domenica 17 febbraio 2019

Ghiaie di Bonate, un sì al culto che nega la Provvidenza





Il vescovo di Bergamo riconosce il culto mariano di "Maria Regina della Famiglia" alle Ghiaie di Bonate, ma continua a negare il carattere soprannaturale delle apparizioni. L'occasione persa di una gerarchia che non crede più agli interventi soprannaturali o li considera scomode sovrapposizioni ai propri programmi pastorali. In quanto alla Madonna, l'ostilità è da ricercare nei messaggi stessi ad Adelaide: l’inferno esiste, le anime che si perdono per l’eternità e i mali dei figli sono spesso causati dalle colpe dei genitori e dalla crisi della famiglia.



Corrado Spera, 17-02-2019

Il vescovo di Bergamo ha riconosciuto il culto mariano di «Maria Regina della Famiglia»
alle Ghiaie di Bonate, luogo molto noto, come anche mons. Francesco Beschi ha ritenuto sottolineare nel suo decreto, per le «presunte apparizioni della Madonna nel 1944». Dovrebbe essere una bella notizia, invece non lo è. Ci si rammarica per la forma di un provvedimento che avrebbe potuto favorire nuovi preziosi spunti di discernimento ma che, così impostato, suona invece come il pretesto per negare definitivamente la natura soprannaturale di questo grande e insieme delicato evento.


Ma andiamo con ordine. Il presule scrive nel decreto
che la sua scelta è dettata dal fatto che alle Ghiaie il 21 settembre 1921 fu dedicata la nuova chiesa parrocchiale alla santa Famiglia, «primo caso e allora unico nella diocesi di Bergamo». E prosegue entrando nel merito della mariofania, sottolineando come, «negli anni tristi e grevi della guerra, il 13 maggio 1944, una bambina di sette anni, Adelaide Roncalli, sostenne di aver visto la Vergine Maria con San Giuseppe e il bambino Gesù in braccio: la Sacra Famiglia. Vi furono altre dodici presunte apparizioni fino al 31 maggio 1944. La Vergine, stando al racconto della bambina, le parlò in dialetto invitando alla preghiera, alla conversione, alla penitenza. Molta gente accorse, moltissima: una luce di speranza nel buio della tempesta…».


A questi fatti seguì il primo giudizio della Chiesa di Bergamo
, che ricordiamo ancora rifacendoci al testo dell’attuale ordinario diocesano: «Il vescovo mons. Adriano Bernareggi, dopo attenta riflessione, ponderata ogni cosa, giunse a dichiarare che non vi erano elementi tali da potersi stabilire la soprannaturalità delle presunte apparizioni: non constat!». Un giudizio sospensivo – «allo stato attuale non ci sono elementi sufficienti per riconoscere la soprannaturalità dell’evento» –, ma che, aprendo alla possibilità di nuovi sviluppi di indagine, di fatto non chiude la questione. Cosa che, invece, sembrerebbe purtroppo aver fatto ora mons. Beschi, dal momento che, nel proseguo del decreto, dichiara: «Fu un giudizio solido: nei decenni successivi, i vescovi di Bergamo, personalmente e con l’aiuto di esperti, sempre in dialogo con la Santa Sede, non cessarono di interrogare e di interrogarsi sui fatti di Ghiaie, ma mai hanno ritenuto di discostarsi da tale autorevole giudizio: senza nulla togliere alla ricchezza di una profonda esperienza spirituale, oggi come allora, non vi sono elementi sufficienti che possano attestare il carattere soprannaturale delle presunte apparizioni. Scorrono gli anni, i decenni e anche se qualcuno ha tentato di strumentalizzare la devozione del popolo di Dio, la grande maggioranza dei fedeli, compresa la stessa Adelaide, si è sempre affidata con fiducia alla saggezza della Chiesa vivendo una vera e feconda devozione mariana. Un fiume di fedeli mai contro qualcuno, ma sempre con la Chiesa».


In pratica, pur riconoscendo che alle Ghiaie da 75 anni si prega di giorno e di notte
, vivendo una devozione imponente che ha travalicato i confini diocesani e che è improntata a una fede autentica e da sincero amore per la Chiesa, il vescovo non vede in questi dati i frutti di grazia attribuibili a un intervento divino. E, concludendo il suo discorso, lascia intendere che non avrà ripensamenti – «La Chiesa, Madre e Maestra è prudente tanto quanto è paziente. Ai pastori è richiesto di assumersi la responsabilità di indicare una strada certa piuttosto che un cammino tortuoso e incerto» – e che d’ora in avanti il parroco di Bonate avrà la responsabilità di «valorizzare e custodire il culto mariano, escluso ogni riferimento a messaggi, apparizioni e altri fenomeni di presunta natura soprannaturale». Punto.


Come a dire che da questo momento la Chiesa di Bergamo
non nutre più alcuno interesse per capire se la Madonna, che quando appare è mandata da Dio, si sia o meno scomodata dal Cielo facendo una grande grazia e avendo qualcosa da dire al popolo cristiano di questa città. Il culto mariano che verrà sviluppato alle Ghiaie prescinderà da ciò. E il dato non può non rattristare perché, a fronte delle dichiarazioni del vescovo, benché la devozione alle Ghiaie si sia sviluppata secondo il sensus fidei con grande concorso di fedeli, non si ha, in verità, traccia pubblica né da parte né della Diocesi né della Santa Sede di iniziative significative tese ad accertare la verità dell’evento.


Non esistono convegni, volumi di analisi sul Messaggio e sulla personalità della veggente
, raccolte di testimonianze sulle grazie e i fenomeni straordinari come la danza del sole riscontrati alle Ghiaie… che siano stati patrocinati dall’autorità della Chiesa. Ogni giudizio successivo, come ha ammesso lo stesso mons. Beschi, poggia su quel primo unico pronunciamento interlocutorio di Bernareggi, vescovo di Bergamo dal 1936 al 1953, che per alcune fonti accreditate morì tormentato dall’idea di essersi sbagliato riguardo alle apparizioni di Bonate. Questo perché, secondo le medesime fonti, l’intera inchiesta sarebbe stata condotta con grave pregiudizio da un alto prelato della Curia, ritenuto anche responsabile di atteggiamento autoritario, ruvido e umanamente sconveniente nei confronti della piccola veggente, che vale la pena ricordare, all’epoca aveva solo sette anni. Mai nessun chiarimento sul punto, mai alcuna scusa alla veggente che fu portata via da casa, sottoposta da sola a interrogatori pressanti e invasivi che qualcuno ha classificato come violenza psicologica. Col risultato che conosciamo: «Non constat!».


