
Di Guido Vignelli, 16 apr 2026
Tre forme di millenarismo per una “fine dei tempi”
Il conflitto politico e militare recentemente riesploso nel Vicino Oriente presenta uno scenario “apocalittico”: non perché suggerisce una imminente “fine dei tempi”, ma perché “rivela” il sottofondo para-religioso delle motivazioni delle principali forze in campo. Queste motivazioni sono molto più profonde della ricerca di dominio geopolitico, poiché sono radicate in tre diverse forme di millenarismo – quello israelitico, quello iraniano e quello statunitense – che oggi sembrano convergere pericolosamente verso un unico scopo.
Infatti, al vecchissimo sogno sionista del Messia che ricostruirà il Tempio di Gerusalemme avviando il dominio mondiale dell’Ebraismo, al vecchio sogno sciita del Mahdì che regnerà dalla moschea gerosolimitana avviando il dominio mondiale dell’Islam, oggi si aggiunge il nuovo sogno del paradossale “cristianesimo sionista” di stampo protestante, che favorisce lo scontro ebraico-musulmano per far ritornare il Cristo nella Terra Santa.
Sulla base di questo sottofondo apocalittico, si ripresenta la falsa alternativa tra il confidare nella tecnologia o nella ecologia per salvare un mondo che si trova sull’orlo del caos e minacciato dall’autodistruzione. Nei passati convegni del World Economic Forum di Davos, queste due componenti sembravano collaborare per costruire “un nuovo mondo possibile”; oggi invece si combattono per favorire il progetto costruttivo assicurato dalla tecnocrazia o quello distruttivo auspicato dall’ecocrazia.
La guerra come occasione storica per la “transizione ecologica”
Se non finirà presto, la guerra nel Vicino Oriente rischia di favorire potentemente il noto progetto di “transizione ecologica”, ossia l’eliminazione dell’inquinamento resa possibile dalla riduzione massima di produzione, di commercio e di consumo finalizzata a riportare la società occidentale a una economia di sopravvivenza caratterizzata dal ritorno a una vita “austera”, ossia miserabile. La guerra porterà a una crescente penuria dei materiali energetici combustibili (gas, metano e petrolio) che non potrà certo essere sostituita dalle misere fonti energetiche naturali (sole, vento e acqua) oggi a disposizione.
Di conseguenza, la scarsità energetica imporrà di ridurre al “minimo eco-compatibile” l’organizzazione del lavoro, la produzione dei materiali industriali e delle derrate alimentari, il trasporto e la vendita delle merci. Il diritto di produrre, trasportare e vendere beni sia concesso solo a una ristretta classe di “risparmiatori energetici” che eviteranno di “sfruttare l’ecosistema”.
Oltre a ciò, l’austerità energetica imporrà di ridurre al minimo anche la mobilità sociale con i relativi contatti e scambi civili, culturali e religiosi troppo distanziati e quindi troppo spreconi. Di conseguenza, ad esempio, l’intera attività umana potrebbe finire rinchiusa per legge all’interno del famoso “spazio dei quindici minuti” o “dei quattro chilometri quadrati”, smembrando così le città in ridotte zone autogestite da cooperative locali, come già auspicato dagli ecologisti radicali.
Non meravigliamoci di questi folli progetti d’ “ingegneria sociale” per controllare e rendere “ecosostenibile” l’attività umana. Dopo l’esperimento politico di “emergenza sanitaria”, che sei anni fa impose una reclusione domestica rivelatasi dannosa alla popolazione, domani una politica di “emergenza energetica” potrebbe imporre nelle città una reclusione comunale o rionale; si attuerebbe così una sorta di “servitù della gleba” postmoderna: vita e lavoro circoscritti ai dintorni di casa.
Un’altra drammatica conseguenza della guerra in corso potrebbe essere una nuova ondata migratoria di popoli arabo-caucasici in fuga – questa volta per gravi motivi – verso l’Europa. Non essendoci più energia sufficiente per far funzionare molti macchinari automatici, c’è da temere che quelle masse di migranti finiranno col dover fare i numerosi lavori che torneranno ad essere svolti a forza di braccia e di gambe, creando così una nuova specie di schiavitù.
