venerdì 23 giugno 2023

IL CLIMA E’ UNA SCUSA PER IMPOVERIRCI

 


di Boni Castellane,  

La grande contraddizione alla base della Green transition la si comprende rifacendosi alla principale legge che governa la politica: le decisioni importanti non sono oggetto di dibattito. Non c’è stata alcuna discussione sulla gestione pandemica, hanno fatto quello che hanno ritenuto giusto. Non ci fu alcuna discussione sulla moneta unica, non c’è alcuna discussione sull’immigrazione -c’è discussione solo su quanta ce ne debba essere-, non c’è stata alcuna discussione sull’Ucraina. Nelle democrazie le cose importanti si riconoscono perché vengono fatte senza discussione.

Ieri cadeva la data che Greta Thumberg “sulla base di studi scientifici dei massimi esperti", aveva indicato per la fine del mondo; nel 2007 Al Gore disse che nel 2013 la calotta polare si sarebbe sciolta e sarebbe finito il mondo, guadagnandosi così con pieno merito il Nobel, giacché il Nobel non attesta i meriti, ma l’adesione alla Narrazione.

Tutta la Green transition funziona così: esiste un piano di discussione popolare che è amplissimo, diffuso, basato su conflitti sociali indotti attraverso l’uso di ragazzi con l’ecoansia che imbrattano opere d’arte e fermano il traffico – cioè fanno cose odiosissime, ingiustificabili, inutili e fatte apposta per creare indignazione – e un piano di discussione alto, delegato al Word Economic Forum, l’agenzia di stampa ufficiale della Narrazione, dove si afferma che se fa caldo è colpa degli esseri umani e che per non far finire il mondo tutti devono comprare delle cose.

L’ecologismo è un tema interessante proprio per il suo aspetto apocalittico: non si può infatti sostenere che “la fine del mondo” non sia un tema di una certa importanza, tuttavia, se si tratta della fine del mondo, perché ne stiamo parlando? Perché decisioni molto meno importanti sono state prese dalla politica naturaliter, senza alcun dibattito e senza far rumore, presentate alla gente come fatti compiuti, inevitabili e sui quali non c’è niente da dire; e invece del problema della fine del mondo se ne occupa Greta, gli ecovandali con l’ecoansia, Mario Tozzi, i consiglieri comunali, i libri dei divulgatori e Klaus Schwab?

Il Word Economic Forum ha recentemente scritto in un documento che è prioritario diminuire del 75% “i proprietari di automobili”, non le automobili, ma i proprietari, ribadendo così in un colpo solo il concetto del “non possiederai nulla e sarai felice”; sia il fatto che l’inquinamento è colpa di quelli che usano la macchina per i loro loschi spostamenti, sia il fatto che va benissimo che tutti i beni siano di proprietà del 25% delle persone, sia che bisogna affittare tutto per vivere a debito e non avere noiose e anacronistiche incombenze, come il lasciare disdicevoli eredità ai propri discendenti.

Come possiamo notare non si tratta di “decisioni" ma di dibattito, di Narrazione, esattamente come quando Chiara Saraceno, come fatto notare acutamente ieri da Martino Cervo, ci dice che è normale che un giovane precario non compri casa ma vada in affitto e poi ci dice che vivere così è brutto ed è per questo che la gente va via dall’Italia. Possono tali contraddizioni essere altro che Narrazione? Quando il sindaco di Bologna annuncia, per il primo Luglio, il limite dei 30 chilometri orari “perché l’obiettivo sono i morti zero”, non sta realmente parlando di sicurezza stradale e nemmeno di inquinamento. C’è pieno il mondo di città con il limite di 30 chilometri orari, i pochi incidenti mortali purtroppo ci sono sempre e le emissioni, invece di diminuire, aumentano.

L’ex Hotel occupato a Firenze nel quale è scomparsa una bambina di cinque anni è stato sgomberato in un mattino, dopo anni di proteste e di Sinistra che diceva che era una cosa impossibile da realizzare: quando si deve fare qualcosa, non se ne parla, si fa e basta.

C’è però un nuovo rischio in tutto questo: alla Narrazione non basta più semplicemente polarizzare il dibattito creando contrapposizioni, la sinistra woke, alla quale guarda Elly Schlein, è convinta che fare politica significhi sostanzialmente molestare la vita delle persone; non dicono più soltanto che se fa caldo è colpa tua, vogliono metterti fuori norma l’auto, vogliono cambiarti la dieta, vogliono modificarti le abitudini sulla base delle loro peculiarissime convinzioni. E quando Macron, Lula, Biden e Sumak firmano l’appello affinché nessuno resti indietro nella Green transition l’obiettivo non è il sostegno ai poveri, l’obiettivo è dire che la Green transition è un processo inevitabile, necessario e già approvato da tutti. Ma senza averlo chiesto a nessuno.





da La verità del 22 Giugno 2023


giovedì 22 giugno 2023

Instrumentum laboris: la sinodalità conta più della verità



La Conferenza Stampa di ieri pomeriggio, in occasione della presentazione dell’Instrumentum Laboris della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, scritto da una ventina di persone tra aprile e maggio (qui la lista), è stata la drammatizzazione del senso del documento: il contenuto è il processo.



CONFERENZA STAMPA


ECCLESIA

Luisella Scrosati, 21-06-2023

«Il testo dell’Instrumentum laboris non ha la pretesa di essere un trattato teologico sulla sinodalità. Il testo non dà risposte, ma pone solo domande», ha spiegato il cardinale Jean-Claude Hollerich nel suo intervento iniziale (per i testi degli interventi, vedi qui). Stessa musica da parte del Segretario generale del Sinodo dei vescovi, il cardinale Mario Grech: «Non troverete nel testo una sistematizzazione teorica della sinodalità, ma il frutto di una esperienza di Chiesa, di un cammino nel quale tutti abbiamo imparato di più, per il fatto di camminare insieme e interrogarci sul senso di questa esperienza».

Il contenuto del Sinodo è la sinodalità, ma non la sinodalità come contenuto. Non si tratta di una contraddizione: il senso del Sinodo che celebrerà la sua prima Assemblea Generale il prossimo ottobre (la seconda e conclusiva è attesa per ottobre 2024) non è mettere a tema la sinodalità, ma mettere in pratica la sinodalità come mero processo, nel quale le differenti posizioni contenutistiche non sono altro che trama e ordito per la tessitura della rete sinodale. La realizzazione dell’armonia nella differenza non significa trovare una posizione vera, ma lasciare che ciascuno esprima la sua posizione, che ciascuno ascolti quella altrui, e che nessuno pretenda di avanzare verità.

