giovedì 14 marzo 2019

FARMACO BLOCCA-PUBERTA': Triptorelina, le domande a cui Avvenire non sa rispondere




È lecito moralmente "cambiare sesso"? Cosa dicono la Scrittura e il Magistero su riassegnazione del sesso e transessualismo? Ed è lecito bloccare la pubertà senza cambiare sesso? Un lungo articolo di Avvenire sostiene che le risposte a queste domande siano ancora da trovare, ma non è così: legge naturale e magistero della Chiesa sono già chiari al proposito.




VITA E BIOETICA
Tommaso Scandroglio, 14-03-2019

Tiene ancora banco sui media la questione sull’efficacia dell’uso della triptorelina per risolvere problemi psicologici di pre-adolescenti e adolescenti che interessano la cosiddetta disforia di genere. Il farmaco verrebbe usato per bloccare la pubertà. In tal modo, si sostiene, il ragazzo avrebbe tempo per superare i suoi disturbi psicologici - non pressato da un corpo che si sviluppa sessualmente e che non percepisce come proprio - e per decidere se “cambiare sesso”. In questo caso il farmaco sarebbe di aiuto perché permetterebbe di intervenire chirurgicamente e in modo più agevole su un corpo che non ha ancora sviluppato appieno i caratteri sessuali primari e secondari.

Sul tema è intervenuto anche Luciano Moia con un interessante articolo, pubblicato ieri su Avvenire, dal titolo “Farmaco gender, servono chiarezza e misericordia”. L’articolo è interessante perché punta la lente di ingrandimento sugli aspetti nevralgici dell’intera questione triptorelina. Partiamo dalla prima domanda che si pone Moia: «Il ‘cambio di sesso’ è eticamente accettabile?». La risposta che noi diamo è negativa: il “cambio di sesso” è azione intrinsecamente malvagia.

Tentiamo di spiegare le motivazioni. Intanto per “cambio di sesso” si intende una serie di interventi chirurgici e/o di interventi attuati tramite preparati chimici sui caratteri sessuali primari (gonadi maschile e femminile) e secondari (gli organi copulatori e di conserva aspetti morfologici come la impalcatura scheletrica, la peluria, etc.) al fine di renderli differenti dal proprio sesso genetico. Dunque le espressioni “rettificazione sessuale” e “cambiamento di sesso” sono menzognere, perché, ad esempio, l’uomo transessuale si travestirà pure da donna, ma continuerà ad essere uomo dato che i suoi cromosomi rimarranno XY (da tener distinto invece l’intervento di rettificazione sessuale per finalità terapeutiche quando si presentano anomalie, ad esempio morfologiche, a danno delle gonadi o dei genitali: in questi casi l’intervento è lecito quando si tenta di armonizzare il corpo con il sesso cromosomico).

"CAMBIAMENTO DI SESSO", ATTO MALVAGIO

Perché il “cambiamento di sesso” è atto intrinsecamente disordinato? Il motivo sta nel fatto che il sesso è aspetto identitario della persona. Attenzione: non il sesso in generale, bensì il sesso maschile è elemento identitario per gli uomini e il sesso femminile è elemento identitario per le donne. Per quale motivo? La nostra identità – chi siamo noi, quell’unico e irripetibile Mario - risiede primariamente nella nostra anima razionale la quale informa il corpo e comunica a questo la sua identità. Ora il corpo umano è la materia adeguata per ricevere l’anima razionale. Potremmo dire che il corpo umano è la custodia adatta per ricevere l’anima razionale. Da ciò consegue che quella particolarissima anima di Mario – l’identità di Mario - necessita non solo di un corpo umano qualsiasi, ma solo di quel corpo umano, proprio perché quel particolarissimo corpo di Mario è l’unico adatto alla sua altrettanta particolarissima anima.

Ciò vuol dire che l’anima di Mario – il suo irripetibile modo di avere l’essere (identità) – non poteva che informare quella precisissima e irripetibile materia umana che ha avuto al momento del concepimento, con tutte le sue peculiari e uniche caratteristiche costitutive ed essenziali tra cui il sesso maschile. Se l’identità risiede nell’anima razionale e se il corpo, come orma nella sabbia, riproduce in sé dal punto di vista materiale tutte le caratteristiche di quell’unica anima, vuol dire che le sue caratteristiche essenziali riproducono l’identità della persona. E quindi la particolare consonanza dell’elemento fisico con l’anima razionale deve essere rinvenuta anche nel sesso genetico.

