Vi proponiamo – in nostra traduzione – la lettera 1353 pubblicata da Paix Liturgique il 7 aprile, in cui si commenta il messaggio che Papa Leone XIV, attraverso il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha inviato in occasione dell’assemblea plenaria di primavera della Conférence des Évêques de France (Lourdes, 23-27 marzo) (QUI; QUI su MiL).
Dopo tali belle (seppur ambigue) parole, ora «sono soprattutto gli atti che ci si aspetta», con l’obiettivo di «far uscire i Sacramenti tradizionali dalla precarietà in cui si trovano», affinché i fedeli possano «accedere serenamente ai beni di prima necessità che offre loro questa vita liturgica tradizionale».
Lorenzo V.
In occasione dell’assemblea plenaria primaverile della Conférence des Évêques de France, tenutasi recentemente a Lourdes, il suo presidente, il card. Jean-Marc Noël Aveline, Arcivescovo metropolita di Marsiglia, aveva chiesto a Sua Santità Papa Leone XIV un messaggio. È stato il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, a svolgere questo compito inviando una lettera a nome del Santo Padre a tutti i Vescovi di Francia [QUI; QUI su MiL: N.d.T.].
Un anno fa, nella nostra Lettre 1168 [QUI; QUI su MiL: N.d.T.], ci siamo soffermati sulle convinzioni del card. Pietro Parolin. Falso moderato e vero progressista, il card. Parolin ha svolto un ruolo chiave nell’elaborazione della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes sull’uso dei libri liturgici anteriori al Concilio Vaticano II. I corridoi del Vaticano gli attribuiscono questa affermazione: «Dobbiamo porre fine a questa Messa per sempre!», mentre il Cardinale Segretario di Stato evocava il destino della Messa di San Pio V, giocando sulla sua denominazione di «Messa di sempre» nei circoli tradizionali.
Se, da allora, il card. Pietro Parolin ricopre ancora oggi la stessa carica, è stato tuttavia eletto un nuovo Papa e, per quanto riguarda la forma, Papa Leone XIV non è papa Francesco. E per quanto riguarda il contenuto? Possiamo almeno affermare che sotto il pontificato precedente il card. Parolin non avrebbe mai scritto le seguenti parole, quelle che costituiscono il quarto paragrafo della sua lettera – redatta da lui ma quindi scritta a nome del Papa – e che affronta
il delicato tema della liturgia, al quale il Santo Padre è particolarmente attento, nel contesto della crescita delle comunità legate al Vetus Ordo.
Soffermiamoci quindi su queste righe.
È preoccupante che continui ad aprirsi nella Chiesa una dolorosa ferita riguardante la celebrazione della Messa, il sacramento stesso dell’unità.
In una frase, il cardinale si trova costretto ad ammettere il fallimento della pedagogia della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes. La strategia liturgica per la quale ha operato e che ambiva a chiarire per pacificare non ha fatto altro che polarizzare ulteriormente «il delicato tema della liturgia». Una conseguenza è stata senza dubbio troppo sottovalutata fino ad ora: ha reso impopolare papa Francesco, il quale, come ormai si sa, non ha gradito il procedimento che gli era stato suggerito. La lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes si è inserita in totale contraddizione con ciò che il suo pontificato pretendeva di essere: un’indagine nascosta contro la trasparenza, misure vessatorie contro l’inclusione, una decisione arbitraria contro la sinodalità.
Dopo tali belle (seppur ambigue) parole, ora «sono soprattutto gli atti che ci si aspetta», con l’obiettivo di «far uscire i Sacramenti tradizionali dalla precarietà in cui si trovano», affinché i fedeli possano «accedere serenamente ai beni di prima necessità che offre loro questa vita liturgica tradizionale».
Lorenzo V.
In occasione dell’assemblea plenaria primaverile della Conférence des Évêques de France, tenutasi recentemente a Lourdes, il suo presidente, il card. Jean-Marc Noël Aveline, Arcivescovo metropolita di Marsiglia, aveva chiesto a Sua Santità Papa Leone XIV un messaggio. È stato il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, a svolgere questo compito inviando una lettera a nome del Santo Padre a tutti i Vescovi di Francia [QUI; QUI su MiL: N.d.T.].
Un anno fa, nella nostra Lettre 1168 [QUI; QUI su MiL: N.d.T.], ci siamo soffermati sulle convinzioni del card. Pietro Parolin. Falso moderato e vero progressista, il card. Parolin ha svolto un ruolo chiave nell’elaborazione della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes sull’uso dei libri liturgici anteriori al Concilio Vaticano II. I corridoi del Vaticano gli attribuiscono questa affermazione: «Dobbiamo porre fine a questa Messa per sempre!», mentre il Cardinale Segretario di Stato evocava il destino della Messa di San Pio V, giocando sulla sua denominazione di «Messa di sempre» nei circoli tradizionali.