È la linea di papa Francesco, che declassa la verità a oggetto di passatempo per i teologi e intronizza la prassi. Qualcuno ha parlato dell’inversione tra ortodossia e ortoprassi come cifra di questo pontificato, ma la verità è più deprimente, perché dell’“orto” (da orthos, retto, giusto) non sono rimaste nemmeno le cipolle per piangere. È la direzione impressa dal predicatore del ritiro antecedente l’Assemblea Generale di ottobre, il domenicano padre Timothy Radcliff, che nel suo intervento a Bologna del 29 gennaio scorso, definiva il Sinodo come «l’improbabile raduno degli amici di Dio», il cui compito sarebbe quello «di immaginare perché le persone pensano in modo diverso, sentire con la loro pelle, vedere con i loro occhi», per «imparare a gioire per quelle differenze, trarre piacere da quelle differenze. Solo dopo si può parlare delle differenze più profonde». Punto.

La verità non è più né vincolo né obiettivo, perché c’è un bene superiore: il «camminare insieme», espressione che è risuonata in continuazione durante la Conferenza Stampa e che si trova per 35 volte nell’IL. Altri termini gettonatissimi sono «discernimento», che compare fino alla nausea per ben 183 volte, «processo» 91 volte, «dinamismo» 17; rapida analisi lessicologica che però è assai eloquente. E molto eloquente è il paragrafo n. 6 dell’IL: «camminare insieme, cioè fare sinodo, è il modo per diventare davvero discepoli e amici di quel Maestro e Signore che di sé ha detto “Io sono la via” (Gv 14,6)». La verità e la vita gli estensori se li sono dimenticati: Cristo è semplicemente la via; perciò chi “cammina insieme” è già discepolo del Signore.

Il senso del Sinodo è la sinodalità stessa: le domande sui contenuti non sono gradite. Si capisce così perché i due cardinali presenti e p. Giacomo Costa si siano un tantino irrigiditi quando Diane Montagna ha fatto quel che deve fare un giornalista: porre una domanda precisa, su un punto preciso dell’IL. Nella fattispecie, il punto in questione era la domanda n. 6 della sezione B. 1. 2.: «Alla luce dell’Esortazione Apostolica Post-Sinodale Amoris laetitia, quali passi concreti sono necessari per andare incontro alle persone che si sentono escluse dalla Chiesa in ragione della loro affettività e sessualità (ad esempio divorziati risposati, persone in matrimonio poligamico, persone LGBTQ+, ecc.)?». Montagna chiedeva se, vista la presenza della domanda, fosse possibile che la Chiesa arrivasse a cambiare il proprio insegnamento su questi punti. Si poteva rispondere sì o no, e magari darne le ragioni. Invece è iniziata la retorica della sinodalità.

Il cardinal Hollerich ha risposto che l’obiettivo del Sinodo non è parlare dell’insegnamento della Chiesa, ma essere aperti e accogliere tutti. Grech ha incalzato sull’obiettivo di creare spazi per accogliere tutti, e, piuttosto innervosito, ha detto: «We rush to judge people – ci affrettiamo a giudicare le persone», cosa che la giornalista americana non aveva minimamente fatto. Poi è arrivata la reprimenda di p. Costa, il quale ha spiegato che comprendere il Sinodo significa guardare alla prospettiva d’insieme, non concentrarsi sulla tal riga alla tal pagina. Già, ma allora sarebbe stato il caso di presentare un quadro, non un documento.

Il gesuita ha poi enfatizzato la «conversazione nello Spirito» come vero e proprio metodo della “Chiesa sinodale”: «La dinamica della conversazione nello Spirito articola tre passaggi fondamentali, da declinare nelle diverse situazioni. Il primo è dedicato alla presa di parola da parte di ciascuno, a partire dalla propria esperienza riletta nella preghiera durante il tempo della preparazione. Il secondo passaggio punta a costruire legami: ciascuno prende la parola per esprimere che cosa durante l’ascolto lo ha toccato più profondamente e quando ha sentito lo Spirito Santo far risuonare la propria voce [...] Infine nel terzo passaggio, sempre sotto la guida dello Spirito Santo, si identificano i punti chiave emersi durante la conversazione e si raccolgono i frutti del lavoro comune, in vista del passaggio all’azione». L’IL, alla p. 13, offre persino lo schemino riassuntivo.

Secondo p. Costa, questo metodo sarebbe necessario per affrontare in modo evangelico temi controversi, senza ignorare le differenze, ma senza lasciarsi intrappolare in esse. Il cardinale Grech ha a sua volta sottolineato come la «conversazione nello Spirito» sia la vera chiave per comprendere il Sinodo e rinunciare così alle risposte immediate e precostituite. Ma lui, Grech, alle domande un po’ “importune” non ha proprio risposto: non solo la non risposta a Diane Montagna, ma anche quella del tutto elusiva a chi chiedeva conto di come mai, nelle ben 130 domande presenti nell’IL, non siano presenti quelle espresse dal mondo più “conservatore”. Il cardinale maltese ha sgattaiolato dicendo che «non siamo divisi in fazioni», che «dobbiamo essere aperti allo Spirito, essere insieme, farci coinvolgere». La sinodalità di questo Sinodo si sta profilando come l’arma più micidiale per distruggere la Chiesa: dissolvere i contenuti della fede nel metodo sinodale: l’eresia proposta nella «conversazione nello Spirito» prevale sulla verità pronunciata come insegnamento autorevole.

Dulcis in fundo, qualcuno ha fatto notare che risultava piuttosto stucchevole che, tra le immagini ufficiali del Sinodo sulla sinodalità, vi fossero quelle delle opere di p. Marko Rupnik (vedi qui, in fondo alla pagina, e qui). Tanto più che tra le domande presenti nell’IL, ne troviamo alcune di questo tenore: «In che modo la prospettiva sinodale può contribuire a creare una cultura di prevenzione degli abusi di ogni tipo?»; o ancora: «Come possiamo continuare a fare passi concreti per offrire giustizia a vittime e sopravvissuti degli abusi sessuali, spirituali, economici, di potere e di coscienza compiuti da persone che stavano svolgendo un ministero o un incarico ecclesiale?». Cominciare a rimuovere le opere di un abusatore seriale potrebbe magari essere un primo gesto di coerenza. E non c’è bisogno di “conversare nello Spirito” per capirlo.

Due informazioni tecniche fornite durante la Conferenza Stampa. La prima: il prossimo 30 giugno verranno sottoposti al Papa i nomi dei membri non vescovi, da cui il Papa dovrà scegliere i 70 eletti. La seconda: il Sinodo verrà celebrato nell’Aula Paolo VI, perché, come ha spiegato p. Costa, l’ampio spazio della sala permetterà di sistemare dei tavoli attorno ai quali si riuniranno i membri del Sinodo, a gruppi di dodici. Per l’aperitivo, ci penserà il cardinale Gambetti.







Ecco perché “Traditiones custodes” è un fallimento. Ma non siamo di fronte a una primavera





22 GIU 2023

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by Aldo Maria Valli

di The Wanderer

Nei media cattolici, non solo tradizionalisti, è diffusa una certezza: Traditionis custodes è fallita. L’ultimo tentativo fatto dagli ideologi degli anni Settanta di fermare la proliferazione della Messa tradizionale, soprattutto tra i giovani, si è rivelato inutile.

