Fulvio Rampi (fonte: sito Fulvio Rampi)
Il Logos tradito: La musica come carne della fede o rumore del mondo?
Di Redazione Blog di Sabino Paciolla 29 aprile 2026
di Fabio Vessillifero
Dedico questa meditazione al maestro Fulvio Rampi, gregorianista di fama mondiale, che ha concluso la propria esistenza terrena lo scorso 26 aprile 2026.
Con il concerto “Pascha nostrum”, svoltosi domenica 19 aprile presso la chiesa di S. Abbondio a Cremona (qui), egli ha offerto un’intensa meditazione sul Mistero Pasquale che ha sugellato il suo cammino di fede e di sudioso. La testimonianza più grande che ci lascia in eredità è la consapevolezza che il Canto Gregoriano non è un muto reperto del passato, ma l’esegesi sonora della Parola di Dio che annuncia, instancabile, la Risurrezione.
La Creazione come poesia e canto in Genesi 1 e nel Credo
Il racconto della creazione nel primo capitolo della Genesi non deve essere letto come un fredda cronaca dei fatti, ma come un vero e proprio canto cosmico. La sua struttura ritmica emerge con chiarezza anche nelle traduzioni moderne attraverso la ripetizione cadenzata di veri e propri “ritornelli”: “E fu sera e fu mattina”, oppure “E Dio vide che era cosa buona”. Questo procedere per moduli ricorrenti è la prova che l’origine del mondo è musicale.
Noi cristiani confermiamo questa visione ogni volta che professiamo il Credo Niceno-Costantinopolitano. Quando diciamo “Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra”, utilizziamo un termine che nel testo greco originale deriva dal verbo poiein. È fondamentale comprendere che poiein non indica un “fare” meccanico, ma il creare con bellezza e armonia: è la radice stessa della parola “poesia”. Dio, dunque, è il Sommo Poeta, e il Suo atto creativo è un fare poetico che ordina il caos in un’armonia udibile. Questo ci dice che il Logos — termine che significa parola, ma anche ragione e proporzione — è il fondamento di tutto ciò che esiste.
La creazione come riflesso della Bellezza divina
Dio ha creato il mondo attraverso il Figlio-Logos, per eccedenza d’essere, in un atto di pura effusione di bellezza. «Il mondo è stato creato da Dio secondo la sua sapienza. Non è il prodotto di una qualsivoglia necessità, di un destino cieco o del caso. Noi crediamo che il mondo trae origine dalla libera volontà di Dio, il quale ha voluto far partecipare le creature al suo essere, alla sua saggezza e alla sua bontà» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 295). Per questo esiste una musica intrinseca nell’essere e nella vita: ogni creatura, dalle immense galassie alla più piccola particella, è una “nota” di questo immenso concerto divino. La bellezza della natura non è un decoro superfluo, ma è la fisionomia stessa di Dio impressa nella materia, lo “splendore della Verità” (splendor veritatis) che si rende percepibile ai nostri sensi. In questa visione, la dolcezza di un tramonto o la maestà delle montagne sono riverberi della “poesia” originale del Creatore. La creazione è dunque un’opera teofanica, un luogo dove Dio si manifesta attraverso l’armonia della forma, invitando l’uomo a risalire dalla bellezza del mondo alla Fonte di ogni splendore (Cfr. Sapienza 13,1-9 e Romani 1,20) .
L’armonia del DNA: l’esperimento di Susumu Ohno e Giuseppe Sermonti
Questa verità è scritta profondamente nella nostra carne, e la scienza più avanzata ha iniziato a decifrarla in modo sorprendente. È stato Giuseppe Sermonti, uno dei grandi padri della genetica moderna e difensore di una visione simbolica della scienza, a dare risalto internazionale al lavoro di Susumu Ohno (qui). Ohno scoprì che il DNA è governato dal principio della “Ricorrenza Ripetitiva”, lo stesso che governa la composizione musicale. Assegnando note specifiche ai nucleotidi (attraverso le loro basi azotate A, G, T, C) in base al loro peso molecolare, Ohno ottenne melodie tonali garbate, incredibilmente simili a Bach o Chopin.
