Un’analisi critica delle parole del Papa su Algeria, dialogo e rischio di indifferentismo religioso.
di Corrado Gnerre, 15-04-2026
Noi dobbiamo amare il Papa, dobbiamo amare il Papato come istituzione, dobbiamo amare ogni Papa. Dobbiamo amare particolarmente il Papa regnante in quanto, indegnamente, ci definiamo cattolici, e dobbiamo amare la Chiesa, la Chiesa cattolica. Inoltre, dobbiamo avere un atteggiamento sempre di riverenza nei confronti di quelle che sono le legittime autorità della Chiesa e quindi, in particolar modo, la massima autorità che vi è nella Chiesa, che è appunto il Santo Padre, il Vicario di Cristo.
Inoltre, dobbiamo sempre tentare di giustificare le intenzioni, perché questo ci è dovuto. Teniamo presente che il nostro Signore e la vera spiritualità ci, tra virgolette, costringe sempre giustamente a giustificare qualsiasi tipo di intenzione, nel senso di dire che è possibile che, a livello intenzionale, possano avvenire determinate cose che speriamo possano anche giustificare alcuni errori. Questo è un atteggiamento che dobbiamo fare continuamente nostro, perché noi per primi siamo bisognosi della misericordia di Dio e quindi non possiamo affatto lesinare alcun atteggiamento di misericordia nei confronti degli altri.
Fatta questa premessa, però, è altrettanto doveroso, per chi si sforza di conservare il seme della fede e soprattutto per chi, in maniera indegna, in maniera modestissima, come noi cerchiamo di fare apostolato e quindi, nello stesso tempo, di rendere un servizio di carità intellettuale, soprattutto per quanto riguarda le opere di misericordia spirituale nei confronti del prossimo, sottolineare che ciò che oggettivamente viene detto, eventualmente, non venisse detto in maniera corretta. Dobbiamo sottolinearlo proprio per evitare qualsiasi tipo di scandalo e per far capire quello che invece è l’impostazione corretta del vero.
Ebbene, il Santo Padre Leone XIV, [...] nel suo viaggio in Algeria ha pronunciato queste parole: "un popolo che ama Dio possiede", teniamo presente che il popolo algerino è per il 98% musulmano. Bene, Leone XIV dice: «Un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera e il popolo algerino custodisce questa gemma nel suo tesoro. Il nostro mondo ha bisogno di credenti, così di uomini e donne di fede, assetati di giustizia e di unità. Per questo, di fronte ad un’umanità desiderosa di fratellanza e di riconciliazione, è un grande dono e un impegno benedetto il nostro dichiararci con forza ed essere sempre insieme fratelli tra noi e figli dell’unico Dio».
Allora, analizziamo un po’ queste parole, che utilizziamo in un certo senso come paradigma, come modello di un certo tipo di impostazione teologica. Qui Leone XIV loda il popolo algerino, ma il popolo algerino, come abbiamo detto, è al 98% fatto di musulmani. E gli dice: «Il nostro mondo ha bisogno di credenti così». Poi ancora: «Un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera». Ma l’Islam non è una religione vera. E allora perché pubblicamente affermare queste cose? Poniamoci questo interrogativo. Ma chi sente queste cose che cosa deve pensare? Deve pensare che fondamentalmente o si è cristiani o si è musulmani, alla fine poi è la stessa cosa, perché anche l’essere musulmani farebbe rientrare, farebbe esprimere una vera ricchezza e addirittura una sorta di gemma, una sorta di tesoro. E quindi il mondo avrebbe bisogno anche di fedeli che scelgono di essere musulmani.
Qui ovviamente non si tratta di non tenere in considerazione quelli che devono essere i rapporti di pacifica convivenza. Non si tratta di non tenere in considerazione quelli che possono essere tutti gli elementi che, da un punto di vista naturale, quindi di ragione naturale, in positivo, si possono trovare nelle altre culture. E qui a un certo punto si fa riferimento proprio alla dimensione religiosa, e questo, ahimè, è doloroso da dirlo: sono parole che invitano, ovviamente non in maniera diretta, non in maniera intenzionale, ma invitano a una sorta di indifferentismo religioso.
Inoltre il Papa dice: «Per questo, di fronte ad un’umanità desiderosa di fratellanza, di riconciliazione, è un grande dono e un impegno benedetto il nostro dichiararci con forza ed essere sempre insieme fratelli tra noi». Anche qui questo discorso dell’essere fratelli tra noi è un discorso che teologicamente è abbastanza problematico, perché è evidente che tutti gli uomini sono creature di Dio, che Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini. Questo è assolutamente assodato. Però, di fatto, chi è il vero figlio pienamente figlio di Dio? È colui che riceve l’adozione filiale attraverso la grazia e quindi i battezzati. Ecco, questi sono elementi teologici fondamentali proprio che servono a farci capire che essere cristiani o essere non cristiani non è proprio la stessa cosa.
E poi il Papa dice: «Fratelli tra noi e figli dell’unico Dio». E qui c’è un altro problema, perché al limite, anche se può sembrare una sorta di sofisma, possiamo dire che i cristiani, gli ebrei e i musulmani credono nel Dio unico, nel senso che sono comunque tre religioni monoteiste, ma non credono nell’unico Dio, non hanno l’unico Dio come padre, perché l’elemento trinitario non è un elemento aggiuntivo alla natura di Dio, è un elemento costitutivo; per cui, se si elimina l’elemento trinitario, non è che rimane qualcos’altro di Dio. Non c’è più Dio, è un’altra idea di Dio. È un Dio falso, non è un Dio vero.
E allora vedete, arriviamo a conclusione, cari pellegrini. È evidente che qui ci troviamo dinanzi a un pontefice che ha avuto, ha ricevuto una sua ben precisa formazione. Io l’ho detto anche in altri contesti. Vedete che la generazione che va dagli attuali ottantacinquenni, diciamo così, forse anche un po’ di più, fino ai sessantenni, è la generazione che, da un punto di vista ecclesiastico, tra virgolette, è la peggiore, perché è la generazione che ha vissuto anche con un certo tipo di entusiasmo determinati cambiamenti che poi si sono rivelati dei veri e propri fallimenti e anche dei veri e propri tradimenti.
E quindi la formazione che ha questa generazione è una formazione veramente molto problematica, e io sono convinto che, a meno che la Provvidenza non voglia realizzare qualcosa di eclatante, alla fine sarà il tempo stesso che farà sì che la Provvidenza determinerà il cambiamento, perché poi, francamente, questo tipo di impostazione, anche se non a livello intenzionale, dicevamo, però di fatto facilita l’indifferentismo religioso: è un’impostazione che porterà a vocazioni zero, che porterà a una sorta di suicidio da parte della Chiesa. Però la Provvidenza agisce, e sappiamo benissimo che ci sono tante altre realtà che invece suscitano vocazioni e, non a caso, sono quelle realtà in cui si è maggiormente fedeli all’insegnamento di sempre della Chiesa, alla vera autentica teologia cattolica.
Ed ecco perché è molto importante, e qui torniamo su un altro punto, è molto importante pensare alla formazione sacerdotale. È molto importante formare sacerdoti secondo quella che è l’autentica verità cattolica, perché poi saranno questi sacerdoti, saranno questi giovani sacerdoti, a far sì che si realizzi una vera e propria restaurazione nella Chiesa.

Nessun commento:
Posta un commento