sabato 16 maggio 2026

Il Cardinale Eijk contesta il rapporto del Sinodo


Cardinale Willem Eijk

Articolo scritto dal Cardinale Willem Eijk, pubblicato su National Catholic Register, nella traduzione  curata da Sabino Paciolla 16 maggio 2026.


Cardinale Eijk: il rapporto del Sinodo sulle unioni omosessuali deve essere confutato con forza


Cardinale Willem Eijk*

Il rapporto recentemente pubblicato dal Gruppo di studio n. 9 del Sinodo (qui in italiano, ndr) rappresenta un preoccupante allontanamento dal costante insegnamento morale della Chiesa cattolica. Sebbene gli autori affermino di non possedere «la competenza o, soprattutto, la necessaria autorizzazione ecclesiastica» per affrontare in modo definitivo singole questioni morali, la metodologia e l’impostazione del rapporto minano sistematicamente la capacità della Chiesa di proclamare e applicare la propria dottrina morale. Non si tratta semplicemente di una carenza tecnica, ma di una contraddizione fondamentale dell’insegnamento cattolico che richiede una risposta decisa.

La preoccupazione più immediata riguarda il modo in cui il rapporto tratta le relazioni omosessuali. Il documento presenta testimonianze di persone con attrazioni omosessuali senza fornire il quadro morale della Chiesa per comprendere queste esperienze. Il rapporto afferma che un testimone «rende testimonianza della scoperta che il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia (dello stesso sesso), ma nella mancanza di fede in un Dio che desidera la nostra realizzazione». Gli autori del rapporto riproducono questa affermazione senza correzioni o chiarimenti.

Il ragionamento di questo testimone è fondamentalmente errato. Gli atti omosessuali sono intrinsecamente malvagi: questa è dottrina cattolica consolidata. Un cristiano credente che compie tali atti viene certamente meno alla fede, nella misura in cui non riesce a confidare nella grazia di Dio, che gli permette di evitare il peccato. Ma questo non significa che il peccato risieda principalmente nella mancanza di fede piuttosto che nell’atto stesso, come suggerisce il testimone. Il fatto che gli autori non chiariscano questo punto crea una pericolosa ambiguità.

Una seconda testimonianza è ancora più problematica. Questo testimone ha inizialmente cercato aiuto presso Courage International, l’apostolato cattolico che insegna alle persone che provano attrazione per lo stesso sesso a vivere in accordo con l’insegnamento della Chiesa sulla castità. Il rapporto dipinge Courage in modo negativo, suggerendo che “separa fede e sessualità” e affermando falsamente che offre terapie di conversione. Il testimone alla fine trova rifugio in comunità cristiane e presso sacerdoti che accolgono “persone che vengono rifiutate per appartenere alla comunità LGBT”. L’implicazione evidente è che questo secondo testimone, che vive in una relazione omosessuale, lo fa con il sostegno e l’approvazione di questi sacerdoti e comunità. Elevando tali testimonianze senza commenti dottrinali, il rapporto normalizza di fatto le relazioni omosessuali all’interno di un contesto ecclesiale. Ciò rappresenta un chiaro tentativo di indebolire la proclamazione dell’insegnamento morale cattolico.

Il problema più profondo risiede nell’intero quadro metodologico del rapporto. Gli autori subordinano tutto alla descrizione di un “processo sinodale” incentrato sulle pratiche e sulle esperienze delle persone. Rifiutano esplicitamente ciò che definiscono “la proclamazione astratta e l’applicazione deduttiva di principi enunciati in modo immutabile e rigido”. Al contrario, sostengono il mantenimento di una “tensione feconda tra ciò che è stato stabilito nella dottrina della Chiesa e la Sua pratica pastorale e le pratiche di vita”.

Questo linguaggio suona pastorale e incentrato su Cristo, ma nasconde un radicale allontanamento dalla teologia morale cattolica. Gli autori invocano l’affermazione di Gesù secondo cui «il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato» per suggerire che le norme morali non possono essere assolute — che devono esserci eccezioni basate sulle circostanze e sulle esperienze individuali. Si tratta di un’interpretazione fondamentalmente errata della Scrittura.

L’insegnamento di Gesù sul sabato riguardava la legge positiva divina — norme rivelate nella Scrittura che non sono intrinsecamente assolute a meno che non coincidano con la legge naturale. Le leggi liturgiche ebraiche sono effettivamente cadute in disuso nel Nuovo Testamento. Ma la legge morale riguardante il matrimonio e la sessualità ha un carattere del tutto diverso. Queste norme derivano dalla legge naturale, che riflette i propositi di Dio nel creare gli esseri umani, il matrimonio e la sessualità stessa. Dio ha creato il matrimonio come donazione totale e reciproca tra un uomo e una donna, attraverso la quale essi possono trasmettere la vita umana. La differenziazione sessuale e l’apertura alla vita sono elementi essenziali di questo dono totale. Gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso non possono costituire un tale dono totale perché sono chiusi alla trasmissione della vita per loro stessa natura. Qualsiasi atto che violi le intenzioni creative di Dio per il matrimonio e la sessualità è sempre inammissibile, senza eccezioni. Queste sono norme assolute della legge naturale, stabilite per proteggere valori non negoziabili.

