Di Redazione Blog di Sabino Paciolla|Aprile 30th, 2026
Caro Vescovo, l’ignoranza non è grazia se il Pane degli Angeli diventa cibo per animali
di Fabio Vessillifero
Il fatto: l’Eucaristia divisa con i cani a Zurigo
Il post di Marco Tosatti su Stilum Curiae (qui) riporta un evento accaduto a Zurigo nella parrocchia del Buon Pastore, dove durante una celebrazione eucaristica che includeva la benedizione degli animali, tre fedeli hanno condiviso il Pane consacrato con i propri cani. L’indagine diocesana condotta dal Vescovo di Coira Joseph Bonnemain (Zurigo rientra nel territorio della Diocesi di Coira) ha concluso che, nonostante il fatto sia “profondamente deplorevole”, non si può parlare di sacrilegio canonico né di scomunica poiché agli individui mancava l’intento malevolo, essendo essi mossi da una sorta di ignoranza o ingenuità devozionale. Questa risoluzione ha provocato la reazione dei laici locali, che hanno organizzato rosari di riparazione per quello che percepiscono come un gravissimo oltraggio al Sacramento Eucaristico.
La spia di un collasso teologico e pedagogico
Questa vicenda non può essere archiviata come un isolato incidente di cronaca, poiché agisce da spia luminosa di un collasso teologico e pedagogico che parte proprio dai vertici della gerarchia. Quando si assiste alla distribuzione del Corpo di Cristo agli animali, ci si trova davanti alla prova plastica che il senso della Presenza Reale nel popolo di Dio è stato quasi del tutto eroso da decenni di catechesi orizzontale e celebrazioni sciatte. Il fatto che un vescovo minimizzi l’accaduto appellandosi alla mancanza di dolo dei protagonisti evidenzia una crisi di autorità: il Pastore, anziché difendere l’integrità del Mistero e utilizzare la sanzione come strumento medicinale per risvegliare le coscienze, sembra preferire un approccio burocratico che finisce per giustificare l’ignoranza colpevole.
La chiarezza del Diritto Canonico sul sacrilegio
A tal proposito, il dettato del diritto canonico è di una chiarezza cristallina e non lascia spazio a interpretazioni relativiste. Il Canone 1367 del Codice di Diritto Canonico recita infatti testualmente: «Chi profana le specie consacrate, oppure le asporta o le conserva a scopo sacrilego, incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica; il chierico inoltre può essere punito con altra pena, non esclusa la dimissione dallo stato clericale».
Il tradimento della missione episcopale
Il cuore del problema risiede nel tradimento della missione episcopale di formare i formatori. Se i vescovi stessi perdono di vista la dimensione soprannaturale, riducendo la vita di grazia a un vago sentimento di inclusione e la liturgia a una messinscena della comunità, è inevitabile che i fedeli perdano la percezione di trovarsi di fronte al Dio Vivo. La scomparsa dell’orizzonte escatologico — della consapevolezza che ogni atto liturgico ha un peso per la vita eterna — trasforma il Sacramento in un oggetto banale, privo di quel “timore e tremore” (Filippesi 2,12) che deve caratterizzare la devozione cattolica. Come ricordava San Tommaso (S. Th. III, q. 80, a. 3, ad 3), l’Eucaristia richiede la ragione e la fede per essere ricevuta; trattarla come cibo comune per creature irrazionali non è solo un errore liturgico, ma un’offesa oggettiva alla Maestà divina che prescinde dalle intenzioni soggettive.
