domenica 19 aprile 2026

I Martiri di Gorcum. Impiccati dai protestanti per non aver abiurato la fede



In Olanda, nel XVI secolo, 19 religiosi furono giustiziati dai protestanti per non aver rinnegato la propria fede.




Antonello Cannarozzo

Quando oggi si sente parlare di ecumenismo, incontro, cammino sinodale, adeguamento della Chiesa cattolica verso un dialogo con le altre confessioni, barattando così la Verità in cambio del nulla, il ricordo corre ai tanti martiri che nei secoli preferirono morire piuttosto che arrendersi ed abiurare alla dottrina cattolica.

In una Chiesa soffrente, afflitta da tanti mali, dove dottrina, liturgia e autorevolezza sono ormai ricordi di un tempo che fu, va aggiunta la sua progressiva accondiscendenza verso un ecumenismo che la impoverisce sempre più nei suoi valori e con ciò che rimane della sua storia millenaria; una situazione che ricorda tristemente le parole sempre più attuali di Gesù: "Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che a essere gettato via e calpestato dalla gente" e così, dimenticando la sua santità e volendo piacere a questo mondo malato, la Chiesa oblia oltre alla sua Fede anche i suoi martiri che l’hanno resa grande agli occhi di Dio.

I lettori ricorderanno il commovente "Dialogo delle Carmelitane", scritto da George Bernanos, e tratto dalla storia vera di 16 suore di clausura che furono sacrificate sull’altare della mai abbastanza deprecata Rivoluzione Francese, per rimanere fedeli alla Chiesa, ma non è stata certo la prima volta, circa duecento anni prima in Olanda, adagiata su canali fluviali, sorgeva la piccola e fiorente cittadina di Gorcum, oggi Gorinchem, nel sud dell’Olanda, dove, furono arrestati in odium fidei decine di religiosi e religiose, come nel resto del Paese, colpevoli solo di essere cattolici. La storia che raccontiamo riguarda 19 di loro impiccati poi nella vicina città di Brielle nel 1572, confessando la loro appartenenza alla Chiesa di Roma e, dunque, a Cristo.

Dal 1477 i Paesi Bassi appartenevano alla potente casa regnante cattolica degli Asburgo che, nonostante gli sforzi dei re Carlo V e poi Filippo II, non riuscirono a fermare il virus del protestantesimo che si propagò velocemente in tutto il Nord Europa.

A sostegno del proselitismo dei seguaci di Lutero, insieme a persone di fede che credevano onestamente nella nuova Riforma, vi erano anche delle bande armate che andavano per le varie contrade a convertire, più che con la Bibbia, con la violenza, erano chiamati gueux, cioè pitocchi, per la loro vita disordinata fatta di furti e violenze di ogni tipo ovunque andassero e, a farne le spese in quegli anni, furono, specialmente, i cattolici, nonostante le assicurazioni fatte da questi “portatori di libertà” nei territori conquistati dalla tirannia della Chiesa(sic), ma da veri ‘liberatori’, proibirono fin da subito la religione cattolica con l’accusa di essere una setta idolatra per sostituirla con il nulla dottrinale dei riformati.

La guerra di religione

QIn questi anni tumultuosi furono vissuti a Gorcum, come in altri centri, con trepidazione e paura per le continue lotte interne. Ancora agli inizi della guerra di religione, nella cittadina si contrapponevano due schieramenti: quello cattolico, allora più numeroso, e quello protestante.

Purtroppo, nulla di nuovo sotto il sole e anche allora tra i cattolici molti lo erano solo di nome, pronti, per il quieto vivere, a cambiare bandiera e andare con il vincitore, così, quando venne conquista dai protestanti la vicina città di Dordrecht, molti a Gorcum capirono che il vento stava cambiando e cominciarono a guardare con favore la presenza dei protestanti con le loro eresie dottrinali.

Nella cittadina si ergeva un convento tenuto dai frati cappuccini apprezzati per la loro serietà e testimonianza di fede, tanto da essere considerato il cuore pulsante del cattolicesimo nell’intera provincia, ma la situazione ormai stava precipitando e molti buoni cittadini implorarono i frati di lasciare il convento per rifugiarsi in luoghi più sicuri e non essere un facile bersaglio come simbolo del cattolicesimo per la vendetta dei protestanti.