In questo senso il sesso maschile e quello femminile sono identitari, perché sono peculiarità di una materia umana che è specchio empirico fedele della nostra identità, quasi che la nostra anima imprimesse il suo carattere nella materia, modificandola, anche nel dato sessuale, per essere a lei adeguata. Questo non significa che l’anima abbia sesso, ma l’anima di Mario ha il suo modo di essere immutabile che, tra gli altri aspetti, è consono solo a un corpo maschile, esige quel corpo maschile: l’identità di Mario espressa dall’anima razionale non può che reclamare un corpo maschile. Ecco perché il sesso maschile e il sesso femminile sono identitari, perché riproducono autenticamente nella materia umana l’identità espressa dall’anima razionale. Mario non può che essere maschio perché solo nella mascolinità troviamo riflessa la sua identità.

Ora se il sesso maschile per l’uomo e quello femminile per la donna sono aspetti identitari tutto ciò che riguarda il sesso maschile deve concordare con tale sesso e tutto ciò che riguarda il sesso femminile deve concordare con tale sesso. E dunque dato che Mario è maschio – e a dircelo sono i cromosomi XY – anche i caratteri sessuali primari e secondari devono essere maschili, così come, nella sfera psicologica comportamentale, i pensieri, le abitudini, etc. devono essere maschili. Il “cambio di sesso” invece, ad esempio, vuole mutare i caratteri secondari non accordandoli al sesso genetico. Dunque vuole mutare tali caratteri in contraddizione con un aspetto identitario della persona (e infatti si parla di identità sessuale).

Da qui la illiceità morale della rettificazione sessuale, proprio perché si sceglie di compiere un’azione contraria alla identità personale. Si violerebbe il principio teoretico di non contraddizione che è alla base anche di tutti i principi morali: dico che Mario è maschio ma opto per un’azione che è “femmina”. Dunque il “cambiamento di sesso” è un’azione intrinsecamente malvagia perché il fine prossimo ricercato è “agire in contraddizione con l’identità della persona”.

Cambiare il colore dei capelli, degli occhi, l’altezza e il peso non contraddice l’identità della persona (semmai la può perfezionare), modificare invece una parte del corpo in distonia con il sesso genetico entra in rotta di collisione con l’identità personale. La persona perciò non può essere divisa in sé stessa altrimenti, usando un termine greco, è κρίσις, ossia scissione, separazione, strappo, lacerazione: una parte maschile (sesso genetico, struttura scheletrica, etc.) e una femminile (es. caratteri primari) nello stesso organismo. Da qui tutti i disturbi psicologici che soffrono le persone transessuali. La persona invece è unità, composta da più parti ma in armonia tra loro.

E quindi dato che il “cambiamento di sesso” è atto intrinsecamente disordinato mai si può compiere sotto il profilo morale, né per un fine ulteriore buono né in alcune circostanze particolari.

Quindi, e veniamo a due ipotesi proposte da Moia, non è lecito “cambiare sesso” né al fine di impedire un suicidio né in stato di necessità, ossia se non ci sono altre soluzioni per restituire benessere al minore. Il fatto che il “cambiamento di sesso” sia azione intrinsecamente malvagia supera in radice anche il principio di totalità richiamato da Avvenire: sacrificare una parte del corpo per il benessere totale della persona. Infatti quel sacrificio è atto di per sé malvagio foss’anche benefico sul piano delle utilità sperate.

SCRITTURA E MAGISTERO SONO CHIARI

Veniamo al profilo teologico ed ecclesiale. Moia dichiara che «il magistero – è bene dirlo subito – non ha mai definito la liceità morale della 'riassegnazione chirurgica'». Vero è che non esistono pronunciamenti specifici del Magistero sul tema, così come non esistono pronunciamenti specifici sul sequestro di persona o sulla necrofilia, ma non perché la Chiesa sia in dubbio sul giudizio morale su tale procedura, ma perché ad oggi non è apparso necessario esplicitare la condanna su simili pratiche già implicita in alcuni suoi documenti. Ciò non toglie che in futuro appaia invece necessario pronunciarsi.