L’affermazione non è di carattere volontaristico, ma è la constatazione di una realtà che può essere formulata da chiunque abbia onestà intellettuale.



Su La Croix, giornale cattolico francese, organo non ufficiale della Conferenza episcopale francese e per nulla sospettato di essere tradizionalista, qualche giorno fa Jean Bernard ha scritto: «La questione non è più se o quando il messale del 1969 sostituirà definitivamente la Messa tradizionale. Come confermano chiaramente i risultati dell’inchiesta commissionata da La Croix sugli orientamenti dei giovani cattolici in Francia, non solo la Messa tradizionale non scomparirà, ma tutto lascia pensare che continuerà a crescere, in termini assoluti ma soprattutto in termini relativi, vista la progressiva erosione di alcune parrocchie di rito ordinario».



Ciò che si può osservare in Francia in modo amplificato sta accadendo anche nel resto del mondo. Abbiamo parlato qualche giorno fa dei pellegrinaggi di Nostra Signora della Cristianità in Spagna e in Argentina. Ci sono diocesi – ne conosco una in particolare – che se prima di Traditionis custodes avevano una sola messa domenicale in rito tradizionale oggi ne ha cinque, alcune delle quali quotidiane.

A questi dati se ne deve aggiungere un altro non secondario, e cioè l’aumento esponenziale della partecipazione alle Messe celebrate dalla Fraternità San Pio X, presente in molti luoghi in cui il clero diocesano è talmente disastrato da insistere ancora sulle iniziative fallimentari che risalgono all’epoca dell’ormai tanto chiacchierata “primavera della Chiesa”.



Sottolineo ancora una volta: la constatazione del fallimento di Traditionis custodes non è un auspicio dei tradizionalisti. Lo stesso papa Francesco, che di solito ha un buon fiuto politico, è consapevole di questa situazione. Ricordiamo che verso la fine dell’anno scorso era circolata la voce che il Dicastero per il culto divino avesse già preparato un documento che restringeva ulteriormente le possibilità di celebrare la Messa tradizionale, mirando soprattutto a soffocare gli ex istituti Ecclesia Dei. Inoltre, si parlava di una costituzione apostolica che avrebbe dato forma a questi divieti. Ebbene, quando il 21 febbraio il papa ricevette in udienza il cardinale Arthur Roche, giunto con l’obiettivo di ottenere la firma della sua costituzione anti-tradizionalista, questi se ne andò con un semplice rescritto che gli forniva nient’altro che ciò che già possedeva. In questo blog abbiamo commentato la notizia e, a distanza di quattro mesi dai fatti, il pontefice non ha avallato alcuna ulteriore misura restrittiva della liturgia tradizionale: non perché ne abbia un qualche apprezzamento, ma perché non vuole esporsi a un altro fallimento e, di conseguenza, all’indebolimento della sua autorità.



Alla luce di questa constatazione, sorgono tre domande. La prima: perché è fallita? Semplice: perché ciò che è vitale, l’autentica spiritualità, l’energia della fede, non può essere fermata a suon di motu proprio o di rescripto. Sono stati soprattutto i più giovani a sfidare inconsapevolmente le disposizioni pontificie, e i vescovi non hanno la forza di opporsi, semplicemente perché non possono disprezzare migliaia di fedeli puliti e sinceri quando le loro parrocchie e congregazioni religiose sono già entrate nell’agonia che precede la morte. Sarebbe inutile che il papa di Roma, con tutta la sua autorità, stabilisse che le mele, invece di cadere dall’albero quando sono mature, debbano cadere quando sono verdi, o che Don Chisciotte, invece di innamorarsi di Dulcinea del Toboso, debba innamorarsi di Sancho Panza per essere conforme alla diversità dei tempi.

Oltre alla ragione metafisica dell’inutilità del volontarismo di fronte all’energia vitale, non possiamo ignorare il fatto che – Dio sia lodato! – lo stesso papa Francesco si è assunto la responsabilità di minare l’autorità pontificia così sovradimensionata fin dal XIX secolo.



La seconda domanda è sul perché la promulgazione di Traditionis custodes sia stata un errore politico.

Rispondo. In primo luogo perché mentre Summorum Pontificum permetteva ai vescovi, bandendola e cercando di soffocarla, un certo controllo sui danni che ai loro occhi la liturgia tradizionale poteva causare, ora la situazione è del tutto sfuggita al loro controllo. Userò un esempio, indubbiamente sgradevole, che tuttavia risulta chiaro. Storicamente, le società cristiane tollerarono la prostituzione. I monarchi spagnoli, Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona, per tranquillizzare i loro sudditi incoraggiarono le autorità civili ed ecclesiastiche a creare bordelli municipali, e il monitoraggio della prostituzione fu esercitato con controlli medici per prevenire le malattie e la creazione di tasse come l’affitto del lupanare o “affitto del bordello”: i monarchi stabilirono che “poiché non possono combattere l’inevitabile, le autorità o i loro delegati si assumeranno il compito di organizzare e controllare i bordelli nelle città e i loro abitanti”. In questo modo si controllavano i danni che potevano essere causati da qualcosa di indesiderabile ma inevitabile. Altrimenti si sarebbero verificati stupri, adulteri, litigi, malattie, ecc. Non credo sia necessario soffermarsi troppo a lungo sull’analogia con il tema in questione. I vescovi hanno perso il controllo e quello che secondo loro è un male indesiderabile ma inevitabile, ovvero la liturgia tradizionale, si è diffuso senza controllo in gran parte dell’ambiente cattolico.



Da ultimo, la constatazione del fallimento di Traditionis custodes potrebbe indurre alcuni a credere che siamo alla vigilia di una nuova e vera primavera; che il rito romano tradizionale sarà ripristinato in tutti i templi cattolici e che finalmente torneremo ai giorni di gloria del “regno sociale” di Cristo. Ebbene, credo di essere realista se dico che nessuna di queste cose accadrà. Il processo di dissoluzione di quello che un tempo era il cristianesimo è irreversibile; la Chiesa, chiunque sia il prossimo sommo pontefice, continuerà con i suoi discorsi ambigui, i suoi amoreggiamenti sempre più scandalosi con il mondo, e la liturgia manipolata da Paolo VI rimarrà la liturgia ufficiale della Chiesa ufficiale. Tuttavia, i germogli verdi che indicano la rinnovata vita della liturgia tradizionale assicurano che i piccoli falò attorno ai quali i fedeli cattolici si riuniranno quando le tenebre si saranno definitivamente posate sul mondo, continueranno a bruciare. E forse, un giorno, le persone cominceranno ad avvicinarsi a quei focolari e il Vangelo tornerà a permeare i loro cuori.

