martedì 4 luglio 2023

Francia nel caos: è il fallimento del laicismo repubblicano




Le politiche di assimilazione francese hanno educato alla ribellione migliaia di giovani: è il fallimento del laicismo repubblicano che azzera ogni identità religiosa e culturale, in primis quella cattolica, per imporre una omologazione ai principi rivoluzionari vuoti, ateisti e individualisti.







Luca Volontè






CAPIRE GLI SCONTRI


Luca Volontè, 04-07-2023

Dopo l'uccisione del diciassettenne Nahel nel sobborgo parigino di Nanterre, all'inizio della scorsa settimana, la Francia sta assistendo a disordini e scontri che si sono diffusi in tutto il Paese, provocando danni e violenze incalcolabili. La politica francese è totalmente polarizzata e divisa, l’Europa guarda attonita e preoccupata ma in pochi si accorgono che è il modello franco-europeo ad essere fallito tout court.

Il Presidente francese Emmanuel Macron che, a poche ore dai fatti di Nanterre, assisteva divertito al concerto di Elton John, è nel panico: prima l’appello ai genitori, poi le accuse ai social media, infine è alla ricerca nei sindaci e nelle opposizioni di un sostegno. Il fondatore e leader di La France insoumise, Jean-Luc Mélenchon, insieme agli esponenti della sinistra francese, giustificano le proteste in nome della giustizia e si rifiutano di condannare le rivolte, accusando la polizia di comportamenti razzisti e violenti. La causa prima degli scontri in atto, per Mélenchon, sarebbero addirittura «i ricchi e borghesi francesi che avrebbero destabilizzato la società non volendo più vivere con gli altri. Hanno barricato i loro quartieri, i loro mezzi di trasporto, i loro ospedali». In parole povere, chi scappa per paura dalla violenza è all’origine della violenza stessa.

All’opposto, per il leader della destra identitaria Reconquête Éric Zemmour i disordini sono in realtà «una guerra civile, etnica e razziale» che deve esser sedata con ogni mezzo ed impone la decisione di chiudere le frontiere ad ogni tipo di immigrazione. L’ex Presidente François Hollande si è spinto oltre e, nella trasmissione televisiva della rete LCI di domenica 2 luglio, ha negato che esista un problema di immigrazione in Francia: «Non è un problema di immigrazione. È il nostro modello sociale che deve essere approfondito…spesso figli di immigrati di terza, quarta o quinta generazione». Invece, proprio le parole di Hollande dimostrano come le politiche di assimilazione francese degli ultimi decenni abbiano educato alla ribellione, violenze e intolleranza decine di migliaia di giovani: il fallimento del laicismo repubblicano.

L’azzerare ogni identità religiosa e culturale, in primis quella cattolica, per poter più armoniosamente imporre una omologazione ai principi rivoluzionari vuoti ed assolutamente ateisti ed individualisti, non funziona e produce danni. Ancor più, il modello francese che voleva creare una comunità civile di cittadini eguali, indipendentemente dalle posizioni sociali o economiche di partenza di ciascuno e lo voleva fare attraverso una assimilazione che imponeva la superiorità morale e culturale della République contro la cultura degli immigrati, ma anche contro la cultura cristiana della stessa nazione francese, è andato a rotoli.

Le politiche di cittadinanza particolarmente generose, anche attraverso un rapido processo di naturalizzazione, non sono servite all’integrazione. I quartieri ghetto, presenti in tutte le grandi città del paese, sono anch’essi la dimostrazione plastica dei fallimenti nei confronti di intere generazioni di migranti: dormitori, senza centri ricreativi o di socializzazione e dove la polizia deve imporre le regole civili con l’uso della forza.

Le violenze di questi giorni, seguite all’uccisione del giovane Nahel, non sono per nulla nuove e richiamano alla memoria molti fatti di cronaca che si sono susseguiti negli ultimi venti anni in Francia, a partire dal più clamoroso della rivolta delle banlieue del 2005, quando per tre lunghe settimane l’intero Paese fu sconvolto da scontri e violenze.

Da venti anni dunque i governi, soprattutto quelli socialisti (Hollande) e liberali (Macron) hanno progressivamente agito nella direzione opposta alla integrazione, demolendo addirittura non solo la coesione sociale, civile e comunitaria, attraverso la sistematica approvazione di leggi penalizzanti il matrimonio, la famiglia naturale e la natalità, ma anche la libertà educativa e scolastica anche cattolica e che è stata sottoposta a fortissimi controlli e costrizioni, pur essendo le scuole con il maggior tasso di integrazione, rispetto segregazione sociale diffusa tra le pubbliche statali.

Il fallimento dell’assimilazione francese si dimostra anche con la continua crescita delle violenze e distruzione verso i fedeli cattolici ed i loro luoghi di culto, un progressivo allarme che ha fatto ormai parlare di una cristianofobia diffusa nel territorio transalpino. L’intolleranza violenta non di rado si trasforma anche in antisemitismo e colpisce comunità e famiglie ebraiche, una componente sociale storica del paese, costretta sempre più spesso cercare rifugio in Israele. L’ideologia della inclusione a buon mercato e degli slogan vuoti sull’accoglienza sic et simpliciter o dei diritti universali, dimenticando i doveri dell’accolto, mostra da almeno venti anni, in Francia, il volto deturpato del fallimento.

Proprio venti anni orsono, sia il cardinale Giacomo Biffi, sia il vescovo Alessandro Maggiolini, avevano individuato alcuni criteri pienamente laici per valutare l’intero fenomeno dell’immigrazione e promuovere l’accoglienza dei migranti. Tra essi, il diritto a non migrare per i migranti e quello dello Stato di dover scegliere di integrare dapprima coloro che provenivano da culture cristiane, maggiormente omogenee a quelle del paese ospitante.

L’Europa e la Francia in primis scelsero invece la via della sostituzione etnica, della assimilazione omologatrice e della abiura delle proprie tradizioni e radici giudaico cristiane. Un cambiamento è possibile ma serve coraggio, realismo e determinazione per superare le immorali menzogne socialiste e liberaliste che hanno guidato e devastato questo primo quarto di secolo.






L'ideologia gender e il prezzo che pagano le donne (vere)

 



di Tommaso Scandroglio

In Belgio, dove il vice premier è un transessuale (Petra De Sutter, all'anagrafe), era in vigore dal 2017 una legge sul "cambio di sesso" che pareva all'avanguardia. Infatti per la rettificazione sessuale bastava un'autodichiarazione presso l'ufficiale di stato civile senza passare né dal chirurgo, né dall'endocrinologo per gli ormoni, né dallo psicologo. Però occorreva il benestare del Tribunale di Famiglia.


Al contrario, questa norma è sembrata alla Corte costituzionale un po' vetusta e così ha chiesto al Parlamento di cambiarla. Allora Vincent Van Quickenborne, Ministro della Giustizia, e Marie-Colline Leroy, segretario di Stato per l'uguaglianza di genere, hanno proposto un disegno di legge che pare scritto da un autore fantasy. 

Le modifiche alla legge del 2017, approvate il 14 giugno dalla Commissione giustizia della Camera e che aspettano il placet dell'Assemblea plenaria, prevedono che il "cambio di sesso", a differenza della precedente disciplina normativa, possa avvenire un numero indefinito di volte.

In buona sostanza Mauro può diventare Maura e viceversa tutte le volte che vuole e solo recandosi all'ufficio di stato civile, nemmeno più dovendo chiedere l'autorizzazione del Tribunale di Famiglia. Dunque, per ipotesi, una persona da gennaio a giugno potrebbe essere maschio e da luglio a dicembre femmina e così ogni anno. La donna è mobil e pure l'uomo, viene da concludere. Il sesso di appartenenza diventerebbe allora come la cravatta, un accessorio che cambi a seconda dell'umore o dell'abito che indossi. Il sesso come accessorio, appunto.

