venerdì 16 ottobre 2026

Parigi, 16 ottobre 1793. La testimonianza di fede e dignità cristiana di Maria Antonietta, l’ultima regina dell’Ancien Régime







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by Aldo Maria Valli 16 ott 2026




di Carlo Foresti

per oltre due secoli la storiografia giacobina e l’iconografia repubblicana ci hanno abituato a considerare la Rivoluzione francese come l’alba radiosa dei diritti umani e della libertà. Eppure, basta rimuovere la patina di retorica ideologica per scorgere la tragica realtà di quel sovvertimento: un regime di terrore, di arbitrio e di inaudita ferocia, la cui vera cifra morale si rivela compiutamente nel modo in cui volle perseguitare, calunniare e infine inviare al patibolo la Regina di Francia, Maria Antonietta.

La figura dell’ultima sovrana dell’Ancien Régime è stata per decenni bersaglio di una spietata campagna denigratoria, alimentata da pamphlet diffamatori e invenzioni ingiuriose concepite per trasformarla nel capro espiatorio di una complessa crisi di Stato.

Tra queste fake news ante litteram, la più celebre è senz’altro l’odiosa frase sulle brioches («Se non hanno pane, che mangino le brioches!»), per secoli rinfacciata alla regina come prova di una presunta e cinica insensibilità verso le miserie del popolo. La verità storica è diametralmente opposta: quella battuta fu scritta da Jean-Jacques Rousseau nelle sue Confessioni con riferimento a un episodio del 1741 – quando Maria Antonietta non era nemmeno nata – ed era una diceria attribuita di volta in volta a varie principesse straniere. Fu la propaganda rivoluzionaria ad appiccicarla ad arte sulle spalle della regina per aizzare l’odio della piazza contro l’Austriaca (così la sovrana veniva denominata dai suoi detrattori).

Se nella prima giovinezza a Versailles la giovane arciduchessa poté concedersi le frivolezze e le imprudenze tipiche dell’età e dell’isolamento di corte, la vera natura dell’anima di Maria Antonietta si rivelò nel crogiuolo della sofferenza. Fu proprio l’uragano rivoluzionario a spogliarla di ogni vanità, facendone emergere la statura morale di donna fiera, moglie devota e madre eroica.

L’ostilità giacobina non risparmiò alla famiglia reale alcuna tortura psicologica. Già nei primi mesi di prigionia alla Torre del Tempio, la regina dovette subire lo strazio dell’atroce fine toccata alla sua più cara e fedele amica, la principessa di Lamballe (Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano). Massacrata barbaramente dalla folla durante le stragi di settembre del 1792, il suo corpo fu profanato e la sua testa, spiccata dal busto e conficcata su una picca, fu condotta in macabro corteo fin sotto le finestre della cella reale per terrorizzare la sovrana, che cadde svenuta per l’orrore.

Pochi mesi dopo giunse il dramma della separazione dal consorte, Luigi XVI. Maria Antonietta dovette patire l’agonia della separazione definitiva la mattina del 21 gennaio 1793, rimanendo reclusa al Tempio in angosciosa attesa finché il rombo dei cannoni e le grida della piazza non le annunciarono che il capo di suo marito era caduto sotto la lama giacobina.

Ma la ferocia dei rivoluzionari non si fermò qui: il Comitato di Salute Pubblica volle strapparle dal petto il figlio prediletto, il piccolo Delfino di soli otto anni (Luigi XVII). Recluso in condizioni disumane e affidato alle grinfie di un calzolaio analfabeta e fanatico di nome Simon, il bambino fu sottoposto a una vera e propria opera di plagio e distruzione psicologica, fino a costringerlo a sottoscrivere un’orribile e mostruosa accusa di incesto contro la sua stessa madre.

Trasferita nell’agosto del 1793 alla Conciergerie – l’anticamera della ghigliottina – Maria Antonietta era una donna fisicamente stremata: colpita da un grave tumore all’utero con continue ed esaustive emorragie, prematuramente incanutita e ridotta all’ombra di sé stessa ad appena trentotto anni. Gli stessi medici e storici concordano sul fatto che la malattia la avrebbe condotta alla morte naturale nel giro di pochissime settimane. Ma i giudici del Terrore non potevano permettersi che la regina morisse nel suo letto di prigione: avevano bisogno dello spettacolo pubblico della ghigliottina, del regicidio rituale per sanzionare ideologicamente il nuovo ordine repubblicano prima che la natura privasse la gogna del suo trofeo.

