giovedì 28 marzo 2019

L'ozio secondo San Benedetto








“L’ozio è nemico dell’anima”, afferma san Benedetto nel capitolo 48 della Regola. Allora noi, che abbiamo la grazia di amare la nostra anima, vediamo come sfuggire a questo nemico della vita spirituale.

Occorre anzitutto ricordare che il tempo che ci è dato da Dio ha un prezzo e un valore immensi. È quindi troppo prezioso per essere sprecato, e al contrario in ogni tempo “bisogna dunque servirsi delle grazie che [Dio] ci concede” (Prologo della Regola). Certo, bisogna anche sapersi riposare, ricreare. Ma un sano rilassamento differisce radicalmente dalla sterile inoperosità.
È perciò cosa buona sapere che se nella vita spirituale l’ozio è frequente, può essere legato all’accidia, ovvero a un certo disgusto delle cose di Dio. Lo stesso san Benedetto opera questa analogia quando evoca la figura di quel “monaco indolente che, invece di dedicarsi allo studio, perda tempo oziando o chiacchierando” (capitolo 48).
Concretamente, san Benedetto ci propone due grandi aiuti contro l’ozio. Il primo, più pratico, consiste nel pianificare la nostra giornata, per essere certi che l’essenziale sia veramente prioritario. A tal proposito, notate che nella clausura le attività del monaco (preghiera, lavoro, lettura, pasto, sonno) non sono mai lasciati alla spontaneità di alcuno, ma sono debitamente regolate. Lezione preziosa da custodire! Il secondo consiste nel coltivare fedelmente la nostra unione con Dio. Giacché più la nostra presenza a Dio s’intensificherà, più saremo desiderosi di fare fruttificare secondo il suo cuore il tempo che ci concede.
Infine, diffidiamo di un ozio di nuovo genere: quelle ore passate su internet, senza un fine preciso, a lasciarsi trascinare di collegamento in collegamento, di articolo in articolo, di notizia in notizia… Per cosa, alla fine? Una perdita di tempo e di energie considerevoli a discapito dell’essenziale, la vita di coppia, della famiglia, della preghiera. Siete voi stessi a dircelo!
La prossima volta, P come preghiera.


[Fr. Ambroise O.S.B., “Saint-Benoît pour tous...”, La lettre aux amis, del Monastero Sainte-Marie de la Garde, n. 31, 6 marzo 2019, p. 4, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]














mercoledì 27 marzo 2019

UNA REALTÀ ATROCE. L’aborto, le fiabe e la metafora del cannibalismo





Hansel e Gretel e Pollicino raccontano il cannibalismo. I bambini sono stati mangiati. Allo stesso tempo queste due meravigliose e terribili fiabe diventano anche la metafora dell’aborto. I genitori che non hanno la volontà di tenere i loro figli, li abbandonano in un luogo di morte, il bosco cupo delle fiabe, la sala operatoria della clinica.




di Silvana De Mari, 27-03-2019
Come spiega Kafka, le fiabe sono il luogo dove teniamo i mostri. Quando qualcosa è troppo atroce per raccontarlo apertamente, lo nascondiamo nelle volute d’oro e d’argento della letteratura fantastica. Hansel e Gretel e Pollicino parlano di situazioni di miseria talmente atroce che i genitori compiono la scelta atroce di abbandonare i loro bimbi in boschi dove qualcuno li mangerà.

La parola atroce è stata scritta tre volte in poche righe
, e non è un caso, non è un errore, non è una disattenzione. Non esiste nessun altro sinonimo che abbia uguale potenza e quindi è giusto che questa parola risuoni come rintocchi di una campana a morte.

Il figlio è la prima cosa che dovremmo proteggere
. È la nostra proiezione dell’eternità. È la nostra maniera di incidere nella storia. Quando il bambino diventa sacrificabile, quando la sua vita non è più un bene supremo, allora vuol dire che una società ha perso la decenza minima, è scesa sotto il minimo consentito. Le fiabe raccontano la verità. Hansel e Gretel e Pollicino raccontano il cannibalismo. I bambini sono stati mangiati. Durante le terrificanti carestie, durante la Guerra dei Trent’anni in Germania e anche in epoca più recente nell’Ucraina martoriata da Stalin, prima di morire di fame si mangiano i cadaveri. E i bambini muoiono prima, o è più facile acchiapparli. Durante la carestia in Ucraina, un paio di valorosi giornalisti riuscì a raggiungere quelle lande disperate e, tornato in Occidente, raccontò che in quei luoghi di gente scheletrica che si accasciava lungo le strade troneggiavano, appesi ai muri, manifesti dove lo Stato Sovietico ricordava che era vietato mangiare i cadaveri, pena la fucilazione.