La Corte costituzionale ha chiesto questa modifica in quanto l'irrevocabilità della prima scelta del "cambio di sesso" era parsa ai giudici - indovinate un po'? - discriminatoria verso quelle persone che si sentono "gender fluid" ossia ondivaghe nel tempo in merito all'autopercezione sessuale. Bloccarli nella loro prima opzione era parso un po' troppo rigido. D'altronde se si può cambiare coniuge ipoteticamente enne volte, non si capisce perché non si possa fare lo stesso anche con il sesso. In tal modo il cambiamento di nome potrà avvenire moltissime volte ed ogni volta si potrà usare un nome nuovo di zecca. La babele dell'onomastica.

La prossima modifica già approvata dalla Corte costituzionale prevede poi il riconoscimento anagrafico delle persone non binarie, ossia di quelle persone che non si riconoscono né appartenenti al sesso maschile né a quello femminile. Pensano di essere neutre, come un foglio bianco che non è né azzurro né rosa, oppure immaginano di appartenere ad un sesso terzo, però di difficile rappresentazione. Va da sé che questa modifica risponde all'esigenza, secondo i giudici, di applicare il principio di uguaglianza anche a questi soggetti che vivono nel limbo sessuale.

All'orizzonte però c'è dell'altro. Quest'ultima riforma permetterebbe ai soggetti che si percepiscono non binari e dunque, come spiegato, terziari di apporre sui propri documenti di identità una bella X, a posto dei castranti M e F. Apriamo una breve parentesi di carattere filosofico: tutti sanno che in matematica la X indica un'incognita e dunque è parsa ai belgi, e non solo a loro, che tale lettera facesse proprio al caso di coloro i quali non sanno chi sono dal punto di vista sessuale (una X così simile all'asterisco grammaticalmente ambiguo). Un'incognita che non deve essere risolta, perché viviamo nel tempo delle domande, delle incertezze e non certo nel tempo delle risposte e della verità.

Chiusa la parentesi, torniamo agli aspetti giuridici di tale riforma: una ricaduta negativa che potrebbe nascere dall'apporre questa X su passaporto e carta d'identità (una identità mancante dell'identità sessuale, notiamo a margine) sarebbe che qualcuno potrebbe sorprendersi di quello strano simbolo e inarcare un sopracciglio. Simile eventualità è apparsa subito ai giudici come - indovinate nuovamente? - discriminatoria verso i terziari del sesso anagrafico. Allora si vocifera sempre più - udite udite - di cancellare qualsiasi riferimento al sesso, vero o percepito che sia, sui documenti ufficiali. Il sesso scomparirebbe e, prima o poi, diventerebbe irrilevante anche dal punto di vista sociale, quasi fosse accessorio alla persona, né più né meno come la misura del piede. Un mondo dove solo a presentarsi come maschio, femmina o transessuale apparirebbe vetusto, superato o addirittura politicamente scorretto perché discriminatorio verso chi è più avanti nella consapevolezza del mondo e sa che il sesso è irrilevante per la felicità della persona. L'anticultura woke griderebbe allo scandalo della supremazia sessuale.

Ecco allora che approderemmo finalmente a ciò che vogliono le lobby LGBT e, più in alto di loro, a ciò che vuole il pensiero rivoluzionario: il nichilismo sessuale. Il "cambiamento di sesso" è solo una tappa intermedia perché la meta è il nulla sessuale, ossia la cancellazione dell'identità sessuale, parte della cancellazione dell'identità personale, dell'uomo in quanto uomo. Questa dinamica sexoclastica appartiene perfettamente al processo del post umano il quale predica una fusione - e ciò che è fluido è adatto ad essere fuso - tra l'uomo e i vegetali e gli animali e le cose per finire in un uno indistinto dove ci disperderemo come ceneri al vento (e la pratica della cremazione risente di queste suggestioni).

Per farlo occorre eliminare la natura umana, cioè l'identità personale, partendo ad esempio dalle categorie maschio e femmina. Il transessualismo è una fase iniziale di questa fusione indistinta, perché vorrebbe eliminare quel confine esistente tra maschio e femmina, però è una fase imperfetta. Infatti anche la stesse categorie sessuali devono essere abbandonate perché ogni confine è un limite che opprime l'uomo. Ogni elemento identitario deve essere combattuto: meglio l'appartenenza ad una religione universale che alla religione cattolica; meglio la cittadinanza universale che l'amore per la patria; meglio il multiculturalismo che la difesa della cultura cattolica o italiana; meglio la globalizzazione che la nazione; meglio il poliamore che il vecchio e sano monoamore; meglio la promiscuità che la fedeltà; meglio le famiglie che la famiglia; meglio le provette omologhe ed eterologhe e gli uteri in affitto che l'ordinaria procreazione naturale nascente da quel monotipo che è il rapporto sessuale inventato dal poco fantasioso Dio dei cristiani. Via quindi ogni confine, ogni barriera, ogni muro, ogni perimetro, ogni contorno, ogni limite, ogni forma. Dobbiamo essere illimitati, infiniti, indistinti, indefiniti, ambigui, confusi e informali. Dobbiamo infine liberarci da tutto ciò che è, al fine di dissolverci in ciò che non è. Dobbiamo scomparire nel nulla.


Fonte: La nuova bussola quotidiana, 19/06/2023.

lunedì 3 luglio 2023

Uomini giusti ai posti giusti / L’irresistibile ascesa del Tucho Fernández. Il Besuqueiro




01 LUG 2023


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by Aldo Maria Valli

Difficile trovare le parole per commentare la nomina di monsignor Víctor Manuel Fernández a prefetto del Dicastero per la dottrina della fede. Ma forse di parole ne bastano quattro: il peggio del peggio. Oppure il meglio del meglio, dal punto di vista di chi vuole smantellare la dottrina e liquefare la fede.

Strettissimo collaboratore e amico di Bergoglio, nonché suo ghost wtriter e ispiratore, Fernández è la negazione stessa della dottrina cattolica.


Arcivescovo di La Plata voluto da Francesco al posto del conservatore Aguer e già rettore della Universidad Católica di Buenos Aires, confidente di Jorge Mario Bergoglio, suo teologo di fiducia e principale estensore dei suoi maggiori documenti, dalla Evangelii gaudium alla Amoris laetitia (nella quale ci sono interi brani prelevati di peso da articoli scritti da lui stesso), Fernández, detto Tucho, secondo nostri informatori argentini si segnala per una caratteristica: è una solenne nullità. E, come tutte le nullità, ha un’altissima considerazione di sé. Inoltre odia la curia romana e soprattutto il dicastero del quale ora è stato messo a capo. Il che si può dire anche di Bergoglio.



In un’intervista del 2015 Fernández sentenziò che “la curia vaticana non è una struttura essenziale” e poi si scagliò contro il cardinale Gerhard L. Müller, che all’epoca era il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sostenendo che il papa e la Chiesa non hanno bisogno di “bussole sicure” che impediscano di cadere nel “pensiero light”. In ogni caso, disse, “bisogna sapere che lui [Bergoglio] punta a riforme irreversibili” e “indietro non si torna”.



Probabilmente la Congregazione per l’educazione cattolica ebbe qualche ragione quando bocciò la candidatura di Fernández a rettore della Universidad Católica Argentina, salvo poi obbedire, nel 2009, al diktat di Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires, che si impose per mettere al vertice dell’ateneo il suo amico Tucho.

Il libro per il quale il “teologo” Fernández va famoso è Sáname con tu boca. El arte de besar (1995), introdotto così dall’autore: “In queste pagine voglio riassumere il sentimento popolare, quello che la gente prova quando pensa a un bacio, quello che sentono i mortali quando baciano. Per questo ho parlato a lungo con tante persone che hanno molta esperienza in materia, e anche con tanti giovani che imparano a baciare alla loro maniera… Così sono venute queste pagine a favore del bacio, che spero ti aiutino a baciare meglio, che ti spingano a liberare in un bacio il meglio del tuo essere”.



Un altro libro di Fernandez è Teología espiritual encarnada, il quale è noto perché in una telenovela argentina dal titolo Esperanza mía un giovane prete e una suora iniziano una storia d’amore proprio dopo aver letto quest’opera.

