arciv. V. Paglia – card. M. Zuppi – arciv. R. Pegoraro (immagini generate con IA di ChatGPT)
di Sabino Paciolla, 13 set 2026
Di fronte all’incalzare del dibattito pubblico sul fine vita, la Chiesa cattolica in Italia sta consumando uno dei più drammatici ribaltamenti teologici e politici della sua storia recente. Non si tratta più di una ritirata silenziosa o di una tolleranza passiva di fronte alla secolarizzazione, ma di una vera e propria mutazione genetica. Sotto la guida del Presidente della CEI, il cardinale Matteo Zuppi, e degli ultimi due presidenti della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), l’arcivescovo Vincenzo Paglia e il suo successore monsignor Renzo Pegoraro, i vertici ecclesiastici stanno, di fatto, anche se non formalmente, spingendo i politici cattolici a farsi co-autori di una legge che istituzionalizzi, seppur con dei paletti, il suicidio assistito.
È il trionfo di una realpolitik disperata, che per paura di perdere l’ultima influenza sul potere legislativo, è disposta a sacrificare la purezza della testimonianza evangelica e a stravolgere decenni di magistero pontificio.
L’illusione ottica della “Legge Imperfetta” e il tradimento di Evangelium Vitae
L’impalcatura teorica con cui monsignor Renzo Pegoraro giustifica (leggi qui) questa spinta verso il compromesso si fonda su una lettura, a dir poco audace, del paragrafo 73 dell’enciclica Evangelium Vitae di San Giovanni Paolo II. L’attuale presidente della PAV sostiene che, per scongiurare derive libertarie (il cosiddetto “Far West” normativo), sia morale per i cattolici dare il proprio assenso a una “legge imperfetta” che recepisca i criteri stabiliti dalla sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale.
Tuttavia, un’analisi rigorosa del testo di Papa Wojtyla rivela la palese contraddizione di questa strategia. L’eccezione della “legge imperfetta” scatta nella teologia morale cattolica solo in presenza di una normativa iniqua già in vigore o in procinto di esserlo per iniziativa altrui. In quel caso, e solo in quello, il legislatore cattolico può votare emendamenti per limitare i danni, praticando un’azione di contenimento.
Ma in Italia, l’articolo 580 del Codice Penale (che punisce l’aiuto al suicidio) è ancora formalmente in vigore. Incoraggiare i cattolici a farsi promotori e primi firmatari di una legge organica che, per la prima volta nell’ordinamento positivo italiano, autorizzi e regolamenti l’intervento dello Stato per procurare la morte a un malato, non significa limitare un danno. Significa cooperare formalmente al male. Significa trasformare il principio della “tolleranza di un male minore” nella “creazione di un diritto condizionato”. Infatti, esiste una differenza abissale tra il difendersi da una legge ingiusta e il farsi promotori di una legge ingiusta. Un cortocircuito teologico che rende i cattolici non più difensori della sacralità della vita, ma burocrati della sua somministrazione.
Il “massimo bene comune”: lo slittamento progressista di monsignor Paglia
Se le dichiarazioni di Pegoraro evidenziano un uso disinvolto della dottrina, è stato il suo predecessore, monsignor Vincenzo Paglia, a certificare lo slittamento culturale verso il progressismo secolare. In una frase del 2023, leggi qui, che resterà negli annali come la pistola fumante di questa resa, Paglia dichiarò:
«Personalmente non ricorrerei al suicidio assistito, ma capisco che la mediazione legale possa rappresentare il massimo bene comune concretamente possibile nelle condizioni in cui ci troviamo».
In queste poche parole si consuma la demolizione sistematica dell’impianto morale cattolico. In primo luogo, l’uso dell’avverbio “personalmente” derubrica un comandamento universale fondato sulla Legge Naturale a una mera opzione soggettiva, ricalcando pedissequamente la retorica dei politici “liberal” anglosassoni, fautori estremi dei diritti individuali, in una terra che è patria del liberalismo individualista. Se la morale è personale, la Chiesa smette di essere maestra di verità e diventa un’opinione tra le tante.
Ma è l’uso dell’espressione “bene comune” a rappresentare l’apice della mistificazione linguistica. Nella Dottrina Sociale della Chiesa, il bene comune è la precondizione per la fioritura umana e spirituale della società. Definire una legge sul suicidio di Stato come il «massimo bene comune concretamente possibile» significa pervertire il vocabolario cattolico pur di giustificare un calcolo politico. La bontà di un’azione non viene più misurata sulla Verità oggettiva, ma sull’etica della situazione (“nelle condizioni in cui ci troviamo”). È l’ammissione di impotenza di una gerarchia che, non incontrando serie difficoltà a convertire i cuori in una società secolarizzata, forse anche pagana, si accontenta di governare il declino etico della nazione.
Il paradosso di Zuppi e il nuovo Collateralismo psicologico
L’architetto politico di questa linea è il cardinale Matteo Zuppi, attuale presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Le sue ripetute esortazioni (ad esempio qui) a trovare una “via di mediazione” parlamentare nascondono motivazioni molto pragmatiche. I vertici ecclesiastici sono terrorizzati dal vuoto normativo, che lascia il potere decisionale ai tribunali civili e ai comitati etici delle ASL (i quali stanno progressivamente allargando le maglie della sentenza della Consulta). Temono, inoltre, l’attivismo dell’Associazione Luca Coscioni, che tenta di forzare la mano con leggi regionali. Infine, calcolano che l’attuale maggioranza di centrodestra al Governo sia l’unica in grado di varare una legge molto restrittiva, barricando perlomeno l’obbligo delle cure palliative prima che future maggioranze progressiste aprano all’eutanasia generalizzata.
