49, la Nota elenca le forme di incontro «più creative e coraggiose» sviluppate dalle Chiese locali: commissioni di dialogo, progetti comuni, azioni educative o umanitarie e «celebrazioni condivise». Propone di raccoglierle e metterle in rete per «identificare e orientare nuovi percorsi pastorali». Non si tratta di una descrizione, ma di un programma, e il programma non specifica cosa sia una celebrazione condivisa. L’udienza del 1986 citata dalla Nota aveva già risolto la questione con la distinzione tra pregare insieme e stare insieme per pregare. Ratzinger lo ha approfondito in Fede, verità e tolleranza: la preghiera multireligiosa, quella di Assisi, riunisce ciascuno nello stesso luogo per pregare separatamente; quella interreligiosa mira a pregare in comune, e sul fatto che ciò sia possibile in tutta verità e onestà ha scritto «Ne dubito». Poneva delle condizioni, la prima delle quali era un accordo su chi o cosa sia Dio, cosa che non sembra facile da raggiungere attorno a una ciotola di foglie di coca. Neanche il diritto è neutrale: il canone 1381 impone di punire con una pena giusta la communicatio in sacris proibita. Non si accusa la Nota di autorizzare il culto comune, perché non lo dice. La accusa di qualcosa di meno appariscente e più grave in un testo firmato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede: di sottrarre il giusto criterio proprio dove più serve.
E ce n’è bisogno. Il 13 agosto, a Cusco, un funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede e commissario pontificio per il Sodalicio ha deposto foglie di coca in un «omaggio alla terra» all’apertura di un incontro che Vatican News ha presentato come parte della preparazione del viaggio di Leone XIV in Perù. Un mese intero dopo, il dicastero in cui lavora pubblica un documento, approvato a giugno, che elenca le celebrazioni condivise tra le forme coraggiose di incontro senza specificare quali siano. Non gli sarebbe servito da guida. Né da freno.
Sessant’anni dopo, la Nota definisce la Nostra aetate un testo «breve ma audace». Lo era. Ha osato affermare in un unico paragrafo che la Chiesa guarda con rispetto a ciò che c’è di vero nelle altre religioni e che è tenuta ad annunciare Cristo. L’audacia del 2026 consiste nel soffermarsi sulla prima parte. Il documento, tra l’altro, è datato nella memoria dei santi Cornelio e Cipriano. Cipriano, vescovo di Cartagine e martire, scrisse che chi non ha la Chiesa come madre non può avere Dio come padre: habere iam non potest Deum patrem qui ecclesiam non habet matrem. Si sospetta che, se fosse stata redatta oggi, la frase sarebbe finita al numero 54, tra i modelli monolitici.
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