In primis domandiamoci: la Bibbia ha mai condannato il transessualismo? La condanna è implicita in Genesi 1,27: Dio “li creò maschio e femmina”. Se Dio ci crea maschio e femmina appare evidente che dobbiamo rimanere maschio e femmina. In tutto. In merito al Magistero, ricordiamo il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Spetta a ciascuno, uomo o donna, riconoscere ed accettare la propria identità sessuale». Il “cambiamento di sesso” non accetta la propria identità sessuale come abbiamo appena visto. Poi rammentiamo le molteplici catechesi di Giovanni Paolo II sulla teologia del corpo che, per il tema che qui stiamo trattando, si potrebbero sintetizzare in queste parole di Benedetto XVI:

«Il sesso […] non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina. Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato. Proprio questa dualità come dato di partenza viene contestata. Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: ‘Maschio e femmina Egli li creò”’ (Gen 1,27). No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo. Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più. L’uomo contesta la propria natura. […] Esiste ormai solo l’uomo in astratto, che poi sceglie per sé autonomamente qualcosa come sua natura. Maschio e femmina vengono contestati nella loro esigenza creazionale di forme della persona umana che si integrano a vicenda” (Discorso alla Curia romana, 21 dicembre 2012).

Inoltre rammentiamo il documento del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari: “Non si può violare l'integrità fisica di una persona per la cura di un male d'origine psichica o spirituale. Qui non si danno organi malati o malfunzionanti. Così che la loro manipolazione medico-chirurgica è un'alterazione arbitraria dell'integrità fisica della persona. È per questo che non si può correttamente assumere il principio di totalità a criterio di legittimazione della sterilizzazione antiprocreativa, dell'aborto terapeutico e della medicina e chirurgia transessuale” (Carta degli operati sanitari, n°66, nota 148).

BLOCCARE LA PUBERTA' SENZA CAMBIARE SESSO

Infine veniamo ad un altro quesito, assai interessante, che è sempre presente nell’articolo di Avvenire. E’ lecito bloccare la pubertà di un ragazzo/una ragazza non al fine di “cambiare sesso”, ma al fine di aiutarlo/a a percepirsi psicologicamente come maschio se è sessualmente maschio e come femmina se è sessualmente femmina? Dunque la finalità questa volta sarebbe lecita, ma esiste un principio morale che così recita: «un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine» (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 64, a. 7 c.). In breve l’atto scelto deve essere proporzionato, congruo, consono al fine buono, altrimenti risulta dannoso. Si tratta del principio di efficacia.

La triptorelina è efficace nel curare i disturbi di disforia di genere bloccando l’ingresso nella pubertà al fine di allineare armoniosamente psiche e corpo? Occorre soppesare i pro e i contra tenendo altresì in conto le probabilità che gli effetti positivi e negativi si verifichino. Da queste colonne abbiamo più volte ricordato gli effetti negativi di tale preparato: ictus, patologie cardiache, aumento degli zuccheri nel sangue, costipazione, problematiche in ambito sessuale, diarrea, capogiri, mal di testa, vampate, perdita dell’appetito, nausea, insonnia, fastidi allo stomaco, stanchezza o debolezza, vomito. Inoltre, come ricorda Avvenire, c’è la possibilità di indurre il minore in psicosi, di ridurre la sua fertilità e, aspetto forse più rilevante, di provocare un disallineamento tra mente e corpo.

Lo sviluppo fisico può aiutare il minore confuso perché diventa guida psicologica nella crescita; di contro, come rammentava il Centro di Studi Livatino, «il blocco della pubertà e – quindi – anche degli ormoni sessuali potrebbe compromettere la definizione morfologica e funzionale di quelle parti del cervello che contribuiscono alla strutturazione dell’identità sessuale insieme con i fattori ambientali ed educativi. […] Si induce quindi farmacologicamente un disallineamento fra lo sviluppo fisico e quello cognitivo». Inoltre non ci sono studi approfonditi che possano escludere ulteriori effetti negativi. Infine, se vogliamo registrare altri possibili danni, la commercializzazione di questo farmaco aumenterà esponenzialmente il fenomeno dei baby- trans. E quindi dare semaforo verde alla triptorelina solo per casi eccezionali, porterà di certo al suo uso indiscriminato. Il gioco non varrebbe la candela.