Addirittura, un frammento del gene della Polimerasi II del topolino riproduce quasi letteralmente un tema del Notturno op. 55 n. 1 di Chopin. Sermonti sottolineò che se il caso cieco avesse costruito la vita, il DNA sarebbe rumore; invece, esso rivela una logica musicale primordiale. La biologia non è solo chimica, ma l’esecuzione di uno spartito che la natura serba da milioni di anni nel suo cifrario segreto.
Vincenzo Galilei e la nascita della scienza moderna dal cuore della musica
Questa eredità musicale ha giocato un ruolo decisivo anche nella nascita della scienza sperimentale moderna. Galileo Galilei crebbe in una casa permeata di suoni: suo padre, Vincenzo Galilei, era un celebre musicista e teorico del Rinascimento che conduceva esperimenti rigorosi sulla tensione delle corde vibranti per trovarne le leggi fisiche. Galileo apprese dal padre che la bellezza della musica poggia su leggi misurabili e oggettive. Questa “educazione dell’orecchio” gli permise di intuire che il “Libro della Natura” è scritto in caratteri matematici. La scienza galileiana è il tentativo dell’uomo di mettersi in ascolto della musica del mondo per trascriverne le leggi, presupponendo che dietro la regolarità dei fenomeni ci sia una Mente che ordina con Sapienza e poesia.
I monaci, il Concilio e l’esaltazione dell’organo a canne
La musica ha compiuto un salto decisivo grazie alla fede cristiana e alla vita dei monasteri. Se per secoli i monaci benedettini avevano custodito e celebrato il repertorio sacro affidandolo esclusivamente alla memoria viva e alla tradizione orale, con la scrittura neumatica e poi con l’invenzione del tetragramma, il canto ha finalmente trovato una sua stabilità materiale. Attraverso la scrittura musicale, i monaci hanno voluto ‘dare corpo’ al Verbo, fissando l’ineffabile sulla carta affinché la lode fosse ordinata e perenne. Il gregoriano si è così confermato nei secoli come espressione di quella «sobria ebbrezza dello spirito», cioè come forma purissima in cui la melodia non funge da semplice decoro, ma si fa esegesi sonora e vivente della Parola.
È bene ricordare che il Concilio Vaticano II, nella costituzione Sacrosanctum Concilium, ha raccomandato esplicitamente che al canto gregoriano sia riservato il «posto principale» e ha lodato la polifonia come forma nobilissima d’arte. Parallelamente, il Concilio ha esaltato l’organo a canne come strumento liturgico per eccellenza, la cui voce è capace di aggiungere un mirabile splendore alle celebrazioni liturgiche della Chiesa e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle realtà celesti (SC nn. 116 e 120).
La polifonia come specchio della Trinità e della libertà
Dall’alveo del gregoriano fiorì poi la polifonia, una forma che poteva nascere solo nella visione cristiana. Mentre la gnosi cerca un’unità indistinta dove le persone si annullano, la polifonia esplicita la struttura stessa dell’Essere attraverso quello che il beato Antonio Rosmini definiva “sintesismo” e che si contrappone alla deriva della suggestione gnostica della dialettica hegeliana.
Secondo il Rosmini, l’Essere si manifesta in tre forme inseparabili: quella Ideale (il pensiero/logos), quella Reale (la materia/voce) e quella Morale (l’amore che le unisce). La polifonia è la perfetta esplicitazione di questa sintesi: lo spartito (Idea) prende corpo nel respiro dei cantori (Realtà) fondendosi in un’armonia che è atto di comunione (Morale). In questo “sintesismo musicale”, molte voci diverse cantano melodie differenti, ma si intrecciano in un unico logos armonico senza mai annullarsi. È l’icona sonora della Trinità: un’unità che non schiaccia la diversità, ma la esalta. Solo il cristianesimo, riconoscendo che l’essere è intrinsecamente relazionale, poteva generare una musica dove l’individuo trova la sua pienezza proprio nell’accordo con l’altro.