Queste paure hanno una loro logica politica, ma generano un paradosso storico clamoroso. Negli anni ’70, l’Azione Cattolica e la Chiesa italiana ripudiarono il collateralismo partitico con la Democrazia Cristiana attraverso la celebre “scelta religiosa”: l’obiettivo non era dettare le leggi, ma formare le coscienze, lasciando liberi i laici in politica.
Oggi assistiamo a una drammatica inversione. Avendo clamorosamente subito il fallimento nel formare le coscienze in una società secolarizzata, la Chiesa della CEI si rifugia di nuovo nel feticcio della Legge dello Stato. È un collateralismo psicologico e istituzionale: la gerarchia non accetta di essere diventata una minoranza culturale e preferisce inseguire le vie delle mediazioni pur di mantenere una parvenza di autorevolezza e influenza nei confronti del potere, illudendosi di tutelare la società attraverso un codice civile invece che attraverso il Vangelo.
La lezione francese: la profezia di monsignor Ulrich contro i notai romani
Per comprendere la gravità dello smarrimento italiano, basta rivolgere lo sguardo oltralpe. Il 19 agosto 2026, il presidente francese Emmanuel Macron ha promulgato una legge che legalizza il suicidio assistito. La reazione dell’arcivescovo di Parigi, Laurent Ulrich, è stata l’antitesi esatta della linea Zuppi-PAV.
Monsignor Ulrich non ha cercato mediazioni al ribasso, né ha parlato di “legge imperfetta” o “bene comune”. Ha invitato (leggi qui) i cattolici a una resistenza coraggiosa: «Oggi, domani, in futuro, dovremo senza dubbio compiere scelte coraggiose, forse controcorrente, a cominciare da quelle che faremo per noi stessi. Spetta quindi a noi, prima di tutto, scegliere di non chiedere di avvalerci di questo nuovo “diritto”».
La Chiesa francese, figlia di secoli di rigida laïcité, sa di non avere leve per negoziare leggi con lo Stato laico, e proprio per questo è straordinariamente libera. L’arcivescovo di Parigi ha delineato la strada della “minoranza creativa”: prendere atto che lo Stato prende una direzione opposta alla Verità, smettere di rincorrerlo nei corridoi dei ministeri, e tornare a formare una comunità di credenti capace di dire un “no” radicale, praticando l’obiezione di coscienza e la vera cura.
Mentre in Francia la Chiesa difende l’identità spirituale accettando la sconfitta politica, in Italia la gerarchia baratta l’identità pur di illudersi di poter ancora gestire una frazione del potere politico. Monsignor Ulrich rispetta il mandato della testimonianza cristiana; Zuppi e Pegoraro agiscono come notai di una disfatta.
Uno scollamente insanabile tra Magistero e Prassi curiale
A rendere questo quadro ancora più opaco è il solco, ormai incolmabile, tra il Magistero petrino e la prassi delle burocrazie curiali. Proprio mercoledì scorso, Papa Leone XIV (leggi qui) ha dedicato un’accorata catechesi alla dignità della persona, ribadendo senza sconti l’assoluta indisponibilità della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale. Qualche giorno prima, i vertici italiani della PAV benedicevano tacitamente l’idea di una legge statale sulla somministrazione della morte.
Come è possibile questa schizofrenia ai vertici della Chiesa universale? La risposta sta nei ritmi e nei complessi meccanismi della Curia romana. La nomina di monsignor Pegoraro a Presidente della PAV, avvenuta il 27 maggio 2025, appena diciannove giorni dopo l’elezione al Soglio Pontificio del cardinale Robert Francis Prevost (Leone XIV), non rappresenta affatto l’endorsement bioetico del nuovo Papa a questa linea cedevole.
Al contrario, si è trattato della mera formalizzazione burocratica di un dossier già chiuso. Monsignor Paglia, avendo compiuto 80 anni nell’aprile 2025, era decaduto per limiti d’età. Pegoraro, già Cancelliere della PAV dal 2011, era il candidato naturale di continuità preparato dalla precedente amministrazione. Il nuovo Papa, insediatosi da meno di tre settimane e schiacciato dalla mole di urgenze fisiologiche dell’inizio di ogni pontificato, ha semplicemente siglato una nomina di routine istruita dalla Segreteria di Stato e voluta da Papa Francesco.
Questo dettaglio temporale potrebbe spiegare questa clamorosa dissonanza cognitiva a cui assistono i fedeli: un Papa che predica con chiarezza teologica e una macchina curiale – figlia di una stagione ecclesiale turbolenta ormai passata – che agisce con un orizzonte totalmente diverso.
Conclusione
La strategia della CEI e della PAV sul fine vita in Italia non è un prudente atto di saggezza legislativa, ma un suicidio profetico. Nel disperato tentativo di governare la secolarizzazione attraverso emendamenti parlamentari, Zuppi, Paglia e Pegoraro stanno insegnando ai cattolici che anche i principi più sacri possono essere parzialmente derogati, purché il compromesso sia timbrato dall’ufficialità dello Stato.
Se la Chiesa rinuncia a dire che il male è male, pur di poter scrivere una legge che lo autorizzi “solo un pochino”, non si sta proteggendo la vita: si sta solo negoziando il prezzo della sua fine. E in questa trattativa, ciò che muore prima di tutto, è la credibilità stessa dell’annuncio cristiano.
Sarà il caso di volgere lo sguardo e meditare le parole di Joseph Ratzinger, quando nel 1969 profetizzò una Chiesa che avrebbe conosciuto uno sconvolgimento drammatico: «Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità». Ma soprattutto, disse che la Chiesa avrebbe perso i suoi privilegi politici e sociali per quadagnare la sua missione profetica.

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