Povera Adelaide: passata a miglior vita il 24 agosto 2014
, ha vissuto un’esistenza travagliata portando il peso di non esser stata creduta e di non vedere realizzato il piano di Dio su Bonate. Eppure, con grande umiltà, come ora le viene riconosciuto, ha accettato ogni cosa, ritirandosi fino alla morte nel nascondimento, mai ribellandosi all’indifferenza e allo spregio mostratole dalla sua Chiesa. Ecco, Adelaide, proprio per questo atteggiamento docile che ricorda così da vicino la passione del Signore – «Venne nel mondo ma i suoi non l’hanno accolto» – parrebbe la prova luminosa di una creatura toccata e guidata dall’Alto. Ma neppure questo segno è giudicato degno di nota. Del resto, anche il fatto che la Vergine sia apparsa nel giorno di Fatima, come Regina della Famiglia proprio laddove la si venerava con quel nome avrebbe potuto essere ritenuto già un primo sufficiente segno della verità della sua venuta, perché in molti casi nella storia, come per esempio a Lourdes, le apparizioni sono state la certificazione di un’iniziativa, di un riconoscimento o di un pronunciamento della Chiesa sulle verità di Dio.


La sensazione è allora, e qui lo sguardo si sposta oltre le Ghiaie
, è che l’autorità della Chiesa contemporanea, almeno in parte, non creda più di tanto agli interventi soprannaturali o perlomeno li consideri scomode sovrapposizioni ai propri programmi pastorali. Ma se così fosse si estrometterebbe Dio dalla possibilità di dare al suo popolo quelle correzioni di rotta, quei suggerimenti di bene che caratterizzano il suo rivelarsi all’uomo fin dal Giardino dell’Eden e, dopo la venuta di Gesù, nelle apparizioni di quest’ultimo, della Madonna e dei santi. Così facendo non si presterebbe il fianco a quelle forze massoniche e anticristiche che, anche da dentro la Chiesa, si propongono manifestatamente di opporsi alla missione affidata da Dio alla Donna dell’Apocalisse e al trionfo di Cristo, ostacolando la storia della Salvezza, per esempio, in questo nostro tempo, rallentando lo svelamento del Cuore Immacolato di Maria, che è stato promesso a Fatima?


Di fatto oggi è diffusa questa tendenza di negare la Provvidenza
per decreto senza tante spiegazioni e, apparentemente, senza neppure troppo studio. Tutt’al più si riconosce il culto, come nel nostro caso, forse così da mettere il cappello su un luogo, magari costruirci un bel Santuario e amministrare come è giusto le offerte generose dei fedeli che, tant’è, adesso come prima, continueranno a venire qui richiamati dal Mistero di quei dialoghi in dialetto fra la Madre di Dio e la piccola Adelaide. La Chiesa, è stato scritto, interviene per evitare strumentalizzazioni: ma evitando di confrontarsi con il fatto soprannaturale e il Messaggio non rischia a sua volta di compiere una manipolazione?


Ma che cosa ci può essere di tanto scomodo nel messaggio della Regina di Bonate?
È difficile dare una risposta: la Madonna ha chiesto di fare sacrifici e penitenze per i peccatori, perché l’inferno esiste e molte anime si perdono per l’eternità. Ha detto che i mali dei figli spesso sono causati dalle colpe dei genitori. Ha confermato che il Padre dei Cieli è traboccante di amore, ma che per ottenere la sua misericordia occorrono una robusta volontà, le buone azioni, il desiderio di cambiare e l’umiltà di chiedere perdono… E ha riproposto la santa Famiglia di Nazaret come modello per il rinnovamento della società. Riconoscere e sforzarsi di vivere un messaggio così non potrebbe che far del bene alla Chiesa e all’umanità. A meno non si preferisca ascoltare altri messaggi e guardare ad altre famiglie…

Corrado Spera


fonte







mercoledì 13 febbraio 2019

Finalmente un vescovo tuona contro le messe sacrileghe





Il parroco affida le parole della consacrazione ad un laico. E il vescovo interviene tuonando contro i sacrilegi a messa. Succede a Reggio Emilia dove Massimo Camisasca pubblica una lettera molto dura sugli abusi e il rispetto delle norme liturgiche: "Dovremo risponderne davanti a Dio". Una mossa impopolare, ma giusta. E che conferma il diritto-dovere del fedele di protestare.




di Andrea Zambrano, 10-02-2019

“E’ gravemente illecito associare i fedeli alle parole del Canone e addirittura chiedere loro di pronunciarne qualche parte. La celebrazione diventerebbe invalida quando fossero i laici a pronunciare le parole della Consacrazione”.


Un forte richiamo al corretto uso della liturgia durante la Santa Messa e un appello a cessare le liturgie creative fatte dai preti è quello che il vescovo di Reggio Emilia e Guastalla Massimo Camisasca ha recapitato a tutti i sacerdoti e ai fedeli nel settimanale diocesano La Libertà.


Una lettera sulla liturgia, dunque, per fermare quei preti che intendono la messa come cosa loro, di cui poter disporre a piacimento. In questi anni ne abbiamo sentite di diversi colori, in Italia e nel mondo: preti che non dicono il Credo o lo inventano, parti della messa affidate a laici o a esponenti di altre confessioni religiose, show di ogni tipo durante la celebrazione. Il catalogo delle messe creative rappresenta una ferita nel cuore stresso della Chiesa, la celebrazione dell’Eucarestia e la campagna della Nuova BQ #salviamolamessa lo ha mostrato molto bene. Ma di fronte a questi episodi, spesso ostentatamente pubblicizzati dai sacerdoti, si è iniziato a fare finta di nulla. Questo ha provocato grave scandalo nei fedeli e il pullulare di messe sempre più creative e sempre più dissacranti.