La risposta dei frati fu però negativa, il padre superiore, dando prova di grande coraggio, affermò che Dio dava certamente le prove, ma anche la forza di sopportarle e poi, dal punto di vista pastorale, che segnale sarebbe stato assistere alla loro fuga per i cattolici che restavano?

E allora piuttosto la morte che rinnegare la Verità

Purtroppo i presentimenti si rivelarono fondati. Il 25 giugno del 1572 sbarcarono a Gorcum, attraverso i canali, circa 150 pitocchi protestanti provenienti da Dordrecht, appena conquistata, e ben presto furono padroni della città anche per l’arrendevolezza dei suoi abitanti convinti dalle loro promesse di libertà politica e religiosa anche per i papisti.

Poco fuori dal centro abitato si ergeva una fortezza che fu scelta come rifugio da quei pochi cattolici che non credevano alle promesse dei protestanti insieme ai frati cappuccini e alcuni sacerdoti delle parrocchie vicine, per resistere ad un eventuale attacco dei protestanti in attesa, di lì a qualche giorno, dell’arrivo promesso delle truppe del governatore asburgico per liberare la città, ma questi aiuti non arrivarono mai, lasciando i suoi abitanti alla mercé dei protestanti.

La Cittadella, così veniva chiamata la fortezza, non era certa in grado di poter resistere contro 150 facinorosi opponendo poche armi e solo una ventina di persone in grado di usarle, insomma il destino era tragicamente segnato per loro.

Verso sera cominciò l’assalto alla fortificazione, ma ad ogni colpo di cannone la vecchia struttura cadeva a pezzi e ben presto il panico si impadronì dei suoi difensori che, volendo credere alla sincerità dei protestanti, pur di aver salva la vita, si arresero quasi senza combattere.

Le bugie dei “liberatori”

Mentre accadevano questi fatti all’ interno di ciò che rimaneva della costruzione, i frati, sicuri in cuor loro di una prossima morte per mano dei nuovi ‘liberatori’, si confessarono l’un l’altro per ricevere così la santa Comunione e prepararsi all’ultima dura battaglie che di lì a poco avrebbero dovuto affrontare.

Questo atteggiamento così pessimistico dei frati strideva con l’atteggiamento fiducioso dei cittadini rifugiatisi nella Cittadella i quali credevano che con l’accordo appena stipulato tutti, ma proprio tutti, avrebbero avuto salva la vita una volta consegnatisi al nemico, frati compresi e così, finalmente, la pace sarebbe tornata in città.

Peccato che una volta accettato di consegnare le armi, il comandante dei protestanti, un certo Marin Brant, fece radunare costoro in una sala del castello e senza alcun indugio dette ordine alla soldataglia di gettarsi su questi poveri disgraziati per derubarli di ogni avere che avessero indosso, il tutto tra ingiurie e percosse di ogni genere, ma non contenti di tanta viltà li minacciarono, una volta rilasciati, di pagare un riscatto per la loro libertà. Questa era la situazione in quei giorni, ma andò peggio ai francescani i quali, non possedendo proprio nulla, per questo furono insultati con bestemmie, picchiati duramente e rinchiusi nei sotterranei di ciò che rimaneva della fortezza.

Inutile, fu da parte dei cittadini ricordare a Brant le promesse fatte, ma il gioco era ormai scoperto e qualcuno ricordò l’antico motto latino pronunciato dal re Brenno dopo la vittoria contro i romani “Vaie Victis” – guai ai vinti – e così fu pure per i cattolici olandesi.

Purtroppo, in questo frangente così drammatico, alcuni cittadini, con il coraggio proprio dei vigliacchi, si recarono alla porta della prigione, dove erano rinchiusi i frati, per ingiuriarli e, quando potevano, colpirli anche con violenza, azioni miserabili solo per ingraziarsi i protestanti. Quest’azione rattristò non poco i religiosi che tra questi avevano scorto alcuni cittadini che solo poco tempo prima erano cattolici ed ora abiuravano, nella maniera più torbida, ciò che era stata la loro fede, ma i problemi per i religiosi di li a poco sarebbero stato ben altri.

