venerdì 3 aprile 2026

Siamo qui davanti alla tua Croce, o Cristo, e guardiamo il tuo volto e il tuo corpo crocifisso


Ecce Homo – Andrea Mantegna, 1500 circa, 
dipinto tempera a colla e oro su tela montata su tavola (54×42 cm), 
conservato nel Museo Jacquemart-André di Parigi.


Di Redazione Blog di Sabino Paciolla 3 aprile 2026



Venerdì Santo – 3 aprile 2026

Is 52,13-53,12; Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42



di don Ambrogio Clavadei

N.B. Il Venerdì Santo il Rito Romano, dopo le prime due letture, prevede la lettura di tutto il Vangelo della Passione secondo Giovanni e normalmente non c’è la predica. Ciò che qui propongo sono dunque solo alcuni spunti meditativi per cogliere il valore di questo giorno che sta al cuore del Mistero della Salvezza.

Siamo qui davanti alla tua Croce, o Cristo, e guardiamo il tuo volto e il tuo corpo crocifisso. Ma come si fa a stare di fronte a questa Croce, a questa tua Croce di cui tu hai detto: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32)?

Nessuno dei tanti protagonisti importanti o marginali di cui narrano i Vangeli della tua Passione ha saputo stare davanti alla tua Croce. Nessuno di loro ha avuto il cuore di voler o di poter resistere. Nessuno ha avuto non solo un amore sufficiente, ma nemmeno un dolore sufficiente, che scaturisse dal dolore che ti era inflitto proprio per l’amore che stavi dimostrando per loro come per tutti noi.

Si sono tirati tutti indietro, schifati, o indifferenti, beffeggianti o impauriti, insultanti o intimiditi, tutti almeno con un ultimo ritegno o con un pregiudiziale sdegno. E noi oggi, ma poco o tanto sempre, siamo un po’ come loro. Certo non schifati, beffeggianti o insultanti, questo no, ma tutti ci portiamo dentro un ultimo variegato, magari anche solo esile, ritegno.

Eppure, almeno oggi, proprio in questi giorni in cui tu più esplicitamente ci attiri a te, dovremmo avere non dico un amore sufficiente, ma almeno un dolore senza tergiversazioni, senza aggiramenti, senza contorcimenti. Dovremmo avere un po’ di quel dolore puro che è l’altra faccia dell’amore puro; la faccia meno luminosa dell’amore, ma che, come l’altra faccia della luna, appartiene comunque alla stessa realtà di un unico pianeta. Dovremmo avere almeno il dolore dell’amore, un dolore che nasce dal coraggio di guardare in faccia il tuo dolore d’amore per noi. Ma il tuo volto è sfigurato proprio dal nostro mancato dolore, dalla nostra incapacità di addolorarci del nostro peccato. Per questo non siamo capaci del tutto di guardarti in faccia.

E così, come i protagonisti di allora della tua Passione, ma sarebbe meglio dire teatranti, noi ci disponiamo attorno alla tua Croce come cerchi concentrici che più o meno si distanziano da te che sei il Centro in cui tutto consiste. Ogni uomo ha il suo cerchio, più o meno ampio, lo ebbero i tuoi apostoli, lo ebbero tutti, tutti ti stettero lontani.

E anche noi ti stiamo poco o tanto lontani. Siamo qui formalmente davanti e vicini a Te, ma col cuore siamo lontani, rinchiusi dentro il particolare cerchio egoistico del nostro dolore interessato che scaturisce dall’inevitabile delusione e lamentazione della pretesa. Guardiamo alle nostre croci, ci facciamo attirare dalle nostre croci – e oggi ce ne sono purtroppo più che mai – ma non le guardiamo a partire dalla tua Croce, e così ci lamentiamo di noi stessi, senza lamentarci di te e per te.

E così ogni nostro mancato dolore diventa parte di quanto un tempo ti hanno fatto. Ogni nostro “no” è ancora una volta uno sputo, uno schiaffo e una spina, ogni “no” un colpo di flagello, ogni “no” un chiodo che segna le tue carni. Siamo stati noi – ieri – a ridurti così col nostro oggi. Ma tu, Cristo – oggi come ieri – continui a prendere su di te con mitezza tutti i nostri mancati dolori e amori che ti segnano, che ti sfigurano. Tu non ti opponi, ma sempre ti proponi: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi” (Is 50, 5-6).

Eri e sarai e sei per sempre il più bello tra i figli dell’uomo e noi continuiamo a ridurti senza apparenza né bellezza; eppure proprio il tuo disfacimento da parte nostra è stato e rimane la tua e nostra vittoria:


“Ecco, il mio servo avrà successo,

sarà onorato, esaltato e molto innalzato.

Come molti si stupirono di lui

– tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto

e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –

così si meraviglieranno di lui molte genti;

i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,

poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato

e comprenderanno ciò che mai avevano udito.

Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?

A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?

È cresciuto come un virgulto davanti a lui

e come una radice in terra arida.

Non ha apparenza né bellezza

per attirare i nostri sguardi,

non splendore per provare in lui diletto.

Disprezzato e reietto dagli uomini,

uomo dei dolori che ben conosce il patire,

come uno davanti al quale ci si copre la faccia,

era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,

si è addossato i nostri dolori

e noi lo giudicavamo castigato,

percosso da Dio e umiliato.

Egli è stato trafitto per i nostri delitti,

schiacciato per le nostre iniquità.

Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;

per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,

ognuno di noi seguiva la sua strada;

il Signore fece ricadere su di lui

l’iniquità di noi tutti.

Maltrattato, si lasciò umiliare

e non aprì la sua bocca;

era come agnello condotto al macello,

come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,

e non aprì la sua bocca.

Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;

chi si affligge per la sua sorte?

Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,

per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.

Gli si diede sepoltura con gli empi,

con il ricco fu il suo tumulo,

sebbene non avesse commesso violenza

né vi fosse inganno nella sua bocca.

Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.

Quando offrirà se stesso in espiazione,

vedrà una discendenza, vivrà a lungo,

si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.

Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce

e si sazierà della sua conoscenza;

il giusto mio servo giustificherà molti,

egli si addosserà la loro iniquità.

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,

dei potenti egli farà bottino,

perché ha consegnato se stesso alla morte

ed è stato annoverato fra gli empi,

mentre egli portava il peccato di molti

e intercedeva per i peccatori” (Is 52, 13 – 53, 12).


Ma anche se la tua vittoria s’innalza dalla nostra sconfitta, quella sconfitta che è stato il cercare di abbatterti con la nostra tracotanza, nulla toglie al fatto della nostra colpa nell’averti ridotto così. La felix culpa non è che ci renda proprio felici! È infatti la nostra triste colpa quella che vediamo sul tuo corpo e sul tuo volto e di cui abbiamo schifo; è la colpa di ognuno di noi qui presenti che hai preso su di te, perché chi dicesse di essere senza peccato farebbe di te, di te che sei Somma Verità, un bugiardo (cfr. 1 Gv 1, 10).

Ma la colpa più grave, quella che ti ha ferito e ferisce di più, è che noi ti dimentichiamo, accusando te di dimenticanza, così da non aver bisogno del tuo perdono: “Sion ha detto: Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato” (Is 49,14). Il nostro cerchio ha dentro il suo perimetro qualche segmento del cerchio ultimo del traditore, quella sorta di girone infernale in cui viveva Giuda, che rifiutò anche solo l’idea di poter essere perdonato, e così divenne imperdonabile, perché pensare di essere imperdonabile è imperdonabile, perché è la fuga ultima e vigliacca dal dolore del tuo amore per noi, per ogni uomo, per quell’uomo che ti fu nemico, ma al quale tu dicesti “amico” (Mt 26, 50). È l’inizio dell’odio: non voler dipendere dal tuo perdono, non voler entrare nel vortice del tuo amore che perdona, là dove chi si perde si trova (cfr. Mc 8, 35). Così ci si perde davvero.

Riconosciamolo, allora! Noi non sappiamo stare di fronte alla tua Croce. Nessuno di noi. Nessun uomo. Solo un punto umano è coinciso perfettamente e totalmente col tuo amore e col tuo dolore, mediante il perfetto amore e dolore del suo cuore umano, del suo cuore di donna e di madre che ti ha partorito. Solo la Madonna: “Stabat Mater dolorosa juxta Crucem”. Solo la Madonna.

Giovanni e le pie donne erano già un passo indietro, un piccolo cerchio, ma comunque cerchio. Solo lei è stata lì davanti a te, dritta in piedi, assolutamente non ripiegata su un dolore furbescamente interessato, ma totalmente abbracciata a te, centro sul Centro, una cosa sola amorosa e dolorosa con te che eri tutto dolore perché tutto amore, così che solo lei è stata veramente dolorosa, perché totalmente interessata di un dolore non suo – lei che era l’Immacolata – ma nostro. E veramente dolorosa perché veramente amorosa. E veramente e totalmente amorosa di quel dolore, perché veramente e totalmente desiderosa di partecipare al perdono, all’assoluzione di quel peccato nostro e che non era suo. È il tuo braccio inchiodato sulla Croce che assolve, ma dentro c’è il suo cuore a te fissato. Desiderosa di partecipare col suo figlio al dolore del Figlio del Padre, corredentrice dei nostri peccati. Solo lei, insieme con te, anche se non alla pari, ha provato, proprio perché senza colpa, cosa sia il dolore puro, il dolore schietto dell’amore, il dolore acuto di chi abbraccia le spine del peccato altrui: “juxta Crucem lacrimosa dum pendebat Filius”.

Solo il dolore vero della Madonna ha saputo stare, ha saputo resistere impavido, dire il sì definitivo, il sì amoroso per unirlo al tuo sì amoroso e crocifisso: due sì congiunti in un comune distinto sacrificio. Un sì che allora è stato tanto nuziale e fecondo quanto verginale e apparentemente infecondo. Verginale perché proferito dentro il reciproco distacco dell’abbandono: tu abbandonato dal Padre, lei abbandonata da te. Un distacco lacerante e trafiggente. Trafitti tu e lei. Tu dalla lancia della morte, lei dalla spada della tua morte: “pertransivit gladius”. Ma nuziale perché dal vincolo d’amore di questo distacco, segnato dal comune sacrificio dell’abbandono, è nata la tua Chiesa. Sangue tuo mescolato all’acqua dello Spirito e riversati dentro il grembo del cuore della Madonna scavato dalla spada del dolore, per la genesi, per il parto e la nascita del mondo nuovo. Lì è nata la grande compagnia di cui lei è Madre, e che è il nostro possesso di te, il tuo non abbandono di noi dentro il nostro continuo abbandono smemorato di te: “Sion ha detto: Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece – io con mia Madre, memoria vivente della Chiesa – non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho inciso sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me” (Is 49,14-16).

È con queste incisioni che tu non ci dimentichi, o Cristo. Che tu non ci dimentichi. Fa’ che anche noi non ci dimentichiamo e, per intercessione della tua Madre dolorosa, donaci la grazia che il cerchio con cui contorniamo la Croce della tua salvezza si restringa sempre di più nella misura in cui ci lasciamo attirare da te. Si restringa il cerchio mentre si dilata il cuore.






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