I vari partiti comunisti si scatenarono a spiegare che era una fake news
, che si andava ad aggiungere alle altre fake news, i gulag, la Siberia, la Kolyma, le fucilazioni, i lavori forzati in condizioni disumane: tutte fake news. Un folto gruppo di giornalisti amici fu condotto a visitare un paio di fattorie modello con i bimbi tutti carini che cantavano in coro. Stesso discorso avvenne in Germania quando le informazioni sui campi terribili dove gli ebrei venivano uccisi riuscirono ad affiorare. Funzionari della Croce Rossa e giornalisti furono condotti al campo di concentramento modello di Terezin dove bimbi carini, ben vestiti e ben nutriti cantavano in coro.

E torniamo ad Hansel e Gretel e Pollicino
: queste due meravigliose e terribili fiabe diventano anche la metafora dell’aborto. I genitori che non hanno la volontà di mantenere i loro figli, li abbandonano in un luogo di morte, il bosco cupo delle fiabe, la sala operatoria della clinica. Sono luoghi di morte, il luogo dove il corpo dei bambini sarà smantellato, distrutto, smembrato. La strega e l’orco diventano la metafora del bidone dei rifiuti che “mangia” il corpo del bambino, diventano una metafora della morte.

Quando una donna scopre di essere incinta, scopre di essere diventata madre
. Spesso si ritiene l’aborto una specie di macchina del tempo che possa riportare la situazione a prima: prima che la donna diventasse madre. Purtroppo questo non è possibile. La donna incinta non ha più la scelta se diventare madre o no. È già madre. Ha la scelta se diventare madre di un bambino vivo o la madre di un bambino morto, e se fa la seconda scelta entra sotto le ali della morte. Il nostro inconscio registra la perdita terribile, registra la violazione del più potente, ancestrale degli istinti, l’istinto materno, alloggiato in tutte le aree del cervello. Cominciano depressione, stanchezza, cefalea, malattie allergiche, oppure una sottilissima forma di auto aggressione, una specie di tendenza a buttare via la propria vita, a scegliere sempre gli uomini sbagliati, o i lavori sbagliati o i luoghi sbagliati o la maniera di guidare sbagliata.

Il parallelo tra aborto e cannibalismo è metaforico
: il corpo del bambino non amato non ha valore, può essere smembrato dall’aspiratore o dalle pinze chirurgiche o dalle fauci della creatura cannibale di turno. Cannibalismo metaforico è lo smembramento del corpo dell’altro e lo sfruttamento del corpo dell’altro. Possiamo considerare cannibalismo metaforico il fatto che la Planned Parenthood venda le parti dei feti abortiti: hanno grande valore sul mercato dell’industria farmacologica. Possiamo sicuramente considerare cannibalismo le situazioni dove parte dei corpi abortiti finiscono in corpi di altri esseri umani anche se non attraverso il sistema classico della digestione ma attraverso un intervento di iniezione diretta? Per produrre vaccini contro morbillo, parotite, rosolia, varicella ed epatite A si usano linee cellulari ottenute da due aborti volontari del 1962 e 1966, dai cui polmoni sono stati estratti fibroblasti (cellule del tessuto connettivo) che hanno composto le linee cellulari WI-38 e MRC-5, tuttora utilizzate.

Nel febbraio del 2004, il neurologo cinese Huang Hongyun
si presentò al congresso sulle lesioni spinali a Vancouver, in Canada, con impressionanti video di recupero di funzioni da parte di persone con sclerosi laterale amiotrofica, malattia che conosco bene, dato che ne era affetta mia madre. I risultati del neurologo cinese sono spettacolari, ma temporanei, e si ottengono prelevando da feti di 16 settimane i bulbi olfattivi: da lì vengono prese le cellule da iniettare nel paziente. Come si fa a ottenere il feto di 16 settimane? Quando il paziente occidentale prenota l’intervento costa circa 20.000 dollari e la prenotazione viene perfezionata in genere dopo 16 settimane. Quindi è sospettabile che il feto venga messo in cantiere non appena c’è la trattativa. Si dà per scontato che sicuramente ci sarà un qualche feto di 16 settimane abortito proprio al momento “buono”, oppure ci sono donne che vengono messe incinte in previsione dell’intervento? Così si avrebbe la certezza che il feto sia pronto alla datazione giusta; l’aborto deve precedere immediatamente l’intervento sul paziente occidentale.