In questo senso la lettera di Camisasca ai suoi preti, una lettera di richiamo a tutti gli effetti, assume un valore importante di ristabilimento del diritto. Anzitutto, quello di Dio ad essere adorato come chiede e in secondo luogo il diritto dei fedeli a partecipare ad una sacra liturgia proficua per la propria salute spirituale. Diritto che le iniziative di preti creativi e sciatti calpestano bellamente a volte con l’arroganza dei potenti. La lettera dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che protestare con il vescovo quando si assiste ad abusi e violazioni gravi nella liturgia, serve ed è utile. Come confermava sulle nostre colonne anche il cardinal Muller a proposito del diritto di protestare con il sacerdote che abusa del suo ruolo fino addirittura ad andarsene se la celebrazione diventa palesemente invalida.


La missiva pubblica infatti nasce a seguito di una serie di segnalazioni pervenute a Camisasca circa il comportamento di alcuni sacerdoti diocesani. Il riferimento infatti alle parole della consacrazione affidate ai laici è legato ad un episodio che è stato segnalato al vescovo da un fedele: un sacerdote, durante la messa del 1 gennaio, ha affidato la lettura del Canone a una fedele, donna!


Il motivo? Nella segnalazione si dice che il prete avrebbe accampato la scusa di essere stanco. Chissà, forse i festeggiamenti della notte precedente del Veglione di San Silvestro lo avevano costretto a fare le ore piccole? O forse ha voluto dare un segnale di una nuova forma di concelebrazione mista? Sia come sia, il fedele, che aveva sentito la cosa soltanto riferita, ha chiesto conferma prima di tutto al vescovo. E per sicurezza ha inoltrato la missiva anche alla Congregazione del Culto divino e poi alla Congregazione per la dottrina della fede. Non sappiamo se Camisasca abbia verificato la notizia, né se abbia ricevuto conferma di quell’episodio specifico. Ma dal monito nella missiva sulla consacrazione affidata ai laici pare proprio di sì. Anche a giudicare da quello che il vescovo dice successivamente: “Mi permetto di ricordare tutto ciò, che penso ovvio per la stragrande maggioranza di tutti noi, perché sento e vedo qua e là serpeggiare confusioni o manifestazioni erronee a riguardo di ciò di cui ho finora parlato”.


Importante poi la chiusa finale: “Desidero che il popolo cristiano non sia mai confuso e disorientato nella sua fede. E’ una grave responsabilità che tutti abbiamo e di cui dovremo, io per primo, rispondere a Dio”. Parole certamente gravi, che arrivano a conclusione di un documento denso di riferimenti dottrinali sul significato, il valore e la sacralità della santa messa. Come ad esempio la Costituzione conciliare Sacrosantum Concilium della quale molti preti hanno letto probabilmente soltanto il cosiddetto spirito e non la sua lettera dato che in essa non vi si trova nessuna concessione alle arbitrarietà e agli abusi a cui poi nei successivi 50 anni abbiamo assistito e che - tanto per dirne una - venne firmata addirittura da monsignor Lefevbre.


Resta il fatto che di fronte a un sacrilegio vero e proprio come quello compiuto a Reggio Emilia, il vescovo abbia sentito il bisogno di alzare la voce per riparare un delitto così grave. Un atto di coraggio e per certi versi profetico, che indica qual è il bene principale che si gioca nella messa. Un bene del quale i preti non possono disporre arbitrariamente e del quale un giorno si dovrà rispondere di fronte a Dio.















lunedì 11 febbraio 2019

Ma se togliamo la Croce di Cristo non ci resta che il deismo (massonico)






di Aldo Maria Valli, 11-02-2019

Sulla grande stampa è stato unanime il plauso per il documento sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” firmato ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, da papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar.

Ovviamente i tentativi di instaurare rapporti d’amicizia con il mondo islamico sono da accogliere positivamente, ma bisogna vedere come si costruiscono.

Quando nel testo della dichiarazione leggiamo a un certo punto che “il pluralismo e le diversità di religione” nascerebbero da “una sapiente volontà divina”, noi cristiani restiamo perplessi: affermare che le diversità di religione sono volute da Dio non significa forse entrare in contraddizione con la richiesta di Gesù di andare in tutto il mondo e proclamare il Vangelo a ogni creatura? Se le diversità di religione sono frutto della “sapiente volontà divina” vuol dire che le diversità vanno bene così, perché Dio non può volere qualcosa di sbagliato. Ma allora, se le diversità sono buone, perché Gesù ha esortato a evangelizzare tutte le genti?

Alcuni osservatori hanno sostenuto che in realtà tale contraddizione non c’è. La dichiarazione, si dice, afferma che ogni religione possiede peculiari valori per i quali esse si completano e si arricchiscono a vicenda, ed è per questo che Dio vuole la pluralità. Altri ancora hanno detto che Dio può tollerare le differenze per rispetto della libertà umana. Ma sono spiegazioni che suonano capziose e non fanno i conti con la questione della vera religione né con il mandato missionario che Gesù ha assegnato agli apostoli. E comunque il risultato della dichiarazione è stato quello di rafforzare nell’opinione pubblica il comune sentire, secondo il quale tutte le religioni sono uguali, tutte sono accettabili, tutte nascono alla fin fine da convinzioni personali e nessuna può sostenere di essere più vera di un’altra. Nulla a che fare con la religione rivelata.

L’altro motivo di perplessità riguarda l’accento posto con grande enfasi sulla fraternità, valore bellissimo, ma che, dalla prospettiva cattolica, va a sua volta precisato.

Ne parliamo con il teologo e liturgista monsignor Nicola Bux, studioso dell’Oriente che ha conseguito un dottorato al Pontificio Istituto Orientale di Roma, ha soggiornato e insegnato a Gerusalemme e collaborato con l’esperto di Islam padre Samir Khalil Samir. Fu inoltre nominato da Benedetto XVI perito al sinodo sul Medio Oriente nel 2010.

Monsignor Bux, inutile nasconderlo: fin dal titolo, l’incontro di Abu Dhabi presenta un retrogusto che sa di relativismo e sincretismo. Ed anche, diciamolo fuori dai denti, di massoneria. È stato caratterizzato infatti da un umanitarismo di stile prettamente massonico. Viene in mente Il padrone del mondo di Benson, là dove si profetizza che, con il contributo della massoneria, in futuro sarà l’umanitarismo la “religione” universale e avrà un proprio rituale e un proprio credo. Come abbiamo puntualmente visto ad Abu Dhabi.

