martedì 27 ottobre 2026

«Uno scandalo senza precedenti»: mons. Schneider sull’esclusione dei pellegrini da San Pietro





Intervista a mons. Schneider




di Sabino Paciolla 25 ott 2026

Ieri, nel cuore della cristianità, nella basilica dove riposano le spoglie del primo apostolo, san Pietro, si è consumato un grande, incomprensibile, vergognoso e irrazionale scandalo: ai fedeli della Messa tradizionale, la cosiddetta Messa in latino, è stato vietato di entrare in processione nella Basilica di San Pietro.

Nonostante questo oltraggio alla fede e al popolo di Dio — un popolo fedele alla Chiesa e al Papa — mons. Schneider, che ha celebrato la Messa per questi fedeli nella Basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma, si è mostrato seraficamente sereno nel rispondere alle domande del giornalista Michael J. Matt di The Remnant su questo deprecabile episodio e su altri temi. La sua serenità nasce da una profonda fede in Dio, che dona pace anche nei tornanti più difficili e dolorosi della vita.

Di seguito, la sintesi dell’intervista, da me tradotta.

Il pellegrinaggio e la presenza dei fedeli

Michael J. Matt apre l’intervista chiedendo al vescovo Athanasius Schneider come stia, dopo i giorni intensi trascorsi a Roma. Schneider risponde che, con l’aiuto di Dio, riesce ancora a sostenere la fatica. Aggiunge che lo ha molto incoraggiato vedere i pellegrini giunti da varie parti del mondo per il pellegrinaggio Summorum Pontificum. Sottolinea soprattutto la presenza di giovani, bambini e famiglie, persone che amano la fede e la liturgia tradizionale.

Per Schneider, quel gruppo di fedeli offriva una sorta di immagine in piccolo della cristianità contemporanea: persone provenienti da Paesi diversi, appartenenti a comunità cattoliche che nel mondo sono ormai minoritarie, ma unite dalla fede. La loro partecipazione gli è sembrata un segno di speranza e un motivo di incoraggiamento.

Matt osserva che, nonostante le difficoltà incontrate, i pellegrini non hanno reagito con rabbia, come ha detto Schneider nella sua omelia in Santa Maria Maggiore. Schneider concorda e considera questo atteggiamento un segno di autenticità cattolica.

«Esattamente, è stato un buon [esempio] di spirito cattolico. Questo è un segno di autenticità di essere cattolici quando si viene puniti dal proprio padre, in qualche modo, e non si è arrabbiati o si è rancorosi verso di lui. La risposta è stata oggi un intensificare ancor di più la preghiera per il papa (…) e per questo il papa dovrebbe essere grato. Questa è la dimostrazione che questi figli amano la messa tradizionale e non vogliono coivolgersi in dibattiti e polemiche che sono di per sé problemi ecclesiali».

A suo avviso, il loro comportamento mostra che si può provare sofferenza per una decisione ecclesiastica senza trasformare quella sofferenza in amarezza o ostilità verso il Pontefice.

L’auspicio di un incontro con il Papa

Da questa osservazione Schneider passa a un desiderio concreto: che il Papa possa conoscere personalmente i partecipanti al pellegrinaggio. A suo giudizio, il Pontefice dovrebbe ricevere queste famiglie e questi fedeli come figli della Chiesa e mostrare loro di essere anche il loro padre. Auspica, magari per il prossimo anno che possa concedere un’udienza agli organizzatori e ai pellegrini e, magari, rivolgere loro un messaggio di accoglienza in occasione di una futura edizione del pellegrinaggio.

Dice mons. Schneider:

«…in modo che possa persino dare loro un messaggio, un paterno messaggio di accoglienza.»

Schneider insiste sul significato pastorale di un simile gesto. Non lo presenta come un semplice atto formale: lo descrive come una manifestazione di vicinanza, capace di far capire ai cattolici legati alla Messa tradizionale che non sono esclusi dalla comunità ecclesiale.

«Questo sarebbe un vero e necessario segno da parte del Santo Padre, un paterno e pastorale segno verso i suoi figli che amano il Papa, la messa e la tradizione»

In questo quadro richiama il motto cum Petro et sub Petro, cioè essere con Pietro e sotto Pietro, per indicare che i pellegrini, secondo lui, desiderano restare nella comunione con il Papa e con la Chiesa.