Chi sono queste donne? Sono volontarie o no?
Vengono messe incinte apposta, o semplicemente si chiede a una donna che vuole abortire al secondo mese di avere la cortesia di aspettare il quarto? La Cina pullula di edificanti campi di concentramento per gli oppositori politici. È un Paese dove molti arbitri son possibili. Cosa prova una donna a portare un feto condannato a morte? Nel momento in cui il paziente è arrivato in Cina ed è ricoverato in clinica si procede all’aborto di un feto di 16 settimane, con i fasci spino-talamo-corticali già formati, quindi in grado di percepire il dolore.

Hansel e Gretel e Pollicino sono sempre dispersi nel loro bosco.
















martedì 26 marzo 2019

Politically correct, “è colpa nostra” come catechismo




Il politically correct è come un “catechismo civile”, una somma di “precetti”, di divieti, di censure in cui si compendia la retorica di un’ideologia ben precisa: quello che possiamo chiamare neo-progressismo, ideologia dell’Altro. È entrato nelle nostre vite “con una martellante opera di propaganda, di estensione e profondità ‘orwelliane’, che pretende di eliminare dai prodotti culturali, dalla dialettica politica, dai comportamenti pubblici e privati, dai luoghi della formazione, ogni termine o concetto che possano essere considerati ‘discriminatori’, ‘offensivi’, per imporre un’idea di ‘rispetto’ che in effetti coincide con un totale indifferentismo, nel quale la ‘verità’ politica è decisa volta a volta dalle élite che ‘dettano la linea’ alle società”. 
Intervista a Capozzi, autore del libro “Politicamente corretto. Storia di un’ideologia”.



di Aurelio Porfiri

Uno degli strumenti del potere per non vedere le cose come sono è senz’altro il politically correct. C’è un libro di Eugenio Capozzi che si chiama Politicamente corretto. Storia di un’ideologia (Marsilio 2018) che vale veramente la pena leggere. Un libro che ci conduce all’interno dei meccanismi di questa ideologia, che è poi una gnosi, con grande erudizione e capacità di analisi. Eugenio Capozzi è professore ordinario di storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Napoli “Sant’Orsola Benincasa”. La Nuova BQ l’ha intervistato.


Professore, come si è avvicinato al tema del politically correct?
E’ stata la consapevolezza che la rivoluzione culturale prodotta dai movimenti giovanili degli anni Sessanta ha rappresentato forse la cesura più decisiva nella storia politica del Novecento. Se si guarda alle categorie, alla terminologia, ai luoghi comuni, al conformismo di pensiero che connotano attualmente le classi dirigenti delle democrazie industrializzate ci si accorge che tutti questi elementi sono comprensibili soltanto riportandoli a quel grande cambiamento di mezzo secolo fa. Quella somma di censure, delegittimazioni, edulcorazioni linguistiche che oggi chiamiamo “politically correct”.


Come definirebbe il politically correct?
Come un “catechismo civile”, una somma di “precetti”, di divieti, di censure in cui si compendia la retorica di un’ideologia ben precisa: quello che possiamo chiamare neo-progressismo, ideologia dell’Altro, “utopia diversitaria” (per dirla con Mathieu Bock-Coté). Ossia l’ideologia che condanna in blocco come imperialista e discriminatoria la cultura euro-occidentale, e progetta di cambiare la mentalità dell’umanità per sostituirla con un radicale relativismo culturale ed etico. E’ una retorica che è diventata il tratto distintivo delle élites politiche, intellettuali, istituzionali, mediatiche, e dell’intrattenimento di massa in Occidente tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, conquistando un sostanziale monopolio sul linguaggio e sull’etica pubblica, in assenza di “narrazioni” contrapposte dotate di pari rappresentatività.