È vero. Mi hanno fatto notare che cliccando su Google “documento fratellanza umana” dopo un po’ esce “La luce massonica”. La Dichiarazione di Abu Dhabi è un documento dal tono geo-politico ed è apparentemente condivisibile, ma in realtà recepisce il programma massonico di un solo governo mondiale. Si usano concetti, come quello di famiglia, che sono interpretati e vissuti diversamente dalla dottrina cattolica e da quella islamica. Soprattutto, come direbbe l’Apostolo, si ricorre ad “argomenti persuasivi di sapienza umana” (1 Cor 2,2s), ben diversi, per esempio, da quelli dei martiri gesuiti giapponesi, san Paolo Miki e compagni: “Non c’è altra via di salvezza, se non quella seguita dai cristiani”. Una cosa è la sapienza umana, un’altra il mistero della fede e della salvezza. Gesù non ha firmato col sommo sacerdote ebreo Caifa e col pagano Ponzio Pilato una dichiarazione, ma è morto in croce. La Croce è sapienza e potenza di Dio, scandalo per i giudei e follia per i pagani. Quando la Chiesa prescinde dalla Croce, riscuote l’applauso del mondo, ma non il gradimento di Dio. “La sapiente volontà divina” a cui accenna la Dichiarazione non risiede nel pluralismo delle religioni, ma nella Croce di Cristo, venuto per radunare i figli di Dio che erano dispersi e per fare dei due un solo popolo. È qui la radice della vera fratellanza umana.

Occorre poi notare che far risalire la diversità di religioni alla “sapiente volontà divina” suona come parafrasi della sura 5, in cui è Allah che parla: “A ognuno di voi abbiamo assegnato una via e un percorso. Se Allah avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità. Vi ha voluto però provare con quel che vi ha dato. Gareggiate in opere buone: tutti ritornerete ad Allah ed Egli vi informerà a proposito delle cose sulle quali siete discordi” (Corano 5, 48)”.

Parlavamo di massoneria: in Medio Oriente c’è? E tra ebrei e musulmani?

In Medio Oriente, così come in America Latina, vi sono potenti logge massoniche, ma gli ebrei e i musulmani che vi appartengono – in genere persone di alto livello o di potere – non sono ben visti dai rispettivi correligionari e spesso sono considerati traditori della religione, perché vogliono servire due padroni.

Torniamo alla dichiarazione di Abu Dhabi. Dal testo sembra emergere l’idea che cristiani e musulmani siano complementari. Ma un cristiano può accettare quest’idea?

Tra i cattolici, analogamente a quanto è successo con il dialogo ecumenico, che ha indotto non pochi a ritenere che la Chiesa cattolica sia complementare ad altre chiese cristiane, il dialogo interreligioso ha portato non di rado a ritenere la Rivelazione di Gesù Cristo complementare al contenuto delle altre religioni, in quanto nessuna da sola avrebbe la verità. Ma a questo punto sorge una domanda: se le cose stanno così, si può ancora parlare del cristianesimo come della vera religione? Giovanni Paolo II nel 2000 volle dare una risposta con la Dichiarazione Dominus Iesus sull’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, affidata all’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger. Vi si afferma che le visioni relativistiche, secondo le quali tutte le religioni sono valide vie di salvezza, non possono essere accettate. Resta dunque valida la pretesa cristiana di essere la religio vera, in cui metafisica e storia si sono rapportate ed è avvenuta la sintesi tra ragione, fede e vita. Questo era anche il presupposto della lezione di Benedetto XVI a Regensburg. Invece nella Dichiarazione di Abu Dhabi, pur ripetendo alcune volte “in nome di Dio”, non si nomina mai Gesù Cristo. Ma la Chiesa cattolica sa che “non v’è altro nome nel quale è stabilito che gli uomini abbiano salvezza”(At 4,12)! Se si esclude questa pietra angolare, qualsiasi sforzo dei costruttori è vano.

Quando noi ci poniamo questi problemi, che dovrebbero nascere spontanei nella coscienza di un cattolico alla luce del Vangelo di Gesù, veniamo facilmente attaccati come “sedicenti cattolici” e “complottisti” oltre che “ultra-tradizionalisti”. Lei come risponde?

Rispondo che siamo cattolici i quali sanno coniugare tradizione e innovazione. Non servono i pregiudizi ideologici, ma le risposte agli argomenti che vengono dalla Scrittura e dal magistero. La Dichiarazione di Abu Dhabi è in contrasto con la Dominus Iesus, mette in questione la fede e provoca turbamento. Sovvengono le parole di Paolo VI, quando affermò che “all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia” (Conversazione con Jean Guitton, 8 settembre 1977).

Del resto in nome del “pluralismo religioso” è stata prodotta teologia quanto meno singolare…

Certamente. L’idea del pluralismo religioso non di rado si è tradotta tra i cattolici in affermazioni teologiche ed ipotesi erronee e ambigue, come attribuire ai testi sacri di altre religioni la medesima ispirazione della Bibbia; fare di Gesù una figura non esclusiva ma complementare ai fondatori delle religioni; intendere l’attività dello Spirito Santo in modo indipendente da Cristo; ritenere che nel dialogo interreligioso, a proposito del significato e del valore dell’evento salvifico di Cristo, si possano omettere termini come “unicità”, “universalità”, “assolutezza” (cfr DI, n.15). La mentalità relativistica, penetrata nella Chiesa, rifiuta il carattere definitivo e universale della rivelazione di Gesù Cristo (cfr DI, n 5). Invece Egli è l’unico vero rivelatore del Padre (cfr Gv 1,18). Chi, dunque, nell’itinerario del dialogo interreligioso odierno, omette l’annuncio di Cristo redentore o tace la scelta divina dell’Incarnazione, compie una retrocessione nell’economia salvifica e favorisce il deismo, in specie quello massonico.

Nella Dichiarazione di Abu Dhabi manca qualsiasi riferimento al peccato, alla conversione e alla salvezza, ovvero a tutto ciò che rende possibile l’unità e la pace proclamate da Gesù, alla base della vera fraternità. Anche questo aspetto mi sembra significativo.