Nella lettera con la quale Bergoglio incarica Fernández di guidare il Dicastero per la dottrina della fede ci sono alcune perle. Tipo questa: “Il Dipartimento che presiederai in altri tempi è arrivato ad usare metodi immorali. Erano tempi in cui, più che promuovere la conoscenza teologica, si perseguitavano eventuali errori dottrinali. Quello che mi aspetto da te è senza dubbio qualcosa di molto diverso.”

O questa: “Sappi, inoltre, che la Chiesa ha bisogno di crescere nell’interpretazione della Parola rivelata e nella comprensione della verità, senza che ciò implichi l’imposizione di un unico modo di esprimerla. Perché le diverse linee di pensiero filosofico, teologico e pastorale, se si lasciano armonizzare dallo Spirito nel rispetto e nell’amore, possono far crescere anche la Chiesa. Questa crescita armoniosa conserverà la dottrina cristiana più efficacemente di qualsiasi meccanismo di controllo”.



Bene. Chiesa liquida. Dottrina liquida. E chi meglio di Tucho Fernández per concretizzare il progetto?

Un amico argentino mi dice che Tucho, il Besuqueiro (lo sbaciucchiatore, come lo chiamano laggiù), non si può definire un teologo. Essenzialmente è un politico che, proprio come Bergoglio, mira a destrutturare la Chiesa e a smantellare la dottrina. In questo senso, come leggere la sua ascesa? Semplice: “Come un altro segno della salita della Chiesa al Calvario”.

Dimenticavo: il Besuqueiro sarà anche presidente della Pontificia commissione biblica e della Commissione teologica internazionale. Prosit.

A.M.V.







Da Zanchetta a Fernandez: tutti gli uomini di Bergoglio




Il fedelissimo e ghostwriter del Papa approda al Sant'Uffizio: è l'ultima di una lunga serie di nomine in cui appare determinante l'amicizia personale con il pontefice o l'appartenenza ai Gesuiti.





ECCLESIA 

X-FACTOR ARGENTINO


Nico Spuntoni, 03-07-2023

«Sarebbe capace di nominare Tucho» era una battuta piuttosto diffusa in Vaticano in questi mesi di toto-nomi per la successione del cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer alla guida del Dicastero per la Dottrina della Fede. Il soggetto sottinteso, ovviamente, era il Papa.

Alla fine è andata proprio così: l'iperbole è diventata realtà e Víctor Manuel Fernández è il nuovo prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede nonché presidente della Pontificia Commissione Biblica e della Commissione Teologica Internazionale pronto ad entrare in carica a metà settembre. Una nomina che può essere interpretata come una sfida a quei membri del Sacro Collegio che in privato avevano manifestato a Santa Marta la loro contrarietà di fronte all'ipotesi di nominare monsignor Heiner Wilmer, vescovo di Hildesheim e grande sostenitore dell'agenda del Cammino Sinodale tedesco.

La Nuova Bussola Quotidiana può rivelare che quella per fermare la nomina del vescovo dehoniano all'ex Sant'Uffizio è stata l'ultima battaglia combattuta dal cardinale George Pell prima della morte improvvisa. Non leggere il nome di Wilmer sul bollettino, però, sarebbe una vittoria di Pirro per il porporato australiano dal momento che la scelta è ricaduta su un profilo persino più discusso.

«Non sempre quando vi è un conflitto nella Chiesa ciò è male», ha scritto monsignor Fernández nel volume I Papi dei Concili dell'era moderna. Arte, Storia, Religiosità e Cultura. Nel sceglierlo al posto che fu di Joseph Ratzinger con un indirizzo programmatico di netta rottura col passato messo nero su bianco in una lettera pubblica, Bergoglio pare aver dimostrato di pensarla allo stesso modo dal momento che è consapevole di scontentare ulteriormente quei prelati che nei mesi scorsi gli avevano scritto per implorargli di non nominare Wilmer e di lasciare il Dicastero per la dottrina della fede in mani più equilibrate.

Monsignor Fernández arriva a Palazzo del Sant'Uffizio forte della nomea di fedelissimo del Papa di cui fu ghostwriter già nella decisiva esperienza della Conferenza di Aparecida del 2007. Ricordando quei giorni trascorsi fianco a fianco, Fernández raccontò di aver ammirato nel suo mentore la convinzione che «più che ottenere risultati immediati, bisogna mettere in moto processi» (Clarín). La nomina di Tucho nel dicastero più importante della Curia sembra suggerire l'idea che il pontificato bergogliano stia durando il tempo sufficiente per passare direttamente dall'innesco di processi all'ottenimento di risultati immediati. Per farlo, il Pontefice si affida sempre più a fedelissimi.

Negli ultimi tempi è sempre più evidente quanto la conoscenza personale del Papa o l'appartenenza alla Compagnia di Gesù rappresentino ormai una sorta di X Factor per andare a ricoprire ruoli di grande responsabilità nella Chiesa. La prima nomina del suo pontificato riguardò il suo successore a Buenos Aires per il quale indicò naturaliter l'allora ausiliare Mario Aurelio Poli, poi fatto cardinale. Dieci anni dopo, quest'ultimo è stato mandato in pensione allo scoccare dei 75 anni e sostituito con Jorge Ignacio García Cuerva, giovane prete che l'allora cardinale Bergoglio ebbe modo di conoscere ed apprezzare per il suo attivismo nella baraccopoli della vicina diocesi di San Isidro, suffraganea di Buenos Aires. Bergoglio lo ha fatto vescovo ad appena 49 anni in contemporanea con un altro cura villero, Gustavo Oscar Carrara, fatto ausiliare dell'arcidiocesi porteña ma a cui poi ha preferito un profilo molto simile come quello di García Cuerva. Dinamiche che lasciano immaginare quanto sia decisiva la preferenza papale come criterio per l'assegnazione o meno di un incarico.

Intervenendo da Fabio Fazio a Che tempo che fa, Francesco ha detto di avere pochi amici ma veri. In Argentina, il Pontefice ha dimostrato nel corso del suo pontificato di affidarsi soprattutto a loro per ridisegnare l'episcopato nazionale da lui considerato troppo conservatore. Basti pensare che il presidente della Conferenza episcopale è dal 2017 monsignor Oscar Vicente Ojea Quintana, uomo legatissimo a Bergoglio che lo consacrò vescovo, lo ebbe come ausiliare a Buenos Aires e poi vicino di casa quando divenne vescovo di San Isidro. Non è un mistero che la volontà papale fu decisiva per l'elezione di Ojea Quintana a capo dei vescovi argentini viste le tante resistenze sul suo nome. Argentino è anche monsignor Gustavo Oscar Zanchetta che Bergoglio conobbe nel 2001 e che nel 2008, durante la sua presidenza, nominò sottosegretario esecutivo della Cea.

Come nel caso di Manuel Fernández, anche Zanchetta ricevette l'ordinazione episcopale pochi mesi dopo l'elezione di Francesco ma alla guida della diocesi di Orán è stato protagonista di una delle pagine più discusse dell'attuale pontificato con le dimissioni improvvise nel 2017 e la nomina in Vaticano all'Apsa nel ruolo creato ad hoc per lui di assessore fino al 2021. Mentre si trovava a Roma per quest'incarico, Zanchetta è diventato in Argentina il primo vescovo a finire sotto processo per abusi sessuali a seguito dell'accusa di due seminaristi a cui i giudici hanno creduto, condannandolo a quattro anni e mezzo di reclusione.

Tra i connazionali amici del Papa non ci sono solo consacrati: laico è, ad esempio, il politico di estrema sinistra Giovanni Grabois che è attualmente candidato alle presidenziali del 2023 e contemporaneamente membro del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale di cui era già stato consultore dal 2016.