L’ammonimento di Thiel sul nuovo Anticristo
Questo contesto millenarista e quasi apocalittico ci permette di valutare meglio il senso delle strane conferenze tenute dal noto tecnocrate Peter Thiel nel marzo scorso a Roma. Secondo lui, il progresso della società moderna con le sue certezze, sicurezze, comodità e ricchezze, oggi è messo in pericolo da un Anticristo che tenta di favorire la rapida fine della “civiltà occidentale e cristiana”.
Questo Anticristo animerebbe la conflittualità popolare organizzata da quei movimenti ecologisti che – col pretesto di liberare la società dalla oppressione tecnologica e la natura dallo sfruttamento energetico – progetterebbero un futuro d’ignoranza, ozio, regresso, miseria e denatalità. Insomma, qui viene riproposta, in chiave para-religiosa, la vecchia contrapposizione tra civiltà tecnologica e barbarie ecologica. Pertanto, Thiel ha ammonito i cristiani a impegnarsi per difendere dal regresso ecologico quel progresso tecnologico originariamente nato dal Cristianesimo.
Tuttavia, questo ammonimento di Thiel resta ambiguo, perché non si capisce se consideri l’avvento dell’Anticristo ecologista come una sciagura o come un’apocalittica occasione per un millenaristico rinnovamento della tecnologia. Non dimentichiamoci che la “transizione ecologica” è stata a lungo favorita proprio dalle grandi ditte tecnologiche dei servizi sociali, della informazione e del commercio: Apple, Microsoft, Google, Facebook-Meta, Nvidia, Tesla, Anthropic, Amazon, compreso il Palantìr dello stesso Thiel. Oltretutto, il famoso Palantìr immaginato da Tolkien non è affatto un sicuro strumento di conoscenza perché può essere manipolato dall’Oscuro Signore!
La strana affinità tra tecnocrazia ed ecocrazia
Ci limitiamo a notare che sia l’ideologia tecnologica che quella ecologica, nonostante il loro conflitto settoriale, rientrano in un quadro di rivoluzione filosofica e politica sintetizzabile con la nota formula del passaggio dalla modernità alla post-modernità, passaggio che non prevede una negazione ma un superamento.
Ad esempio, nel campo antropologico, entrambe le ideologie prevedono che la concreta persona umana stia per essere superata da un nuovo organismo (sia esso quello transumano o quello ecologico) che dispenserà l’individuo dal faticoso e pericoloso esercizio del pensiero critico e della scelta libera, esercizio che comporta il rischio di sbagliare e di esserne punito come responsabile.
In futuro, tutto sarà regolato non da qualcuno ma da qualcosa: la scelta soggettiva, non solo dei mezzi ma anche dei fini, sarà affidata a un agente oggettivo (sia esso il tecnosistema oppure l’ecosistema) quasi infallibile nel progettare e realizzare il futuro. In questo modo, il soggetto umano sarà dispensato da studiare, lavorare, coniugarsi e procreare, per cui avrà il massimo tempo libero per abbandonarsi a piaceri, divertimenti, giochi o hobby (siano essi artificiali o naturali).
Nel campo della vita politica, il sorpassato sistema democratico di scelta, di rappresentanza e di decisione diventerà superfluo; il governo verrà sostituito da un general intellect (sia esso elitario o tribale) capace di prevedere ed esaudire l’esigenze delle masse e ridotto alla mera “amministrazione delle risorse” (mediante la cibernetica oppure mediante l’empatia ecologica).
Oltre a ciò, sia la tecnocrazia che l’ecocrazia hanno uno sfondo comune di carattere para-religioso. Infatti, entrambe ammoniscono su un pericolo apocalittico, ossia di distruzione globale dell’umanità, per evitare il quale propongono una soluzione millenaristica che prevede di superare la natura umana (nella cibernetica o nell’ecosistema) mediante una sorta di sacrificio espiatorio: quello dell’ordinamento naturale creato da Dio.
Tutto ciò conferma che la prospettiva della secolarizzazione si sta rovesciando in quella della risacralizzazione, anche ricuperando linguaggio, categorie e sensibilità para-religiose; i reduci dal marxismo hanno ben capito questo rovesciamento di paradigma e vi si sono già adeguati. Invece, i cattolici “adulti e maturi” si ostinano nel considerare la secolarizzazione come un fattore di progresso valido per “abbattere gl’idoli” e risolvere la crisi attuale; del resto, come dice il proverbio, “gli stolti capiscono solo dopo che hanno sofferto”.
(Foto di Ross Sneddon su Unsplash)
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