Matt domanda poi se la decisione di impedire ai pellegrini di entrare nella Basilica di San Pietro possa essere stata presa direttamente da papa Leone XIV o se sia stata invece il risultato dell’azione degli uffici vaticani, visto che il Papa è stato in ospedale e quindi non ha potuto occuparsi di tutto. Schneider risponde che, per quanto ne sa, non ritiene che sia stato il Papa a fermare il pellegrinaggio. La sua impressione è che la decisione sia stata presa dall’apparato vaticano. Precisa però che il Papa potrebbe chiarire personalmente la situazione e, soprattutto, manifestare la volontà di accogliere quei fedeli.

L’intervistatore fa presente che la vicenda rischia di essere attribuita al Papa, anche perché altre realtà religiose o gruppi sono stati accolti in Vaticano o nella Basilica di San Pietro. Ricorda, a questo proposito, la presenza di rappresentanti di altre confessioni e religioni, come ad esempio la vescova di Canterbury Sarah Mullally (vedi qui, qui e qui), i musulmani, e il pellegrinaggio di persone LGBT durante l’anno giubilare (vedi qui e qui). Matt osserva che, se papa Leone non avesse voluto escludere i cattolici tradizionali, potrebbe avere interesse a chiarirlo pubblicamente perché si tratta di uno scandalo.

La mancata ammissione a San Pietro come «scandalo»

Schneider definisce l’accaduto uno «scandalo» e lo considera un fatto senza precedenti. Insiste sul fatto che i pellegrini erano cattolici in regola, giunti a Roma da molti Paesi, spesso con bambini e ragazzi, e che avevano affrontato un viaggio molto faticoso per partecipare al pellegrinaggio, cantare, pregare… Non chiedevano, afferma, di contestare il Papa o di provocare una disputa: volevano recarsi nella Basilica di San Pietro, pregare per il Pontefice e professare la fede recitando il Credo.

«Questo è uno scandalo che passerà alla storia, come uno scandalo di cui nessuno ha mai sentito parlare».

Secondo Schneider, impedire loro persino di entrare come gruppo nella basilica è stato un atto di particolare durezza pastorale.

«[…] di una crudeltà inaudita, una pastorale crudeltà.”

Lo giudica ancora più contraddittorio perché, nello stesso periodo, nella Chiesa si fa largo uso di parole come «sinodalità» e «inclusione di tutti». A suo parere, la distanza tra questi richiami e il trattamento riservato ai pellegrini è difficile da conciliare.

Nel suo ragionamento, Schneider non separa l’episodio dalla condizione dei cattolici legati alla liturgia tradizionale. Sostiene che, da anni, questi fedeli vengono trattati come se fossero pericolosi o estranei, quasi fossero dei «lebbrosi». A suo giudizio, vengono penalizzati per il solo fatto di amare una forma liturgica che è stata celebrata per secoli nella Chiesa e che appartiene alla memoria spirituale di molti santi e fedeli.

«E questo è l’unico gruppo che ama la messa come quasi tutti i papi nell’ultimo millennio fecero nei santi e i loro avi e solo per questa ragione è stato loro vietato, sentendosi come lebbrosi pericolosi.»

Aggiunge che la Chiesa non dovrebbe far sentire a una parte dei suoi figli di non essere più davvero figli. La definisce una madre e afferma che una madre non dovrebbe chiudere la porta a quei figli che le restano fedeli.

«Penso che un tale scandalo debba essere affrontato senza fare polemiche ma anche per fare giustizia perché la Chiesa deve essere giusta. La Chiesa deve essere madre.»

Per questo, secondo Schneider, l’episodio non riguarda soltanto l’organizzazione di un pellegrinaggio: mette in questione il modo in cui la Chiesa tratta persone che desiderano vivere la fede cattolica attraverso la liturgia tradizionale.

La Provvidenza e il pellegrinaggio a Santa Maria Maggiore

Schneider introduce poi una lettura spirituale della vicenda. Dice che la Provvidenza può trarre un bene anche da qualcosa di doloroso o negativo.

«E come fa la Divina Provvidenza, trae da ciò che è negativo o doloroso un bene più grande. Ed io credo che la Divina Provvidenza ha fatto ciò in questo anno».

Poiché, in questa occasione, la «casa del Padre» — la Basilica di San Pietro — era rimasta chiusa ai pellegrini, questi si sono recati alla «casa della Madre», cioè alla Basilica di Santa Maria Maggiore.