Avvenire invece mette sull’altro piatto della bilancia, non nascondendo invero alcuni effetti dannosi di questo farmaco, anche pareri favorevoli all’uso della triptorelina che provengono dai presidenti della Società italiana di endocrinologia, della Società italiana di andrologia e medicina della sessualità, della Società italiana di endocrinologia e diabetologia pediatrica e dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere. Ora ci domandiamo, e non è domanda retorica o polemica, ma sincera: queste società scientifiche sono favorevoli all’uso di tale farmaco perché favorevoli al transessualismo? Se così fosse, ovvio che la triptorelina sarebbe il farmaco ideale per “cambiare sesso” in tenera età.

Ma facciamo finta che tali società non siano favorevoli al transessualismo e che dunque il loro placet al farmaco in questione sia dettato dal fatto che esso faccia più bene che male per quel minore che desidera, lui maschio, riconoscersi serenamente come maschio. Visti i pareri discordanti, dovremmo concludere che l’efficacia della triptorelina è oggettivamente controversa. E cosa dice la morale in questi casi, ossia nei casi dubbi? Indica il principio tuzioristico: nel dubbio agisci nel modo più sicuro per il bene del minore. E il modo più sicuro di procedere è quello dell’approccio psicologico, per ipotesi adiuvato anche dai farmaci, ma non dalla triptorelina. Anche in quei casi in cui il minore è a rischio suicidio. Infatti esistono altre soluzioni, oltre alla triptorelina, che possono scongiurare il rischio suicidio e che presentano meno effetti collaterali indesiderati.

In sintesi: il “cambiamento di sesso”, alla luce della ragione, è un’azione intrinsecamente malvagia, che dunque mai può essere compiuta, perché contraddice l’identità personale. La Scrittura e il Magistero lo confermano. Inoltre, ammesso e non concesso che si usi la triptorelina perché si desidera che un ragazzo si percepisca come maschio, allo stato attuale la sua efficacia appare perlomeno controversa e dunque, nel rispetto del principio tuzioristico, è doveroso intraprendere altri percorsi di cura più sicuri.










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giovedì 7 marzo 2019

Eutanasia in Belgio, il boom infernale: +247% in 8 anni




Dal Belgio arriva un nuovo agghiacciante report sull'eutanasia che ha registrato un'impennata spaventosa, del 247%, dal 2010 al 2018. In più, anche in Olanda la situazione della cosiddetta "dolce morte" appare fuori controllo e colpisce i più deboli, come persone affette da demenza e pazienti con problemi psichiatrici, spesso senza che nemmeno venga richiesta.



CULTURA DELLA MORTE
VITA E BIOETICA


di Giuliano Guzzo, 07-03-2019

Negli stessi giorni in cui il Parlamento italiano sta iniziando l’esame di una proposta legislativa sull’eutanasia, dal Belgio arriva un nuovo agghiacciante report sulla cosiddetta «dolce morte». Il documento, pubblicato il 28 febbraio, si riferisce all’anno 2018. A prima vista, esso attesta un aumento solo lieve dei decessi per eutanasia, cresciuti dai 2.309 del 2017 ai 2.357 dello scorso anno. Una crescita contenuta, essenzialmente dovuta, suggeriscono gli esperti, al fatto che i tribunali anche internazionali stanno iniziando finalmente a occuparsi dei casi più controversi.

Risale per esempio al gennaio di quest’anno la notizia dell’interessamento della Corte europea dei diritti umani a pronunciarsi sulla morte della signora Godelieva De Troyer, soppressa in Belgio nell’aprile 2012 con l’eutanasia all’età di 65 anni solo perché «depressa non trattabile», per di più all’insaputa dei familiari. Ma al di là dei singoli casi, uno sguardo più attento a Euthanasie - Chiffres de l’année 2018, questo il nome del rapporto belga, evidenzia comunque una situazione preoccupante. Infatti, se da un lato dal 2017 al 2018 la situazione della «dolce morte» nel Paese pare sotto controllo, dall’altro l’aumento risulta comunque esponenziale dato che, dal momento della sua legalizzazione, nel settembre del 2002, in Belgio l’eutanasia ha iniziato a crescere senza mai più fermarsi, passando dai 349 casi del 2004 ai quasi 2.400 attuali.