Il calvario degli interrogatori

La Via Crucis dei prigionieri cominciò il 27 giugno quando i futuri martiri vennero interrogati, oltraggiati, scherniti, malmenati e infine, per fiaccarne lo spirito, furono organizzate per loro anche delle finte impiccagioni. Tanta crudeltà era dovuta anche alla convinzione che i frati nascondevano un tesoro nel convento e volevano sapere dove lo avevano occultato. Alla risposta negativa del padre superiore che spiegò loro che avendo fatto voto di povertà i cappuccini non possedevano assolutamente nulla, questa risposta indispettì maggiormente i carcerieri che si sentirono presi in giro e colmi di ira colpirono rabbiosamente il pover’uomo con calci e pugni, sciaguratamente questa era l’unica legge che conoscevano, infliggendogli lo stesso trattamento della finta morte, con tutte le crudeli conseguenze.

Tra questi ricordiamo anche l’episodio di padre Nicolas Poppel, parroco della città di Gorcum e noto per aver combattuto dal pulpito della sua chiesa l’eresia protestante. Come al solito gli venne intimato di rinnegare la sua Fede, il Papa e ciò che aveva predicato fino ad allora per aver salva la vita e, per rendere più realistica la minaccia, gli puntarono una pistola tra gli occhi, ma il buon padre con grande calma disse solo di essere pronto a morire piuttosto che tradire la Verità e messosi in ginocchio con le braccia alzate a voce alta pronunciò la propria confessione di Fede pronunciata da Gesù sulla croce prima di morire: “In manibus tuas, Domine,commendo spiritum meum”.

Furiosi, i suoi carcerieri presero una corda e la fecero passare sopra una trave, poi, messogli il cappio intorno al collo, lo sollevarono e strattonandolo lo lasciarono cadere di peso a terra per abbandonarlo tra le dolorose ferite e non vedendo alcun gesto pensarono fosse morto, ma il buon padre in realtà era solo svenuto per il dolore.

Assistito dai suoi confratelli, per quanto era possibile in quelle condizioni, purtroppo, come vedremo, i tormenti per il pover’ uomo non erano ancora finiti.

Era uso tra questi uomini di fare a pezzi il corpo di un prigioniero morto ed esporre a futura memoria le sue membra a brandelli al popolo, così quando entrarono nella cella dei frati pensavano di trovare il cadavere di padre Poppel per attuare così il loro macabro disegno, si accorsero che era ancora vivo, nonostante lo stato penoso in cui si trovava. A quel punto, presi dalla collera lo colpirono ancora con calci e pugni aggiungendo bestemmie e improperi. Uno schema che sarà tragicamente ripetuto anche per gli altri religiosi che subirono la stessa sorte insieme, come vedremo, nel processo farsa che ne seguì nella vicina città di Brielle.

Il primo luglio arrivò a Gorcum un certo Giovanni d’Omal, un ex prete, convertitosi al protestantesimo, e nominato ministro della giustizia nei territori.

Uomo pieno di odio per i suoi ex confratelli tanto che, appena giunto in città, li andò subito a trovarli in prigione comunicandogli di prepararsi per l’indomani mattina presto quando sarebbero partiti per Brielle ed essere giustiziati per le loro malefatte.

Così l’indomani, alle prime luci dell’alba, iniziò il viaggio verso la morte dei poveri religiosi. Il tragitto fu assai doloroso: senza mangiare ormai da giorni con il freddo che entrava nelle ossa, come se ciò non bastasse ovunque si fermavano lungo il tragitto, molti popolani venivano aizzati per dileggiarli tra improperi e violenze di ogni tipo e, vista la gente sempre più numerosa, i gueux arrivarono addirittura a far pagare un pedaggio a chi voleva offenderli.

Il martirio


Una volta giunti a destinazione, i futuri martiri furono reclusi nei sotterranei del carcere, un ambiente malsano dove scorreva anche una cloaca e dove erano già stipati altri sacerdoti vittime anch’essi di retate.

Gli arrestati di Gorcum vennero presto interrogati dal Conte della Marca, Guglielmo Lumnaye, governatore protestante, subendo una serie di maltrattamenti sopportati tutto con grande pazienza per amore di Dio e pregando sempre per i loro aguzzini.

Molte furono le sessioni degli interrogatori che ovviamente vertevano sulla loro appartenenza alla Chiesa cattolica con tutto quello che questo rappresentava per i protestanti cioè “un insieme di nefandezze”.