I Sacramenti: il canto della Nuova Creazione
Al cuore di tutto sta la Liturgia: analogamente al canto dei sette giorni della creazione descritti in Genesi 1, i sette Sacramenti costituiscono il canto della Nuova Creazione. Attraverso il segno sacramentale, il Verbo fatto uomo assume in Sé l’intera creazione, la abita con il Suo Spirito e la riscatta dal disordine del peccato d’origine. In questo modo, la materia stessa viene resa nuovamente “capax Dei”: unita al Verbo-Logos Creatore, la natura può finalmente tornare a lodare Dio con voce piena. Noi crediamo, come dice San Paolo, che «la creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,19-21).
La deriva gnostica: dal vuoto di John Cage al New Age
Oggi però viviamo il rischio di allontanarci nuovamente da questa Sorgente attraverso derive gnostiche che negano il Logos. L’esempio più radicale è l’episodio di John Cage e la sua composizione 4’33”: un pianista si siede davanti al rigo musicale vergato con infinite pause e resta in silenzio assoluto per tutta la durata del brano. Qui il silenzio non è attesa del Verbo, ma negazione del messaggio: è il vuoto gnostico che dissolve la materia sonora nel nulla indistinto.
A questa negazione si affianca l’insidia del New Age, che presenta melodie rasserenanti e seducenti create per facilitare un’introspezione volta a cogliere la dimensione divina del “Sé”. Tuttavia, questo “Sé” non è inteso come un soggetto razionale creato a immagine di Dio, ma come una scintilla che deve dissolversi nel “Tutto” indistinto. La musica New Age è la negazione della relazione: è un solipsismo sonoro che rifiuta il logos dell’armonia oggettiva e del dialogo.
L’analfabetismo musicale nella Scuola italiana: l’uomo ridotto a ingranaggio
Questa crisi culturale affonda le sue radici in una deriva educativa più ampia. La scuola italiana, ad esempio, tende a ritenere superflua l’educazione musicale nelle scuole superiori, giustificando tale esclusione con il fatto che questa disciplina non sia utile al fine di inserire i giovani nel processo produttivo. Ma se la scuola ha il compito di educare tutto l’uomo, non può trascurare il canto e la musica, perché si tratta di un linguaggio comune a tutti i popoli e di tutti i tempi.
Purtroppo dobbiamo ammettere che i gusti musicali dei giovani vengono sistematicamente formattati sulle canzonette commerciali, privandoli della capacità di giudizio critico e della sensibilità estetica. Si vuole deliberatamente produrre un uomo-ingranaggio, non un uomo libero.
La musica è la disciplina che più di ogni altra permette all’interiorità umana di esprimersi: non è un caso che quando siamo innamorati, i sentimenti più profondi si esprimano proprio attraverso il canto. Musica e canto sono apportatori di senso e costituiscono una fonte potente di energia di fronte alle difficoltà della vita, per elaborare sofferenze e lutti. A riguardo il pensiero corre spontaneo allo Stabat Mater di Pergolesi: si tratta di un’opera sublime che Pergolesi, a soli 26 anni, dedica alla Vergine sul letto di morte come raccomandazione per il suo imminente trapasso. Privare i giovani di questo linguaggio significa consegnarli a un’esistenza muta e funzionale.
La sostanzialità del canto: oltre l’orpello estetico
Bisogna quindi avere il coraggio di una provocazione necessaria: il canto liturgico non è un orpello. Non è una decorazione aggiunta per rendere la celebrazione più gradevole. Il canto è una dimensione sostanziale della liturgia. Una liturgia che rinuncia al suo canto proprio sta subendo una mutilazione ontologica. Poiché Dio crea cantando e il Figlio è il Canto eterno del Padre, l’unico modo per la Chiesa di essere pienamente se stessa è farsi canto.
