mercoledì 1 aprile 2026

«L’agnosticismo equivale a un ateismo pratico»




Di Alberto Strumia, 1 aprile 2026


Dal Catechismo all’esperienza cristiana

Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA


Puntata n. 9 – La coscienza della Redenzione (I)

A questo punto del discorso il tema della “coscienza della creaturalità” si intreccia con quegli elementi che definiscono il contenuto della “coscienza della Redenzione”. Perché nell’esperienza esistenziale dell’uomo, nel suo stato di “natura decaduta” (status naturae lapsae), insieme all’esperienza della “finitudine” naturale, creaturale, si sommano quegli elementi che provengono dall’esperienza del male e del dolore, sia come “male fisico”, che come “male morale”.

a) L’esperienza del “male fisico”: il dolore e la morte

L’esperienza del “limite temporale” della vita, prima o poi, entra con violenza nella storia di una persona: la morte è un fenomeno “biologicamente naturale”, come si dice, ma la nostra intelligenza e la nostra affettività si ribellano per il dolore che essa provoca a causa del distacco da una persona che amiamo e dalla quale siamo amati. Essa è sperimentata come un’“ingiustizia”, una cosa di cui non si comprende il senso, e che contraddice l’esigenza di bene che è in noi. In più, anche psicologicamente, interiormente, noi “ci sentiamo immortali” e la constatazione che non lo siamo nel nostro corpo, che degrada di giorno in giorno, si scontra con ciò che avvertiamo di dover essere. E soprattutto la ribellione nasce di fronte al dolore che contraddice l’esigenza di felicità durevole che è in noi. Queste esperienze, di per sé, pongono il duplice problema della ricerca di una spiegazione e di un rimedio, se sono possibili.

b) L’esperienza del “male morale” come incoerenza e tradimento

L’altra grave esperienza che una persona si trova a vivere è quella della contraddizione interna tra lo scopo che si prefigge per la vita e il venir meno dell’impegno preso in vista di questo scopo: è l’esperienza dell’“incoerenza”.

Per accorgersi della propria incoerenza occorre un lavoro di paragone attento e non superficiale. Normalmente si percorrono due stadi di questa esperienza. Il primo stadio consiste nella scoperta dell’“incoerenza degli altri” nei confronti degli impegni che hanno assunto verso di noi; e questa incoerenza è facilissima da rilevare. Il secondo stadio consiste, invece, nella scoperta dell’“incoerenza in noi stessi”; e questa è molto più difficile da ammettere. Tuttavia un po’ di riflessione e di oggettività nel guardare a se stessi la rivelano inesorabilmente.

– Anzitutto perché non c’è ragione plausibile perché noi, che abbiamo la natura umana come tutti, dobbiamo essere immuni da questo limite dell’incoerenza (e a questo si arriva con il ragionamento);

– In secondo luogo perché, prima o poi, la constatiamo nei fatti (e a questo si arriva per esperienza).

Il Vangelo sintetizza questa condizione di ogni uomo con la frase “ineludibile” di Gesù:

«Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra» (Gv 8,8).

Anche a questa condizione esistenziale una persona ragionevole cerca una spiegazione e un rimedio. Si prospettano, allora, due possibilità: o la spiegazione e il rimedio vengono dall’uomo, o vengono da “oltre” il semplice uomo, da Dio. Anche se “filosoficamente” si può teorizzare che la spiegazione non ci sia o sia irraggiungibile (“scetticismo”), o sia inconoscibile (“agnosticismo”), nella vita pratica non si può vivere che “come se Dio esistesse” o “come se Dio non esistesse”. Chi pensa di poter vivere nell’indifferenza sta già vivendo come se Dio non esistesse.

«L’agnosticismo equivale a un ateismo pratico» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2128).

Normalmente l’uomo cerca di rimediare con le sue risorse e si apre a considerare la possibilità che il rimedio possa venire da altro solo dopo che ha sperimentato, o verificato nella storia, il fallimento di una spiegazione e di un rimedio elaborato umanamente. L’uomo si arrende all’evidenza della sua impotenza solo dopo avere sperimentato su tutti i fronti la propria inadeguatezza. Per questo sono spesso più aperti a Cristo coloro che si convertono dopo una vita vissuta lontano dalla fede, e riconosciuta come fallimentare, di quanti hanno vissuto una religiosità farisaica e credono, in fondo al cuore, di non avere bisogno di conversione, perché pensano che non ci sia niente da rimediare in loro, o perché credono di poter rimediare con le loro sole risorse.

