mercoledì 15 aprile 2026

Un nuovo e incisivo saggio difende l’intuizione alla base di Summorum Pontificum e critica la violenza di Traditionis custodes



Articolo del dott. Peter Kwasniewski, pubblicato l’8 aprile sul sito New Liturgical Movement, in cui recensisce e analizza alcuni contenuti del recente libro Liturgical Peace, Liturgical War: Benedict XVI’s Summorum Pontificum and Its Critics del dott. Tomasz Dekert, professore assistente presso la gesuita Uniwersytet Ignatianum di Cracovia.

Lorenzo V.



15 Aprile 2026

Come ha sottolineato più volte Kevin Tierney, vi sono molti indizi che la lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes sull’uso dei libri liturgici anteriori al Concilio Vaticano II sia stata un clamoroso fallimento nella sua missione dichiarata di liberare la Chiesa una volta per tutte dal temuto rito tradizionale (QUI).

Di sicuro, la sua attuazione (come quella della costituzione Sacrosanctum Concilium sulla sacra liturgia) ha portato a danni, divisioni e sconcerto in troppi posti, ma in tutto il mondo ci sono stati pochi tentativi di sopprimere del tutto il rito tradizionale, che continua a prosperare nelle Parrocchie o nelle loro vicinanze e in alcune Diocesi fortunate. Lo stesso Papa Leone XIV ha fatto capire che questa politica non è più una priorità e ha spinto a fare spazio a diverse «sensibilità». È difficile dire se smantellerà o modificherà la legislazione del suo predecessore su questo punto.

Tuttavia, la lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes appare come un atto di violenza rispetto alle intenzioni pacifiche della lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum sull’uso straordinario della forma antica del Rito Romano, ed è bene per noi riflettere sulle questioni teologiche e pastorali più profonde in gioco, al fine di (idealmente) allontanarci dalla violenza verso una coesistenza pacifica e persino, oserei dire, un arricchimento reciproco – almeno delle comunità, se non dei riti.

Fortunatamente è stato pubblicato un nuovo libro che serve esattamente a questo scopo, e lo fa con brillante perspicacia. Non posso che raccomandarlo vivamente. Il titolo è Liturgical Peace, Liturgical War: Benedict XVI’s Summorum Pontificum and Its Critics [Pace liturgica, guerra liturgica: «Summorum Pontificum» di Benedetto XVI e i suoi critici: N.d.T.] (Londra, Bloomsbury T&T Clark, 2026; disponibile anche sul sito Amazon), e l’autore è il dott. Tomasz Dekert, professore assistente presso la gesuita Uniwersytet Ignatianum di Cracovia, in Polonia, che lo ha scritto in inglese (QUI e QUI).



Il libro sostiene la tesi secondo cui la lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI ha avviato un processo autentico – sebbene a lungo termine e impegnativo – per condurre la Chiesa cattolica fuori dal «conflitto liturgico» del dopoguerra, mentre la successiva lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes ha interrotto questo processo e intensificato le tensioni esistenti.

L’autore sostiene che le radici del conflitto non risiedono semplicemente in preferenze opposte (tradizione contro riforma), ma in un problema più profondo: una comprensione errata della natura della liturgia come rituale, strutturata da presupposti astratti e funzionalisti, che è arrivata a dominare gli approcci alla liturgia nel contesto delle riforme liturgiche del dopoguerra. In particolare, egli critica gli approcci che subordinano la forma rituale a costrutti teologici o culturali, anziché riconoscerne il carattere primario e «evidente di per sé» – ovvero la sua natura sensorialmente percepibile, performativa e socialmente costitutiva.

Una componente importante del libro è la sua polemica con i critici della lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum, che la considerano una minaccia all’unità della Chiesa, un’espressione di nostalgia o un progetto ideologico. L’autore sostiene che tali critiche si fondano sulla stessa concezione riduzionista della liturgia che ha sostenuto la riforma del dopoguerra, trattandola come uno strumento per esprimere o plasmare la dottrina e l’identità, piuttosto che come una pratica costitutiva che le precede.