Ma il pericolo entra oggi prepotentemente nelle nostre chiese attraverso la banalizzazione, sotto forma di “canzonette“, composte anch’esse sullo stile della musica commerciale, accompagnate da chitarre, tastiere e batterie. Formattati su stili di consumo voluti dal mercato, i nostri giovani esprimono la fede con ritmi sincopati che sono in totale antitesi al vero spirito contemplativo. Questo approccio li chiude in un sentimentalismo immanente che non nutre e non trasfigura, ma che appiattisce l’animo impedendone la trascendenza.
Conclusione: La crisi della liturgia e la cecità dell’Autorità
Bisogna infine denunciare con severità una realtà amara: l’attuale autorità ecclesiastica appare drammaticamente impreparata culturalmente ad affrontare queste sfide. Essa considera ormai il canto liturgico e la forma della liturgia come elementi secondari, se non addirittura superflui. C’è un’incapacità di fondo nel comprendere che l’azione di Dio nella Nuova Creazione passa necessariamente attraverso il Sacramento, e che il Sacramento stesso è fruttuoso per il popolo di Dio solo se è celebrato con la dignità e il decoro che gli sono propri.
Dovremmo meditare profondamente sulle parole profetiche di Benedetto XVI, il quale affermava che «la crisi della Chiesa è data dalla crisi della liturgia». Se chi deve guidare non capisce che la musica sacra è la voce stessa della Chiesa sposa, allora si condanna l’uomo contemporaneo all’inedia spirituale, privandolo dell’unico ponte capace di portarlo dallo splendore del volto di Dio. Una liturgia ridotta a intrattenimento o a banale assemblea umana smette di essere l’incontro con il Risorto.
È tempo di tornare a cantare il Logos, perché il Canto Gregoriano è il canto liturgico per eccellenza: quel canto che già risuona eternamente nella Corte celeste e che oggi, grazie all’Incarnazione del Verbo, può risuonare anche sulla terra, richiamandoci all’unica armonia capace di salvarci dall’abisso del caos.
di Fabio Vessillifero
Dedico questa meditazione al maestro Fulvio Rampi, gregorianista di fama mondiale, che ha concluso la propria esistenza terrena lo scorso 26 aprile 2026.
Con il concerto “Pascha nostrum”, svoltosi domenica 19 aprile presso la chiesa di S. Abbondio a Cremona (qui), egli ha offerto un’intensa meditazione sul Mistero Pasquale che ha sugellato il suo cammino di fede e di sudioso. La testimonianza più grande che ci lascia in eredità è la consapevolezza che il Canto Gregoriano non è un muto reperto del passato, ma l’esegesi sonora della Parola di Dio che annuncia, instancabile, la Risurrezione.
La Creazione come poesia e canto in Genesi 1 e nel Credo
Il racconto della creazione nel primo capitolo della Genesi non deve essere letto come un fredda cronaca dei fatti, ma come un vero e proprio canto cosmico. La sua struttura ritmica emerge con chiarezza anche nelle traduzioni moderne attraverso la ripetizione cadenzata di veri e propri “ritornelli”: “E fu sera e fu mattina”, oppure “E Dio vide che era cosa buona”. Questo procedere per moduli ricorrenti è la prova che l’origine del mondo è musicale.
Noi cristiani confermiamo questa visione ogni volta che professiamo il Credo Niceno-Costantinopolitano. Quando diciamo “Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra”, utilizziamo un termine che nel testo greco originale deriva dal verbo poiein. È fondamentale comprendere che poiein non indica un “fare” meccanico, ma il creare con bellezza e armonia: è la radice stessa della parola “poesia”. Dio, dunque, è il Sommo Poeta, e il Suo atto creativo è un fare poetico che ordina il caos in un’armonia udibile. Questo ci dice che il Logos — termine che significa parola, ma anche ragione e proporzione — è il fondamento di tutto ciò che esiste.