Il fallimento delle ideologie, di qualunque parte politica, che hanno prodotto un mondo “invivibile”, quando avevano il progetto di realizzare un mondo “ideale”, senza Dio, o comunque privatizzando la questione religiosa e la fede cristiana in particolare, è il “motivo di credibilità” più forte nei confronti della fede in Gesù Cristo. Il grado sempre crescente di “invivibilità” al quale si giunge senza Cristo, a livello della vita personale, familiare, sociale, nazionale e internazionale, è il “dato sperimentale” che verifica scientificamente l’affermazione di Gesù: «senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,5).

Solamente chi si accosta a Cristo e alla Chiesa con questo atteggiamento di coscienza del proprio male morale, del proprio limite di incoerenza e del fallimento di tutti i tentativi di uscirne da solo, è nelle condizioni di intraprendere un cammino di fede, perché si attende la Salvezza da un Altro; diversamente uno presume di poter fare da sé. Questo vale sia per chi giunge alla fede da lontano, sia per chi è cristiano da anni: in entrambi i casi si tratta di una conversione a Cristo come risposta alle domande fondamentali dell’uomo.

Il peccato originale come spiegazione

Solo per chi arriva alla Chiesa – o si rimette di fronte ad essa con questo atteggiamento e quindi, in un certo senso, è sempre come se la trovasse per la prima volta – la Rivelazione si può proporre come una “spiegazione” della vita degna di essere presa in considerazione e la Redenzione si prospetta di conseguenza come l’unico rimedio adeguato per l’uomo. Diversamente il cristianesimo non è interessante perché è spiegazione di un problema che non è stato posto e rimedio a qualcosa che non è riconosciuto come un problema. Quando il cristianesimo è proposto solo come una dottrina dogmatica e morale, priva di implicazioni esistenziali, culturali e morali, e come una pratica religiosa esclusivamente privata, non è interessante ed è visto come sostanzialmente inutile, perché non si incontra con l’umano dell’uomo. È come se Dio non si fosse realmente incarnato. Una persona può anche aderirvi esteriormente, ma non può “viverlo” e, quindi apprezzarlo veramente.

La spiegazione che la Rivelazione giudeo-cristiana dà della condizione umana ha il suo fondamento nel “peccato originale”, dal quale il male sia fisico che morale hanno avuto origine nella storia. Per quanto il racconto biblico esprima questa spiegazione in termini mitico-simbolici e non con i dettagli e i caratteri della narrazione storiografica, la spiegazione che all’origine dell’attuale stato di decadimento dell’uomo ci sia una colpa libera e responsabile risulta essere, di fatto, quella più capace di rendere conto del dato storico ed esistenziale. Ed è questo che la rende interessante: un’ipotesi, anche per lo scienziato, è interessante quando consente di descrivere i fatti e di fare delle previsioni riscontrabili nell’esperienza. Ora la spiegazione basata sul peccato originale e le sue conseguenze rende conto, oltre che delle contraddizioni esteriori della storia, anche dell’esperienza di contraddizione interiore dell’uomo, dei suoi fallimenti e della precarietà dei suoi successi. Cosa che non è in grado di fare una spiegazione estrinsecista che scarichi il problema sulle strutture sociali, o sulle colpe di alcuni individui, o di una razza eliminata la quale il mondo dovrebbe cambiare. La storia smentisce rigorosamente con i fatti queste presunte spiegazioni.

«Quel che ci viene manifestato dalla Rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti, se l’uomo guarda dentro al suo cuore, si scopre anche inclinato al male e immerso in tante miserie che non possono certo derivare dal creatore che è buono. Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l’uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo ultimo fine, e al tempo stesso tutto il suo orientamento, sia verso se stesso, sia verso gli altri uomini e verso tutte le cose create» (Gaudium et spes, n. 13; Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 401).

La spiegazione offerta dalla Rivelazione risulta essere la più realistica e la più razionale, perché rende conto dell’esperienza in tutti i suoi dati. È la dottrina del peccato originale.








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