Dal 2013 Francesco non ha più rimesso piede in Argentina ma le relazioni, le delusioni e le convinzioni maturate durante l'esperienza nella sua terra d'origine hanno pesantemente condizionato le decisioni di questo pontificato. La nomina di una figura come Fernández a capo di quello stesso organismo che ritardò la sua designazione (voluta dall'allora cardinale Bergoglio) al vertice dell'Universidad Católica Argentina di due anni per dubbi, è un segno tangibile di come questo processo – insieme al ricorso agli uomini fidati della Compagnia di Gesù – potrebbe conoscere un'ulteriore accelerazione.






domenica 2 luglio 2023

La Congregazione per la Dottrina della fede nella tempesta






Di Stefano Fontana, 2 LUG 2023

Francesco ha nominato prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede l’arcivescovo Victor Manuel Fernández, da sempre suo fedele compagno e che lui stesso ha via via promosso in Argentina ad incarichi significativi, come il rettorato all’Università cattolica e l’ordinariato a La Plata in una frettolosa sostituzione del vescovo Héctor Aguer, colpevole di aver dissentito con il papa su Amoris laetitia. Essendo Fernández la copia carbone di Francesco (qualcuno sospetta addirittura anche il contrario), essendo egli tra gli autori materiali delle sue encicliche ed esortazioni, ed essendosi proiettato ormai da tempo sulla linea avanguardista di riforma della Chiesa, Fernandez era l’”innominabile” per quanti sono attualmente preoccupati del processo in atto guidato da Santa Marta, soprattutto in prossimità del Sinodo sulla sinodalità. Questo ora potrà svilupparsi nella linea dell’accoglienza dei temi calidi – benedizione coppie omo, diaconato femminile, superamento del celibato sacerdotale – senza più un controllo da parte di Roma, anzi con la sua copertura e connivenza. Per questo, la nomina ha sorpreso molti che vi vedono un atto di arroganza, un disprezzo per i tanti che nella Chiesa sono giustamente preoccupati per le attuali spinte incontrollate in avanti, una accelerazione senza precedenti e senza esclusione di colpi nel tentativo di arrivare al rendiconto finale. Una nomina destinata ad accentuare la conflittualità nella Chiesa, obbligando la controparte ad una più dura resistenza.

Se preoccupa molto il nome della persona nominata, ancora di più preoccupa la lettera – anche questa un fatto sorprendente – che il papa gli ha indirizzato, scritta con lo stesso stile della lettera di risposta del nuovo prefetto: il linguaggio adoperato è perfettamente uguale, al punto che qualche malizioso ha ipotizzato che a scrivere entrambe sia stato Fernández, Ghost Writer anche in questa occasione. Si tratta di una lettera dai contenuti dirompenti nei confronti di quanto fino ad ora è stata ritenuta la finalità specifica della Congregazione per la Dottrina della Fede e, addirittura, di quanto si è ritenuto essere la Dottrina della Fede. Al punto che, dopo averla letta, è lecito porsi con apprensione la questione di cosa ne sarà di questo centrale Dicastero della Curia romana, tenuto conto che se cambia questa Congregazione vuol dire che cambia la Chiesa intera.

La Congregazione per la Dottrina della fede non è un centro culturale, non anima la ricerca teologica, non suscita dibattiti e non avvia processi di confronto. Si deve dire, piuttosto, il contrario. La Congregazione dice l’ultima parola e chiude, su quel punto, la ricerca, il dibattito e il processo. Nella istruzione “Donum veritatis” sulla funzione ecclesiale del teologo della stessa Congregazione guidata allora da Ratzinger, viene ben spiegato (n. 14) come il magistero abbia un carattere “definitivo” per tutelare “il popolo di Dio da deviazioni e smarrimenti, e garantendogli la possibilità obiettiva di professare senza errori la fede autentica”. La Congregazione è a servizio di questa esigenza di definitività. Essa interviene (interveniva? …) per precisare la verità quando nascano dubbi pericolosi o quando essa sia addirittura negata, lo fa in modo affermativo ma, indirettamente, anche negativo di condanna dell’errore. Nella sua lettera a Fernández, invece, Francesco dice che essa deve incoraggiare il “carisma dei teologi e il loro impegno per la ricerca teologica” purché “non si accontentino di una teologia da tavolo”, di una “logica fredda e dura che cerca di dominare tutto”. Qui viene smontato il senso del termine “dottrina” e quindi cambia il compito della Congregazione. Con una immagine confusa come quella della “teologia da tavolo” e con la forzatura strumentale della “logica fredda e dura” si demolisce la visione corretta e tradizionale della dottrina, intesa ora come ricerca in un contesto processuale. Il nuovo prefetto, quindi, dovrà vegliare non sulla creatività non sempre equilibrata dei teologici per ricondurli alla loro genuina vocazione ecclesiale, ma sulle valutazioni della Congregazione, che non dovranno essere più dottrinali (fredde e dure nel linguaggio bergogliano), ma possibiliste e aperte. È facile immaginare cosa questo voglia dire per i temi caldi oggi sul tappeto e che con il Sinodo diventeranno caldissimi.

Questo lavoro di animazione, secondo la lettera di Francesco, dovrà essere fatto in un clima di pluralismo sia filosofico che teologico. «La Chiesa “ha bisogno di crescere nell’interpretazione della parola rivelata e nella comprensione della verità”, senza che ciò implichi l’imposizione di un solo modo di esprimerla. Perché “le diverse linee di pensiero filosofico, teologico e pastorale, se si lasciano armonizzare dallo Spirito nel rispetto e nell’amore, possono far crescere anche la Chiesa”». Spariscono i concetti di Rivelazione, di Deposito della fede e di Dottrina. Rotto anche il rapporto tra ragione e fede che rende impossibile la coesistenza della fede rivelata con tutte le filosofie e tutte le teologie, che l’amore non può armonizzare se non passando attraverso la loro verità e non contro di essa. L’amore rispetta il principio di non contraddizione.

La lettera contiene poi anche un colpo basso nei confronti della conduzione del Dicastero durante i pontificati precedenti: “Il Dipartimento che presiederai in altri tempi è arrivato ad usare metodi immorali. Erano tempi in cui, più che promuovere la conoscenza teologica si perseguitavano eventuali errori dottrinali. Quello che mi aspetto da te è senza dubbio qualcosa di molto diverso”. L’astuzia della frase “in altri tempi” non riesce a nascondere che la critica viene rivolta al recente passato e soprattutto alla lunga era di Ratzinger a capo della Dottrina della fede.

Anche lasciando stare la persona nominata, questa lettera è sufficiente a preoccupare grandemente circa il futuro di questo Dicastero. Sarà probabilmente una Congregazione per la Dottrina della fede poco interessata alla Dottrina, o addirittura ad essa avversa. Intenderà il proprio ruolo come promozione del dialogo teologico ma senza più esercitare una forma di controllo e garanzia dottrinali. Si concepirà come il motore di un processo più che il Dicastero che garantisce la meta del percorso. Sarà pluralista e accoglierà tutte le filosofie e tutte le teologie. Sarà tutto questo e forse altro ancora. Non si pensi però che non sarà più dogmatica o che non sarà inflessibile. Lo sarà, ma di un dogmatismo senza verità e incentrato sulla prassi. Verrà condannato e perseguitato chi non si adeguerà alle nuove pratiche. E anche solo “resistere” diventerà capo di accusa.

Stefano Fontana







Papa Francesco nomina Fernández nuovo capo della dottrina cattolica, ghostwriter di Amoris laetitia




Vi proponiamo – in nostra traduzione [Messa in latino]– l’articolo del vaticanista Michael Haynes, pubblicato il 1º luglio sul sito LifeSiteNews.
L’autore evidenzia che la nomina da parte di papa Francesco dell’Arcivescovo argentino mons. Víctor Manuel Fernández alla massima carica dottrinale del Vaticano ha sollevato preoccupazioni per il suo sostegno alla comunione ai divorziati e «risposati», per la promozione di azioni erotiche e per la minimizzazione dell’insegnamento della Chiesa che si oppone al «matrimonio» tra persone dello stesso sesso (QUI e QUI su MiL).

L.V.




Papa Francesco nomina il nuovo capo della dottrina vaticana, alleato di lunga data e ghostwriter dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia


Papa Francesco ha nominato mons. Victor Manuel Fernández, controverso Arcivescovo di La Plata, nuovo Prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, noto per il suo ruolo di amico di lunga data del Papa e teologo, nonché ghostwriter di numerosi testi papali tra cui l’esortazione apostolica postsinodale Amoris Laetitia.