La creazione come riflesso della Bellezza divina
Dio ha creato il mondo attraverso il Figlio-Logos, per eccedenza d’essere, in un atto di pura effusione di bellezza. «Il mondo è stato creato da Dio secondo la sua sapienza. Non è il prodotto di una qualsivoglia necessità, di un destino cieco o del caso. Noi crediamo che il mondo trae origine dalla libera volontà di Dio, il quale ha voluto far partecipare le creature al suo essere, alla sua saggezza e alla sua bontà» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 295). Per questo esiste una musica intrinseca nell’essere e nella vita: ogni creatura, dalle immense galassie alla più piccola particella, è una “nota” di questo immenso concerto divino. La bellezza della natura non è un decoro superfluo, ma è la fisionomia stessa di Dio impressa nella materia, lo “splendore della Verità” (splendor veritatis) che si rende percepibile ai nostri sensi. In questa visione, la dolcezza di un tramonto o la maestà delle montagne sono riverberi della “poesia” originale del Creatore. La creazione è dunque un’opera teofanica, un luogo dove Dio si manifesta attraverso l’armonia della forma, invitando l’uomo a risalire dalla bellezza del mondo alla Fonte di ogni splendore (Cfr. Sapienza 13,1-9 e Romani 1,20) .
L’armonia del DNA: l’esperimento di Susumu Ohno e Giuseppe Sermonti
Questa verità è scritta profondamente nella nostra carne, e la scienza più avanzata ha iniziato a decifrarla in modo sorprendente. È stato Giuseppe Sermonti, uno dei grandi padri della genetica moderna e difensore di una visione simbolica della scienza, a dare risalto internazionale al lavoro di Susumu Ohno (qui). Ohno scoprì che il DNA è governato dal principio della “Ricorrenza Ripetitiva”, lo stesso che governa la composizione musicale. Assegnando note specifiche ai nucleotidi (attraverso le loro basi azotate A, G, T, C) in base al loro peso molecolare, Ohno ottenne melodie tonali garbate, incredibilmente simili a Bach o Chopin.
Addirittura, un frammento del gene della Polimerasi II del topolino riproduce quasi letteralmente un tema del Notturno op. 55 n. 1 di Chopin. Sermonti sottolineò che se il caso cieco avesse costruito la vita, il DNA sarebbe rumore; invece, esso rivela una logica musicale primordiale. La biologia non è solo chimica, ma l’esecuzione di uno spartito che la natura serba da milioni di anni nel suo cifrario segreto.
Vincenzo Galilei e la nascita della scienza moderna dal cuore della musica
Questa eredità musicale ha giocato un ruolo decisivo anche nella nascita della scienza sperimentale moderna. Galileo Galilei crebbe in una casa permeata di suoni: suo padre, Vincenzo Galilei, era un celebre musicista e teorico del Rinascimento che conduceva esperimenti rigorosi sulla tensione delle corde vibranti per trovarne le leggi fisiche. Galileo apprese dal padre che la bellezza della musica poggia su leggi misurabili e oggettive. Questa “educazione dell’orecchio” gli permise di intuire che il “Libro della Natura” è scritto in caratteri matematici. La scienza galileiana è il tentativo dell’uomo di mettersi in ascolto della musica del mondo per trascriverne le leggi, presupponendo che dietro la regolarità dei fenomeni ci sia una Mente che ordina con Sapienza e poesia.
I monaci, il Concilio e l’esaltazione dell’organo a canne
La musica ha compiuto un salto decisivo grazie alla fede cristiana e alla vita dei monasteri. Se per secoli i monaci benedettini avevano custodito e celebrato il repertorio sacro affidandolo esclusivamente alla memoria viva e alla tradizione orale, con la scrittura neumatica e poi con l’invenzione del tetragramma, il canto ha finalmente trovato una sua stabilità materiale. Attraverso la scrittura musicale, i monaci hanno voluto ‘dare corpo’ al Verbo, fissando l’ineffabile sulla carta affinché la lode fosse ordinata e perenne. Il gregoriano si è così confermato nei secoli come espressione di quella «sobria ebbrezza dello spirito», cioè come forma purissima in cui la melodia non funge da semplice decoro, ma si fa esegesi sonora e vivente della Parola.