Era inevitabile, vista la natura del documento. Ma i cattolici devono sapere che né l’Onu delle nazioni né qualunque tipo di Fratellanza delle religioni potranno mai realizzare una unità più vera di quella che la Chiesa manifesta con la missione ad gentes, e non per virtù propria, ma del mistero di Cristo che si riflette in essa. Dispiace che anche qualche missionario di lungo corso in queste ore se ne sia dimenticato.

Ma la Dichiarazione di Abu Dhabi sarà accolta dall’Islam ortodosso?

Bella domanda. Di certo essa contrasta con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nell’Islam (Il Cairo, 1990), di cui i paesi islamici si dotarono perché non condivisero quella dell’Onu. Infatti, il Corano e la Sunna (Tradizione) mirano a proteggere la comunità islamica, non l’individuo; pertanto l’Islam non considera fratelli, né esseri umani con la stessa dignità, gli appartenenti alle religioni ebraica e cristiana; tanto meno quelli di altre religioni e gli atei. Il cristianesimo invece riconosce pari dignità a uomini e donne in ragione della creazione divina e della redenzione operata da Gesù Cristo: per questo non si può prescindere da Lui quando si parla di fratellanza universale. Ricordiamo san Paolo: “non sapere altro… se non Gesù Cristo, e questi crocifisso” (1 Cor 2,2). Può la Chiesa cattolica ricorrere a un metodo diverso da quello apostolico? No. Possiamo certamente usare l’espressione “fratellanza universale” e anche “nuovo ordine mondiale”, ma non nel senso in cui lo usavano la rivoluzione francese o George Bush ai tempi della Guerra del Golfo, bensì nel senso in cui lo usava Gesù: “Uno solo è il maestro, voi siete tutti fratelli… E non fatevi chiamare ‘maestri’ perché uno solo è il Maestro, il Cristo” (Mt 23,8).

Insomma c’è il rischio della mistificazione…

Certamente. Gesù Cristo ha rivelato che solo riconoscendo Dio Padre e diventando figli in Lui, Figlio, noi siamo fratelli. Se si adottano due orfani, essi sapranno di essere fratelli solo quando riconosceranno il padre. Se da soli sapessero riconoscersi fratelli, perché farli adottare da un padre? La fratellanza degli israeliti era di natura etnica e religiosa, quindi naturale; ma con il Nuovo Testamento per mezzo della rinascita in Cristo diventa soprannaturale e solo così abbraccia veramente tutti gli uomini. La rinascita avviene col battesimo. Per questo Gesù ha chiesto di battezzare tutte le creature, al fine di estendere la figliolanza e favorire la fraternità soprannaturale. Il fondamento di tutto ciò è la morte redentrice di Cristo. La preferenza fraterna va verso i fratelli di fede (cfr Gal 6,60;2 Pt 1,7) però deve restare aperta al prossimo (cfr Lc 10,30-37). Comunque, bisogna guardarsi dai falsi fratelli al nostro interno, perché la fraternità soprannaturale non nasce dal legame con gli uomini, ma con Dio (cfr 1 Ts 1,4). La Dichiarazione sulle religioni non cristiane (Nostra aetate) del Vaticano II, premettendo che la vera religione è quella cristiana (n.1), può affermare la necessità del comportamento fraterno che tolga ogni appiglio a discriminazioni e atti contro la dignità dell’uomo (n.5). Mi chiedo: gli estensori della Dichiarazione di Abu Dhabi hanno chiarito reciprocamente tutto questo prima di redigerla, oppure si è lasciato a ciascuno di recepirla a modo suo?

***

Intanto fra le numerose voci critiche circa la Dichiarazione di Abu Dhabi particolarmente significativa e decisa appare quella del professor Josef Seifert. Il filosofo austriaco, infatti, in un articolo nel quale si domanda “Come può Dio volere religioni che negano la divinità e la resurrezione di Cristo?”, afferma che la dichiarazione ha un contenuto eretico perché trasforma Dio in un relativista che “non sa” che esiste una sola verità e “non si interessa” del fatto che gli uomini credano il vero o il falso.

Secondo Seifert con il documento di Abu Dhabi papa Francesco rifiuta il cristianesimo e lascia intrendere che Dio si oppone a una Chiesa, come quella cattolica, che respinge ogni relativizzazione della religione cristiana.

Seifert chiede dunque a Francesco di abiurare la sua eresia: “Se non lo fa, temo che si possa applicare la legge canonica, secondo cui un papa perde automaticamente il suo ufficio petrino se professa un’eresia, e specialmente se professa la somma di tutte le eresie”.

A cura di Aldo Maria Valli





















domenica 10 febbraio 2019

Cardinal Müller: Il manifesto della fede.





Oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede, con un pericolo crescente di non trovare più il cammino che porta alla vita eterna. E i pastori spesso aumentano la confusione. Il testo integrale del Manifesto della Fede.

Gerhard Cardinale Müller
09-02-2019


MANIFESTO DELLA FEDENon sia turbato il vostro cuore (Gv 14,1)

Dinanzi a una sempre più diffusa confusione nell’insegnamento della fede, molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica mi hanno invitato a dare pubblica testimonianza verso la Verità della rivelazione. È compito proprio dei pastori guidare gli uomini loro affidati sulla via della salvezza, e ciò può avvenire solamente se tale via è conosciuta e se loro per primi la percorrono. A proposito ammoniva l’Apostolo: «A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto» (1Cor 15,3). Oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede, con un pericolo crescente di non trovare più il cammino che porta alla vita eterna. Tuttavia, compito proprio della Chiesa rimane quello di condurre gli uomini verso Gesù Cristo, luce delle genti (vedi LG 1). In questa situazione, ci si chiede come trovare il giusto orientamento. Secondo Giovanni Paolo II, il Catechismo della Chiesa Cattolica rappresenta una «norma sicura per l’insegnamento della fede» (Fidei Depositum IV). Esso è stato scritto allo scopo di rafforzare i fratelli e le sorelle nella fede, una fede messa duramente alla prova dalla «dittatura del relativismo»[1].