Il dovere di istruire e vigilare: i Canoni 386
A tal proposito, il diritto canonico definisce con estrema precisione il dovere del Vescovo di istruire il popolo di Dio per evitare simili derive. Il Canone 386 §1 recita: «Il Vescovo diocesano è tenuto a proporre e a spiegare ai fedeli le verità di fede che si devono credere e applicare nei costumi, predicando personalmente con frequenza; abbia anche cura che si osservino fedelmente le disposizioni e i canoni che riguardano il ministero della parola, soprattutto l’omelia e la formazione catechetica, in modo che a tutti venga trasmessa l’intera dottrina cristiana.» Inoltre, il Canone 386 §2 specifica un dovere di vigilanza attiva: «Difenda con fermezza, usando i mezzi più adatti, l’integrità e l’unità della fede che si deve professare, riconoscendo tuttavia la giusta libertà nell’ulteriore approfondimento delle verità».
L’eclissi della distinzione ontologica tra uomo e animale
Un elemento determinante in questa deriva è la perdita del senso ontologico della distinzione tra l’uomo e il resto del creato. Mentre l’uomo è un soggetto di natura razionale e volitiva, capace di “intus-leggere” — ovvero leggere dentro l’essenza delle cose grazie allo spirito razionale di cui è dotato — l’animale rimane un essere totalmente immerso nella materia, determinato in ogni sua azione dall’istinto. Confondere questi due piani significa negare l’unicità dell’essere umano come immagine di Dio (Imago Dei). Se non si riconosce più che l’uomo, a differenza dell’animale, possiede un’anima spirituale capace di trascendere il dato fisico per aprirsi al divino, l’Eucaristia smette di essere il nutrimento dell’intelletto e della volontà e viene degradata a un gesto istintuale di affetto verso la natura. Questa “animalizzazione” dell’uomo e, di riflesso, “umanizzazione” dell’animale, rende i fedeli incapaci di cogliere il valore infinito del Sacramento, riducendolo a un gioco di simboli privo di sostanza spirituale.
La voce della Tradizione: la sequenza Lauda Sion
La riflessione teologica su questo sacrilegio trova riferimenti precisi nella Tradizione e nelle Scritture. San Tommaso d’Aquino, nella celebre sequenza Lauda Sion Salvatorem, scrive chiaramente: “Ecce panis angelorum… vere panis filiorum, non mittendus canibus” (Ecco il pane degli angeli… vero pane dei figli, da non gettare ai cani). Questo monito non è una mancanza di rispetto per la creazione, ma una difesa della natura del Sacramento, che richiede ragione e fede per essere ricevuto. Trattare l’Eucaristia come cibo per creature irrazionali è una violazione frontale di una verità che la Chiesa canta da sempre e che affonda le radici nel comando di Cristo stesso.
Il monito evangelico sulle perle e i cani
In Matteo 7,6, Gesù avverte: “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci”. Questo invito al discernimento spirituale insegna che la Verità e la Grazia sono perle preziose che non vanno esposte alla banalizzazione o al calpestamento. Gettare la “perla” eucaristica a chi non può riconoscerla significa rinunciare alla prudenza e alla riverenza, esponendo il sacro al disprezzo. Una diocesi allo sbando è quella dove il sentimentalismo ha preso il posto della dottrina: se il pane non è più “dei figli”, ma viene distribuito senza discernimento, si perde ogni autorevolezza e si trasforma il Sacrificio dell’altare in un gesto privato privo di senso.
Conclusione: la responsabilità di fronte alla Giustizia divina
Ciò che emerge da questa analisi è la descrizione di una diocesi, e forse di un sistema ecclesiale più ampio, allo sbando, dove il “piccolo gregge” dei laici è rimasto l’ultimo baluardo a difesa del sacro, costretto a riparare con la preghiera ciò che i propri pastori non sanno più proteggere con la dottrina. In questa inversione di ruoli, la responsabilità morale ricade con forza su chi, avendo ricevuto il mandato di vigilare, ha permesso la banalizzazione del Mistero, trasformando il Sacrificio dell’altare in un gesto privato privo di riverenza. La Giustizia di Dio, che non può essere elusa da una nota diocesana, resta il monito finale per una Chiesa che sembra aver dimenticato la sua stessa natura sacramentale.

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