Ci fa alcuni esempi di come il politically correct è entrato nelle nostre vite?
Con una martellante opera di propaganda, di estensione e profondità “orwelliane”, che pretende di eliminare dai prodotti culturali, dalla dialettica politica, dai comportamenti pubblici e privati, dai luoghi della formazione, ogni termine o concetto che possano essere considerati “discriminatori”, “offensivi”, espressioni di una concezione gerarchica e di valori “forti”, per imporre un’idea di “rispetto” che in effetti coincide con un totale indifferentismo, nel quale la “verità” politica è decisa volta a volta dalle élite che “dettano la linea” alle società. La tesi principale è quella secondo cui il tramonto delle grandi ideologie europee otto-novecentesche apre la strada ad una potente svolta delle classi dirigenti occidentali in senso relativistico-nichilistico, soggettivistico, edonistico, antiumanistico.


Lei chiama il politically correct una ideologia, una ideologia dell’Altro. Perché?
Nel senso che il nuovo progressismo impostosi con la ribellione dei giovani baby boomers occidentali non rivendica più l’instaurazione della libertà, dell’uguaglianza o della giustizia attraverso misure economiche o provvedimenti politici, ma pretende invece di estirpare le radici del dominio e delle discriminazioni presenti, a suo dire, nella storia culturale occidentale attraverso un radicale processo di modificazione del modo di pensare, dei concetti, del linguaggio. Un obiettivo che in realtà rappresenta un vero e proprio azzeramento, un “parricidio” delle radici culturali occidentali. Se l’uomo occidentale storicamente ha incarnato la violenza, la repressione, l’imperialismo, egli deve essere “rieducato” accogliendo tutti i modelli culturali, tutte le condizioni esistenziali, tutte le componenti minoritarie che ha soggiogato in passato per rinnovarsi e rigenerarsi. L'"altro", ridotto ad un concetto astratto, diventa il salvatore, il redentore di una storia sbagliata, e la radice di una nuova civiltà più gentile, tollerante, in cui i conflitti, una volta eliminato il “peccato originale” del dominio, della gerarchia, del “pensiero forte”, dovrebbero sparire.


Afferma nel suo libro che le ideologie sono eredi di una tendenza gnostica della cultura moderna. Quindi il politically correct è fenomeno di tipo gnostico?
Assolutamente sì. Esso rappresenta appunto l’ultima e più radicale forma di gnosticismo moderno. Il male da eliminare dal mondo non è più la dominazione straniera, la disuguaglianza civile e politica, il capitalismo, o altri fattori economici e politici del genere, ma la storia di una civiltà tout court, con la mentalità che essa ha prodotto. E’ quella la radice del male, quindi la salvezza non può che venire dalla “de-occidentalizzazione” del mondo e dello stesso Occidente. Se i colpevoli dei mali del mondo siamo “noi”, dobbiamo espiare i nostri peccati rinunciando alla nostra identità, per dissolverci nel grande magma di un mondo dalle identità fluide, precarie, affidate totalmente volta a volta all’autodeterminazione dei soggetti.


Come ci si libera dal politically correct?
Pensare che il politically correct possa essere abolito per decreto o in un colpo solo sarebbe un’idea altrettanto ideologica di quella coltivata da chi pensa che il progressismo diversitario e la sua retorica rappresentino una realtà inevitabile e salvifica. Quello che noi possiamo fare è mostrare come esso abbia avuto una precisa origine e dunque non sia né eterno né inevitabile. Non a caso, il monolitico dominio della “narrazione” politicalcorrettista ha cominciato a mostrare le prime, serie crepe quando, a partire dalla grande crisi economico-finanziaria del 2008, quelle classi dominanti sono entrate in crisi, e hanno cominciato ad essere sfidate dai “perdenti della globalizzazione”, con la crescita dei movimenti sovranisti, identitari, neo-nazionalisti.


Fonte: La nuova Bussola Quotidiana










sabato 23 marzo 2019

Quel sentimentalismo che infiacchisce lo spirito e non porta a Dio




di Aldo Maria Valli 23/03/2019

Liturgia, musica sacra, livello culturale nella Chiesa. Il maestro Aurelio Porfiri prosegue nella sua riflessione e punta l’attenzione su quel sentimentalismo zuccheroso che anche attraverso la musica sacra è entrato nella vita della Chiesa deformando la spiritualità cattolica. Perché questa situazione? Solo la conseguenza di una serie di errori o il frutto di una precisa strategia?