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Fonte: caminante-wanderer.blogspot.com

Traduzione di Valentina Lazzari

Titolo originale: El fracaso de Traditionis custodes

Nella foto, ordinazioni sacerdotali della Fraternità San Pio X, 11 giugno 2023








mercoledì 21 giugno 2023

"L'equivoco don Milani" e gli effetti del donmilanismo





Una recente opera di sintesi di Adolfo Scotto di Luzio rilegge criticamente la figura e la pedagogia del priore di Barbiana il cui mito ha contribuito non poco alla decadenza della scuola italiana. Pauperismo, anti-intellettualismo, l'odio per le attività ricreative e l'idea che conti solo il sapere pratico sono tra gli ingredienti di una visione riduttiva dell'uomo che mina la stessa idea di scuola e di elevazione culturale.



IL LIBRO

Fabrizio Cannone, 19-06-2023

Con acume e anticonformismo, Marcello Veneziani, su La Verità del 26 maggio 2023, ha contribuito alla doverosa e improcrastinabile demitizzazione di don Lorenzo Milani (1923-1967) a 100 anni dalla nascita.

Effettivamente, come scrive Veneziani, va riconosciuto al sacerdote di Barbiana, l’onore delle armi, tanto da poterlo annoverare tra gli «idealisti generosi». Ma con effetti negativi, specie da quando la sinistra ne ha fatto un idolo, che hanno contribuito alla decadenza della già gloriosa scuola italiana, la quale, anche a causa del donmilanismo e della sua versione sessantottina, «non premia i meriti e le capacità, non educa, non stimola alla cultura e non suscita spirito di missione nei docenti», scrive Veneziani.

Una recente sintesi di Adolfo Scotto di Luzio (L’equivoco don Milani, Einaudi, 2023) conferma la necessità di una rilettura critica sia della sua figura che della sua pedagogia, divenute un «elemento costitutivo» dell’alleanza culturale tra gli eredi del Pci e i figli del cattolicesimo progressista (p. X). Basteranno qui alcuni passi del saggio di Scotto Luzio, non per demonizzare una figura che ha avuto una sua grandezza, ma per restituire il prete di Barbiana alla storia. L’agiografia – se vogliamo essere seri – non fa per lui.

Secondo don Milani, «la scuola fallisce perché insegna cose che non interessano al povero» (p. 4). Essa dovrebbe insegnare «ciò che serve alla vita quotidiana» (p. 5). «Solo ciò che serve alla vita e che supera la prova», scrive l’autore sintetizzando il pensiero del pedagogista, «è degno di essere insegnato» (p. 66). Quindi, «Omero e Dante [per non dire l’insieme della letteratura mondiale] sono una perdita di tempo» (p. 66). Assolutamente falso. La cultura non è riducibile all’utile e alle scienze pratiche, altrimenti la filosofia, la storia, l’arte e la stessa matematica, snobbata a Barbiana (cf. p. 13), andrebbero cancellate, ridotte o soppresse. La vita non si riduce al solo lavoro.

«Da più parti», nota l’autore, «si ripete: senza uguaglianza non c’è merito. La frase fa effetto. Ma è vero anche il contrario. Ovvero, senza merito non c’è uguaglianza» (p. 5). Le differenze economiche non devono costituire pregiudizio per l’istruzione dei meno abbienti: sacrosanto. Ma le differenze di attitudini e impegno restano. Se tutti fossero Einstein o Dante (disprezzato a Barbiana), nessuno lo sarebbe. «La scuola che ha smesso di bocciare [anche a causa del donmilanismo…], non ha smesso di selezionare», lamenta l’autore (p. 127).

Contrariamente al donmilanismo di oggi e di ieri, «per don Milani la base dell’educazione era il Vangelo» (p. 5, 11). «La scuola per don Milani è il presupposto necessario per ascoltare la voce di Dio […]. Per don Milani non si può essere compiutamente cristiani se non si è istruiti” (pp. 69-70). «L’istruzione è funzione dell’evangelizzazione» (p. 60). Ha ragione l’autore a dire che «per i molti donmilanisti attualmente in servizio, il riferimento cristiano non è più così cogente» (p. 5). Si usa don Milani in chiave egualitaristica e anti meritocratica, cancellando quel che non piace – e sono spesso i tratti migliori – e aggravando le ambiguità presenti nella sua pedagogia strampalata. Erra però l’autore quando scrive che «i riferimenti di don Milani restano la dottrina sociale della Chiesa e Leone XIII» (p. 110). Erano i riferimenti comuni dei cattolici del tempo, mentre don Milani, pur conoscendoli, li ha riletti alla luce del proprio pensiero in cui il Vangelo era associato a ideologie mondane di marca umanitarista.

Il libro fa a pezzi il presunto anti-autoritarismo di don Lorenzo (cfr. pp. 14 ss.): il sacerdote non sempre si esprimeva in senso metaforico quando parlava di «colpire» i ragazzi o «cazzottarli» (p. 18). Si vanta di aver usato le maniere forti con un discolo, dopo che un suo amico lo aveva «curato a botte come le sa dar lui» (p. 18). Secondo l’autore, don Milani «odiava il pallone, le partite di calcio, il tifo, ma anche i bar parrocchiali» (p. 22) e in generale le «ricreazioni» in quanto tali (cf. p. 38-39). Mancanza quindi totale di equilibrio, al contrario di altri pedagoghi da Muratori a Rosmini, da don Bosco a Maria Montessori.

Il suo pauperismo – come se la povertà materiale di per sé fosse indice di purezza interiore – lo portava ad unilateralismi che neppure un asceta avrebbe fatto propri. Il saggio offre pagine intense sull’anti-intellettualismo: per don Milani il povero contadino non ha bisogno dei libri, gli bastano i campi, svalutando definitivamente ogni elevazione culturale e mina alla base la dignità dello studio e la stessa scuola dell’obbligo. Perché obbligare il ragazzo a stare in classe se lui preferisce andare a spasso e fare esperienze ugualmente formative?

Se il povero è canonizzato a priori (anche senza merito), a priori viene condannato il ricco o il potente (anche senza colpa): due riduzionismi che la dicono lunga sulla sua pedagogia di don Milani. «Ogni livellamento è una svalutazione di ciò che prima stava in alto», nota giustamente l’autore. Il quale, pur da laico assolutamente non devoto, deve ammettere che il prete gli appare, malgrado il suo pauperismo e popolarismo, intriso di «illuminismo» e in fondo «più liberale che cattolico» (pp. 43-44). «Come, non senza qualche ragione, gli rinfacceranno i suoi nemici nella Chiesa» (p. 44, nota 11 sul card. Florit).

Negli scritti del priore di Barbiana vi è il trionfo della volgarità. Un solo esempio emblematico. Nella celebre e indigesta Lettera a una professoressa (1964), la professoressa è chiamata tr..a. E se la parola fu alla fine soppressa e censurata, lo fu solo “perché l’editore non la vuol stampare” (p. 78). Visti i tempi pre-sessantottini, si può immaginare la scurrilità nella mente del prete, che appare anche qui più conforme alla decadenza del linguaggio tardo-novecentesco che alla delicatezza del vero educatore.

