
Don iemmi presto beato
La Chiesa del coraggio indica un nuovo martire dei partigiani rossi
Libertà religiosa
Andrea Zambrano, 21-04-2026
A pochi giorni dalle celebrazioni del 25 aprile la Chiesa compie un passo storico e annuncia l’avvio della causa di beatificazione di uno dei tanti sacerdoti uccisi dai partigiani comunisti sul finire della guerra.
L’editto con il quale il vescovo di Reggio Emilia Giacomo Morandi avvia l’inchiesta Diocesana “sulla vita e il martirio di don Giuseppe Iemmi” rappresenta un punto di svolta importante e atteso da decenni. Per anni, e molto prima di Rolando Rivi, che è stato beatificato nel 2013, don Giuseppe Iemmi è stato considerato il vero martire della Chiesa reggiana, il suo sacrificio fu cristallino e il suo martirio chiarissimo.
Purtroppo, però, come accade spesso per queste vicende, ci sono voluti molti anni perché si formasse un comitato apposito che ne chiedesse la beatificazione al vescovo. Anni nei quali non si è mai arrivati neppure ad assicurare alla giustizia i due gappisti delle formazioni garibaldine che lo prelevarono e dopo una straziante via Crucis lo giustiziarono in cima al Monte Fòsola, sull’Appennino emiliano.
Ricordiamo che la Chiesa ha già beatificato due martiri della violenza partigiana comunista. Oltre a Rolando, infatti, la Chiesa ha già elevato agli altari anche don Luigi Lenzini, beatificato e proclamato martire in odium fidei nel 2022 a Modena. Con Iemmi, se l’iter si dovesse concludere positivamente dopo la fase diocesana finalizzata alla raccolta delle prove della fama del martirio, si andrebbe in Congregazione delle cause dei santi, dove al termine del processo, la Chiesa potrebbe dichiarare il terzo martire in odio alla fede per fatti inerenti la cosiddetta Guerra di liberazione.
Quella del vescovo Morandi è una decisione, dunque, molto coraggiosa, portata avanti con la certezza che la complessa lettura dei fatti circa le violenze comuniste perpetrate nel cosiddetto Triangolo della morte, necessita di una parola definitiva apposta con i sigilli della Chiesa: la proclamazione del martirio e la conseguente elevazione agli altari affinché, secondo la massima di Tertulliano, il loro «sangue sia seme di nuovi cristiani».
Don Giuseppe Iemmi ha una storia diversa da quella di Rolando, anche se accomunata dallo stesso sacrificio.
Da cappellano della parrocchia di Felina, una frazione del comune di Castelnovo né Monti, svolse la sua azione pastorale negli anni terribili della guerra, entrando a contatto con tutti i bisogni e i drammi dei suoi parrocchiani. E cercando di proteggere la popolazione tanto dalle terribili rappresaglie naziste quanto dalle vendette dei partigiani che mettevano a rischio la popolazione con le loro azioni di vendetta.
Nel 1995, uno studioso locale, Giuseppe Giovanelli, diede alle stampe il libro “Iemmi quasi utopista” nel quale raccontava le cronache della vita e della morte del “cappellanino” di Felina. Un libro nel quale si documenta la sua straordinaria attività a supporto delle formazioni partigiane, ma anche la ferma condanna dell’odio comunista, che alimentava le vendette di alcune formazioni gappiste. E proprio a seguito di una vicenda di odi personali e di classe in ottica di affermazione dell’ideologia comunista sul finire della guerra, incominciò, nel marzo del 1945 il suo calvario personale.
Don Iemmi denunciò l’uccisione di due padri di famiglia della sua parrocchia (Eufemio Manfredi e Renzo Tedeschi), prelevati di notte dalle formazioni partigiane perché sospettati di collusione col regime. Dopo la loro uccisione, nel corso della Messa di Pasqua del 1945, il sacerdote tuonò dal pulpito contro «i figli di Caino» e l’odio reciproco e contro il materialismo ateo che aveva portato alla morte di quei due padri e che non aveva nulla a che fare con la Guerra di liberazione, ma era una sua precisa deriva ideologica. Fu la sua condanna a morte. Il sacerdote veniva continuamente minacciato per strada («quel prete smetterà presto di andare sul calessino»), tanto che il parroco e gli amici stretti cercarono di metterlo in guardia dalla sua pastorale così accesa. A chi gli chiedeva di essere più accorto, don Iemmi rispondeva con il Vangelo della pace e della riconciliazione e con la necessità di proclamare la verità («quando sono sull’altare non ho paura di nessuno») anche se nel suo diario scriveva che «questa veste nera sarà la mia condanna a morte».