A colpire, in particolare, è il confronto tra le morti conteggiate nel 2010, 945, con quelle rilevate lo scorso anno, da cui si evince un’impennata spaventosa, pari al 247% in 8 anni. Numeri sconvolgenti ma che, a detta di alcuni bioeticisti, potrebbero non essere completi di tutti gli effettivi casi di morti procurate nel Paese. Al che, a questo punto, uno potrebbe pensare che il problema, qui, non sia l’eutanasia legale, ma sia il sistema sanitario belga, deficitario di assistenza e controlli. Peccato che le cose non stiano esattamente in questi termini.

Anche in Olanda, infatti, la situazione dell’eutanasia appare fuori controllo. E a certificarlo ancora una volta sono implacabili dati: i 1.882 casi di morte on demand del 2002 sono diventati 3.695 nel 2011, 5.306 nel 2014 e addirittura 6.585 nel 2017. Anche qui, numeri che descrivono un’impennata costante e che diventano ancor più allarmanti se confrontati col totale dei decessi nel Paese. Infatti, se già nel 2012, come stimato da Wesley J. Smith su National Review, i casi di eutanasia rappresentavano il 12% del totale delle morti olandesi, oggi ammontano a circa il 25%.

In pratica, una morte ogni quattro avviene per mano medica. Il mortifero dilagare dell’Olanda - dove nel 2017 si sono fra l’altro registrate oltre 80 eutanasie su persone affette da demenza e pazienti con problemi psichiatrici, nonché casi di «dolce morte» di coppia perché uno dei due partner temeva la vedovanza, senza dimenticare quelli avvenuti in assenza di qualsivoglia precedente richiesta di morte - non fa dunque che confermare come l’altrettanto drammatica esperienza del Belgio sia perfettamente in linea con quella «china scivolosa» che, ogni qualvolta viene legalizzata la morte assistita, disintegra il rapporto medico-paziente, aprendo le porte all’inferno eutanasico.

Ora, dal momento, come si diceva all’inizio, che il nostro Parlamento sarà a breve chiamato a pronunciarsi su una legge che va proprio in questa direzione - e cioè volta, a istituzionalizzare in Italia quella «dolce morte» già introdotta, di fatto, con il biotestamento -, sarebbe il caso di informare onorevoli e parlamentari di quanto accade in Olanda e, appunto, Belgio. Così che ciascuno si assuma fino in fondo le proprie responsabilità e nessuno possa poi dire che non sapeva.













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lunedì 4 marzo 2019

CREMONA. Fedeli umiliati: quella Messa (in latino) non s'ha da fare




Messa in latino, la sociologia la scopre, ma i vescovi la osteggiano. Come a Cremona, dove da 10 anni un gruppo di fedeli chiede di celebrare in forma straordinaria, ma riceve il no dei vescovi. Un no ingiustificato, che trasforma quelli sotto il Torrazzo in fedeli di Serie B.



Andrea Zambrano, 02-03-2019

Che la messa in latino stia vivendo una seconda giovinezza è un dato ormai anche sociologico
. Ma che questa forma straordinaria dell’unico rito romano, sia osteggiata da buona parte dei vescovi, è un fatto che le cronache spesso si devono incaricare di denunciare. Da più parti giungono input che mostrano come quella della messa in latino, rappresenti per molti vescovi italiani una vera e propria fobia da estirpare.


Quella che raccontiamo è proprio la storia di un’opposizione tanto assurda
quanto immotivata da parte di due vescovi nei confronti di questa messa, che Benedetto XVI, incoraggiandone la promozione, si augurava potesse un giorno “contaminare” anche la messa novus ordo.


Siamo a Cremona e nonostante diversi tentativi
, i fedeli non sono ancora riusciti ad ottenere una Messa in forma straordinaria anche solo tollerata dal vescovo e neppure il riconoscimento di un gruppo stabile di che adempisse al mandato del motu proprio Summorum Pontificum.