Dando la notizia il 1º luglio, la Sala Stampa della Santa Sede ha dichiarato che papa Francesco ha chiamato mons. Victor Manuel Fernández a succedere all’uscente card. Luis Francisco Ladaria Ferrer S.I., che è giunto alla «conclusione del mandato», avendo ricoperto l’incarico dal 2017.


Mons. Victor Manuel Fernández, 69 anni, come papa Francesco, è originario dell'Argentina ed è stato elevato ad Arcivescovo il 13 maggio 2013, a soli due mesi dall’inizio del nuovo Pontificato. Il loro stretto rapporto risale al periodo in cui papa Francesco era prelato in Argentina, con l’allora card. Jorge Mario Bergoglio che dava a mons. Fernandez consigli sulle sue scelte di carriera clericale.


Questo ha fatto sì che il card. Bergoglio portasse mons. Fernández alla Quinta Conferenza generale dell’Episcopato latinoamericano del 2007 come peritus, o esperto.


Nel 2009 è stato nominato dal card. Jorge Mario Bergoglio Rettore della Pontificia Universidad Católica Argentina Santa María de los Buenos Aires, ma ha ottenuto l’incarico solo nel 2011, dopo aver completato l’interrogatorio e risposto alle obiezioni della Congregazione per la dottrina della fede. Il trattamento riservato dalla CDF a mons. Victor Manuel Fernández avrebbe fatto arrabbiare il card. Bergoglio all’epoca.


A dicembre e gennaio sono emerse molte speculazioni sulla possibile nomina di Heiner Wilmer S.C.I., eterodosso Vescovo di Hildesheim, a nuovo Prefetto del Dicastero per la dottrina della fede. Papa Francesco aveva in effetti preso in considerazione la nomina di mons. Wilmer, ma è stato bloccato da diversi Cardinali che sono intervenuti presso il Vaticano per non effettuare la nomina.


Mons. Victor Manuel Fernández assumerà ora il suo nuovo ruolo di Prefetto dell’ufficio dottrinale della Chiesa a metà settembre. Con mons. Fernández ora a capo del Dicastero per la dottrina della fede, la sua lista comprende, come approfondito nell'articolo che segue:


- promozione e difesa accanita dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia, che apre la porta alla Comunione per i divorziati e «risposati»;
- promozione pubblica di baci e azioni erotiche;
- sminuire la necessità di opporsi al matrimonio omosessuale;
- affermazione di essere più progressista del Papa su alcune questioni.


Alleato papale chiave e ghostwriter

La carriera di mons. Victor Manuel Fernández è stata a lungo guidata da papa Francesco, sia prima che dopo la sua ascesa al soglio pontificio. Questo legame intimo è cresciuto dal 13 marzo 2013, quando mons. Fernández è stato riconosciuto come «principale ghostwriter» e «teologo di fiducia» di papa Francesco.


Ciò include la sua ghost-writing dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, della lettera enciclica Laudato si’ e della molto controversa esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia.


Il suo ruolo nella stesura dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia non dovrebbe essere inaspettato: infatti, papa Francesco aveva affidato a mons. Victor Manuel Fernández ruoli chiave nella gestione della III Assemblea generale straordinaria (ottobre 2014) e della XIV Assemblea generale ordinaria (ottobre 2015) del Sinodo dei Vescovi che hanno portato alla controversa esortazione apostolica postsinodale.


L’ormai famigerato capitolo 8 dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia ha aperto la porta alla possibilità per i divorziati e «risposati» di ricevere la Santa Comunione. Papa Francesco ha subito risposto alle domande dicendo che non c’è «nessun’altra interpretazione» di Amoris laetitia se non quella fornita dai Vescovi di Buenos Aires che permette la Comunione ai divorziati e risposati.


Successivamente è stato chiesto a papa Francesco se l’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia contenesse un «cambiamento nella disciplina che regola l’accesso ai sacramenti» per i cattolici divorziati e «risposati». Ha risposto: «Posso dire di sì, punto». Nel giro di pochi mesi, un gruppo di studiosi cattolici ha inviato una lettera a tutti i Cardinali e Patriarchi, avvertendo che Amoris laetitia conteneva «pericoli per la fede».


Si ritiene che mons. Victor Manuel Fernández sia il principale responsabile delle righe che hanno suscitato tanta costernazione tra i fedeli cattolici. Tanto che il veterano giornalista vaticanista Sandro Magister ha evidenziato come i passaggi più controversi del testo rispecchiassero in realtà molto da vicino gli scritti dello stesso mons. Fernández degli anni precedenti, quando era in Argentina.


Nella sua personale difesa dell’esortazione apostolica postsinodale Amoroso laetitia, mons. Victor Manuel Fernández ha sostenuto che:

È lecito anche chiedersi se gli atti di convivenza more uxorio [cioè avere rapporti sessuali] debbano sempre rientrare, nel loro significato integrale, nel precetto negativo di «fornicazione»… ci può essere un cammino di discernimento aperto alla possibilità di ricevere il cibo dell’Eucaristia… Dico «nel loro significato integrale», perché non si può sostenere che quegli atti siano in ogni caso gravemente disonesti in senso soggettivo.

La «grande innovazione di papa Francesco è quella di permettere che un discernimento pastorale nell’ambito del foro interno abbia conseguenze pratiche nel modo di applicare la disciplina», ha scritto mons. Victor Manuel Fernández.


Il benvenuto di papa Francesco


In una lettera di benvenuto al nuovo Prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, papa Francesco lo ha salutato come «fratello», scrivendo che «lo scopo centrale del Dicastero per la dottrina della fede è quello di custodire l’insegnamento che scaturisce dalla fede per “dare una ragione alla nostra speranza, ma non come nemici che additano e condannano”».


Papa Francesco ha condannato il Dicastero per la dottrina della fede, dicendo che «in altri tempi [esso] è arrivato a usare metodi immorali. Erano tempi in cui, invece di promuovere la conoscenza teologica, si perseguivano possibili errori dottrinali. Quello che mi aspetto da voi è certamente qualcosa di molto diverso».


Citando l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, papa Francesco ha esortato mons. Victor Manuel Fernández a riconoscere che la Chiesa «ha bisogno di crescere nella sua interpretazione della Parola rivelata e nella sua comprensione della verità», aggiungendo:

Abbiamo bisogno di un modo di pensare che possa presentare in modo convincente un Dio che ama, che perdona, che salva, che libera, che promuove le persone e le chiama al servizio fraterno.

Solo ieri mons. Victor Manuel Fernández aveva postato online una foto al fianco di papa Francesco, lodando il Pontefice per la sua etica del lavoro dopo aver trascorso «una settimana» con lui.


Mons. Victor Manuel Fernández e papa Francesco 
spingono insieme contro la dottrina


Nel 2015, mons. Victor Manuel Fernández ha elogiato il Pontificato di papa Francesco, sostenendo che «No, non si torna indietro» dal suo corso di azioni. «Per esempio, il Papa è convinto che le cose che ha già scritto o detto non possono essere condannate come un errore. Pertanto, in futuro chiunque potrà ripetere quelle cose senza temere di essere sanzionato», ha dichiarato.


Separatamente, mons. Victor Manuel Fernández ha detto:

l Papa va piano perché vuole essere sicuro che i cambiamenti abbiano un impatto profondo. La lentezza è necessaria per garantire l’efficacia dei cambiamenti… Bisogna rendersi conto che sta puntando a una riforma che è irreversibile. Se un giorno dovesse percepire che il tempo a sua disposizione sta per scadere e che non ha abbastanza tempo per fare ciò che lo Spirito gli chiede, potete star certi che accelererà.

mons. Victor Manuel Fernández ha persino dichiarato apertamente che «in molte questioni sono molto più progressista del Papa».


In effetti, il ruolo di mons. Victor Manuel Fernández nella stesura dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia è ora più attuale che mai. Solo pochi giorni fa è stato pubblicato l’ultimo documento destinato a guidare la XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi (ottobre 2023).