In uno di questi interrogatori, il sacerdote Leonard Vèchel uomo di grande cultura, ma soprattutto di fede, domandò ai suoi accusatori dopo accuse di ogni genere alla Chiesa di Roma, dove la essa non era più la quella voluta da Gesù e la risposta non si fece attendere: “È solo nella Bibbia -dissero- che si trova la parola di Dio”. “Certamente – rispose il sacerdote –ma grazie all’assistenza di chi noi riteniamo le sante Scritture per vere?” mettendo in difficoltà i suoi inquisitori.

Infatti, molti di loro erano ex cattolici e addirittura religiosi dunque conoscevano assai bene la frase di sant’Agostino, figura stimata nel mondo dei riformati e non per nulla Lutero era un ex agostiniano, che affermava “Non crederei al vangelo, se l’autorità della Chiesa non mi ordinasse di credere”. Vèchel, comprendendo che ben sapevano a cosa si riferiva, aggiunse “Noi crediamo alla Scrittura perché la Chiesa lo comanda, ed è necessario che Essa, assistita dallo Spirito Santo, la interpreti per darci l’esatto significato della parola divina”.

Subito, tra i suoi accusatori si levarono grida di protesta per essere stati colpiti nel vivo, tanto che lo stesso giudice, il Conte della Marca, assai indispettito urlò:” Non vedete che questi seduttori cercano di farci ammettere che crediamo nelle scritture perché lo dice il Papa?” e un altro aggiunse” Che bisogno abbiamo di altre prove, impiccateli, non ci guadagnerete nulla da questa gente! Alla forca i papisti”, una frase che ne ricordava tristemente un’altra scena drammatica:” Che bisogno abbiamo ancora di testimoni (Matteo 24, 65) Crucifige eum”.

La sera seguente, dopo una lauta cena e generoso vino, ancora rabbioso per le affermazioni di Vachel, il Conte della Marca decise di farla finita con quei papisti e, pur essendo già notte, fece eseguire la pena di morte.

La storia di questa esecuzione la ritroviamo nello storico contemporaneo ai fatti, Guillaume van Est, conosciuto come Estius, il quale narra come i futuri martiri avviandosi al patibolo, due travi ricavata in un vecchio mulino in disuso, si confessassero vicendevolmente e arrivati sotto lo strumento di morte si misero in fila aspettando solo la loro fine. Il primo a salire la scala per il patibolo fu il padre superiore dei frati, padre Nicolò Picchi, che incoraggiò con l’esempio al martirio in nome di Cristo e, fino a che non venne strozzato dal cappio continuò a infondere coraggio a coloro che di li a poco sarebbero ascesi al Paradiso. Ma la morte non tutti ebbero la forza di accettarla e alcuni, soprattutto i più giovani, lusingati anche dai protestanti non ebbero la forza di accettare il martirio e si allontanarono dal luogo delle esecuzioni tra la soddisfazione degli eretici.

Ad aumentare le sofferenze dei nostri martiri fu, tra l’altro, la mala esecuzione dell’impiccagione fatta senza alcuna attenzione da uomini ubriachi. Scrive ancora Estius, c’era, tra i frati, chi aveva la corda che gli saliva al mento, chi posta male intorno al collo o chi aveva un cappio allentato, allungando tragicamente di molto la loro agonia, tanto che per alcuni la morte giunse solo alle prime ore del mattino.

Rimasero pendenti dalle forche undici cappuccini, più il frate Giacomo Lacops il quale venne impiccato sulla cima di una scala perché non c’era più posto sulle travi, insieme a un padre domenicano, due canonici e quattro sacerdoti secolari.

Curiosamente tutti coloro che ebbero un ruolo nel martirio dei religiosi, fecero tutti una pessima fine e coloro che avevano abiurato per salvarsi la vita morirono poco dopo un anno dai tragici fatti.

Narrando questa storia non vogliamo assolutamente negare o, peggio, giustificare le violenze anche da parte cattolica verso i riformati che si ebbero in quegli anni travagliati, sarebbe un offesa alla storia e un offesa a chi morì innocente, ognuno sceglie la parte con la quale immedesimarsi, ma ciò che deve far riflettere, almeno per noi cattolici, che la Chiesa è grande anche per i suoi martiri sacrificatisi per la nostra Fede e aprire in modo avventato, come purtroppo si continua a fare dalla fine del Concilio Vatican II, alla ricerca di assurde convergenze dottrinali offendendo la memoria di chi si è battuto per non cedere davanti alla Verità di Cristo e, permetteteci di aggiungere, per la salvezza di tante anime.








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