lunedì 27 aprile 2026

Il vero problema dell’insegnamento della Religione Cattolica






Di Stefano Fontana, 27 apr 2026

Sabato scorso 25 aprile Papa Leone ha parlato agli insegnanti di Religione Cattolica in occasione del Meeeting a loro dedicato organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana. Si tratta di un bel discorso ricco di osservazioni educative e spirituali. Chi vi ha partecipato e gli insegnanti che lo leggeranno ne troveranno nutrimento. Tuttavia, se si vuole andare alle fonti delle problematiche e delle necessità dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) nelle scuole statali occorre considerare il quadro strutturale, che viene prima (e condiziona) le singole esperienze portate avanti dagli insegnanti di questa materia. Bene, quindi, dare loro sostegno e conforto, ma senza dimenticare il contesto in cui questo insegnamento avviene.

L’attenzione a questo insegnamento non dovrebbe nascondere la realtà per cui sembra che la Chiesa cattolica abbia ormai abbandonato l’impegno ad educare, rendendosi ormai convinta che il compito educativo nella scuola spetti definitivamente allo Stato. Tutt’al più essa può collaborare con il proprio IRC, ma dentro il progetto dello Stato e non più in proprio. Le scuole cattoliche paritarie, di solito gestite da ordini religiosi, chiudono alla grande, ma non c’è un progetto per mantenerle in vita, mentre di fatto la Chiesa non vuole che nascano scuole cattoliche parentali. Non entro qui nel tema se l’insegnamento nelle paritarie cattoliche sia veramente cattolico o meno, mi fermo all’aspetto strutturale del tema. Trovare una scuola cattolica è sempre più difficile.

L’enfasi posta sull’IRC dai Vescovi e, in questo discorso, anche dal Papa, significa l’accettazione dello status quo e la sua condivisione non come stato di necessità ma come cosa giusta e conveniente. Se ci si prendesse cura dell’IRC, come si fa con questo discorso del Pontefice, ma considerandola una situazione necessaria in questo momento ma non ottimale, una realtà da mantenere e sviluppare ma anche da sostituire nel lungo tempo perché troppo carente di identità e troppo condizionata dall’apparato statale, allora la cosa non preoccuperebbe. A preoccupare è invece pensare che vada bene così e che sia giusto che la Chiesa non abbia più le proprie scuole, ma partecipi – in un clima di laicità e di pluralismo – all’educazione dentro le strutture e le direttive statali. Questa visione delle cose comporta di ritenere che le forme di presenza della Chiesa nell’educazione e nell’istruzione nel passato vengano intese come una supplenza data la impreparazione dello Stato a svolgere quel compito, ma giustamente destinate a finire man mano che lo Stato laico e pluralista si fosse adeguatamente strutturato. Oppure si pensa che le scuole cattoliche del passato erano tipiche di una società sacrale e che con la fine della Cristianità fosse giusto che esaurissero la loro esperienza.

L’IRC viene svolto in molti modi diversi dai vari insegnanti. La casistica è molto diversificata e l’ora di lezione viene svolta in modo assai variegato, quando non addirittura opposto. In molti cari gli esiti sono positivi, in altri negativi. Non è di questo, però, che qui intendo parlare. Dal punto di vista strutturale è evidente che l‘IRC avviene all’interno del sistema di istruzione statale dal quale è fortemente condizionato nei suoi contenuti e nei suoi metodi. Se ad un Preside un certo insegnante di RC non va a genio, può chiederne la sostituzione. Gli insegnanti sono spinti a defilarsi, a non prendere posizioni antagoniste rispetto ai contenuti condivisi dai colleghi in altre materie o dalla scuola. Il carattere “cattolico” dell’insegnamento si riduce a vantaggio di altri aspetti meno compromettenti, come per esempio le tematiche eticheggianti o gli argomenti di moda come gli obiettivi ONU o l’ecologismo. Se l’insegnante di IRC partecipa a qualche progetto comune con le altre discipline sarà spinto a smussare alcune visioni cattoliche dei problemi per non entrare in conflitto su argomenti scottanti sui quali nella scuola italiana non è ammesso pluralismo. 

L’insegnamento della RC parla di Dio, ma di Dio non si parla in nessuna altra materia, anzi spesso si insegnano idee che non permettono di pensarlo. Quell’ora di lezione è decontestualizzata dal punto di vista delle discipline, indipendentemente dal fatto che il docente sia simpatico e leghi con i colleghi. L’alunno sente solo lì delle cose mentre nelle altre ore di lezione sente o l’incongruo o l’opposto. L’insegnamento della RC avrebbe bisogno di un contesto disciplinare consono, di un coerente “universo del sapere”, invece è da sola perché il quadro epistemico delle altre discipline è diverso o opposto. L’insegnante di RC è quindi o ignorato e combattuto. Quello che lui insegna alla prima ora del lunedì, viene negato oppure semplicemente trascurato come se non esistesse nella seconda ora. Ciò non capita, ovviamente, quando l’insegnante di RC la pensa come la maggioranza dominante nella scuola italiana, con tutti i suoi dogmi.

Bene, quindi, che la Chiesa si dimostri vicina agli insegnanti di RC, male che essa ritenga che questa situazione sia fruttuosa, ottimale, conveniente, consona con le esigenze della religione cattolica, e addirittura da essa stessa richiesta.



(Immagine: Canva)



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