A Barbiana la grammatica era considerata cosa dei ricchi, delle élite, eccetera. Ma è proprio la grammatica che «abilita a parlare pensatamente» (p. 84). E lo scrivere bene, detestato dal prete, «non è un mero esercizio retorico o di stile. È applicazione della mente, disciplina intellettuale» (p. 84).

La lettura donmilanesca della scuola e della cultura in modo dualistico e manicheo – ricchi e borghesi contro poveri e contadini – crea una assurda lotta di classe ed «espropria il popolo della possibilità di farsi esso stesso classe dirigente» (p. 87). Il che invece è accaduto tante volte proprio con la demonizzata scuola gentiliana. Dal padre contadino e operaio al figlio avvocato, docente, politico e ingegnere: storie comuni nell’Italia del Novecento per essere negate da alcuno.

Il saggio si chiude chiedendosi cosa resta di Barbiana e la risposta è: il nulla. «Barbiana ha semplicemente chiuso i battenti» (p. 123). E «dov’è la scuola di don Milani? Che fine hanno fatto i suoi seguaci? Al massimo amministrano la sua memoria, ma poco altro» (p. 123).

Nonostante le tante riserve, Scotto di Luzio parla della «notevole caratura morale della sua personalità» (p. 134, n. 23). E questo può dirsi anche di un pedagogista che ha contribuito, in parte suo malgrado, alla decadenza della scuola italiana e all’eclissi dell’autorità morale del docente e del maestro.





Il significato politico della devozione al Sacro Cuore di Gesù









Don Samuele Cecotti 20 GIU 2023

La devozione al Sacro Cuore di Gesù, cui è consacrato l’intero mese di giugno, porta con sé indubbi significati socio-politici che, per quanto nell’ultimo mezzo secolo si sia fatto il possibile per condannarli all’oblio, fanno indelebilmente parte della storia di questo culto e sono in esso radicati.

Il culto al Sacro Cuore è culto di adorazione al Signore Gesù con particolare sottolineatura della sua santa e vera umanità, da cui l’ostilità che vi opposero i giansenisti nel XVIII secolo ritenendolo poco “spirituale” e addirittura idolatrico.

In questo scontro tra la Chiesa e l’eresia giansenista il culto al Sacro Cuore, promosso o rifiutato, rende evidente la posta in gioco: la trasformazione del Cristianesimo in uno spiritualismo disinteressato al corpo, alle realtà temporali, alla vita sociale … oppure la consapevolezza piena della verità dell’Incarnazione con tutto ciò che comporta relativamente all’incarnazione del Vangelo nella vita (familiare, economica, sociale, politica) concreta degli uomini.

Allora vinse la verità cattolica e, se pur con fatica, la Chiesa riuscì a debellare l’eresia giansenista. Vittoria certamente ascrivibile anche alla diffusione e al successo della devozione al Sacro Cuore. Oggi si sarebbe tentati, con un po’ di scoramento e tanta amarezza, di dire che se non il vecchio giansenismo ma certo una forma “nuova” di spiritualismo da “scelta religiosa” sembra aver soffocato dall’interno il Cattolicesimo.

Da troppo tempo infatti il Cattolicesimo si mostra incapace – anzi disinteressato quando non positivamente assertivo nel dichiarare impossibile/indesiderabile – di plasmare la vita reale degli uomini, di farsi cultura, di farsi costume, di farsi civiltà, di modellare l’economia, il diritto e la politica così come gli usi, le arti, le lettere e le scienze, di imprimere la propria forma alle famiglie e ai diversi corpi sociali così come agli Stati.

La scelta religiosa che caratterizza, più o meno evidentemente, il Cattolicesimo post-conciliare con la rinuncia alla res publica christiana in favore della società laica pluralista liberale, porta inevitabilmente a sottolineare la dimensione individuale e psicologica della fede sino ad esiti intimistici, dimenticando sempre più la dimensione comunitaria e politica del Cristianesimo. Ciò conduce quasi sempre ad un processo di dis-incarnazione del Cristianesimo con la fede sempre più confinata nella sfera intimo-psicologica dei credenti. Si arriva così agli esiti attuali di un Cattolicesimo da decenni sterile sul piano socio-economico, giuridico e politico.

Il culto al Sacro Cuore indica invece la direzione opposta, mettendo al centro il Cuore di carne di Cristo, organo in cui si “congiungono” corpo, anima e Divinità, ovvero celebrando l’unità indissolubile in Gesù Cristo di umanità e Divinità, di corporeo e di spirituale, di vita biologica, vita affettiva-psichica e Vita Eterna.

Il mistero dell’Incarnazione è celebrato nel culto e nella devozione al Sacro Cuore. La religione dell’Incarnazione non può escludere nulla di ciò che è umano dalla chiamata alla perfetta comunione con Dio e dunque nulla di ciò che è umano è escluso dall’opera di evangelizzazione che tutto, anzi, deve convertire a Cristo. Nella logica dell’Incarnazione non c’è spazio per la secolarizzazione o per la laïcité, anzi la logica dell’Incarnazione porta con sé l’anelito a tutto consacrare a Dio, omnia instaurare in Christo!

Con questo spirito di evangelizzazione “totale” e con l’intenzione di ri-conquistare a Cristo la società intera, fu promossa instancabilmente la devozione al Sacro Cuore a partire almeno dal XVII secolo. Devozione già diffusa in Germania nei secoli XIII e XIV, nel XVII trovò in Francia il proprio centro d’irraggiamento. Grandi apostoli della devozione al Sacro Cuore furono i gesuiti, gli stessi gesuiti che nei secoli XVII e XVIII (sino allo scioglimento del 1773) condussero eroica battaglia per conservare e incrementare la societas christiana, preservandola dal veleno delle idee “moderne”, razionaliste prima e illuministe poi.

Il culto al Sacro Cuore è strettamente connesso con la Regalità di Cristo, è infatti culto del cuore carneo del Re dei re, è culto regale. Non è un caso, dunque, se Cristo stesso il 17 giugno 1689, tramite santa Margherita Maria Alacoque, rivolse al re di Francia Luigi XIV una precisa richiesta: consacrare la Francia al Sacro Cuore e rappresentare il Sacro Cuore su tutti gli stendardi del regno.

Avrebbe significato l’esplicito riconoscimento della Signoria di Cristo, contro ogni moderna idea di sovranità, e ugualmente avrebbe significato la più solenne sconfessione di giansenismo e calvinismo così come di ogni razionalismo e incipiente illuminismo. La Francia si sarebbe solennemente dichiarata sacra a Cristo, al Suo Cuore Regale. Si sarebbe proclamata come Regno del Sacro Cuore di Gesù.

Luigi XIV rifiutò la richiesta, la Francia non fu consacrata, di lì a qualche anno la Francia sarebbe divenuta il centro del razionalismo e poi dell’illuminismo filosofico e politico. Il 17 giugno 1789, esattamente cento anni dopo, il Terzo Stato si autoproclamò Assemblea Nazionale e rivendicò a sé il potere costituente.

La Francia della tradizione, il Regno Cristianissimo, la Francia di Clodoveo, di Carlo Magno e di Luigi IX era travolta dalla Rivoluzione.