1. Dio uno e trino, rivelato in Gesù Cristo

L’epitome della fede di tutti i cristiani risiede nella confessione della Santissima Trinità. Siamo diventati discepoli di Gesù, figli e amici di Dio, attraverso il battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. La differenza delle tre persone nell'unità divina (254) segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell’immagine dell'uomo rispetto alle altre religioni. Riconosciuto Gesù Cristo, i fantasmi scompaiono. Egli è vero Dio e vero uomo, incarnato nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Il Verbo fatto carne, il Figlio di Dio è l'unico Salvatore del mondo (679) e l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (846). Per questo, la prima lettera di Giovanni si riferisce a colui che nega la sua divinità come all’anticristo (1Gv 2,22), poiché Gesù Cristo, Figlio di Dio, dall'eternità è un unico essere con Dio, suo Padre (663). È con chiara determinazione che occorre affrontare la ricomparsa di antiche eresie che in Gesù Cristo vedevano solo una brava persona, un fratello e un amico, un profeta e un esempio di vita morale. Egli è prima di tutto la Parola che era con Dio ed è Dio, il Figlio del Padre, che ha preso la nostra natura umana per redimerci e che verrà a giudicare i vivi e i morti. Lui solo adoriamo in unità con il Padre e lo Spirito Santo come unico e vero Dio (691).


2. La Chiesa

Gesù Cristo ha fondato la Chiesa come segno visibile e strumento di salvezza, che sussiste nella Chiesa cattolica (816). Diede alla sua Chiesa, che «è nata dal cuore trafitto di Cristo morto sulla croce» (766), una struttura sacramentale che rimarrà fino al pieno compimento del Regno (765). Cristo, capo, e i credenti come membra del corpo sono una mistica persona (795), per questo motivo la chiesa è santa, poiché Cristo, unico mediatore, l’ha costituita sulla terra come organismo visibile e continuamente la sostiene (771). Attraverso di essa l’opera redentrice di Cristo diventa presente nel tempo e nello spazio con la celebrazione dei SS. Sacramenti, soprattutto nel Sacrificio eucaristico, la S. Messa (1330). La Chiesa trasmette con l’autorità di Cristo la divina rivelazione, «che si estende a tutti gli elementi di dottrina, ivi compresa la morale, senza i quali le verità salvifiche della fede non possono essere custodite, esposte o osservate» (2035).


3. L’Ordine sacramentale

La Chiesa è in Gesù Cristo il sacramento universale della salvezza
(776). Essa non riflette sé stessa ma la luce di Cristo, che splende sul suo volto, e ciò può avvenire solo quando il punto di riferimento non è l’opinione della maggioranza né lo spirito dei tempi, ma piuttosto la Verità rivelata in Gesù Cristo, che ha affidato alla Chiesa cattolica la pienezza di grazia e di verità (819): Egli stesso è presente nei sacramenti della Chiesa.


La Chiesa non è un'associazione creata dall’uomo, la cui struttura può essere modificata dai suoi membri a proprio piacimento
: essa è di origine divina. «È Cristo stesso l’origine del ministero nella Chiesa. Egli l’ha istituita, le ha dato autorità e missione, orientamento e fine» (874). Ancora oggi è valido l’ammonimento dell’Apostolo secondo cui maledetto è chiunque proclami un altro Vangelo, «anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo» (Gal 1,8). La mediazione della fede è inscindibilmente legata alla credibilità umana dei suoi annunziatori: essi, in alcuni casi, hanno abbandonato quanti erano stati loro affidati, turbandoli e danneggiando gravemente la loro fede. Per loro si realizza la parola della Scrittura: «non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci» (2 Tim 4,3-4).


Compito del Magistero della Chiesa nei riguardi del popolo di Dio è quello di «salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti»
affinché possa «professare senza errore l’autentica fede» (890). Questo è particolarmente vero per quanto riguarda i sette sacramenti. La S. Eucaristia è «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» (1324). Il sacrificio eucaristico, in cui Cristo ci coinvolge nel suo sacrificio della croce, è finalizzato alla più intima unione con Lui (1382). Per questo la Sacra Scrittura ammonisce riguardo alle condizioni per ricevere la santa Comunione: «chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore» (1Cor 11, 27), dunque «Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione» (1385). Dalla logica interna del sacramento si capisce che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano la santa Eucaristia fruttuosamente (1457), perché in tal modo essa non li conduce alla salvezza. Metterlo in evidenza corrisponde a un’opera di misericordia spirituale.


Il riconoscimento dei peccati nella santa confessione almeno una volta all’anno è uno dei precetti della Chiesa (2042). Quando i credenti non confessano più i loro peccati ricevendone l’assoluzione, si rende vana la salvezza portata da Cristo, Egli infatti si è fatto uomo per redimerci dai nostri peccati. Il potere del perdono, che il Risorto ha conferito agli Apostoli e ai loro successori nell’Episcopato e nel Sacerdozio, rimette i peccati gravi e veniali commessi dopo il Battesimo. L’attuale pratica della confessione evidenzia come la coscienza dei credenti non sia oggi sufficientemente formata. La misericordia di Dio ci è data, affinché adempiamo i suoi comandamenti per conformaci alla sua santa volontà e non per evitare la chiamata alla conversione (1458).


«È il sacerdote che continua l’opera di redenzione sulla terra» (1589). L'ordinazione, che conferisce al sacerdote «un potere sacro» (1592), è insostituibile perché attraverso di essa Gesù diventa sacramentalmente presente nella sua azione salvifica. I sacerdoti scelgono volontariamente il celibato come «segno di questa vita nuova» (1579). Si tratta della donazione di sé stesso al servizio di Cristo e del Suo Regno che viene. Al fine di conferire validamente l’ordinazione nei tre gradi di questo sacramento, la Chiesa si riconosce vincolata alla scelta compiuta dal Signore stesso, «per questo motivo l’ordinazione delle donne non è possibile» (1577). A tale riguardo, parlare di una discriminazione della donna dimostra chiaramente una erronea comprensione di questo sacramento, che non riguarda un potere terreno ma la rappresentazione di Cristo, lo Sposo della Chiesa.


