Articolo scritto da Phil Lawler, pubblicato su Catholic Culture, nella traduzione curata da Sabino Paciolla (29 maggio 2026).
No, la dottrina della guerra giusta non è «superata». Riflessione sull’enciclica Magnifica Humanitas
Phil Lawler
Sebbene in linea di massima avessi apprezzato la prima enciclica di Papa Leone, sono rimasto sconcertato nel leggere, al paragrafo 192:
Oggi più che mai, fatto salvo il diritto all’autodifesa nel senso più stretto del termine, è importante ribadire che la teoria della «guerra giusta», che troppo spesso è stata utilizzata per giustificare qualsiasi tipo di guerra, è ormai superata.
Papa Leone non è il primo Pontefice ad affermare che la teoria della guerra giusta è superata. Papa Francesco ha detto la stessa cosa. Persino Papa Pio XII, che non può essere classificato come pacifista, disse nel suo messaggio di Natale del 1948: «La teoria della guerra come mezzo idoneo e proporzionato per risolvere i conflitti internazionali è ormai superata».
Ma Pio XII, parlando all’indomani della Seconda guerra mondiale, non abbandonò la teoria della guerra giusta, nemmeno con l’avvento della bomba atomica che minacciava nuovi livelli di distruzione di massa. Nessuno, a parte il dottor Stranamore, penserebbe che la guerra nucleare sia «un mezzo adeguato e proporzionato» per risolvere i conflitti. Una guerra giusta è sempre l’ultima risorsa, quando i metodi preferibili hanno fallito.
Papa Leone esprime il suo giudizio «senza pregiudicare il diritto all’autodifesa». Ma nella tradizione della guerra giusta, una guerra può essere considerata giusta solo se combattuta per autodifesa o in difesa di altri.
Se una nazione può essere moralmente giustificata nel difendersi, come possiamo distinguere tra quali tipi di azioni militari sono giustificate e quali no? Questo è proprio lo scopo della teoria della guerra giusta: fare tali distinzioni. E infatti Papa Leone usa i principi del ragionamento della guerra giusta quando discute dei pericoli delle armi autonome.
Più avanti nell’enciclica, il Papa parla di nuovo in modo impreciso quando dice: «Quando una cultura normalizza e giustifica il conflitto, si apre una strada pericolosa…» Il conflitto è una realtà delle interazioni umane, una conseguenza del peccato originale, che nessun sistema morale è in grado di eliminare. Le nazioni, come gli individui, hanno desideri e bisogni diversi; a volte entreranno in conflitto. La questione chiave, negli affari internazionali, è come tali conflitti saranno risolti, e naturalmente i negoziati pacifici sono il metodo preferito.
Clausewitz ha notoriamente definito la guerra come «la continuazione della diplomazia con altri mezzi». Papa Leone ha certamente ragione a preferire mezzi di risoluzione dei conflitti diplomatici che non ricorrano alla guerra. Ma, ancora una volta, se tutti gli altri mezzi falliscono e se le conseguenze di una pace ingiusta sono ancora più gravi degli orrori della guerra, la Chiesa ha tradizionalmente insegnato che l’azione militare può essere giustificata – e in alcuni casi può essere necessaria. Sicuramente il Santo Padre, da fedele figlio di sant’Agostino, deve comprendere l’argomentazione di quel grande santo secondo cui l’unico scopo di una guerra giusta è garantire una pace giusta.
Ora, se Papa Leone avesse suggerito che la teoria della guerra giusta deve essere aggiornata, potrei essere pienamente d’accordo. In Magnifica Humanitas egli delinea alcune delle ragioni per cui la tradizione della guerra giusta deve essere adeguata alle realtà del XXI secolo.
Nel discutere il pericolo delle armi autonome – sistemi militari guidati dall’intelligenza artificiale, senza supervisione umana immediata – il Pontefice invoca i principi del ragionamento sulla guerra giusta quando afferma che «il giudizio morale non può essere ridotto a un calcolo, poiché coinvolge la coscienza, la responsabilità personale e il riconoscimento dell’altro come persona». Prosegue, nel paragrafo successivo (n. 199), fornendo un esempio più esteso di analisi della guerra giusta:
Non basta invocare un tipo generico di etica. Occorre stabilire criteri concreti di discernimento. Il primo di questi criteri riguarda la responsabilità personale. Quando la decisione di colpire diventa automatizzata o opaca, aumenta il rischio di abdicare alla responsabilità. Per questo motivo, la catena di responsabilità deve essere identificabile e verificabile; coloro che progettano, addestrano, autorizzano e impiegano la tecnologia devono essere ritenuti responsabili delle loro decisioni. Il secondo criterio riguarda il quadro temporale morale per formulare i giudizi. Sebbene l’IA tenda ad accelerare i processi decisionali, la velocità e l’efficienza non dovrebbero mai essere la forza motivante suprema per le decisioni irreversibili prese nel contesto della guerra. Il terzo criterio è l’identificazione e la protezione dei civili. Qualsiasi tecnologia che faciliti gli attacchi senza vedere il volto degli esseri umani abbassa la soglia morale del conflitto. La selezione degli obiettivi e l’uso della forza non devono confondere combattenti e non combattenti, né ignorare l’impatto sulle popolazioni indifese.
All’inizio dell’enciclica il Papa ha menzionato altre forme di aggressione non militari che potrebbero essere utilizzate, alla maniera di Clausewitz, per costringere un avversario diplomatico alla sottomissione: «Accanto alla guerra convenzionale, esistono forme ibride quali gli attacchi informatici, la manipolazione delle informazioni, le campagne di influenza e l’automazione delle decisioni strategiche». Per fare solo un esempio, l’uso di un’arma EMP (impulso elettromagnetico), che paralizza la rete energetica, potrebbe causare più devastazione e, in ultima analisi, più morti di una campagna di bombardamenti. Più vicine al tema dell’enciclica papale, le campagne di disinformazione – rese molto più potenti dalle capacità dell’intelligenza artificiale – possono devastare il processo democratico. Si tratta di forme di aggressione, equivalenti alla guerra. Un attacco informatico di portata sufficiente potrebbe persino essere considerato un classico esempio di casus belli.
Questi sviluppi, che il Papa menziona nella sua enciclica, meritano maggiore attenzione da parte dei moralisti della guerra giusta. Si potrebbe aggiungere la necessità di una discussione più approfondita sulla guerra preventiva, in un’epoca in cui l’esitazione potrebbe significare la distruzione nazionale. E anche il ruolo sempre più prominente svolto da attori non statali – come i gruppi terroristici, che spesso agiscono con il sostegno malcelato dei governi – merita un maggiore discernimento morale. Come può una nazione, agendo giustamente, rispondere a questi nuovi pericoli? La sfida per i moralisti cristiani oggi è quella di aggiornare, non di abbandonare, la tradizione della guerra giusta.

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