Dopo la Rivoluzione francese il culto al Sacro Cuore fu ancor meglio compreso dai cattolici come culto regale e anti-rivoluzionario, così, non solo in Francia, l’opposizione alle idee “moderne” portate dalle armate rivoluzionarie si affidò al Sacro Cuore.

L’effige del Sacro Cuore divenne segno distintivo di tutti i contro-rivoluzionari, degli insorgenti e dei patrioti cattolici, dalla Vandea al Regno di Napoli passando per il Tirolo (il Tirolo si consacrò al Sacro Cuore nel 1796) … e poi tutto il mondo ispanico.

Ancora nel XIX secolo la consacrazione al Sacro Cuore fu il segno distintivo della “restaurazione” cattolica, lo fu in Francia con il voto del Parlamento del 23 luglio 1873 con il quale la Repubblica Francese presieduta da Mac Mahon decideva la costruzione di un tempio cattolico (sarà la basilique du Sacré-Cœur di Montmartre)dedicato al Sacro Cuore di Gesù in espiazione dei crimini commessi dai comunardi, lo fu ad esempio in Ecuador con la consacrazione della Nazione al Sacro Cuore di Gesù per volere del presidente Gabriel Garcia Moreno nel 1874.

L’idea cattolico-conservatrice di Francia rappresentata dal maresciallo Mac Mahon fu travolta dopo pochi anni dall’affermarsi dei repubblicani anticlericali, il presidente Garcia Moreno fu assassinato dalla massoneria nel 1875. La restaurazione cattolica posta sotto il segno del Sacro Cuore non fu vinta anche se storicamente la fine del XIX secolo vede il prevalere quasi ovunque delle forze laico-massoniche.

La restaurazione cattolica si fece piuttosto ancor più articolata e “ambiziosa” non limitandosi al solo piano istituzionale-legislativo ma comprendendo sempre più la sfera della cultura e della vita socio-economica.

È il grande e ambizioso progetto di restaurazione della societas christiana intrapreso da Leone XIII con l’impulso al neotomismo, con la Dottrina sociale, con un rinnovato protagonismo sociale e politico della Chiesa. Papa Leone XIII è anche l’autore dell’enciclica Annum sacrum del 1899 dedicata al Sacro Cuore di Gesù. Egli consacra l’intero genere umano al Sacro Cuore e a tutti rammenta la Signoria e la Regalità universale di Cristo.

Anche Pio XI e Pio XII dedicheranno al culto del Sacro Cuore grande importanza e ne faranno il mezzo sovrannaturale per restaurare la civiltà cristiana. Si comprende allora perché monsignor Olgiati e padre Gemelli vollero intitolare al Sacro Cuore l’Università Cattolica da loro fondata.

Celebrare il Sacro Cuore di Gesù è da secoli segno di spirito contro-rivoluzionario e di impegno nella restaurazione della societas christiana. È culto, in questo senso, fortemente politico. Dice l’impossibilità di ridurre il Cristianesimo a “scelta religiosa” perché implicata dalla logica dell’Incarnazione vi è la dimensione pubblica, sociale, culturale e politica della Fede.

La Dottrina sociale della Chiesa, così come pensata da Leone XIII, se filosoficamente presuppone il realismo metafisico di Tommaso d’Aquino, spiritualmente si nutre del culto al Sacro Cuore perché ha il suo punto di vertice e di sintesi nella Regalità sociale di Cristo.

Don Samuele Cecotti






lunedì 19 giugno 2023

Michael Shellenberger: «Per controllarci sfruttano la trinità woke»



L'attivista: «Clima, razza, trans: è la nuova religione di una minoranza ricca e senza più scopi, che si impone ai giovani usando eco-ansia, censura e miti apocalittici. Al pianeta serve il progresso tecnologico: le rinnovabili ci fanno regredire all'era contadina»




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di Martina Pastorelli

«Clima, razza e trans formano oggi la "santa tri­nità" della sini­stra, per la quale il woke la nuova religione con cui tiene insie­me lo spauracchio dell'apoca­lisse climatica, il proprio sen­so di superiorità morale e il transumanesimo che im­pianta uteri negli uomini e modifica il genere: è un'agen­da piena di contraddizioni, poiché non fondata sulla veri­tà. L'unico modo per imporla e impedire l'avanzata di un'alternativa politica di destra sa­rà ostacolare- la libertà di espressione»

Attivista ambientale di lun­go corso, proclamato «Eroe dell'ambiente» da Time ma­gazine, vincitore del Green book award 2008 e fondatore di Environmental progress, Michael Shellenberger avreb­be il pedigree perfetto per accodarsi al catastrofismo cli­matico in voga e invece resta, coraggiosamente, voce fuori dal coro che propone un'ana­lisi lucida e profonda della crisi che attraversa l'Occiden­te, arrivando a concludere che «stiamo assistendo al ri­baltamento della cultura illu­minista e giudaico-cristiana che ci vede tutti uguali davan­ti a Dio e alla legge». Giornali­sta d'inchiesta su temi clima­tici ed energetici, autore dei best sellers "L'apocalisse può attendere", "Errori e falsi allar­mi dell'ecologismo radicale" e "San Fransicko: why progressi­ves ruin cities", in questa inter­vista mostra «l'altra storia» che soggiace a quella che defi­nisce «regressione totalita­ria» in atto, individuandone il colpevole in una sinistra «anti crescita, anti natalità e pro­motrice di una infantilizzazione distruttiva della popo­lazione».

In Italia la narrativa dell'emergenza climatica sta prendendo piede e si usano paura e informazioni fuorvianti per smantellare la società con zelo rivoluzionario. Cosa c'è dietro questo ambientali­smo apocalittico?

«Il cambiamento climatico è il mito apocalittico domi­nante da circa, trent'anni, che per la gente ha sostituito quel­lo dell'olocausto nucleare ve­nuto meno con la fine della guerra fredda. Non è mai sta­to molto efficace perché fon­dato su uno scenario - la care­stia - che è stato smentito dai fatti: abbiamo continuato a produrre sempre più cibo no­nostante il riscaldamento cli­matico e le emissioni di car­bonio perfino in zone come l'Africa subsahariana e l'Asia meridionale, grazie a fertiliz­zanti, sistemi irrigazione e altre moderne tecniche agri­cole. Non c'è nessun rischio di un'apocalisse sebbene le pro­vino tutte per farcelo credere, ad esempio collegando le piogge tropicali con le corren­ti del golfo. Sono solo mezzi con cui le élites cercano di controllare le persone per in­teressi economici e per raf­forzare il proprio potere poli­tico sui Paesi in via di svilup­po, dall'America Latina all'A­frica, dove Usa e Ue vogliono dominare la produzione ali­mentare ed energetica».

Lei respinge l'attacco al­l'uomo visto come causa dei malanni climatici e sostiene che il progresso umano è vita­le per quello ambientale. Per­ché?