4. La legge morale

Fede e vita sono inseparabili, poiché la fede senza le opere compiute nel Signore è morta (1815). La legge morale è opera della sapienza divina e conduce l’uomo alla beatitudine promessa (1950). Di conseguenza, la «Legge divina e naturale mostra all’uomo la via da seguire per compiere il bene e raggiungere il proprio fine» (1955). La sua osservanza è necessaria a tutte le persone di buona volontà per conseguire la salvezza eterna. Infatti colui che muore in peccato mortale senza pentimento rimarrà per sempre separato da Dio (1033). Ciò comporta delle conseguenze pratiche nella vita dei cristiani, tra le quali è opportuno richiamare quelle oggi più frequentemente trascurate (cfr 2270-2283; 2350-2381). La legge morale non è un peso ma fa parte di quella verità liberatrice (cfr Gv 8,32) attraverso la quale il cristiano percorre la via della salvezza e non deve essere relativizzata.


5. La vita eterna

Molti si chiedono oggi per quale motivo la Chiesa esista ancora se gli stessi vescovi preferiscono agire da politici piuttosto che da maestri della fede proclamare il Vangelo
. Lo sguardo non deve soffermarsi su questioni secondarie, ma è più che mai necessario che la Chiesa si assuma il suo compito proprio. Ogni essere umano ha un'anima immortale, che alla sua morte si separa dal corpo, però con la speranza della risurrezione dei morti (366). La morte rende definitiva la decisione dell’uomo a favore o contro Dio. Tutti devono affrontare il giudizio personale subito dopo la morte (1021): o sarà necessaria ancora una purificazione oppure l’uomo andrà direttamente verso la beatitudine celeste e gli sarà permesso di contemplare Dio faccia a faccia. Esiste però anche la terribile possibilità che una persona, fino alla fine, resti in contraddizione con Dio: rifiutando definitivamente il Suo amore, essa «si dannerà immediatamente per sempre» (1022). «Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi» (1847). L’eternità della punizione dell’inferno è una realtà terribile, che - secondo la testimonianza della Sacra Scrittura - riguarda tutti coloro che «muoiono in stato di peccato mortale» (1035). Il cristiano attraversa la porta stretta, «perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano» (Mt 7,13).


Tacere su queste e altre verità di fede oppure insegnare il contrario è il peggiore inganno contro cui il Catechismo ammonisce vigorosamente. Ciò rappresenta l'ultima prova della Chiesa, ovvero «una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia della verità» (675). È l’inganno dell’Anticristo, che viene «con tutte le seduzioni dell’iniquità, a danno di quelli che vanno in rovina perché non accolsero l’amore della verità per essere salvati» (2Ts 2,10).


Appello


Come lavoratori nella vigna del Signore, noi tutti abbiamo la responsabilità di ricordare queste verità fondamentali aggrappandoci a ciò che noi stessi abbiamo ricevuto. Vogliamo dare coraggio per percorrere la via di Gesù Cristo con determinazione, così da ottenere la vita eterna seguendo i Suoi comandamenti (2075).


Chiediamo al Signore di farci conoscere quanto è grande il dono della fede cattolica
, attraverso il quale si apre la porta alla vita eterna. «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» (Mc 8,38). Pertanto ci impegniamo a rafforzare la fede confessando la verità che è Gesù Cristo stesso.


L’avvertimento che Paolo, l’apostolo di Gesù Cristo, dà al suo collaboratore e successore Timoteo è rivolto in modo particolare a noi, vescovi e sacerdoti. Egli scriveva: «Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (2Tm 4,1-5).


Possa Maria, Madre di Dio, implorarci la grazia di aggrapparci alla confessione della verità di Gesù Cristo senza vacillare.


Uniti nella fede e nella preghiera


Roma, 10 febbraio 2019


Gerhard Cardinale Müller


Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede dal 2012-2017









[1] I numeri nel testo si riferiscono al Catechismo della Chiesa cattolica.









fonte 




venerdì 8 febbraio 2019

Che fine hanno fatto i soldati di Cristo?




di Aldo Maria Valli 08-02-2019

Da quando il politicamente corretto vi ha fatto irruzione, la Chiesa cattolica non usa più le espressioni che si ispirano alla guerra e al combattimento. Non si parla più, per esempio, di anime di “conquistare” ed è stata abbandonata anche la definizione di “soldati di Cristo”. Eppure, Scritture alla mano, è difficile non vedere che la vita di fede è combattimento. Sant’Agostino, nel trattato
De agone christiano, spiega bene che per il cristiano sulla terra non ci può essere pace perfetta.

Il
Catechismo della Chiesa cattolica quando si occupa del sacramento della Confermazione utilizza espressioni molto belle: parla di crescita e approfondimento della grazia battesimale, di unione più salda con Cristo e la Chiesa, però non dice più che con la Cresima si diventa “soldati di Cristo”, come invece dice il Catechismo di san Pio X.

Su questi aspetti, un’interessante riflessione è condotta da
don Louis Sentagne, della Fraternità sacerdotale San Pio X, nell’editoriale del numero 108 della rivista La tradizione cattolica. Ne propongo qui una parte.

A.M.V.

***

Conviene ricordare una verità dottrinale e storica. Noi non apparteniamo ancora alla Chiesa trionfante. Speriamo, con la virtù soprannaturale della speranza, di raggiungerla un giorno, magari passando dalla Chiesa sofferente nel Purgatorio. Di fatto per il momento apparteniamo alla Chiesa militante. Che cosa vuol dire “militante”? Il Catechismo del Concilio di Trento ci risponde così: “Si chiama militante, perché i suoi membri devono sempre combattere con quei terribili nemici che sono il mondo, la carne e il demonio”.

Se guardiamo alla storia, quando mai la Chiesa è stata in pace? Durante i tre secoli di persecuzioni romane? E finite le persecuzioni, dopo appena dieci anni nasceva la peggiore delle eresie, l’eresia ariana, che si può paragonare per ampiezza e danno solamente all’eresia protestante (senza parlare di quella attuale). È stata la Chiesa in pace durante l’irruzione dei pagani al nord e dei musulmani al sud? O durante gli eterni tentativi di usurpazione della potenza laica, che prenda il nome di Federico Barbarossa, Filippo il Bello, Giuseppe II o Napoleone? Durante l’XI secolo con lo scisma greco, o il XVI con l’eresia protestante, quella giansenista o la Rivoluzione detta francese con tutti i suoi seguaci europei?

No, la Chiesa militante non è fatta per vivere in pace con il mondo. Allora i cristiani sarebbero dei vili seminatori di guerra?