Se, da allora, il card. Pietro Parolin ricopre ancora oggi la stessa carica, è stato tuttavia eletto un nuovo Papa e, per quanto riguarda la forma, Papa Leone XIV non è papa Francesco. E per quanto riguarda il contenuto? Possiamo almeno affermare che sotto il pontificato precedente il card. Parolin non avrebbe mai scritto le seguenti parole, quelle che costituiscono il quarto paragrafo della sua lettera – redatta da lui ma quindi scritta a nome del Papa – e che affronta
il delicato tema della liturgia, al quale il Santo Padre è particolarmente attento, nel contesto della crescita delle comunità legate al Vetus Ordo.
Soffermiamoci quindi su queste righe.
È preoccupante che continui ad aprirsi nella Chiesa una dolorosa ferita riguardante la celebrazione della Messa, il sacramento stesso dell’unità.
In una frase, il cardinale si trova costretto ad ammettere il fallimento della pedagogia della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes. La strategia liturgica per la quale ha operato e che ambiva a chiarire per pacificare non ha fatto altro che polarizzare ulteriormente «il delicato tema della liturgia». Una conseguenza è stata senza dubbio troppo sottovalutata fino ad ora: ha reso impopolare papa Francesco, il quale, come ormai si sa, non ha gradito il procedimento che gli era stato suggerito. La lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes si è inserita in totale contraddizione con ciò che il suo pontificato pretendeva di essere: un’indagine nascosta contro la trasparenza, misure vessatorie contro l’inclusione, una decisione arbitraria contro la sinodalità.
Per sanarla, è certamente necessario un nuovo sguardo di ciascuno verso l’altro, in una maggiore comprensione della sua sensibilità; uno sguardo che possa permettere a fratelli ricchi della loro diversità di accogliersi reciprocamente, nella carità e nell’unità della fede.Un nuovo sguardo? Accogliersi reciprocamente? Il card. Pietro Parolin non è certo nuovo alle battute! Sa meglio di chiunque altro, essendo stato il principale artefice negli ultimi cinque anni, del muro che si è eretto a Roma contro il clero e i fedeli legati alla liturgia tradizionale. Tutti i tentativi di dialogo e le mani tese dal mondo tradizionale sono infatti rimasti lettera morta. Si sa, infatti, che i tentativi di contatto da parte di don Davide Pagliarani, Superiore della Fraternità sacerdotale di San Pio X, hanno ricevuto un rifiuto categorico. Questo silenzio romano non ha potuto che contribuire all’imbarazzante scenario che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Si sa inoltre che, subito dopo la pubblicazione della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes, il cui effetto devastante è stato innegabile nel clero tradizionale, i superiori delle comunità ex-Ecclesia Dei hanno inviato una lettera alle autorità romane chiedendo un dialogo franco e benevolo. Anche in questo caso, la risposta è stata il silenzio. Si noti inoltre che le madri dei sacerdoti, che nel 2022 hanno compiuto una lunga marcia a piedi da Parigi a Roma sotto il nome dell’associazione La Voie Romaine, aspiravano ad essere ascoltate dal Papa o da uno dei suoi rappresentanti, con l’obiettivo di consegnargli le migliaia di lettere redatte dai fedeli che imploravano la pace liturgica [QUI: N.d.T.]. Al termine del loro pellegrinaggio, una volta giunte nella Città Eterna, queste coraggiose madri di sacerdoti hanno ricevuto un’accoglienza a dir poco minimalista, per non dire gelida. Infine, lo scioglimento della Pontificia Commissione Ecclesia Dei a seguito della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes ha precisamente annientato ogni possibilità per i fedeli tradizionali di esprimere la loro diversità e le gravi difficoltà che potevano incontrare, dovendo affrontare l’ostinata incomprensione di alcuni Vescovi. Il loro sincero attaccamento alla forma liturgica tradizionale è stato accolto con indifferenza, se non addirittura con disprezzo.
«È certamente necessario […] una maggiore comprensione della sua sensibilità», ci dice il card. Parolin. Dio abbia pietà di questo linguaggio di bosso [espressione gergale francese che indica il linguaggio burocratico ecclesialese: N.d.T.] quando chi redige queste parole ha la responsabilità del destino di migliaia di sacerdoti che celebrano la Santa Messa tradizionale, diocesani o di comunità tradizionali, sottoposti all’arbitrio o alla relegazione clericale in seguito alla pubblicazione della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes.
Ci rallegreremo naturalmente di questa nuova situazione, di questo progetto di cambiamento di paradigma e di questo invito a «includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo». Ci si permetterà tuttavia di essere particolarmente vigili, per non dire diffidenti! L’«ampia e generosa» accoglienza dei fedeli tradizionali a cui la lettera apostolica in forma di motu proprio Ecclesia Dei di San Giovanni Paolo II con cui viene istituita una Commissione incaricata di favorire la piena comunione ecclesiale della Fraternità sacerdotale di San Pio X, dei suoi membri o di coloro che vi sono associati invitava i Vescovi di tutto il mondo nel 1988 si è rivelata ristretta e sospettosa. La famosa frase di Papa Benedetto XVI nella sua lettera che accompagnava la lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum sull’uso straordinario della fora antica del Rito Romano del 2007, che ricordava che
è stata smantellata pezzo per pezzo dalla lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes. Poco tempo fa, in occasione dell’ultimo Concistoro dello scorso gennaio, il card. Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, si è impegnato a celebrare le restrizioni liturgiche che ha messo in atto con il card. Pietro Parolin, sostenendo, in modo spudorato, che la liturgia tradizionale aveva beneficiato solo di un regime di concessione e che andava benissimo così [QUI in esclusiva su MiL: N.d.T.]!