Il rapporto crea un’ambiguità deliberata proprio su questo punto. Gli autori scrivono che «la verità universale dell’umano, nella sua espressione storica, non può quindi essere determinata una volta per tutte, ma si trova nelle forme concrete delle diverse culture, in un dialogo incessante». Suggeriscono che giungere alla conoscenza morale richieda un processo sinodale a lungo termine di ascolto tra culture ed esperienze.

Questo è semplicemente falso. Le intenzioni con cui Dio ha creato la persona umana nel contesto del matrimonio e della sessualità sono verità universali, stabilite una volta per tutte, che gli esseri umani possono conoscere spontaneamente attraverso la legge morale naturale e che si trovano nella Sacra Scrittura. San Paolo insegna che quando i gentili «fanno istintivamente ciò che la legge richiede, essi, pur non avendo la legge, sono legge a se stessi. Dimostrano che ciò che la legge richiede è scritto nei loro cuori» (Romani 2,14-15).

Il rifiuto da parte del rapporto di applicare verità morali universali ad azioni specifiche diventa ancora più chiaro nel suo principio di «pastorale». Questo principio guida il «discernimento delle questioni emergenti» all’interno del processo sinodale. La commissione preferisce l’espressione «questioni emergenti» a «questioni controverse» perché «la logica dell’emergenza sottolinea la capacità dell’intero Popolo di Dio di “rimanere con il problema”» piuttosto che risolvere i problemi. In pratica, ciò significa evitare «una prospettiva di risoluzione dei problemi, o quella di chi presume di dedurre l’azione dalla semplice applicazione delle norme». La commissione non cerca «una soluzione generalizzabile», ma piuttosto «modi concreti per avviare un processo sotto forma di ascolto». Ciò rappresenta «il superamento del modello teorico che deriva la prassi da una dottrina “preconfezionata”». In altre parole, il rapporto mette da parte l’applicazione della dottrina della Chiesa e della teologia morale classica nella cura pastorale e nella confessione.

Ciò deriva da un persistente malinteso che affligge la teologia pastorale sin dagli anni ’60: l’idea che la cura pastorale consista nel trovare compromessi tra l’insegnamento morale della Chiesa e la realtà concreta della vita delle persone. Questo approccio presuppone che la verità morale abbia un duplice status — verità dottrinale astratta da un lato, verità esistenziale concreta dall’altro — con priorità data a quest’ultima per creare spazio per eccezioni alle norme universali.

Papa Giovanni Paolo II ha respinto con forza questo approccio in Veritatis Splendor: «Su questa base si cerca di legittimare soluzioni cosiddette “pastorali” contrarie all’insegnamento del Magistero e di giustificare un’ermeneutica “creativa” secondo la quale la coscienza morale non è in alcun modo obbligata, in ogni caso, da un particolare precetto negativo».

La vera cura pastorale non cerca compromessi con la verità morale. Il pastore conduce le persone alla verità, che si trova in ultima analisi nella Persona di Gesù Cristo. Egli deve incoraggiare coloro che sono affidati alle sue cure ad allineare le loro azioni alla verità, come stabilita nelle norme morali. Non c’è autentica carità pastorale nell’oscurare la verità morale o nel suggerire che le norme universali ammettano eccezioni basate sulle circostanze individuali. Il rapporto del Gruppo di studio 9 contraddice fondamentalmente l’insegnamento morale cattolico e ne mina completamente l’applicazione alla condotta morale. Esso relativizza la dottrina morale della Chiesa, con conseguenze che si estendono ben oltre le questioni di sessualità fino alla protezione della vita umana stessa. Questo rapporto deve essere confutato con forza.

Nel frattempo, i fedeli possono essere certi che numerosi cardinali e vescovi faranno conoscere le loro obiezioni al Magistero romano.

L’insegnamento della Chiesa non è oscuro, né è soggetto a revisione attraverso processi sinodali. È la verità che ci rende liberi.





*Il cardinale Willem Eijk è arcivescovo di Utrecht, in Olanda. Ex medico, dal 2004 è membro della Pontificia Accademia per la Vita. È autore del libro del 2025, The Bond of Love: Catholic Teaching on Marriage and Sexual Ethics, pubblicato da Emmaus Academic.





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