«La rivoluzione industriale e le transizioni energetiche degli ultimi duecento anni hanno portato ovvi benefici ecologici: sostituendo il legno con il carbone abbiamo salva­to le foreste, producendo pe­trolio abbiamo risparmiato le balene da cui si ricavava olio... sono esempi banali che do­vrebbero essere evidenti a tutti. Le rinnovabili ci fanno regredire alle società contadine: perché mai dovremmo volerlo? Ecologismo e woke so­no ideologie apocalittiche che puntano al potere, al control­lo, al guadagno e si presenta­no come una nuova religio­ne».

Pensa che la cosiddetta «ecoansia» che gira sia conse­guenza dell'angoscia esisten­ziale dell'uomo postmoderno che ha messo da parte Dio?

«Senza dubbio: secolariz­zazione e perdita del senso del trascendente stanno generando una crisi spirituale e financo psichiatrica negli Stati Uniti. Credere in Dio e nella vita eterna fa psicologi­camente bene, poiché allevia l'ansia dell'uomo davanti alla morte. Prima i totalitarismi novecenteschi, poi nel dopo­guerra l'isteria per la presun­ta sovrappopolazione mon­diale, ora l'emergenza clima­tica: sono le paure con cui le élites controllano le popola­zioni. Dovremmo riconoscere che, se non siamo mai stati così bene, lo dobbiamo alle fonti di energia abbondanti e a basso costo. La spinta verso l'austerità capitalizza sull'an­sia esistenziale delle persone ed è il fulcro delle pessime po­litiche odierne».

Le nuove generazioni sono le prime a cascarci: in Italia si susseguono le dimostrazioni di giovani attivisti climatici ai danni di monumenti. Come spiegargli che non c'è motivo di fare le vittime?

«Quando parlo ai miei figli o agli studenti chiedo loro di ricordare com'era la vita dei loro nonni e di confrontarla con la nostra. E gli rammento che nel mondo due miliardi di persone ancora oggi usano la legna come primaria fonte di energia. La battaglia per il cli­ma è il passatempo di una mi­noranza ricca e secolarizzata rimasta senza scopi, che si crede l'eroina che salverà il mondo dal "male" dei combu­stibili fossili e ha venduto questa immagine ai giovani. Ma la realtà è ben diversa: rendere costosa l'energia è un errore terribile che condan­nerà poveri e anziani. Quindi dico: comportatevi da adulti e piantatela: se davvero volete ridurre le emissioni, puntate sul nucleare!

Quanto è pericoloso questo allarmismo se unito all'attac­co alla libertà di parola?

«Siamo in presenza di un vero e proprio "apparato in­dustriale censorio": l'Europa sta disciplinando in modo sconcertante il diritto di pa­rola, che da noi è intoccabile per Costituzione e protetto dal primo emendamento. Pe­raltro, si è scoperto che il go­verno ha sollecitato restrizio­ni su Twitter e Facebook (il caso Twitter files, ndr). In Oc­cidente non abbiamo mai spe­rimentato una così grande tolleranza nei confronti delle minoranze, eppure da Biden a Obama ad altri capi di Stato è tutto un lamentarsi contro un presunto linguaggio d'odio per poi invocare la censura: un segnale preoccupante del­l'attacco alla libertà di espres­sione. Per denunciarlo, il 22 e 23 giugno, a Londra, terremo un incontro internazionale aperto a chi ha a cuore questo valore fondamentale».

Sul caso Twitterfiles, con il giornalista Matt Taibbi, ave­te testimoniato al Congresso. Come hanno reagito le auto­rità?

«Mi sono trovato a dover di­fendere il primo emenda­mento dai democratici, che ci hanno interrogato come "col­pevoli" di aver denunciato la censura in atto. Che a loro non basta: sono convinti che chi, come me, critica l'emergenzialismo climatico debba es­sere oscurato ancora di più sui social media. Ma senza li­bertà di parola non c'è demo­crazia, progresso, scienza! La sinistra, ora ostaggio dell'i­deologia woke, è sempre così preoccupata che qualcuno sia offeso o traumatizzato da to­gliere la facoltà di parlare li­beramente: questa è la strada che porta al totalitarismo».

In questo tipo di società, dove cosa è bene o male viene deciso dal potente di turno che stabilisce sempre nuovi criteri, chi può dirsi al sicu­ro?

«Viviamo un tempo molto difficile perché siamo nelle mani di élites che obbedisco­no a ideologie antiumane di decrescita e depopolamento, considerano la libertà di espressione una minaccia, mettono a rischio il principio di uguaglianza davanti alla legge, la sacralità dei bambi­ni, i diritti delle donne. Così molte persone, me incluso, che un tempo stavano a sini­stra su certi temi si trovano d'accordo con la destra, in una inedita alleanza liberal-conservatrice contro il wokeismo dal grande potenziale, anche elettorale».

Da: La Verità, martedì 6 giugno 2023



domenica 18 giugno 2023

La fuga dalla verità e dalla realtà dell’uomo contemporaneo




Silvio Brachetta 

Sull’ultima trasmissione che ho condotto a Radio Maria [qui] è necessaria una sintesi scritta, per via dell’importanza del contenuto dei due libri a base del mio intervento. I libri sono i seguenti:
Dietrich von Hildebrand, La detronizzazione della verità, Cantagalli, Siena 2023, euro 15,00
Byung-Chul Han, Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale, Einaudi, Cles 2023, euro 10,00
L’homo sapiens – scrive Byung-Chul Han[1] – è sempre più «phono sapiens», cioè colui che vive sempre attaccato al telefono (in versione smartphone), alla ricerca maniacale d’informazioni, alla ricerca del gioco digitale o del divertimento informatico. Il phono sapiens non capisce, però, che l’informazione non lo conduce più alla realtà delle cose[2], ma alle cose trasformate in «infomi», ovvero in «agenti che elaborano informazioni».


Le informazioni, dice sempre Byung-Chul Han, «non sono un costrutto stabile» poiché manca loro «la saldezza dell’essere». L’informazione, di per sé, non sarebbe un male. Dovrebbe accompagnare l’uomo nella comprensione delle cose e del mondo. Però le cose si possono sì raggiungere con la parola (di cui l’informazione fa parte), ma attraverso una narrazione, una spiegazione, una storia che dà significato alle cose – attraverso un logos.


Al contrario, le informazioni che provengono dall’informatica e dalle tecnologie digitali sono «additive, non narrative», per cui «si possono contare, ma non raccontare». Per definizione, l’ordine digitale «è privo di storia e di memoria». In questo senso, l’«essere» digitale è immediatamente disponibile, mentre invece l’«essere» (in Heidegger) è sempre indisponibile: anzi, è fattibile solo quello che, nell’esistenza umana, è indisponibile. Se infatti l’essere fosse disponibile, sarebbe controllabile e manipolabile persino nell’essenza, che però non è soggetta a mutazione.