Il cristiano deve essere artefice di pace, sì, ma di pace con Dio e quindi di guerra contro “il mondo, la carne e il demonio”. D’altronde che cosa significa il sacramento della Cresima che abbiamo ricevuto?

Ricorriamo sempre al nostro catechismo, si intende ovviamente il Catechismo di san Pio X. La domanda numero 304 recita: “Che cos’è la Cresima o Confermazione? La Cresima o Confermazione è il sacramento che ci fa perfetti cristiani e soldati di Gesù Cristo, e ce ne imprime il carattere”. Quindi siamo diventati “perfetti cristiani” nello stesso momento in cui siamo stati scelti come “soldati di Gesù Cristo”.

Il ruolo del soldato è di combattere finché ci saranno nemici. E i nemici ci saranno finché alla fine del mondo e al trionfo definitivo del Cristo Re.

Il regno del Cristo Re è principalmente spirituale. Di conseguenza il nostro campo di battaglia sarà principalmente per le anime. Ed innanzitutto la nostra! Eh sì, il combattimento è innanzitutto nella nostra anima.

Essere “perfetti cristiani e soldati di Gesù Cristo” è tutto il contrario che scendere a patti con il mondo e le sue mode, che vivere sempre al limite tra peccato mortale e stato di grazia o in altalena tra l’uno e l’altro. “Siate perfetti come vostro Padre celeste è perfetto”. Ecco il nostro ideale! Ma è veramente il nostro ideale? Quello della nostra Prima Comunione e magari della nostra Cresima, o l’abbiamo già dimenticato? “Poiché tu sei tiepido, cioè né caldo né freddo, io sono al punto di vomitarti dalla mia bocca (Ap III, 16). Se non vogliamo sentire questo rimprovero come l’angelo della chiesa di Laodicea, dobbiamo impegnarci in una vera vita cristiana fondata sulle verità della fede sempre più approfondite, ma soprattutto in una fede vivificata dalla carità, da una vera fede di preghiera.

Questa fede viva accenderà immancabilmente in noi un fuoco di apostoli. Se capiamo, se viviamo la differenza tra il Paradiso e l’Inferno, tra la vita in stato di grazia e la vita in peccato mortale, come potremmo rimanere indifferenti di fronte alle tante anime che scendono all’Inferno come fiocchi di neve, secondo l’espressione della Madonna di Fatima?

Veramente abbiamo ricevuto il tesoro della Tradizione e lo possiamo considerare come nostro. Ma dice il Vangelo: “Voi siete la luce del mondo; una città posta su un monte non può essere nascosta. Nemmeno si accende una lucerna per metterla sotto il moggio; la si pone invece sul candelabro affinché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa” (Mt 5, 14-15).

Don Louis Sentagne

Da La tradizione cattolica, n. 3 (108), 2018










sabato 2 febbraio 2019

Un sacerdote scrive ad un confratello: perché i seminari meno "lassisti" hanno più vocazioni?





Riceviamo questa lettera da parte di un sacerdote, originariamente indirizzata ad un suo compagno di seminario.

Crediamo sia significativa nel senso che testimonia la progressiva presa di coscienza, anche da parte del clero, che c'è qualcosa che non va per il verso giusto.

A quando l'inversione di marcia?
AZ




Caro……………. [un mio compagno di seminario],


sapendo che sai leggere, scrivere e fare di conto, mi rivolgo a te per chiederti qualche dilucidazione.


+ Mia riflessione: chi lavora per i poveri, gli ammalati, le missioni, gli immigrati…. è degno della massima stima. Ma un giovane può dire: “Se voglio lavorare per i poveri vado direttamente alla Caritas, per i lebbrosi vado al Centro Missionario, per i giovani vado alla Azione Cattolica …: allora, che bisogno c’è che diventi anche prete? Se divento prete, voglio fare una cosa che nessun altro può fare: celebrare la Messa, confessare, sostenere i laici affinchè si dedichino alle opere buone.”


+ Per puro caso mi sono imbattuto nella conoscenza di un tipo di sacerdoti che si sono staccati dai lefevriani e sono stati accolti a Wigratzbad (Baviera) dai vescovi Stimpfle (focolarino), Ratzinger e, mi sembra, dal cardinale Castillon. In poche parole: sono approvatissimi dalla chiesa di Roma.


C’è un particolare: i seminaristi partecipano alla Messa in latino (con il rito della Summorum Pontificum), breviario in latino, studi severi di teologia, esami, disciplina interna molto forte, veste talare sempre portata senza eccezioni; eccetera.


Domanda: come mai ci sono tanti seminaristi? E’ solo perché provengono da molte parti? Allora, perchè diocesi come Monaco (5 o 6 milioni di cattolici) non ha avuto nessun nuovo ingresso in seminario e diocesi come Vicenza (che ha sempre avuto moltissime ordinazioni) non ha nessuna ordinazione sacerdotale né quest’anno né l’anno prossimo?


Se fosse un seminario “lassista” , potrei anche capirlo ma tutto fa intendere che siano molto severi sulla disciplina, sulla morale e la ottemperanza alle regole della chiesa di Roma. [Togliti la curiosità e vai a vedere il sito: www.fsspwigratzbad.blogspot.com]


Mi hanno detto che questo tipo di seminaristi presenti in Francia sono, da soli, la metà del totale di tutti i seminaristi della chiesa francese.


Tu cosa dici? Dobbiamo aspettare che scoppino e vadano tutti a casa? Possiamo dire che sono fanatici e noi, che viviamo nel mondo, siamo aperti? Ti assicuro che non ho voglia di proporre la ripetizione della loro esperienza (io prego molto meno di loro e non indosso la talare) ma mi domando perché non facciamo una analisi seria su come si spiega questo fenomeno.


Io celebro la Messa in latino ogni domenica e ci sono moltissimi giovani che pregano e frequentano i sacramenti con una assiduità incredibile: sono loro che sono fanatici o sono io che trovo tutte le scuse per pregare il meno possibile?


Ecco perché mi rivolgo a te che hai studiato: cosa si può imparare da loro (che sono stati approvati dalla Chiesa di Roma e quindi sono nostri fratelli) per vedere come mettere a frutto anche per noi la loro esperienza? Mah! Deus scit. A te l’ardua sentenza.



Lettera firmata
(onde evitare le solite ripercussioni...)