Raggiunto da due gappisti con nome di battaglia Astro (o Aspro) e Briano (o Driano) viene prelevato con la scusa di essere portato al comando partigiano per essere interrogato. Fu per lui una vera e propria via Crucis, sotto gli occhi dei suoi parrocchiani; umiliato, gli infilarono in testa un berretto con la stella rossa, durante le soste chiedeva da bere acqua, venne maltrattato e percosso fino a quando, giunti sulla cima del monte Fòsola, non gli spararono dei colpi di mitra che vennero uditi per tutta la vallata.
A differenza di Rolando, però, i cui assassini vennero assicurati alla giustizia alcuni anni dopo, per i sicari di Iemmi non ci fu mai un processo. Dopo una investigazione sommaria svolta immediatamente dopo la liberazione dal comando partigiano di zona e viziata da una fortissima pressione politica in quella che ancora non era la neonata Repubblica italiana, uno dei due assassini, reo confesso, viene arrestato e rinviato a giudizio a Bologna. Ma il processo, fortemente ostacolato già in fase di istruttoria, non si celebrerà mai. I verbali decisivi dei testimoni arriveranno soltanto dopo l’amnistia concessa da Togliatti e i due responsabili vennero fatti riparare oltre cortina, come è accaduto per uno degli assassini di Rolando fino a che di loro si persero le tracce.
Ma non nel cuore della madre di don Giuseppe, che conservò sempre quei nomi, perdonandoli alla fine della sua vita avvenuta nel 1954. Dal canto suo l’Anpi non ha mai fornito elementi utili alla ricostruzione dei fatti e alla attribuzione delle responsabilità.
La prima fase del processo dovrà dimostrare la fama di martirio del sacerdote. E non sarà difficile dato che il materiale che è stato raccolto in questi anni, parla da solo. Come, ad esempio, l’annotazione del parroco di Felina che nel registro dei defunti chiamò i suoi assassini «uomini iniqui che si dissero partigiani (duobus viris iniquis qui se dixerunt partigiani)».
Come abbiamo più volte scritto su queste colonne, il riconoscimento del martirio di questi sacerdoti, certifica che accanto alla cosiddetta Resistenza, molti partigiani rossi stavano combattendo una guerra con un altro nemico: la Chiesa. Il coraggio di aprire queste cause di beatificazione, pertanto, va decismente oltre la necessità di fare i conti con la storia e il bisogno di riconciliazione in terre come quelle del Triangolo della morte che sono ancora “insanguinate” di ricordi, ma va nella direzione di una precisa presa di posizione della Chiesa, che dopo decenni di oblio, omertà e timori, non ha paura ad indicare nel martirio di questi sacerdoti la via per testimoniare il Vangelo.
L’editto con il quale il vescovo di Reggio Emilia Giacomo Morandi avvia l’inchiesta Diocesana “sulla vita e il martirio di don Giuseppe Iemmi” rappresenta un punto di svolta importante e atteso da decenni. Per anni, e molto prima di Rolando Rivi, che è stato beatificato nel 2013, don Giuseppe Iemmi è stato considerato il vero martire della Chiesa reggiana, il suo sacrificio fu cristallino e il suo martirio chiarissimo.
Purtroppo, però, come accade spesso per queste vicende, ci sono voluti molti anni perché si formasse un comitato apposito che ne chiedesse la beatificazione al vescovo. Anni nei quali non si è mai arrivati neppure ad assicurare alla giustizia i due gappisti delle formazioni garibaldine che lo prelevarono e dopo una straziante via Crucis lo giustiziarono in cima al Monte Fòsola, sull’Appennino emiliano.
Ricordiamo che la Chiesa ha già beatificato due martiri della violenza partigiana comunista. Oltre a Rolando, infatti, la Chiesa ha già elevato agli altari anche don Luigi Lenzini, beatificato e proclamato martire in odium fidei nel 2022 a Modena. Con Iemmi, se l’iter si dovesse concludere positivamente dopo la fase diocesana finalizzata alla raccolta delle prove della fama del martirio, si andrebbe in Congregazione delle cause dei santi, dove al termine del processo, la Chiesa potrebbe dichiarare il terzo martire in odio alla fede per fatti inerenti la cosiddetta Guerra di liberazione.
Quella del vescovo Morandi è una decisione, dunque, molto coraggiosa, portata avanti con la certezza che la complessa lettura dei fatti circa le violenze comuniste perpetrate nel cosiddetto Triangolo della morte, necessita di una parola definitiva apposta con i sigilli della Chiesa: la proclamazione del martirio e la conseguente elevazione agli altari affinché, secondo la massima di Tertulliano, il loro «sangue sia seme di nuovi cristiani».
Don Giuseppe Iemmi ha una storia diversa da quella di Rolando, anche se accomunata dallo stesso sacrificio.
