(l’immagine è stata generata con IA di ChatGPT)
di Sabino Paciolla, 30 settembre 2026
Invitati da un’amica di Siena, nell’aprile scorso abbiamo partecipato a un ritiro presso l’Eremo di Lecceto, alle porte della città. Il ritiro era guidato da un religioso molto bravo. Le suore benedettine scrivono sul loro sito:
«…dedichiamo sette momenti quotidiani: la nostra giornata si apre e si chiude con la lode a Dio. Tutta la nostra preghiera è cantata, così come insegna la tradizione monastica e il nostro Padre S. Agostino: “cantare amantis est”, cantare è proprio di chi ama!»
Grande è stata la sorpresa. Le suore di clausura cantavano davvero sempre durante le loro preghiere, come si legge sul sito. Ma ciò che ha colpito tutti noi è stato il modo in cui cantavano: sembrava di ascoltare un canto celestiale, tanto era dolce. Non si sentivano tante voci, ma una sola, soave. Anche il volume era calibrato con cura: mai gridato o strillato, ma quasi sussurrato. Era così gradevole ascoltarle che partecipare alla Messa o alla recita delle Lodi era ancora più bello. Tutto aiutava a pregare.
Ringrazio di cuore le suore per questa esperienza. È stato proprio questo ricordo a spingermi a scrivere la riflessione che segue.
In alcune parrocchie italiane in cui mi è capitato di trovarmi, durante la Messa ho ascoltato musiche e canti che suscitano spesso irritazione e fastidio. Se ne ricava la sensazione che livello, qualità e strumenti utilizzati non siano all’altezza del senso del sacro, che è intrinseco alla Messa stessa.
Si sentono canti con melodie estremamente sentimentali, ritmi da musica leggera, testi parafrasati molto liberamente, microfoni amplificati come in uno spettacolo, accompagnamenti continui e una forte centralità del «gruppo musicale». Per non parlare degli strumenti, che vanno dalle chitarre rock ai legnetti, dai triangoli ai tamburelli. Il rischio è che la Messa venga vissuta meno come rito e più come incontro comunitario accompagnato da musica. Molti canti non aiutano il raccoglimento, specie durante la comunione. Si dimentica che lo strumento musicale deve essere subordinato all’azione liturgica: si è a Messa, non a un incontro musicale qualunque, e lo strumento deve aiutare il fedele nel raccoglimento e nell’incontro con Gesù Cristo.
La musica nella Messa non dovrebbe avere la semplice funzione di creare un’atmosfera gradevole, né comportarsi come intrattenimento. Dal punto di vista della liturgia cattolica è parte dell’azione rituale, e deve quindi orientare verso qualcosa che trascende i cantori, il sacerdote e la stessa assemblea.
È bene precisare, però, che queste espressioni musicali vanno attribuite alla fase successiva al Concilio Vaticano II. Il deterioramento qualitativo che si osserva in una parte della musica liturgica postconciliare non è una prescrizione del Concilio, ma uno degli esiti storici di alcune interpretazioni della riforma liturgica, nelle quali la «partecipazione attiva» del fedele è stata talvolta fatta coincidere con semplicità, immediatezza e linguaggio popolare. Il Concilio chiedeva qualcosa di assai più difficile: una musica al tempo stesso sacra, bella, liturgicamente appropriata e capace di coinvolgere l’assemblea.
Va dunque sottolineato che il Concilio non chiedeva affatto un abbassamento della qualità musicale. La Sacrosanctum Concilium definisce la tradizione musicale della Chiesa «un patrimonio d’inestimabile valore» e afferma che il canto sacro è «parte necessaria ed integrante della liturgia solenne». Stabilisce inoltre che la polifonia non venga accantonata. Quanto agli strumenti, indica espressamente l’organo a canne come strumento tradizionale della Chiesa latina, capace di «elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti». Altri strumenti sono ammessi, ma a una condizione precisa: che siano adatti alla sacralità della celebrazione e alla dignità del luogo.
Il Concilio voleva certamente incrementare la participatio actuosa, cioè la partecipazione attiva dei fedeli, e ciò comportava anche una maggiore presenza del canto dell’assemblea. Ma non affermava che, per far cantare tutti, la musica dovesse diventare povera o adottare necessariamente i linguaggi della canzone popolare contemporanea.
I padri conciliari parlarono di participatio actuosa e non semplicemente di participatio activa. Tradurre «actuosa» con «attiva» non ne rende pienamente il significato: «attiva» richiama più immediatamente il fare, l’agire esteriore, mentre actuosus ha un senso più ricco, quello di qualcosa di operante, efficace, pienamente coinvolto nell’azione, non necessariamente caratterizzato da un’attività esteriore continua.