Pur promuovendo pesantemente le questioni e l’ideologia LGBT, il documento (Instrumentum laboris) spinge l’interpretazione ampiamente accettata, e approvata da papa Francesco, dell’esortazio s apostolica postsinodale Amoris laetitia che consente ai divorziati e «risposati» di accedere alla Santa Comunione come una questione già definita. Il documento afferma che:

Alcuni interrogativi emersi dalla consultazione del Popolo di Dio riguardano questioni su cui già esiste uno sviluppo magisteriale e teologico a cui fare riferimento: per limitarci a due esempi, basta pensare all’accoglienza dei divorziati risposati, tema trattato nell’Esortazione Apostolica Post-Sinodale Amoris laetitia, o all’inculturazione della liturgia, oggetto dell’Istruzione Varietates legitimae (1994) della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Il fatto che su punti di questo tipo continuino a emergere domande non può essere liquidato sbrigativamente, ma deve essere oggetto di discernimento e l’Assemblea sinodale è un ambito privilegiato per farlo.

Nel corso delle sue numerose tappe finora, il Sinodo sulla sinodalità è stato coerente nella sua spinta verso la necessità di «accogliere» i «divorziati e risposati, le persone in matrimonio poligamico o le persone LGBTQ+». Ora, il suo ultimo documento promuove l’insegnamento anticattolico dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia, permettendo ai divorziati e «risposati» di ricevere la Comunione, nel momento in cui l’autore del documento assumerà una delle più alte cariche della Chiesa cattolica, come Prefetto del Dicastero per la dottrina della fede.


Inoltre, un importante Cardinale vaticano ha rivelato qualche settimana fa che il Vaticano sta elaborando un documento sui divorziati e «risposati» in linea con i desideri di papa Francesco. Il card. Kevin Joseph Farrell, Prefetto del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, ha dichiarato ad aprile che «il Dicastero sta lavorando alla preparazione di un testo che riguardi specificamente – come Lei desiderava, Santità – uomini e donne che, avendo alle spalle il fallimento del matrimonio, vivono in nuove unioni».


Il card. Kevin Joseph Farrell è stato anche un coerente e ardente promotore dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia, affermando che «credo fermamente che [Amoris laetitia] sia l’insegnamento della Chiesa. È un documento pastorale che ci dice come dobbiamo procedere. Credo che dovremmo prenderlo così com’è».


Al contrario, l’esortazione apostolica Familiaris consortio di Dan Giovanni Paolo II ha sostenuto l’insegnamento di lunga data della Chiesa cattolica secondo cui i divorziati e risposati, le cui precedenti unioni non sono state dichiarate nulle dalla Chiesa, non possono ricevere la Santa Comunione. San Giovanni Paolo II ha scritto:

La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio.



L’«arte del bacio» e il «matrimonio» omosessuale



Mentre la Sala Stampa della Santa Sede ha elencato numerosi libri e opere scritte di mons. Victor Manuel Fernández, mancava in particolare la sua opera del 1995 «Guariscimi con la tua bocca: L’arte del bacio». Difendendo il libro, mons. Fernández ha dichiarato che:


[In] queste pagine voglio sintetizzare il sentimento popolare, ciò che la gente prova quando pensa a un bacio, ciò che sperimenta quando bacia… Così, cercando di sintetizzare l’immensa ricchezza della vita, queste pagine sono emerse a favore del bacio. Spero che vi aiutino a baciare meglio, che vi motivino a liberare il meglio di voi stessi in un bacio.


Tuttavia, come riportato in precedenza dal sito LifeSiteNews, sebbene mons. Victor Manuel Fernández abbia difeso il libro come un’analisi del bacio che pretende di essere un’opera spirituale e teologica, esso è inequivocabilmente erotico e spesso suggestivo di relazioni sessuali ambigue in cui i generi dei partecipanti non sono specificati. Il libro contiene anche diverse foto di statue e opere d’arte che ritraggono persone che si baciano e si abbracciano appassionatamente in posizioni intime ed erotiche.


Oltre a poesie e versi erotici sul bacio, il libro contiene consigli su come rendere il proprio corpo più attraente per l’altro quando si è impegnati in un bacio intimo.


Le opinioni eterodosse di mons. Victor Manuel Fernández non si limitano tuttavia alla promozione di letteratura esplicita. Nel 2014 ha dichiarato pubblicamente di aver minimizzato la necessità di opporsi al «matrimonio» tra persone dello stesso sesso:
… occorre anche fare riferimento a un contesto vicino a noi, che sia sempre positivo alla luce di ciò che si sta considerando o proponendo. Ad esempio, non serve opporsi al matrimonio omosessuale perché la gente tende a vederci come un gruppo di individui risentiti, crudeli, insensibili, persino esagerati. Tutt’altra cosa è parlare della bellezza del matrimonio e dell’armonia delle differenze che fanno parte dell’alleanza tra un uomo e una donna. Questo contesto positivo parla da solo quando si tratta di dimostrare che l’uso dello stesso termine «matrimonio» per descrivere le unioni omosessuali non è adatto.

Resta ora da vedere quale impatto avrà sulla vita dei cattolici di tutto il mondo la promozione pubblica e coerente dell’insegnamento anticattolico di mons. Victor Manuel Fernández.








sabato 1 luglio 2023

Una nuova “Chiesa sinodale” mina la Chiesa cattolic








Di Osservatorio Card. Van Thuan, 1 LUG 2023

+ Athanasius Schneider

Molte domande sono sorte sull’attuale “processo sinodale”, e quindi per essere al servizio del gregge di Cristo, vorrei affrontare alcuni punti importanti dell’Instrumentum Laboris per la Sessione di ottobre 2023 del Sinodo sulla sinodalità. Questo Documento di lavoro o Instrumentum sembra minare la costituzione divina e il carattere apostolico della vita e della missione della Chiesa cattolica, sostituendoli con una “chiesa sinodale” inventata, ispirata prevalentemente a categorie protestanti, sociali e antropocentriche. Di seguito sono riportate alcune delle principali aree di preoccupazione.

La costituzione divina della Chiesa è minata.


L’autorità episcopale è minata dall’Instrumentum Laboris principalmente in due modi. In primo luogo, chiedendo un “maggior coinvolgimento di tutti i fedeli e quindi un esercizio ‘meno esclusivo’ del ruolo dei Vescovi” (B 2.5, c), e favorendo un “processo di discernimento comunitario” (B 3.2.7). In secondo luogo, rendendo l’autorità episcopale dipendente e responsabile nei confronti di organi consultivi non gerarchici, seguendo le istituzioni secolari (Vedi B 3.3.8).

L’autorità papale è minata in due modi principali. In primo luogo, suggerendo che «la convergenza di più gruppi di Chiese locali (Consigli particolari, Conferenze episcopali, ecc.) sullo stesso tema» dovrebbe «impegnare il Vescovo di Roma ad affrontarlo a livello di Chiesa universale» (B 3.4). In secondo luogo, suggerendo che “istituzioni locali” in diverse regioni possono “adottare approcci diversi” rispetto al Vescovo di Roma, che dovrebbe accettare (B 3.4.).Ma resta valida la seguente affermazione magisteriale: «Il Successore di Pietro è la roccia che garantisce una fedeltà rigorosa alla Parola di Dio contro l’arbitrarietà e il conformismo».

La struttura gerarchica della Chiesa è minata da un uso ambiguo della parola “ministero”, che viene inutilmente attribuito sia agli ordinati che ai non ordinati, come quando si cerca di “favorire una comprensione dei ministeri che non si riduca a ordinati Ministero.” (B 2.4, 6) [ii]Ma restano valide le seguenti affermazioni magisteriali: «Bisogna riconoscere che il linguaggio diventa incerto, confuso, e quindi non utile per esprimere la dottrina della fede, ogniqualvolta, in qualsiasi modo, la differenza ‘di essenza e non solo di grado’ tra il sacerdozio battesimale e il sacerdozio ordinato sono offuscati”. [iii] «Solo in forza del Sacro Ordinamento esso [ministero] ottiene quella pienezza e univocità di significato che la tradizione gli ha sempre attribuito». [iv]

La struttura gerarchica della Chiesa è minata anche dall’imposizione di “facilitatori” che “accompagneranno le comunità... a tutti i livelli della vita ecclesiale» (n. 42); e facendo di quanto segue una priorità: “chiamare [ing] la questione della partecipazione delle donne al governo, al processo decisionale, alla missione e ai ministeri a tutti i livelli della Chiesa”. (B2.3.3)

Ma restano valide le seguenti affermazioni magisteriali: “sarà necessario anche vigilare affinché ad ogni livello – nel linguaggio, nell’insegnamento, nella prassi pastorale, nelle scelte di governo – il sacro ministero si presenti nella sua specificità ontologica, che non ammette frammentarietà o appropriazione indebita”. [V]

L’unità del sacramento del Sacro Ordine è minata dal “chiamare” la Chiesa a “interrogare” l’ordinazione diaconale delle donne: “chiedere che si consideri la questione dell’inclusione delle donne nel diaconato”. (B 2.3, 4)

Ma restano valide le seguenti affermazioni magisteriali: “la Chiesa non ha alcuna autorità di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e questo giudizio spetta in via definitiva a tutti i fedeli della Chiesa”, e poiché il Sacramento dell’Ordinazione è uno, le donne non possono essere sacramentalmente affatto ordinate. [VI]

La legge morale divinamente rivelata è minata in tre modi principali.