Sottoposta a un processo farsa gestito dal pubblico accusatore Fouquier-Tinville, Maria Antonietta mantenne un contegno di incrollabile ed eretta dignità. L’apice morale del dibattimento si toccò quando l’agitatore Hébert tirò in ballo la calunnia dell’incesto proveniente dal figlio plagiato.

Di fronte a quell’insulto alla sacralità della maternità, la regina dapprima tacque nell’altissimo disprezzo; poi, incalzata dal presidente del tribunale, si alzò in piedi e pronunciò parole scolpite nella storia: «Se non ho risposto è perché la natura stessa si rifiuta di rispondere a un’accusa simile lanciata contro una madre! Mi appello a tutte le madri che sono presenti!».

Quel grido fece tremare la sala: una corrente di profonda commozione unì le popolane presenti all’imputata, costringendo Robespierre a maledire Hébert per aver regalato alla sovrana il suo ultimo, smagliante trionfo morale di fronte alla storia.

La sua grandezza spirituale e la sua incrollabile fedeltà alla Chiesa di Roma rifulsero in modo commovente nelle sue ultime ore. Nella celebre lettera-testamento indirizzata alla cognata Madame Élisabeth alle quattro del mattino del 16 ottobre 1793, la regina aveva scritto con lucida fermezza che non avrebbe mai accettato i sacramenti da un prete costituzionale (ossia che aveva giurato fedeltà al regime rivoluzionario scismatico anziché al papa), affermando che lo avrebbe trattato come un completo estraneo. E così fu.

Quando l’Abbé Girard, sacerdote costituzionale impostole dalle autorità, salì con lei sulla carretta dei condannati, Maria Antonietta, pur senza perdere la regalità del contegno, non gli rivolse una singola parola né un solo sguardo per l’intero tragitto, lasciando inascoltate le sue esortazioni.

Tuttavia, il Cielo non la lasciò priva del conforto della Grazia: lungo Rue Saint-Honoré, da una finestra un sacerdote refrattario (clandestino e fedele al papa), mimetizzato tra la folla, le impartì da lontano la benedizione e l’assoluzione in extremis. La regina, avvertita segretamente della presenza del sacerdote a un certo punto del tragitto che avrebbe compiuto, giunta sul luogo indicatole, chinò brevemente il capo in un gesto di profonda preghiera interiore, ricevendo il conforto sacramentale prima del martirio.

In Place de la Révolution, la sovrana dovette affrontare i ripidi gradini del patibolo. La struttura in legno della ghigliottina era scivolosa e impregnata del sangue accumulatosi in mesi di quotidiane esecuzioni (le chiamavano “le infornate”, pensate un po’, perché si giungeva a decapitare anche una cinquantina di persone in un sol giorno).

Maria Antonietta, con le mani strettamente legate dietro la schiena, le calzature di fortuna e il corpo indebolito dalle emorragie del tumore, perse leggermente l’equilibrio sulle assi viscide e finì per calpestare inavvertitamente il piede del boia Charles-Henri Sanson. Subito ricomposta nella sua nativa nobiltà d’animo, le sue ultime parole umane furono un gesto di squisita cortesia cristiana: «Pardon, monsieur. Non l’ho fatto apposta».

Demolire l’aura leggendaria della Rivoluzione francese significa rimettere sul piatto della storia la nuda verità dei fatti: da un lato l’ideologia giacobina che non esitò a ricorrere alla calunnia, alla tortura psicologica sui fanciulli e al regicidio di una donna già moribonda; dall’altro la testimonianza d’una regina e madre che, attraverso l’ingiustizia e il martirio, ha saputo difendere fino all’ultimo respiro la propria Fede e la sacra dignità della sua persona. Come giustamente sintetizzò Edmund Burke, con quel regicidio si estinse l’età della cavalleria ed ebbe inizio il dominio dei sofisti e degli ideologi; ma la luce di quel coraggio rimane una condanna inappellabile contro la barbarie di ogni tirannia rivoluzionaria.







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