A.M.V.


***

Nei precedenti interventi ci siamo occupati del basso livello culturale che caratterizza anche la vita della Chiesa. Ora, specialmente nei paesi dell’Occidente, non possiamo negare che il livello culturale medio delle persone si è grandemente alzato. Rispetto al passato, molte più persone possiedono elevati titoli di studio e hanno modo di conoscere e informarsi. Accanto a questo abbiamo però un imbarbarimento dell’offerta culturale, quasi del tutto dominata dalle logiche commerciali. Quindi se da un lato le persone sono in grado si sapere di più e meglio, dall’altro sono esposte al rischio della manipolazione da parte dei mass media e dell’industria culturale, un mondo che dispone di mezzi economici enormi e sa come controllare e manovrare la narrativa. Chi controlla la cultura (Antonio Gramsci docet) ha il controllo della gente.

Anche i buoni cattolici che anzora vanno a Messa sono inevitabilmente il frutto di questa società in gran parte dominata da una narrativa imposta per fini commerciali e ideologici. Quindi, tranne rare e lodevoli eccezioni, le persone che vanno a Messa, come tutte, sono (de)formate da impulsi potentissimi. Proprio per questo sarebbe stato necessario uno sforzo grande, dopo la riforma liturgica, per mantenere alto il livello delle celebrazioni, disporre di musicisti capaci e professionali ed evitare le derive alle quali oggi assistiamo. Ma non è stato così.

La cosa strana è che se devi parlare di teologia, chiami un teologo; se devi parlare di medicina, chiami un medico; se devi parlare di filosofia, chiami un filosofo; invece quando si tratta della musica sacra ecco che ci può mettere mano chiunque. Non ne faccio questione di diplomi, ma di preparazione professionale.

Nel momento di valutare un musicista bisognerebbe porre domande precise. Conosce adeguatamente il repertorio tradizionale della Chiesa? È in grado di valutare il livello qualitativo di una composizione? Conosce bene la liturgia e le sue scansioni rituali? Possiede un livello tecnico adeguato per suonare, dirigere, cantare? Ha una preparazione musicale di base adeguata?

Possedere un curriculum all’altezza del compito richiede studio, tempo, preparazione, approfondimento. Ecco perché senza un investimento in questa direzione ci si consegna al dilettantismo volontaristico che non porta a nulla, se non all’assoggettamento alla narrativa imposta dall’alto. Una narrativa che viene dalla società ma, purtroppo, anche dalla Chiesa.

Ci sono infatti ampi settori della Chiesa che cercano di imporre una certa visione del cattolicesimo, in contrasto con la tradizione della Chiesa stessa. Questa visione, segnata dalla demagogia, dall’enfasi posta sul “popolo” e dalla richiesta di abbassare il livello della proposta per aiutare la “partecipazione”, è ormai trionfante nelle nostre liturgie. E così eccoci al paradosso: mentre le persone hanno mezzi culturali potenzialmente più elevati, si ritiene un bene tenerle nella mediocrità culturale. Una mediocrità che poi inevitabilmente si riflette in una pochezza spirituale.

Ma è vero che le persone non apprezzano più la tradizione musicale della Chiesa? Che non apprezzano le belle forme nella musica, come chiedeva san Pio X? Che fuggono di fronte al bello musicale?

Certamente non è vero. È vero che sono diseducate, ma quando vengono adeguatamente istruite e rese consapevoli dell’effetto spirituale della vera musica sacra, l’apprezzano moltissimo.

Ecco il punto: l’adeguata preparazione. Non è stato proprio il Vaticano II a richiamare l’importanza della formazione liturgica dei fedeli? Invece abbiamo avuto la desertificazione culturale e liturgica.

A mio giudizio dietro c’è una strategia. L’idea è sradicare la vera musica sacra dalla liturgia per sostituirla con una musica in linea con la narrativa dominante, fatta di misericordia senza giustizia. Ecco così la musica dolciastra e sentimentale che domina nelle nostre liturgie, buona per infiacchire ancora di più le già prostrate anime dei fedeli. Chi ha potuto abbeverarsi ad una fonte più pura, sente repulsione per i repertori che vanno per la maggiore nelle nostre parrocchie. Chi conosce la vera musica sacra rifiuta il sentimentalismo zuccheroso della musica attuale.