In primo luogo, vi sono gravi omissioni dovute all’assenza di qualsiasi discussione sul peccato, sui Dieci Comandamenti e sulla virtù della castità.

In secondo luogo, viene promosso implicitamente il cosiddetto movimento LGBTQ, che include la promozione dell’attività omosessuale e l’attuale “ideologia di genere” totalitaria mondiale. Così, l’ Instrumentum laboris lamenta “coloro che non si sentono accettati nella Chiesa, come ad es... LGBTQ+ Cattolici” (B 1.2 a); e chiama la Chiesa “ad accogliere coloro che si sentono esclusi dalla Chiesa a causa del loro status o della loro sessualità (per esempio… persone LGBTQ+, ecc.” (B 1.2, 6).

Ma restano valide le seguenti affermazioni magistrali: “I principi del rispetto e della non discriminazione non possono essere invocati a sostegno del riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali.... La negazione dello statuto sociale e giuridico del matrimonio a forme di convivenza che non sono e non possono essere coniugali non si oppone alla giustizia; al contrario, la giustizia lo richiede”. [vii]

In terzo luogo, viene implicitamente promossa l’immoralità riguardo al matrimonio, quando il documento lamenta coloro “che non si sentono accettati nella Chiesa, come i divorziati risposati, le persone in matrimoni poligami” (B 1.2 a); e quando chiama la Chiesa “ad accogliere coloro che si sentono esclusi... a causa del loro status o della loro sessualità (per esempio, divorziati risposati, persone in matrimoni poligami, ecc.” (B 1.2, 6).

Ma restano valide le seguenti affermazioni magisteriali: «Per quanto riguarda la sfera sessuale, conosciamo la ferma presa di posizione [di Gesù Cristo] in difesa dell’indissolubilità del matrimonio (cfr Mt 19,3-9) e la condanna pronunciata anche contro il semplice adulterio del cuore (cfr Mt 5,27-28). . . .[I] è realistico immaginare un Cristo ‘permissivo’ nel campo della vita coniugale, in materia di aborto, rapporti sessuali prematrimoniali, extramatrimoniali o omosessuali? Certo, la primitiva comunità cristiana, istruita da coloro che avevano conosciuto personalmente Cristo, non era permissiva. . .i numerosi passaggi delle lettere paoline che toccano questo argomento (cfr Rm 1,26 ss; 1 Cor 6,9; Gal 5,19). . .non mancano certo di chiarezza e rigore. E sono parole ispirate dall’alto. Rimangono normativi per la Chiesa di tutti i tempi”.[viii]

“[Non] è lecito impartire una benedizione su relazioni, o convivenze, anche stabili, che comportino un’attività sessuale al di fuori del matrimonio (cioè al di fuori dell’unione indissolubile di un uomo e di una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita) . . . la benedizione delle unioni omosessuali non può essere considerata lecita. Questo perché costituirebbero una certa imitazione o analogia della benedizione nuziale invocata sull’uomo e sulla donna uniti nel sacramento del Matrimonio, mentre infatti «non vi sono assolutamente motivi per considerare le unioni omosessuali in alcun modo simili o anche lontanamente analogo al piano di Dio per il matrimonio e la famiglia”. (Papa Francesco, Esortazione Apostolica Amoris laetitia, 251) [ix]

La vita e la missione della Chiesa sono minate.

Il carattere apostolico e soprannaturale della vita e della missione della Chiesa è minato principalmente in tre modi.

In primo luogo, vi sono gravi omissioni dovute all’assenza di una discussione sull’adorazione eucaristica, la Croce di Cristo e il fine ultimo dell’uomo nell’eternità.

In secondo luogo, c’è una burocratizzazione mondana della Chiesa, la promozione di una sorta di eresia di azione neo-pelagiana attraverso un aumento delle strutture e delle sessioni di riunione, con le parole chiave “costruzione del consenso” e “processo decisionale” usate come se la Chiesa fosse un’impresa incentrata sull’uomo.

In terzo luogo, vi è una “pentecostalizzazione” soggettivistica della vita della Chiesa attribuendo presuntuosamente al dialogo umano, alle preghiere non ufficiali e al reciproco scambio di opinioni una vaga qualità spirituale come la “conversazione nello Spirito” (cfr n. 32-42) “chiamato dallo Spirito Santo”, “protagonismo dello Spirito”.

Ma restano valide le seguenti affermazioni magisteriali: «La Chiesa «è, per sua stessa natura, una realtà diversa dalle società meramente umane» e che, pertanto, «è necessario affermare che la mentalità e la prassi esistenti in talune società culturali, socio- le correnti politiche del nostro tempo non possono essere trasferite automaticamente alla Chiesa stessa’”. [x]

Vengono commessi altri gravi danni.


In primo luogo, viene minata la legge apostolica del celibato sacerdotale nella Chiesa latina chiedendo che “si apra una riflessione sulla disciplina dell’accesso al sacerdozio per gli uomini sposati, almeno in alcuni ambiti” (B 2.4, 9).

In secondo luogo, viene promossa un’ideologia materialistica dell’ecologia dando priorità alla “cura della casa comune” (n. 4) e affermando che “il cambiamento climatico richiede l’impegno dell’intera famiglia umana. Lavorare insieme per prenderci cura della nostra casa comune” (B 1.1.b).

Ma resta valida la seguente affermazione magisteriale: «Se viene a mancare il rispetto del diritto alla vita e alla morte naturale, se il concepimento, la gestazione e la nascita umana vengono resi artificiali, se gli embrioni umani vengono sacrificati alla ricerca, la coscienza della società finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale. . . . I nostri doveri verso l’ambiente sono legati ai nostri doveri verso la persona umana, considerata in se stessa e in relazione agli altri” [xi].

Conclusione

L’ Instrumentum laboris per la sessione di ottobre 2023 del Sinodo sulla sinodalità promuove essenzialmente, anche se in modo più sofisticato, le stesse idee eterodosse avanzate dal Cammino sinodale tedesco.

Sostituisce la Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica con una fantasiosa “chiesa sinodale” che è mondana, burocratica, antropocentrica, neopelagiana, gerarchicamente e dottrinalmente vaga – pur mascherando questi tratti dietro espressioni untuose come “conversazione nello Spirito.”

Ma noi non crediamo – né nessuno darebbe la vita per – una “chiesa sinodale”. Crediamo nella Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica fondata da Nostro Signore Gesù Cristo, e ci aggrappiamo alla Sua immutabile verità divina, per la quale innumerevoli martiri cattolici hanno versato il loro sangue.

29 giugno 2023— Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

+ Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Santa Maria ad Astana

[Fonte: The Catholic Thing]

__________

[i] Citazione integrale: “Il Romano Pontefice – come tutti i fedeli – è soggetto alla Parola di Dio, alla fede cattolica, ed è garante dell’obbedienza della Chiesa; in questo senso è servus servorum Dei. Egli non prende decisioni arbitrarie, ma si fa portavoce della volontà del Signore, che parla all’uomo nelle Scritture vissute e interpretate dalla Tradizione; in altre parole, l’episcopio del primato ha dei limiti posti dal diritto divino e dalla costituzione divina, inviolabile, della Chiesa, che si trova nella Rivelazione. Il Successore di Pietro è la roccia che garantisce una fedeltà rigorosa alla Parola di Dio contro l’arbitrarietà e il conformismo: di qui la natura martirologica del suo primato». (Congregazione per la Dottrina della Fede, Il primato del successore di Pietro nel mistero della Chiesa , 31 ottobre 1998, n. 7) .

