
15 vescovi inglesi sul palco della March for Life
Una mobilitazione senza precedenti dell’episcopato alla vigilia del nuovo passaggio sul suicidio assistito. Domani il testo torna alla Camera dei Comuni, mentre il fronte cattolico prova a fermarne l’avanzata.
REGNO UNITO
Raffaella Frullone, 10 Settembre 2026
In quattordici anni di March for Life UK - il principale appuntamento pubblico del movimento pro vita britannico - mai si era registrata una presenza così massiccia di vescovi cattolici. Sabato scorso, invece, l’episcopato inglese si è mosso in modo compatto, con una presenza record sia alla Messa di apertura della Marcia nella cattedrale di Westminster sia in corteo fino a Parliament Square: ben quindici vescovi, un numero che acquista ancora più peso se si considera che Inghilterra e Galles contano appena 21 diocesi.
In piazza non c’erano soltanto alcuni vescovi particolarmente impegnati sui temi della vita. A sfilare c’erano anche i titolari di alcune delle sedi cattoliche più importanti del Paese: Bernard Longley, arcivescovo di Birmingham e vicepresidente della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles; John Wilson, arcivescovo di Southwark, una delle grandi arcidiocesi dell’area londinese; oltre naturalmente all’arcivescovo di Westminster Richard Moth, presidente della Conferenza episcopale.
Una presenza trasversale e di primo piano, difficile da liquidare come iniziativa di una frangia dell’episcopato e che, proprio per questo, non solo non è passata inosservata, ma è stata presa di mira dai collettivi femministi che hanno fatto irruzione in cattedrale durante la Messa cercando di interromperla e hanno proseguito la protesta una volta accompagnati fuori. Non contenti – col volto rigorosamente coperto – hanno seguito il corteo facendo rumore con i megafoni per impedire che si potesse ascoltare chi interveniva dal palco.
Il tema ufficiale della giornata era “Abortion Hurts the Family”, ossia “l’aborto ferisce la famiglia”, ma sul corteo pesava inevitabilmente anche un’altra scadenza. Domani, venerdì 11 settembre, la Camera dei Comuni voterà in seconda lettura il nuovo Terminally Ill Adults (End of Life) Bill, il disegno di legge presentato dalla deputata laburista Lauren Edwards per legalizzare il suicidio assistito in Inghilterra e Galles. È il secondo tentativo, dopo che il precedente provvedimento, approvato dai Comuni nel giugno 2025, non aveva concluso l’iter alla Camera dei Lords ed era decaduto con la fine della sessione parlamentare.
Il testo consentirebbe l’accesso al suicidio assistito ai maggiorenni capaci di intendere e di volere, affetti da una malattia terminale e con una prognosi inferiore ai sei mesi. Per essere valida, la richiesta del malato deve ottenere il via libera di due medici indipendenti e successivamente di un collegio multidisciplinare. Dopo un periodo di quattordici giorni stabilito per la riflessione scatta la prescrizione del farmaco letale, che deve essere assunto autonomamente dal paziente.
Contro il progetto la gerarchia cattolica britannica non ha certo scelto una linea di timidezza. L’arcivescovo di Liverpool John Sherrington, responsabile della Conferenza episcopale per i temi della vita, ha definito il testo «flawed and dangerous», ossia difettoso e pericoloso. Innanzitutto ribadisce che questo voto «plasmerà il futuro dell’assistenza per i membri più vulnerabili della nostra società», poi rimarca: «Rimaniamo contrari a questo disegno di legge, sia in linea di principio che nella pratica». «È sbagliato che i professionisti della medicina siano coinvolti nel porre fine alla vita dei propri pazienti», ha scritto, denunciando poi l’insufficienza delle garanzie contro coercizioni e pressioni sulle persone più vulnerabili. Non solo: viene rimarcata anche la mancata tutela del diritto all’obiezione di coscienza degli operatori sanitari e sociali.
C’è poi il nodo forse più difficile da tradurre in una norma: la pressione che può nascere senza che nessuno la eserciti apertamente. Il vescovo ausiliare di Westminster James Curry lo ha detto in termini molto semplici: «Alcune persone sentono che il mondo starebbe meglio senza di loro». E proprio per questo, ha aggiunto, nessuno dovrebbe sentirsi spinto verso una simile decisione. Per i vescovi la risposta deve restare un’altra: hospice, cure palliative e accompagnamento. «Vogliamo una società che dia per scontato che ci prendiamo cura delle persone e le accompagniamo – ha ribadito Curry – anziché trattarle come un peso. Nessuno vuole vedere una persona soffrire, ma sicuramente, grazie ai progressi della medicina, possiamo permettere a qualcuno di morire con dignità, in compagnia e senza dolore».
Domani la palla passa alla Camera dei Comuni. Intanto, in un Paese non cattolico e davanti a una questione che tocca la vita, è probabilmente questa l’immagine destinata a restare: una Chiesa minoritaria che, questa volta, ha deciso di rendere pubblica e visibile la propria battaglia, ha deciso di non sottrarsi, di non stare a guardare e di alzarsi finalmente in piedi.
Fonte immagine Facebook
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