È bene ricordare che il Concilio Vaticano II, nella costituzione Sacrosanctum Concilium, ha raccomandato esplicitamente che al canto gregoriano sia riservato il «posto principale» e ha lodato la polifonia come forma nobilissima d’arte. Parallelamente, il Concilio ha esaltato l’organo a canne come strumento liturgico per eccellenza, la cui voce è capace di aggiungere un mirabile splendore alle celebrazioni liturgiche della Chiesa e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle realtà celesti (SC nn. 116 e 120).
La polifonia come specchio della Trinità e della libertà
Dall’alveo del gregoriano fiorì poi la polifonia, una forma che poteva nascere solo nella visione cristiana. Mentre la gnosi cerca un’unità indistinta dove le persone si annullano, la polifonia esplicita la struttura stessa dell’Essere attraverso quello che il beato Antonio Rosmini definiva “sintesismo” e che si contrappone alla deriva della suggestione gnostica della dialettica hegeliana.
Secondo il Rosmini, l’Essere si manifesta in tre forme inseparabili: quella Ideale (il pensiero/logos), quella Reale (la materia/voce) e quella Morale (l’amore che le unisce). La polifonia è la perfetta esplicitazione di questa sintesi: lo spartito (Idea) prende corpo nel respiro dei cantori (Realtà) fondendosi in un’armonia che è atto di comunione (Morale). In questo “sintesismo musicale”, molte voci diverse cantano melodie differenti, ma si intrecciano in un unico logos armonico senza mai annullarsi. È l’icona sonora della Trinità: un’unità che non schiaccia la diversità, ma la esalta. Solo il cristianesimo, riconoscendo che l’essere è intrinsecamente relazionale, poteva generare una musica dove l’individuo trova la sua pienezza proprio nell’accordo con l’altro.
I Sacramenti: il canto della Nuova Creazione
Al cuore di tutto sta la Liturgia: analogamente al canto dei sette giorni della creazione descritti in Genesi 1, i sette Sacramenti costituiscono il canto della Nuova Creazione. Attraverso il segno sacramentale, il Verbo fatto uomo assume in Sé l’intera creazione, la abita con il Suo Spirito e la riscatta dal disordine del peccato d’origine. In questo modo, la materia stessa viene resa nuovamente “capax Dei”: unita al Verbo-Logos Creatore, la natura può finalmente tornare a lodare Dio con voce piena. Noi crediamo, come dice San Paolo, che «la creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,19-21).
La deriva gnostica: dal vuoto di John Cage al New Age
Oggi però viviamo il rischio di allontanarci nuovamente da questa Sorgente attraverso derive gnostiche che negano il Logos. L’esempio più radicale è l’episodio di John Cage e la sua composizione 4’33”: un pianista si siede davanti al rigo musicale vergato con infinite pause e resta in silenzio assoluto per tutta la durata del brano. Qui il silenzio non è attesa del Verbo, ma negazione del messaggio: è il vuoto gnostico che dissolve la materia sonora nel nulla indistinto.
A questa negazione si affianca l’insidia del New Age, che presenta melodie rasserenanti e seducenti create per facilitare un’introspezione volta a cogliere la dimensione divina del “Sé”. Tuttavia, questo “Sé” non è inteso come un soggetto razionale creato a immagine di Dio, ma come una scintilla che deve dissolversi nel “Tutto” indistinto. La musica New Age è la negazione della relazione: è un solipsismo sonoro che rifiuta il logos dell’armonia oggettiva e del dialogo.