Il sentimentalismo è la corruzione del sentimento. Mentre quest’ultimo, quando si volge alla religione, può portarci a Dio, il sentimentalismo è un’autocelebrazione. Il sentimentalismo non aiuta a raggiungere Dio ma si autocompiace della propria fragile emozionalità. Una liturgia ripiena di canti all’insegna del sentimentalismo si autodistrugge dall’interno.

Questo sentimentalismo di tono effemminato si sposa con un clima culturale generale di sdilinquimento. E così eccoci in preda a una certa svenevolezza che nulla ha a che fare con la spiritualità cattolica.

Mi chiedo: se ogni chiesa disponesse di un musicista capace e professionalmente formato, sarebbe ancora possibile per questi orribili repertori diffondersi come succede adesso? Forse i problemi non sarebbero eliminati, ma certamente il sentimentalismo incontrerebbe qualche ostacolo, perché un musicista che sappia il fatto suo è in grado di distinguere la vera musica sacra da quella falsa.

Torno a chiedermi: non sarà che questa mediocrità, che si nutre anche dell’estromissione dei bravi musicisti dalla Chiesa, fa il gioco di una certa narrativa che si è imposta a vari livelli? Non sarà che questa mediocrità è uno strumento utile per veicolare messaggi che non potrebbero passare con altrettanta facilità se nei fedeli ci fosse una maggior consapevolezza circa il bello e il sacro?

Aurelio Porfiri













giovedì 21 marzo 2019

I vescovi luterani norvegesi, l’aborto e la “lungimiranza” di certo cattolicesimo



di Aldo Maria Valli, 21/03/2019

Anni fa, a Oslo, durante una cena conobbi un pastore luterano norvegese. Incominciammo a chiacchierare e scoprii che era sposato. Non solo. Era sposato, divorziato e risposato. Con una pastora. A sua volta divorziata e risposata, se non ricordo male.

Temo che l’espressione del mio volto tradì una certa sorpresa, perché il pastore disse: “Lo, so, per voi cattolici romani è difficile capire”. Lo disse con quel tono di condiscendenza che a volte i nordici assumono nei confronti di noi meridionali, e la mia impressione fu che stesse pensando: “Ma prima o poi ci arriverete anche voi”.

All’epoca il papa era Giovanni Paolo II e il sottoscritto pensò: “Questi luterani si credono tanto progrediti ma non hanno capito che, semplicemente, hanno ceduto alle logiche del mondo e tradito i comandamenti divini”. Da povero ingenuo quale sono, ringraziai in cuor mio il buon Dio per avermi fatto nascere cattolico e mi sentii al riparo da certe derive. Ma oggi, tanti anni dopo, e dopo tanto ecumenismo à la page, non sarei più così sicuro.

L’episodio mi è tornato alla mente quando ho letto che i vescovi luterani norvegesi hanno sottoscritto una dichiarazione sull’aborto nella quale dicono che “la Chiesa, come istituzione, nel corso della storia ha mostrato una mancanza di coinvolgimento per la liberazione e i diritti delle donne”.

Mancanza di coinvolgimento per la liberazione e i diritti delle donne?

Vado avanti e leggo: “Una società con accesso legale all’aborto è una società migliore di una società senza tale accesso. Previene l’aborto illegale e promuove la salute e la sicurezza delle donne”.

Sembra la dichiarazione di un partito politico filoabortista. Tanto più che i “pastori”, a scanso di equivoci, si premurano di sottolineare: “Non vogliamo mettere in discussione la legge sull’aborto”.

E potevano mancare le scuse? Certo che no. “Siamo spiacenti. Come Chiesa dobbiamo cambiare il nostro modo di parlare dell’aborto e di prenderci cura delle persone colpite”.

E poteva mancare l’ambiguità? Certo che no. L’obiettivo della Chiesa, scrivono infatti i vescovi, non è tanto mettere in discussione la legislazione (in Norvegia l’aborto è legale fino alla dodicesima settimana di gestazione), e nemmeno mettere in discussione il fatto che il feto sia una vita “che ha valore e chiede protezione”, quanto “promuovere una comunione inclusiva”.