Nel postconcilio si è invece talvolta confusa la partecipazione con la semplificazione, che sono concetti diversi. Un’assemblea può partecipare intensamente anche attraverso l’ascolto, il silenzio, le risposte liturgiche e alcuni canti propri, mentre una schola cantorum esegue le parti musicalmente più elaborate. Non è dunque necessario che il fedele canti sempre insieme ai cantori. La stessa costituzione conciliare, parlando di partecipazione, comprende espressamente sia il canto sia «un sacro silenzio» (n. 30).
Al n. 112 della Sacrosanctum Concilium, una delle quattro costituzioni conciliari, dedicata alla liturgia, si legge:
«La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d’inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura, sia dai Padri, sia dai romani Pontefici; costoro recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia dando alla preghiera un’espressione più soave e favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri. La Chiesa poi approva e ammette nel culto divino tutte le forme della vera arte, purché dotate delle qualità necessarie.»
In molte parrocchie italiane il gregoriano è ormai marginale o del tutto assente. Non è raro che un fedele frequenti per anni la propria parrocchia senza ascoltare un Kyrie, un Sanctus, un Agnus Dei gregoriano o una semplice antifona. Eppure la Sacrosanctum Concilium dice espressamente, al n. 116: «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana».
Lo stesso Leone XIV, nell’udienza generale del 19 agosto scorso, dedicata alla musica sacra, ha affermato: «La forma, poi, specialmente nel suo aspetto melodico, dev’essere al tempo stesso nobile e semplice, di alta qualità musicale e facilmente eseguibile, soprattutto quando è destinata ad essere cantata da tutta l’assemblea». Ha inoltre ripreso un’espressione molto severa di Giovanni Paolo II, che invitava a:
«purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra, per assicurare dignità e bontà di forme alla musica liturgica».
Al riguardo sono interessanti le considerazioni del cardinale Robert Sarah nel libro Il Cantico dell’Agnello (Cantagalli, 280 pagine, 24 euro), scritto con Peter Carter, di cui alcuni estratti sono stati pubblicati su La Verità. Interpellato sulla musica sacra, Sarah afferma:
«I criteri per determinare l’idoneità della musica all’uso liturgico sono stati stabiliti da papa San Pio X nel suo motu proprio sulla musica sacra Tra le sollecitudini, considerato la Magna Charta della musica sacra fin dalla sua promulgazione nel 1903. […] Un passaggio chiave delinea tre criteri essenziali: “La musica sacra deve possedere nel grado migliore le qualità che sono proprie della liturgia, e precisamente la santità e la bontà delle forme, onde sorge spontaneo l’altro suo carattere, che è l’universalità”».
E prosegue:
«Approfondendo il primo criterio, quello della santità, papa San Pio X afferma: “Deve essere santa, e quindi escludere ogni profanità, non solo in sé medesima, ma anche nel modo onde viene proposta per parte degli esecutori”. Qui, il termine “profanità” assume un significato diverso dalla nostra comune accezione di oscenità, riferendosi piuttosto a tutto ciò che è secolare e non esattamente sacro. Questa distinzione non intende esprimere un giudizio artistico su quella musica che non soddisfa il requisito della santità, ma indica piuttosto che tale musica è più adatta a essere utilizzata “fuori dal tempio”. […]»
Riguardo alla «bontà delle forme», Sarah dice:
«Il concetto di “bontà delle forme” sottolinea la necessità che la liturgia sia improntata alla bellezza, e che la musica liturgica attragga le persone verso Dio, piuttosto che verso i musicisti o verso la loro esecuzione virtuosistica. Come ammonisce papa Benedetto XVI nella Sacramentum Caritatis: “In tutto quello che riguarda l’Eucaristia vi sia gusto per la bellezza”».
Sulla funzione della musica sacra il cardinale aggiunge:
«La funzione primaria della musica sacra non consiste nel rappresentare la cultura mondana o l’espressione personale, ma nel dare gloria a Dio e nell’elevare a lui la persona umana. La misura della buona musica sacra risiede, dunque, nell’efficacia con la quale essa assolve a tale funzione».
Sull’«universalità», infine, afferma:
«L’autentica musica sacra trascende i confini culturali e nazionali, poiché offre un linguaggio universale che parla del sacro. Questa universalità non misconosce la bellezza delle espressioni locali; piuttosto, le arricchisce e ne viene a sua volta arricchita. Abbracciando l’universalità della musica sacra, uniamo le nostre voci a quelle dei fedeli di tutto il mondo e di tutta la storia, partecipando all’eterno inno di lode che la Chiesa offre continuamente a Dio».

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