L’analfabetismo musicale nella Scuola italiana: l’uomo ridotto a ingranaggio
Questa crisi culturale affonda le sue radici in una deriva educativa più ampia. La scuola italiana, ad esempio, tende a ritenere superflua l’educazione musicale nelle scuole superiori, giustificando tale esclusione con il fatto che questa disciplina non sia utile al fine di inserire i giovani nel processo produttivo. Ma se la scuola ha il compito di educare tutto l’uomo, non può trascurare il canto e la musica, perché si tratta di un linguaggio comune a tutti i popoli e di tutti i tempi.
Purtroppo dobbiamo ammettere che i gusti musicali dei giovani vengono sistematicamente formattati sulle canzonette commerciali, privandoli della capacità di giudizio critico e della sensibilità estetica. Si vuole deliberatamente produrre un uomo-ingranaggio, non un uomo libero.
La musica è la disciplina che più di ogni altra permette all’interiorità umana di esprimersi: non è un caso che quando siamo innamorati, i sentimenti più profondi si esprimano proprio attraverso il canto. Musica e canto sono apportatori di senso e costituiscono una fonte potente di energia di fronte alle difficoltà della vita, per elaborare sofferenze e lutti. A riguardo il pensiero corre spontaneo allo Stabat Mater di Pergolesi: si tratta di un’opera sublime che Pergolesi, a soli 26 anni, dedica alla Vergine sul letto di morte come raccomandazione per il suo imminente trapasso. Privare i giovani di questo linguaggio significa consegnarli a un’esistenza muta e funzionale.
La sostanzialità del canto: oltre l’orpello estetico
Bisogna quindi avere il coraggio di una provocazione necessaria: il canto liturgico non è un orpello. Non è una decorazione aggiunta per rendere la celebrazione più gradevole. Il canto è una dimensione sostanziale della liturgia. Una liturgia che rinuncia al suo canto proprio sta subendo una mutilazione ontologica. Poiché Dio crea cantando e il Figlio è il Canto eterno del Padre, l’unico modo per la Chiesa di essere pienamente se stessa è farsi canto.
Ma il pericolo entra oggi prepotentemente nelle nostre chiese attraverso la banalizzazione, sotto forma di “canzonette“, composte anch’esse sullo stile della musica commerciale, accompagnate da chitarre, tastiere e batterie. Formattati su stili di consumo voluti dal mercato, i nostri giovani esprimono la fede con ritmi sincopati che sono in totale antitesi al vero spirito contemplativo. Questo approccio li chiude in un sentimentalismo immanente che non nutre e non trasfigura, ma che appiattisce l’animo impedendone la trascendenza.
Conclusione: La crisi della liturgia e la cecità dell’Autorità
Bisogna infine denunciare con severità una realtà amara: l’attuale autorità ecclesiastica appare drammaticamente impreparata culturalmente ad affrontare queste sfide. Essa considera ormai il canto liturgico e la forma della liturgia come elementi secondari, se non addirittura superflui. C’è un’incapacità di fondo nel comprendere che l’azione di Dio nella Nuova Creazione passa necessariamente attraverso il Sacramento, e che il Sacramento stesso è fruttuoso per il popolo di Dio solo se è celebrato con la dignità e il decoro che gli sono propri.
Dovremmo meditare profondamente sulle parole profetiche di Benedetto XVI, il quale affermava che «la crisi della Chiesa è data dalla crisi della liturgia». Se chi deve guidare non capisce che la musica sacra è la voce stessa della Chiesa sposa, allora si condanna l’uomo contemporaneo all’inedia spirituale, privandolo dell’unico ponte capace di portarlo dallo splendore del volto di Dio. Una liturgia ridotta a intrattenimento o a banale assemblea umana smette di essere l’incontro con il Risorto.
È tempo di tornare a cantare il Logos, perché il Canto Gregoriano è il canto liturgico per eccellenza: quel canto che già risuona eternamente nella Corte celeste e che oggi, grazie all’Incarnazione del Verbo, può risuonare anche sulla terra, richiamandoci all’unica armonia capace di salvarci dall’abisso del caos.

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