[ii] Si vedano anche le seguenti affermazioni: “superare una visione che riserva ogni funzione attiva nella Chiesa ai soli Ministri ordinati (Vescovi, Presbiteri, Diaconi), riducendo la partecipazione dei Battezzati a una collaborazione subordinata” (B 2.2.a); “L’esperienza di camminare insieme nella Chiesa locale permette di immaginare nuovi ministeri al servizio di una Chiesa sinodale” (B 2.2.c); “ministeri spontanei e altri ministeri riconosciuti non istituiti” (B 2.2. d).

[iii] Citazione integrale: “Per parlare, dunque, di ‘partecipazione dei fedeli laici al ministero pastorale dei presbiteri’ occorre, anzitutto, riflettere attentamente sul termine ‘ministero’ e sulle diverse accezioni che può assumere nel linguaggio teologico e canonico. … Bisogna riconoscere che il linguaggio diventa incerto, confuso, e quindi non utile per esprimere la dottrina della fede, ogniqualvolta, in qualche modo, la differenza ‘di essenza e non solo di grado’ tra il sacerdozio battesimale e il sacerdozio ordinato è offuscata (cfr Lumen gentium, 10). Al tempo stesso, non distinguendo nettamente, anche nella pratica pastorale, il sacerdozio battesimale dal sacerdozio gerarchico, si corre anche il rischio di svalutare il ‘proprium’ teologico dei laici e di dimenticare ‘lo specifico vincolo ontologico che unisce il sacerdote a Cristo, Sommo Sacerdote e Buon Pastore” (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis , 1)” (Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti all’Incontro promosso dalla Congregazione per il Clero , 22 aprile 1994, n. 4).

[iv] Citazione completa: «Quando invece il termine si differenzia nel rapporto e nel confronto tra i diversi munera e officia‘, allora si deve percepire chiaramente che solo in forza della Sacra Ordinazione ottiene quella pienezza e univocità di significato che la tradizione gli ha sempre attribuito. Chiarire e purificare il linguaggio diventa un’urgenza pastorale perché, dietro di esso, possono nascondersi insidie ​​ben più pericolose di quanto pensiamo. Dal linguaggio quotidiano alla concettualizzazione il passo è breve» (Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti all’Incontro promosso dalla Congregazione per il Clero , 22 aprile 1994, n. 4).

[v] Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti all’Incontro promosso dalla Congregazione per il Clero, 22 aprile 1994, n. 6.

[vi] Giovanni Paolo II, Ordinatio Sacerdotalis, 22 maggio 1994, n. 4.

[vii] Citazione completa: “I principi del rispetto e della non discriminazione non possono essere invocati a sostegno del riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Differenziare tra le persone o rifiutare riconoscimenti o benefici sociali è inaccettabile solo quando è contrario alla giustizia (cfr S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae , II-II, q. 63, a.1, c.). La negazione dello statuto sociale e giuridico del matrimonio a forme di convivenza che non sono e non possono essere coniugali non si oppone alla giustizia; al contrario, lo esige la giustizia» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni sulle proposte di riconoscimento giuridico delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 8).

[viii] Citazione integrale: «In particolare, per quanto riguarda la sfera sessuale, conosciamo la ferma presa di posizione [di Gesù Cristo] in difesa dell’indissolubilità del matrimonio (cfr Mt 19,3-9) e la condanna pronunciata anche contro i semplici adulterio del cuore (cfr Mt 5,27-28). E come non rimanere colpiti dal precetto di ‘cavarsi l’occhio’ o di ‘tagliarsi la mano’ nel caso in cui tali membra siano occasione di ‘scandalo’ (cfr Mt 5,29-30)? Avendo questi precisi riferimenti evangelici, è realistico immaginare un Cristo ‘permissivo’ nel campo della vita coniugale, in materia di aborto, rapporti sessuali prematrimoniali, extramatrimoniali o omosessuali? Certo, la primitiva comunità cristiana, istruita da coloro che avevano conosciuto personalmente Cristo, non era permissiva. Basti qui richiamare i numerosi passaggi delle lettere paoline che toccano questo tema (cfr Rm 1,26 ss; 1 Cor 6,9; Gal 5,19). Le parole dell’Apostolo non mancano certo di chiarezza e di rigore. E sono parole ispirate dall’alto. Rimangono normative per la Chiesa di tutti i tempi” (Papa Giovanni Paolo II, Incontro con i giovani ad Amersfoort, Paesi Bassi , 14 maggio 1985).

[ix] Citazione integrale: “Per conformarsi alla natura dei sacramentali, quando si invoca una benedizione su particolari rapporti umani, oltre alla retta intenzione di coloro che vi partecipano, è necessario che ciò che è benedetto sia oggettivamente e positivamente ordinato a ricevere e esprimere la grazia, secondo i disegni di Dio inscritti nella creazione, e pienamente rivelati da Cristo Signore. Pertanto, solo quelle realtà che sono di per sé ordinate a servire quei fini sono congruenti con l’essenza della benedizione impartita dalla Chiesa. Per questo motivo non è lecito impartire una benedizione su relazioni, o convivenze, anche stabili, che comportino un’attività sessuale al di fuori del matrimonio (cioè al di fuori dell’unione indissolubile di un uomo e di una donna aperta in sé stessa alla trasmissione della vita), Catechismo della Chiesa Cattolica, 2357). La presenza in tali rapporti di elementi positivi, di per sé da valorizzare e apprezzare, non può giustificare tali rapporti e renderli oggetti legittimi di una benedizione ecclesiale, poiché gli elementi positivi esistono nell’ambito di un’unione non ordinata al disegno del Creatore . Inoltre, poiché le benedizioni sulle persone sono in relazione con i sacramenti, la benedizione delle unioni omosessuali non può essere considerata lecita. Questo perché costituirebbero una certa imitazione o analogia della benedizione nuziale invocata sull’uomo e sulla donna uniti nel sacramento del Matrimonio, mentre infatti «non vi sono assolutamente motivi per considerare le unioni omosessuali in alcun modo simili o anche lontanamente analogo al progetto di Dio per il matrimonio e la famiglia” (Papa Francesco, Esortazione Apostolica Amoris laetitia , 251)” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Responsum a un dubbio sulla benedizione delle unioni tra persone dello stesso sesso, 15 marzo 2021).

[x] Citazione completa: “Va sempre ricordato che la Chiesa ‘è, per sua stessa natura, una realtà diversa dalle società meramente umane’ e che, pertanto, ‘occorre affermare che la mentalità e la prassi esistenti in alcune correnti culturali, socio-politiche del nostro tempo non possono essere trasferite automaticamente alla Chiesa stessa’” (cfr Congregazione per il Clero, Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, 17) (Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti all’Incontro promosso dalla Congregazione per il Clero , 22 aprile 1994, n.3).

[xi] “Se viene mancato il rispetto del diritto alla vita e alla morte naturale, se il concepimento umano, la gestazione e la nascita vengono resi artificiali, se gli embrioni umani vengono sacrificati alla ricerca, la coscienza della società finisce per perdere il concetto dell’ecologia umana e, insieme ad essa, dell’ecologia ambientale. È contraddittorio insistere sul fatto che le generazioni future rispettino l’ambiente naturale quando i nostri sistemi educativi e le nostre leggi non le aiutano a rispettare se stesse. Il libro della natura è uno e indivisibile: accoglie non solo l’ambiente ma anche la vita, la sessualità, il matrimonio, la famiglia, le relazioni sociali: in una parola, lo sviluppo umano integrale. I nostri doveri verso l’ambiente sono legati ai nostri doveri verso la persona umana, considerata in se stessa e in relazione agli altri”. (Papa Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, 51).