Si comprendono così meglio le ragioni della grande vigilanza della corrente tradizionale quando le si sussurrano belle parole e le si fanno gli occhi dolci. Se questo atteggiamento ha il suo fascino, soprattutto in un momento in cui i colpi di bastone sono più all’ordine del giorno, sono soprattutto gli atti che ci si aspetta. La fiducia non si decreta, si merita e senza fiducia non esiste autorità riconosciuta. Non è di amore che hanno bisogno i fedeli tradizionali, ma di prove d’amore.
Questa prova principale consisterà in una linea chiara e precisa: far uscire i Sacramenti tradizionali dalla precarietà in cui si trovano. Una precarietà a due livelli. Precaria dal punto di vista della stabilità: ribadire la piena legittimità dell’uso del Missale Romanum e del Rituale Romanum tradizionali al fine di spegnere risolutamente ogni minaccia di messa in discussione. Ma la precarietà si dice anche della situazione di un gruppo di persone che mancano di risorse per accedere ai beni di prima necessità. Ora, questa precarietà imposta a numerosi fedeli è di per sé scandalosa: «le persone sinceramente legate al Vetus Ordo» devono infatti poter accedere serenamente ai beni di prima necessità che offre loro questa vita liturgica tradizionale.
Far uscire dalla precarietà i poveri della Chiesa: questo è l’auspicio che formuleranno i fedeli che marceranno attraverso la Beauce [regione naturale di Chartres: N.d.T.] in occasione della prossima Pentecoste. A questo proposito, le iscrizioni sono aperte [QUI: N.d.T.]!
Possa lo Spirito Santo suggerirvi soluzioni concrete che consentano di includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo, nel rispetto degli orientamenti voluti dal Concilio Vaticano II in materia di liturgia.Dopo aver seminato zizzania, il card. Pietro Parolin si affretta, con il pretesto della volontà pacificatrice di Papa Leone XIV, a scaricare la patata bollente sui Vescovi di Francia dopo aver egli stesso maliziosamente soffiato sulle braci e contribuito al caos della situazione attuale…
Ci rallegreremo naturalmente di questa nuova situazione, di questo progetto di cambiamento di paradigma e di questo invito a «includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo». Ci si permetterà tuttavia di essere particolarmente vigili, per non dire diffidenti! L’«ampia e generosa» accoglienza dei fedeli tradizionali a cui la lettera apostolica in forma di motu proprio Ecclesia Dei di San Giovanni Paolo II con cui viene istituita una Commissione incaricata di favorire la piena comunione ecclesiale della Fraternità sacerdotale di San Pio X, dei suoi membri o di coloro che vi sono associati invitava i Vescovi di tutto il mondo nel 1988 si è rivelata ristretta e sospettosa. La famosa frase di Papa Benedetto XVI nella sua lettera che accompagnava la lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum sull’uso straordinario della fora antica del Rito Romano del 2007, che ricordava che
Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso.
Si comprendono così meglio le ragioni della grande vigilanza della corrente tradizionale quando le si sussurrano belle parole e le si fanno gli occhi dolci. Se questo atteggiamento ha il suo fascino, soprattutto in un momento in cui i colpi di bastone sono più all’ordine del giorno, sono soprattutto gli atti che ci si aspetta. La fiducia non si decreta, si merita e senza fiducia non esiste autorità riconosciuta. Non è di amore che hanno bisogno i fedeli tradizionali, ma di prove d’amore.
Questa prova principale consisterà in una linea chiara e precisa: far uscire i Sacramenti tradizionali dalla precarietà in cui si trovano. Una precarietà a due livelli. Precaria dal punto di vista della stabilità: ribadire la piena legittimità dell’uso del Missale Romanum e del Rituale Romanum tradizionali al fine di spegnere risolutamente ogni minaccia di messa in discussione. Ma la precarietà si dice anche della situazione di un gruppo di persone che mancano di risorse per accedere ai beni di prima necessità. Ora, questa precarietà imposta a numerosi fedeli è di per sé scandalosa: «le persone sinceramente legate al Vetus Ordo» devono infatti poter accedere serenamente ai beni di prima necessità che offre loro questa vita liturgica tradizionale.
Far uscire dalla precarietà i poveri della Chiesa: questo è l’auspicio che formuleranno i fedeli che marceranno attraverso la Beauce [regione naturale di Chartres: N.d.T.] in occasione della prossima Pentecoste. A questo proposito, le iscrizioni sono aperte [QUI: N.d.T.]!

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