Comunione inclusiva? E che vuol dire?

E poteva mancare l’ambivalenza? Certo che no. E infatti i vescovi, pur lasciando intendere che il feto, tutto sommato, è una persona, alla fin fine difendono la legge che fa dell’aborto un diritto, alla faccia del diritto di quella persona che non ha voce per rivendicare il suo diritto alla vita.

E poteva mancare l’appello al dialogo? Certo che no. Infatti i vescovi luterani dicono, e di nuovo si scusano, che essersi opposti alla liberalizzazione dell’aborto ha peggiorato il dialogo con la società e con le donne.

Mea culpa, ambiguità, ambivalenza, trasformazione del dialogo in nuovo dogma: dove ho già sentito questo repertorio?

E il bello (naturalmente si fa per dire) è che queste prese di posizione dei vescovi luterani arrivano proprio mentre la politica ripensa certe questioni sotto una nuova luce, come dimostra il fatto, per restare alla Norvegia, che il premier Erna Solberg, del partito conservatore, ha parlato di possibile modifica in senso restrittivo della legge sull’aborto per quanto riguarda gli aborti selettivi, e la suprema corte ha riconosciuto il diritto dei medici di non procedere con trattamenti sanitari quando questi siano avvertiti come contrari alla loro coscienza.

Quindi mentre politica e società, perfino in un paese ultra-secolarizzato come la Norvegia, per la prima volta vanno in una direzione meno relativista, ecco che un bell’assist alla mentalità relativista arriva dalla Chiesa luterana. Che certi cattolici corteggiano perché Lutero “ha fatto una medicina per la Chiesa” e noi saremmo indietro di qualche secolo.

Complimenti vivissimi per la lungimiranza.

Aldo Maria Valli



















mercoledì 20 marzo 2019

Gary Cooper e John Wayne, quando le star vincono davvero (dicendo sì a Cristo)





Il Timone, 23-2-19, Ermes Dovico

Sono tra le più grandi star della storia del cinema
e in una classifica pubblicata nel 1999 dall’American Film Institute figurano uno all’11° e l’altro al 13° posto tra gli attori maschili: parliamo dello statunitense Gary Cooper (1901-1961) e del connazionale John Wayne (1907-1979), due icone del western ma capaci di spaziare in diversi altri generi cinematografici. Famosissimi per le loro interpretazioni davanti alla cinepresa, sono invece molto meno note le rispettive storie di successo che vanno oltre gli applausi del mondo e hanno un nome dal gusto eterno: conversione.


GARY COOPER, DALLA PROPRIA VOLONTA’ A QUELLA DI DIO


Partiamo da Gary (Frank James alla nascita) Cooper,
nato nel Montana da genitori britannici e divenuto attore quasi per caso, «per sbarcare il lunario, dopo aver fallito come disegnatore e caricaturista politico», come raccontò alla giornalista Hedda Hopper. Il 15 dicembre 1933 sposò la cattolica Veronica Balfe, attrice appassionata di sport e chiamata dagli amici “Rocky”, che quattro anni più tardi partorì l’unica figlia, Maria. Gary tradì la moglie più volte avendo flirt con alcune delle più belle dive di Hollywood, fino a perdere la testa nel 1948 – sul set del film La fonte meravigliosa – per Patricia Neal, di 25 anni più giovane di lui: la relazione adulterina si spinse al punto che nel ’51 Cooper lasciò la famiglia con l’intenzione di divorziare da Veronica e accasarsi con l’amante, ma qualche tempo dopo tornò sui suoi passi comprendendo il vuoto della sua vita.


Intanto, già nel ’50, era iniziato un lento, tortuoso
ma comunque importante percorso di avvicinamento alla fede. Tre anni più tardi lui e la moglie, all’epoca ancora separati, incontrarono in udienza Pio XII, davanti al quale fece una gaffe (ricordata sull’Osservatore Romano): nell’atto di inginocchiarsi gli caddero le immaginette, le medaglie e i rosari che aveva portato con sé per farli benedire dal Santo Padre. Al di là di quel fugace imbarazzo l’incontro con papa Pacelli lo colpì molto, ma prima del superamento definitivo dei suoi mali (cadde in altri tradimenti) dovette succedere un altro fatto decisivo. Un giorno, di ritorno dalla Messa, la moglie e la figlia presero a parlare di padre Harold Ford, della sua erudizione e simpatia. Gary ne rimase intrigato: «Mi piacerebbe ascoltarlo un giorno». «Bene, vieni con noi», gli rispose Veronica. In breve Gary conobbe padre Harold, il «don Tipo Tosto» come l’aveva ribattezzato e con il quale condivideva tanti interessi. E iniziò ad andare a Messa ogni domenica.