Per questo Byung-Chul Han è convinto che l’ordine digitale «defatticizza l’esistenza umana». E quando le cose non si fondano sulla stabilità dell’essere e la «fatticità» heideggeriana è negata, allora il reale è sostituito dal virtuale. Non è dunque in discussione l’utilità dei mezzi informatici, ma la deriva virtuale delle tecnologie digitali.


Non è troppo complicato da capire che la verità delle cose non si raggiunge attraverso un coacervo di dati caotici accostati gli uni agli altri, o attraverso una massa di affermazioni o negazioni tutte sganciate tra loro, come succede quasi sempre nel mondo dei mass media, della pubblicità, del giornalismo e delle telecomunicazioni. La verità «è fatticità e sfoggia una saldezza dell’essere». Se viene meno questa saldezza, si corre «dietro alle informazioni senz’approdare ad alcun sapere».


Per approdare al sapere è necessario invece un logos, un discorso (anche socratico), una storia, un racconto: è successo per la stessa Rivelazione (il cui Dio è il Logos), ma anche per tutte le grandi opere teologiche e filosofiche della storia.


Parente stretto dell’informazione, breve e isolata, è lo «slogan», a tutt’oggi gridato con arroganza e imposto nelle piazze. E proprio dello slogan ci parla Dietrich von Hildebrand[3], nel suo libro postumo, che vede una verità detronizzata e sostituita dalla menzogna. Hildebrand scrive questa sua opera nel 1943, dopo aver conosciuto l’impostura del Nazismo e del Comunismo.


Ebbene, scrive Hildebrand, i regimi totalitari fanno grande uso dello slogan, che si potrebbe chiamare informazione spiccia, informazione umorale, viscerale, non pensata. Lo slogan è «un’arma di propaganda» in cui «il significato delle parole è stato sostituito con l’effetto emotivo che esse creano nella mente del pubblico». Lo slogan è il risultato di una qualche elucubrazione ideologica, imposto dai pochi alle masse, che devono assorbirlo in modo acritico. Lo slogan fa perno sull’emozione, per renderlo di facile diffusione e per allontanare le masse dalla speculazione filosofica.


Il ricorso allo slogan, continua Hildebrand, provoca una «desostanzializzazione della mente umana». La mente umana perde la sua sostanza, che è quella di pensare. Non solo però nelle dittature Hildebrand vede questa perdita di pensare da parte della mente.


Anche la democrazia – attraverso un equivoco sull’uguaglianza tra le persone – produce una fitta rete di slogan, che sono nient’altro che le opinioni delle persone: esse devono essere tutte dello stesso peso e non c’è più un criterio oggettivo della verità.


Pur con argomenti diversi, Hildebrand e Byung-Chul Han trattano delle sorti della verità, sostituita «da un espediente», vuoi che si chiami «informazione digitale», vuoi che si chiami «slogan».


Entrambi prospettano un mondo (quello contemporaneo) che è sotto l’impero di una triade relativistica della conoscenza: l’informazione, lo slogan, l’opinione. Tornando al modo di esprimersi del filosofo sudcoreano, si direbbe che «il mondo fatto di informazioni viene regolato non dal possesso, bensì dall’accesso». Si può possedere qualcosa, ma solo se qualcuno ti autorizza ad usufruirne, mediante username o password.


Non è una cosa strana: venendo meno la realtà delle cose, viene meno anche la di loro proprietà privata. L’umanità potrà avere, tutt’al più, un accesso ad un mondo virtuale, dove non troviamo più le cose, ma quello che l’ideologia pensa siano le cose.


È noto, infatti, che i grandi media sono mossi da grandi capitali e relativi programmi di rivoluzione della realtà. Vengono dunque messe in discussione le stesse fondamenta etiche della vita: per mezzo dello slogan e delle informazioni manipolate ad arte, si cerca di annullare la famiglia, di annullare l’ordine naturale del vivere, di corrompere lo spirito dei bambini e dei giovani, di edificare una società disumana del vizio.


Hildebrand è molto diretto: «la detronizzazione della verità comporta la decomposizione della vita stessa dell’uomo»; «la mancanza di rispetto per la verità […] distrugge palesemente ogni morale, anche ogni ragionevolezza e ogni vita comunitaria»; «tutte le norme oggettive sono dissolte […]»; «viene ignorata ed eliminata la funzione essenziale di qualsiasi proposizione e opinione che pretenda di essere conforme all’essere».


Eppure la parte emotiva della mens, se non soggetta a sloga ideologici e non perduta nel caos delle informazioni sganciate tra loro, non solo non danneggia, ma rende possibile il pensiero umano.

Qua Byung-Chul Han considera tutta una tradizione metafisica che, da sant’Agostino, passa per san Bonaventura e approda a Brentano (ma anche a Husserl e Heidegger). La nostra anima, cioè, è un «medium affettivo», diffusivo, intenzionale – che spira (in quanto spirito), ovvero che esce da sé medesimo e si avventa sull’ente che si è manifestato.

L’anima si avventa con una particolare predisposizione, che non è la «predisposizione al dubbio» di tipo cartesiano, ma è lo «stato d’animo fondamentale» di Heidegger, il quale è «l’inizio di un filosofare effettivo e vitale». In questo stato d’animo vi è inclusa la «totalità», che connota la capacità metafisica di un soggetto e che è una «cornice che mette ordine».


L’intelligenza artificiale – e per questo virtuale – non pensa proprio perché non va «fuori di sé» come la mens umana, ma rimane confinata nella correlazione tra due cose. Non va a sintesi, non crea una terza cosa inaudita, non è il risultato di un sillogismo, non esprime un concetto. Non va nell’ananke sténai di Aristotele, non conclude.


Scrive Byung-Chul Han: l’intelligenza artificiale e virtuale «non si spinge oltre il precostituito per arrivare, così, all’ignoto», mentre per la mente umana la «totalità è una forma di conclusione».



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[1] È un filosofo e docente sudcoreano che vive in Germania. Classe 1959, Byung-Chul Han è uno studioso eclettico e di profonda introspezione su diverse discipline: teoria della cultura, antropologia, comunicazione di massa, etica e filosofia sociale. I corsivi nelle citazioni sono suoi. Di questo autore si è già occupato Stefano Fontana nel nostro sito: vedi QUI su questo stesso libro, e QUI sulla società palliativa.
[2] La «cosa» è semplicemente la «res» latina, che però non di esaurisce nel senso di «oggetto materiale». Il significato della «res» è ben più ampio: cosa, fatto, circostanza, realtà, causa, ragione, bene, patrimonio, attività, stato, ecc… La cosa, che qui è nominata, è tutto ciò che è l’oggetto della conoscenza umana, ovvero tutto ciò che «si pone» (Agazzi) e che il senso avverte. [3] Firenze 1889 – New York 1977. Filosofo e teologo tedesco, di fede cattolica. Allievo di Husserl, fu uno studioso tra i più acuti, utilizzando in modo sorprendente il metodo della fenomenologia, in etica e in filosofia. Lodato a ragione da Papa Pio XII è stato poi ghettizzato in epoca post-conciliare.