venerdì 24 aprile 2026

Wendy Duffy avrà il suicidio assistito in Svizzera perché distrutta per la perdita del figlio



Suicidio assistito|AI

«Non provo più alcuna gioia di vivere», ha dichiarato la donna di 56 anni. Una vicenda che smaschera l’abisso della morte assistita

DERIVE DI MORTE


Paola Belletti, 24 Aprile 2026 

Wendy Duffy ha perso il suo unico figlio di 23 anni nel 2021 e il dolore nel quale è piombata è, a suo insindacabile giudizio, insopportabile. E il punto sta proprio qui: la sua auto percezione di quanto stia soffrendo, inaccessibile a chiunque altro, deve essere il supremo criterio di decisione? ed è a questa entità suprema che la società, gli altri, tutti noi dobbiamo inchinarci? Non c'è altro a cui richiamarla, ma soprattutto a cui restare fedeli come collettività di fronte a una disperazione che per sua natura non fa che suggerire la morte come unico sollievo? Non più, perlomeno non più in modo certo e condiviso.

La signora Duffy ha 56 anni, ha lavorato come operatrice socio-sanitaria nel West Midlands, ha 4 sorelle e 2 fratelli, messi al corrente del suo proposito e sembra che ormai non ci sia nulla da fare: andrà in Svizzera, presso una clinica Pegasos che ha già visto notificarsi il versamento di 10 mila sterline, e lì, con gli abiti che ha scelto di indossare e la musica che ha deciso di ascoltare, aspetterà di scivolare in quello che secondo lei è un dolce sonno smemorante di tutto. Perché è di questo che crede di aver bisogno: smettere di amare e soffrire.

Ha lasciato una lettera a ciascuno dei suoi cari e un grande subbuglio nell'opinione pubblica del suo paese, il Regno Unito, che si divide tra chi sostiene necessaria la rapida legalizzazione del suicidio assistito anche per chi non ha malattie fisiche terminali e chi, invece, ritiene eutanasia e morte procurata un orrore da cui difendere la società. Una corresponsabilità che la stessa Wendy dimostra di sentire con rara intensità se l'idea di portare a termine il suicidio in modo più "artigianale" la interroga sull'impatto che avrebbe sugli altri: «Potrei gettarmi da un cavalcavia o da un palazzo, ma questo lascerebbe chiunque mi trovasse a fare i conti con quella scena per il resto della vita", ha detto Duffy, che già in precedenza aveva tentato il suicidio rischiando di diventare invalida», leggiamo sul sito di Skytg24. Non vede l'ora di morire, dice, e chiede agli altri, in un copione ormai piuttosto classico, di essere felici per lei: «Non provo più alcuna gioia, non ho nessun desiderio di continuare a vivere», ha raccontato al Daily Mail - riporta il Corsera-. «Non cambierò idea. Siate felici per me. So che morirò con il sorriso sulle labbra».

La notizia che ricorre su tutte le agenzie è presentata come relativamente scioccante perché la donna fisicamente è in salute. Come se il fatto di accusare invece sofferenze fisiche intense e trovarsi allo stadio terminale della propria esistenza non fosse più motivo di scandalo: in quei casi chiedere di morire o venire invitati ad affrettare la propria fine (vedasi Canada e altri paesi campioni di macabro progressismo - che altro non è che una questione di tagli ai costi non produttivi) è ormai largamente considerato accettabile, addirittura buono.

Il moto uniformemente accelerato sul piano inclinato del disprezzo della vita prosegue quasi indisturbato. Nel Regno Unito, purtroppo, i lavori per legiferare sul tema sono iniziati, nonostante un benedetto arenamento alla Camera dei Lord in una discussione che per ora ha fatto decadere i termini per una proposta di legge di iniziativa parlamentare. E così, proprio oggi, dopo un lungo iter iniziato nel 2024, la proposta di legge (il Terminally Ill Adults - End of Life Bill) è sostanzialmente fallita. Per ora. Anche la Chiesa cattolica in Inghilterra, con il card. Nichols, si era apertamente schierata contro il disegno di legge, sollecitando tutti i fedeli e le persone di buona volontà a mobilitarsi.

Il caso della signora Duffy ha riacceso il dibattito e viene usato da entrambi i fronti, quello di chi la assume come testimonial di una legge nazionale che si mostrerebbe necessaria perché morire per scelta diventi una possibilità per tutti e non solo per chi ha almeno 10000 sterline da versare a cliniche svizzere; e quello di chi non ha perso lucidità e riconosce che la vita ha valore sempre e non è un bene di cui disporre arbitrariamente, nemmeno quando è nostra. Le associazioni prolife parlano proprio del grave rischio di un allargamento indiscriminato dell'accesso al suicidio assistito e di una potenziale, cinica scorciatoia non tanto dei singoli ma del sistema sanitario nazionale: non diventerebbe spaventosamente più semplice ed economico, anziché seguire accurate terapie e approcci multidisciplinari per recuperare persone afflitte da sofferenza psichica, favorire l'accesso al suicidio assistito per tutti, soprattutto i più poveri?

Se è vero che la signora Wendy "ha lanciato una granata nel dibattito pubblico" britannico, c'è chi, dall'altro lato dell'Atlantico, risponde con armi - morali e teologiche- di precisione. I vescovi della conferenza episcopale dello stato di New York hanno redatto una guida sul tema che non lascia dubbi: «Il suicidio assistito è la cessazione volontaria della propria vita usando sostanze chimiche o farmaci prescritti dal medico che possono causare la morte. È considerata eutanasia attiva» recita la guida. «La nostra Chiesa ci avverte senza mezzi termini che questa pratica è oggettivamente immorale e deve essere evitata, nonostante il falso velo di compassione con cui viene venduta». Preghiamo che questa chiarezza di visione e capacità di entrare nel dibattito pubblico che hanno mostrato i vescovi di New York contagi più stati, governi, conferenze episcopali, anime possibili. Ora, perché nell'ora della nostra morte per certe cose sarà troppo tardi. 

(Foto: AI)







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