In questo periodo lo aiutò tra l’altro a meditare uno dei Pensieri di Blaise Pascal
, il 553, riferito a Gesù: «Non mi cercheresti se non mi avessi già trovato». Il 9 aprile 1959, Cooper ricevette infine il Battesimo nella Chiesa cattolica. Rispondendo nello stesso anno a Barry Norman che gli chiedeva il perché avesse compiuto quel passo, l’attore, dopo aver ricordato gli anni spesi a fare quasi esclusivamente la sua propria volontà, gli disse: «Lo scorso inverno ho iniziato a soffermarmi un po’ di più su ciò che avevo in mente da tanto tempo [e ho pensato]: Coop, vecchio mio, devi qualcosa a Qualcuno per tutta la tua buona sorte». Pochi mesi più tardi Cooper scopre di avere un tumore alla prostata. Urla contro quel Dio crocifisso a cui aveva da poco detto sì? Niente affatto. La malattia progredisce, il cancro va in metastasi, ma lui è sereno. «Ciò che l’ha aiutato di più è la sua fede», dirà la moglie. «Lui non ha mai chiesto: Perché io? E mai si è lamentato». Ricevette allora molti messaggi, tra cui quelli di John Wayne e san Giovanni XXIII. «Io so che quello che sta succedendo è volontà di Dio. Non ho paura del futuro», dirà pochi giorni prima della morte. Che arriverà il 13 maggio 1961, festa della Madonna di Fatima.


JOHN WAYNE, SCOPRIRE DIO GRAZIE ALLA FEDELTA’ DELLA MOGLIE

Anche John Wayne, al secolo Marion Robert Morrison
, ebbe diverse amanti e addirittura, prima della conversione, divorziò due volte e altrettante volte si ‘risposò’ civilmente. Cresciuto in una famiglia di confessione presbiteriana, il 24 giugno 1933 sposò un’ispano-americana e cattolica devota: Josephine Alicia Saenz. Da lei avrà quattro dei suoi sette figli e a lei deve un pezzo di Paradiso. Anche dopo il divorzio voluto e ottenuto dall’attore (1945), Josephine manterrà fede al sacramento (si risposerà a 17 anni dalla morte di Wayne, già anziana) e pregherà incessantemente per la salvezza eterna del marito, consapevole di essere stata trasformata realmente in «una carne sola» con lui.


Come ha spiegato uno dei 21 nipoti della stella del western
, padre Matthew Muñoz, in un’intervista alla Cna: «Mia nonna Josephine ha avuto un’influenza meravigliosa sulla sua vita e gli ha fatto conoscere il mondo cattolico», coinvolgendolo in vari eventi della Chiesa e raccolte benefiche. Anche per John Wayne il cammino di conversione è stato lunghissimo – ostacolato da una vita non certo esemplare tra adesione alla massoneria, peccati carnali, eccessi nell’alcol e nel fumo (contrarrà un tumore ai polmoni già nel ’64) – ma il salutare influsso esercitato dalla moglie darà alla lunga i suoi frutti facendogli scoprire la bellezza del cattolicesimo.


Un anno prima di morire, già malato di tumore allo stomaco
, ricevette il Battesimo dalle mani dell’arcivescovo di Panama, Marcos McGrath. All’atto del sacramento erano presenti la mamma e lo zio di padre Muñoz, che racconta pure come il nonno si rammaricasse di non essere divenuto cattolico già prima: «Questo fu uno dei sentimenti che espresse prima di morire», lamentando «una vita indaffarata». Il nipote sacerdote ricorda anche i pensieri scritti a mano da Wayne e rivolti al Creatore: «Ha scritto belle lettere d’amore a Dio, ed esse erano preghiere. Erano scritte alla maniera di un bambino e molto semplici ma allo stesso tempo anche molto profonde». Come coloro che tornano bambini per entrare nel Regno dei Cieli.