UNA MESSA DISARMONICA

I fatti, ricostruiti dalla Nuova BQ dopo aver letto le carte di una vertenza
a tratti da lettere e “carte bollate”, prendono inizio nel 2009 quando un gruppo di fedeli chiede al vescovo di allora Dante Lanfranconi l’assenso alla nascita di un gruppo stabile di fedeli. Ma la risposta del vescovo è un secco no con una motivazione che ancor oggi appare assurda: “La communio ecclesiale richiede che non si inseriscano iniziative oggettivamente disarmoniche”. Tradotto? Il vescovo argomentava che a 40 anni dall’introduzione del Messale di Paolo VI, a Cremona non c’erano mai state né resistenze né opposizioni alla nuova messa. Ergo, non si vedeva proprio il bisogno di una celebrazione di quel tipo. Motivazione assurda, dicevamo, perché la messa in forma straordinaria, così come codificato nella terminologia da Papa Ratzinger, non va affatto vista come una contrapposizione a quella ordinaria, ma piuttosto come un arricchimento di essa, portato avanti da fedeli che nutrono una particolare sensibilità che va giustamente e, sottolineava “volentieri” accolta.


Invece, con il no di Lanfranconi le attese del gruppo stabile vennero raggelate
. E a quel punto non restò loro che scrivere direttamente all’Ecclesia Dei, la quale ricevette la lettera dei fedeli il 1 febbraio 2010 e che a sua volta rispose al vescovo con alcune osservazioni relative alla metodologia, ma senza entrare nel merito della questione. Ma non si arrivò a cavare un ragno dal buco. I fedeli dovettero incassare il no e il desiderio rimase lettera morta.


NO E ANCORA NO


Fino al 2017, quando un nuovo gruppo di fedeli
scrive al vescovo di Cremona, nel frattempo cambiato. La risposta del nuovo prelato cremonese, monsignor Antonio Napolioni (in foto), non si fece attendere e il 27 marzo così scrisse: “Tali richieste erano già state avanzate al mio predecessore, il quale non ravvisando che vi fossero in diocesi le condizioni per non accogliere favorevolmente le richieste oppose un diniego, soprattutto alla luce del fatto che in oltre 40 anni l’applicazione della riforma liturgica conciliare è stata serenamente accolta in tutta la Diocesi”.


A quel punto, i fedeli hanno cercato di far notare al prelato
che in realtà esiste già un nutrito gruppo di fedeli che desidera questa forma rituale perfettamente lecita e mai abolita dalla Chiesa. Così, mesi dopo, trovarono una sponda presso il convento dei padri barnabiti di Cremona dove c’è un sacerdote che sa celebrare quella messa e volentieri ha acconsentito alla richiesta.


Una messa conventuale dunque, non direttamente sotto la giurisdizione del vescovo
, che è moderatore comunque della liturgia della diocesi. Ma anche questa volta è arrivato il no. Ma non solo: il religioso è stato anche chiamato a rapporto dal vescovo. Una volta giunto nel suo ufficio ha così dovuto sorbirsi anche lui il diniego già espresso da Napolioni ai fedeli. Il motivo? Più o meno la rottura della comunione ecclesiale. Tutto inutile. Al padre - da quanto ci ha riferito lui stesso – due settimane fa è stato sostanzialmente impedito di celebrare la messa sine populo, provvedimento abnorme dato che il Summorum Pontificum vieta espressamente di proibire le celebrazioni private che non hanno bisogno di alcun placet. Così il religioso, in imbarazzo, ha dovuto alzare le mani e il gruppo stabile si è ritrovato per la terza volta con un pugno di mosche.


RIPRISTINARE LA LEGALITA'


Tra le motivazioni addotte da fonte episcopale
si cita spesso la comunicazione che l’Ecclesia Dei diede al vescovo nel 2010 e che i vescovi utilizzano come “arma” per giustificare il loro no. In realtà quella comunicazione non è mai stata letta da nessuno e ancora ieri da parte della curia di Cremona non sono giunti i chiarimenti necessari.


Alle nostre richieste, sia telefoniche che via posta elettronica di ieri e giovedì
, il vicario generale don Massimo Calvi, non ha ritenuto ancora di dover spiegare quale sia stata la risposta dell’Ecclesia Dei. Che, a rigor di logica, di sicuro non doveva essere di chiusura a quella messa. La questione però rappresenta un grave vulnus proprio a quella Communio ecclesiae che si dice a parole di voler custodire.