Attingendo alla teoria rituale dell’antropologo Roy Abraham Rappaport, l’autore dimostra che la stabilità e la ripetitività della forma rituale sono condizioni per il funzionamento di una comunità religiosa. Di conseguenza, la riforma liturgica radicale e imposta dall’alto a seguito del Concilio Vaticano II – che è intervenuta sull’intero strato «canonico» del rituale – ha necessariamente portato a una profonda crisi all’interno della Chiesa, che ha colpito non solo la liturgia, ma anche la sua struttura di significato e la sua unità.

In questo contesto, la lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum appare come un tentativo di ripristinare la continuità rituale, consentendo la coesistenza delle forme liturgiche e creando le condizioni per la loro interazione organica, nonché per una graduale e paziente guarigione della situazione. Al contrario, la lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes, fondata sulla stessa visione problematica della liturgia dei critici di Summorum Pontificum, abbandona questa via e cerca una risoluzione amministrativa del conflitto, il che – secondo l’autore – porta alla sua escalation e al suo irrigidimento.

In definitiva, il libro sostiene che il superamento della «guerra liturgica» non può essere raggiunto a livello di decisioni giuridiche o dispute teoriche, ma richiede una revisione fondamentale della comprensione teologica della liturgia: vale a dire, il riconoscimento del suo ruolo ontologico e sociale come pratica costitutiva, e il ripristino della sua continuità come condizione per l’unità della Chiesa.

Per quanto riguarda il Novus Ordo, il libro di Tomasz Dekert avanza essenzialmente un’unica tesi – ma fondamentale e dalle ampie ramificazioni: vale a dire che la sua introduzione è stata un errore a causa della portata stessa del cambiamento che ha determinato, un cambiamento che, proprio per questo motivo, non poteva che agire in modo profondamente distruttivo sul sistema cattolico.

Ci si chiede fino a che punto questo tipo di approccio – molto più antropologico che teologico – possa o voglia essere preso sul serio dai teologi contemporanei, cioè da coloro che operano principalmente nel mondo delle parole, dei concetti e delle idee. Questo è un mondo in cui, e con cui, una mente sufficientemente esperta in dialettica e interpretazione può fare quasi tutto. Si può, ad esempio, «dimostrare» che sebbene sommando due mele ad altre due ne risultino quattro, «in realtà» riconoscere che ce ne sono sette ci renderà più ricchi! Leggendo gli scrittori liturgici mainstream di oggi, si ha spesso l’impressione che la loro difesa della riforma liturgica post-conciliare si riduca a qualcosa del genere. L’argomentazione si svolge a livello di idee, non a livello di pratica effettiva e del suo impatto sulle persone reali.

Questo è un’arma a doppio taglio: se si vuole capire perché il rito tradizionale sia così potente e attraente, non ci si deve fermare al livello delle idee, ma prestare molta attenzione al modo in cui viverlo, parteciparvi secondo il suo ritmo e la sua simbologia, modella profondamente la coscienza e la visione del mondo.

Un altro punto di forza del libro di Tomasz Dekert è il suo appassionante trattamento del coinvolgimento e del significato dell’autorità papale nel processo di riforma e delle implicazioni che ciò comportava, sia per i cattolici all’interno della Chiesa sia per le relazioni ecumeniche, specialmente con l’Oriente.

Il prezzo del libro è molto alto, come è strana abitudine degli editori accademici, ma possiamo sperare che alla fine scenda, come è avvenuto con il libro del prof. padre Uwe Michael Lang C.O. sul Rito Romano, che alla fine è uscito anche in edizione tascabile [QUI: N.d.T.]. Ma se voi o l’istituzione per cui lavorate potete permettervi il libro di Tomasz Dekert adesso, credete alla mia parola: il libro vale ogni centesimo speso. È una delle critiche più penetranti alla riforma liturgica che io abbia mai letto.





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