Da cappellano della parrocchia di Felina, una frazione del comune di Castelnovo né Monti, svolse la sua azione pastorale negli anni terribili della guerra, entrando a contatto con tutti i bisogni e i drammi dei suoi parrocchiani. E cercando di proteggere la popolazione tanto dalle terribili rappresaglie naziste quanto dalle vendette dei partigiani che mettevano a rischio la popolazione con le loro azioni di vendetta.
Nel 1995, uno studioso locale, Giuseppe Giovanelli, diede alle stampe il libro “Iemmi quasi utopista” nel quale raccontava le cronache della vita e della morte del “cappellanino” di Felina. Un libro nel quale si documenta la sua straordinaria attività a supporto delle formazioni partigiane, ma anche la ferma condanna dell’odio comunista, che alimentava le vendette di alcune formazioni gappiste. E proprio a seguito di una vicenda di odi personali e di classe in ottica di affermazione dell’ideologia comunista sul finire della guerra, incominciò, nel marzo del 1945 il suo calvario personale.
Don Iemmi denunciò l’uccisione di due padri di famiglia della sua parrocchia (Eufemio Manfredi e Renzo Tedeschi), prelevati di notte dalle formazioni partigiane perché sospettati di collusione col regime. Dopo la loro uccisione, nel corso della Messa di Pasqua del 1945, il sacerdote tuonò dal pulpito contro «i figli di Caino» e l’odio reciproco e contro il materialismo ateo che aveva portato alla morte di quei due padri e che non aveva nulla a che fare con la Guerra di liberazione, ma era una sua precisa deriva ideologica. Fu la sua condanna a morte. Il sacerdote veniva continuamente minacciato per strada («quel prete smetterà presto di andare sul calessino»), tanto che il parroco e gli amici stretti cercarono di metterlo in guardia dalla sua pastorale così accesa. A chi gli chiedeva di essere più accorto, don Iemmi rispondeva con il Vangelo della pace e della riconciliazione e con la necessità di proclamare la verità («quando sono sull’altare non ho paura di nessuno») anche se nel suo diario scriveva che «questa veste nera sarà la mia condanna a morte».
Raggiunto da due gappisti con nome di battaglia Astro (o Aspro) e Briano (o Driano) viene prelevato con la scusa di essere portato al comando partigiano per essere interrogato. Fu per lui una vera e propria via Crucis, sotto gli occhi dei suoi parrocchiani; umiliato, gli infilarono in testa un berretto con la stella rossa, durante le soste chiedeva da bere acqua, venne maltrattato e percosso fino a quando, giunti sulla cima del monte Fòsola, non gli spararono dei colpi di mitra che vennero uditi per tutta la vallata.
A differenza di Rolando, però, i cui assassini vennero assicurati alla giustizia alcuni anni dopo, per i sicari di Iemmi non ci fu mai un processo. Dopo una investigazione sommaria svolta immediatamente dopo la liberazione dal comando partigiano di zona e viziata da una fortissima pressione politica in quella che ancora non era la neonata Repubblica italiana, uno dei due assassini, reo confesso, viene arrestato e rinviato a giudizio a Bologna. Ma il processo, fortemente ostacolato già in fase di istruttoria, non si celebrerà mai. I verbali decisivi dei testimoni arriveranno soltanto dopo l’amnistia concessa da Togliatti e i due responsabili vennero fatti riparare oltre cortina, come è accaduto per uno degli assassini di Rolando fino a che di loro si persero le tracce.
Ma non nel cuore della madre di don Giuseppe, che conservò sempre quei nomi, perdonandoli alla fine della sua vita avvenuta nel 1954. Dal canto suo l’Anpi non ha mai fornito elementi utili alla ricostruzione dei fatti e alla attribuzione delle responsabilità.
La prima fase del processo dovrà dimostrare la fama di martirio del sacerdote. E non sarà difficile dato che il materiale che è stato raccolto in questi anni, parla da solo. Come, ad esempio, l’annotazione del parroco di Felina che nel registro dei defunti chiamò i suoi assassini «uomini iniqui che si dissero partigiani (duobus viris iniquis qui se dixerunt partigiani)».
Come abbiamo più volte scritto su queste colonne, il riconoscimento del martirio di questi sacerdoti, certifica che accanto alla cosiddetta Resistenza, molti partigiani rossi stavano combattendo una guerra con un altro nemico: la Chiesa. Il coraggio di aprire queste cause di beatificazione, pertanto, va decismente oltre la necessità di fare i conti con la storia e il bisogno di riconciliazione in terre come quelle del Triangolo della morte che sono ancora “insanguinate” di ricordi, ma va nella direzione di una precisa presa di posizione della Chiesa, che dopo decenni di oblio, omertà e timori, non ha paura ad indicare nel martirio di questi sacerdoti la via per testimoniare il Vangelo.
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