Motu proprio alla mano infatti, il ruolo del vescovo non è quello di dire di sì o di no
alla richiesta dei fedeli, quello accadeva con la legislazione precedente attraverso il motu proprio Ecclesia Dei. Ma con l’entrata in vigore del Summorum Pontificum il problema non è più di diretta competenza del vescovo. Il SP dice che nelle parrocchie in cui esiste un gruppo stabile aderente alla precedente tradizione liturgica «il parroco accolga le loro richieste (art. 5)». Dove e quando allora entra in gioco il vescovo? Nel caso in cui ci siano problemi, se il gruppo ad esempio «non abbia ottenuto soddisfazione alle richieste da parte del parroco ne informi il vescovo che è vivamente pregato di esaudire i loro desideri (art 7)». Lo scopo del vescovo quindi è quello di dire di sì. E magari trovare la chiesa migliore o coordinare i fedeli se ci sono più gruppi o anche di trovare un prete che celebri se non si trova. Ma non è quello di dire sì o no, di approvare o respingere. L’unica obiezione che può fare il vescovo avviene semmai nel caso in cui questi fedeli non siano in comunione con la Chiesa secondo le leggi canoniche, ma non sembra proprio essere questo il caso dei fedeli di Cremona.


Anzi: semmai a dare fastidio a tanti prelati
è proprio la stragrande maggioranza di cattolici normalissimi che vi partecipano, mediamente tra i 30 e i 50 anni di età, con una maturità di fede compiuta e che non potrebbero mai accostarsi alla messa tridentina per ragioni di amarcord dato che al tempo della riforma liturgica non erano neppure nati. L'accusa della nostalgia infatti è un'arma spuntata. Per spiegare la crescita di questa sensibilità bisogna fare lo sforzo di chiedersi perché molti fedeli sentano il bisogno di tornare ad una liturgia più rigorosa, sacra, mistica e oggettiva nella sua razionalità, che non lascia spazio a emotività, ma va dritta al cuore della sua azione immediatamente comprensibile.


Quello che sta avvenendo sotto il Torrazzo ha tutta l'aria di essere un travisamento
non solo dello spirito, ma della stessa lettera del Summorum Pontificum ed è evidente che il compito del vescovo ora dovrebbe essere quello di ripristinare immediatamente la legalità e non di umiliare fedeli e sacerdoti ben disposti. Invece, in questo modo sembra che si voglia procedere arbitrariamente, delineando così la sgradevole situazione di un gruppo di fedeli di serie B, umiliato, che per quieto vivere è costretto a rinunciare a quello che è a tutti gli effetti un suo diritto: litigare con il proprio vescovo non è proprio quello che si dice un programma avvincente per un cattolico mediamente rispettoso della gerarchia e della comunione ecclesiale. Intanto, il creativismo liturgico e il relativismo pastorale domina ovunque, ma questo non sembra fare problema.
















domenica 3 marzo 2019

Pistoia mercoledì 6 marzo 2019: Rito delle Ceneri e S. Messa in Rito Romano Antico




Chiesa di S. Vitale 

via della Madonna 58 - PISTOIA 

Mercoledì 6 marzo - ore 18:00

Rito delle Ceneri e 
S. Messa in Rito Romano Antico








venerdì 1 marzo 2019

Vai alla messa in latino? Sei più fedele alla dottrina






Usa. Per la prima volta una ricerca statistica su vasta scala confronta fedeltà alla dottrina, apertura alla vita e rifiuto dei contraccetivi e dell'aborto tra i fedeli che scelgono di frequentare la messa in forma straordinaria e quelli che optano per il novus ordo. I risultati sono sorprendenti. Almeno per la sociologia. 


di Giuliano Guzzo, 01-03-2019

Sul confronto tra la messa vetus ordo, quella rigorosamente in latino per capirci, e quella novus ordo, così come ordinariamente celebrata oggi in ogni chiesa, si registra da anni, in seno al mondo cattolico, un dibattito intenso, a tratti pure assai vivace. Trattasi, per lo più, di dispute su aspetti liturgici, teologici e pastorali sui quali, per ovvi motivi, la sociologia non mai messo il becco. Fino ad oggi, s’intende. Sì, perché è stata da poco diffusa una nuova ricerca che si occupa proprio di questo, e cioè di mettere a fuoco se vi siano differenze significative negli atteggiamenti e nelle condotte dei fedeli a seconda del tipo di messa che essi sono soliti frequentare.

Nello specifico lo studio, a cura di don Donald Kloster
, sacerdote laureatosi all’università del Texas, è stato realizzato sondando pensieri e opinioni di un campione di 1.322 persone tramite sondaggi anonimi, il tutto in un arco temporale che va dal marzo al novembre 2018. Le stesse domande sono state messe on line, con il questionario che ha ottenuto 451 risposte. Alla fine, ad essere interessati dalla ricerca sono stati fedeli americani provenienti da ben 16 differenti Stati, il che le conferisce una dimensione internazionale e perciò ancora più interessante.

Le domande del questionario vertevano su ambiti diversificati quali l’approvazione o meno di contraccezione, aborto e matrimonio omosessuale, la frequenza di partecipazione alla messa settimanale e il tasso di fertilità. Ebbene, che cosa si è scoperto? Molte cose meritevoli di riflessione.

Tanto per cominciare, si è riscontrata una netta difformità
nell’adempimento agli obblighi settimanali quali, appunto, la frequenza alla messa, che è di uno sconfortante 22 per cento tra i cattolici che vanno alla messa novus ordo mentre sale addirittura del 99 tra quanti hanno come riferimento quella in latino. Stessa cosa per la confessione: il 98 per cento dei fedeli del vetus ordo si confessa almeno una volta l’anno, contro il 25 degli altri. Differenze enormi, che si rispecchiano anche nell’adesione alla morale.

Infatti i fedeli del vetus ordo risultano in piena sintonia con gli insegnamenti della Chiesa
. Basti dire che appena il 2 per cento di questi approva la contraccezione e il matrimonio tra persone dello stesso sesso e solamente l’1 per cento l’aborto. Oggettivamente, percentuali da contagocce.

Una musica ben diversa, purtroppo, fra gli altri cattolici, con l’89 per cento
che tollera la contraccezione, il 67 favorevole alle nozze gay e il 51 perfino all’aborto. Uno scenario, quest’ultimo, che sarebbe eufemistico definire preoccupante, e che testimonia la necessità di maggiori formazione e conoscenza tra i cattolici imbevuti, talvolta a loro insaputa, di cultura dominante.

Degno di nota, inoltre, è il dato demografico
, con la bilancia della natalità ancora una volta nettamente sbilanciata da una parte. Più precisamente, posto che le famiglie religiose rispetto a quelle che non lo sono risultano generalmente già più prolifiche, si è visto che le donne che frequentano la messa in forma straordinaria hanno un tasso di fertilità di 3,6 figli, contro i 2,3 delle altre. Un dato rilevante che suggerisce come, in prospettiva, quanti preferiscono la messa in latino saranno sempre di più. Altro che estinzione.

Certo, questa pur stimolante e pionieristica ricerca
lascia comunque aperto un dilemma dal sapore marzulliano ma in verità fondamentale, che è il seguente: si va alla messa "tridentina" perché si è più fedeli alla dottrina cattolica oppure si è più fedeli alla dottrina cattolica perché si frequenta la messa in latino? Probabilmente entrambe le cose, nel senso che poi parecchio, in realtà, dipende dall’esperienza individuale di ciascuno.

Quel è che certo è che quella parte di mondo cattolico
oggi così dialogante con la modernità laica e laicista di messa in latino non vuol manco sentir parlare. Ed è un peccato perché da quella messa e, soprattutto, da coloro che la frequentano ci sarebbe molto da imparare.

















Sondaggio prova: Vecchio Rito il futuro della Chiesa







Non sorprende che un sondaggio abbia rivelato che i Cattolici di Vecchio Rito siano più fedeli dei Cattolici di Nuovo Rito.

Lo studio, condotto da don Donald Kloster di Norwalk (Connecticut, USA), ha coinvolto 1322 persone ed è stato pubblicato su LiturgyGuy.com (24 febbraio).

I risultati mostrano che il 99% dei Cattolici di Vecchio Rito adempie all'obbligo della domenica (Nuovo Rito: 25%) e che il 98% si confessa almeno una volta l'anno (Nuovo Rito: 22%)

Tra i Cattolici di Vecchio rito, l'1% sostiene l'aborto (Nuovo Rito: 51%), il 2% la contraccezione (Nuovo Rito: 89%) e il 2% lo pseudo-matrimonio gay (Nuovo Rito: 67%).

Le donne di Vecchio Rito hanno un tasso di fertilità di 3,6 (Nuovo Rito: 2,3).

Foto: © Joseph Shaw, CC BY-NC-SA, #newsGbggqvasxm