L’immagine è quella di figli che, di fronte a una porta chiusa, si rivolgono alla madre per chiedere aiuto. Schneider descrive i fedeli come persone che si sono recate davanti alla Madonna per pregare e domandare la pace liturgica, esprimendo il desiderio che l’anno successivo possano essere riammessi a San Pietro. Ricorda che nella basilica di Santa Maria Maggiore è venerata Maria come Regina della Pace e manifesta la speranza che, attraverso la sua intercessione, si riaprano le porte della Basilica Vaticana.

La sofferenza dei pellegrini, in questa prospettiva, non dovrebbe sfociare in una rottura con la Chiesa, ma diventare una preghiera filiale e un’intercessione per il Papa. Schneider la presenta come una forma di amore verso la Chiesa, anche quando alcuni suoi rappresentanti, secondo il suo giudizio, agiscono in modo ingiusto.

Traditionis custodes e le restrizioni alla liturgia tradizionale

Più avanti, Matt chiede a Schneider se l’esclusione dei pellegrini possa rafforzare la convinzione di chi ritiene che non ci si possa fidare del Vaticano. La domanda è collegata anche alle scelte della Fraternità San Pio X e alle consacrazioni episcopali senza mandato papale: alcune persone, osserva Matt, potrebbero interpretare l’accaduto come una conferma delle ragioni per cui la Fraternità non si fidava della Santa Sede.

Schneider risponde spostando la questione sulle restrizioni alla Messa tradizionale. Richiama il motu proprio Traditionis custodes di papa Francesco, che, nella sua ricostruzione, ha limitato drasticamente la celebrazione della liturgia tradizionale in tutto il mondo e ha abrogato le disposizioni precedenti di papa Benedetto XVI. Secondo Schneider, il documento manifesterebbe l’intenzione di ricondurre gradualmente i fedeli legati alla Messa antica al rito nuovo, con l’obiettivo finale che la liturgia tradizionale muoia e scompaia.

Schneider collega però la vicenda del pellegrinaggio a una più ampia ostilità verso la tradizione liturgica romana. Descrive l’esclusione da San Pietro come un punto culminante di un processo di restrizione e di emarginazione, e come un segnale di intolleranza verso una forma di liturgia che, secondo lui, appartiene alla tradizione della Chiesa.

«…impedire di entrare nella basilica di San Pietro come gruppo è di una intolleranza inaudita al tempo della tolleranza della sinodalità. […] Questo passerà alla storia come persino un segno di disprezzo senza precedenti verso ciò che è tradizione nella Chiesa».

Per illustrare il fatto che le crisi, abusi ed eresie ecclesiali possono attraversare fasi molto gravi, Schneider richiama alcuni periodi difficili della storia della Chiesa, tra cui la crisi ariana e i momenti di grave debolezza del papato nel X secolo, Avignone, ecc. Il suo intento, nella conversazione, è sostenere che le crisi non significano che la Chiesa sia abbandonata da Dio: anche quando la situazione appare oscura, la Chiesa resta nelle mani di Dio e la Provvidenza può intervenire. Ed è quello che è avvenuto in questo momento.

Le proteste in Europa e l’immigrazione musulmana

Nella parte successiva l’intervista cambia argomento. Matt racconta un ricordo della propria infanzia: un sacerdote trappista, negli anni Settanta, gli avrebbe parlato di future prove per la cristianità e della crescita dell’Islam in Europa. L’intervistatore osserva che mentre si era nella basilica di Santa Maria Maggiore, all’esterno vi erano le forze dell’ordine proprio per questi disordini. L’intervistatore collega quel ricordo ai disordini e alle proteste in Francia e in altri Paesi europei, chiedendo a Schneider come interpreti la situazione e se ritenga che il cristianesimo possa contribuire a fermare quella che descrive come una crisi.

Schneider afferma che i disordini in Francia manifestano, a suo giudizio, quanto sia avanzato il processo di «islamizzazione» dell’Europa. Sostiene che le élite politiche europee abbiano orchestrato strategicamente per decenni l’immigrazione, prevalentemente musulmana, attraverso decisioni e politiche che, secondo lui, hanno contribuito alla crescita delle comunità islamiche in vari Paesi, tra cui la Francia e la Germania.

Nel corso del suo intervento, Schneider formula affermazioni molto dure sulle responsabilità dei governi europei. Ritiene che le autorità politiche siano almeno in parte complici o tolleranti rispetto ai disordini e che alcuni episodi di violenza possano servire a intimidire gli europei e i cristiani, inducendoli a non esprimere più le proprie preoccupazioni. Richiama anche gli incendi di chiese in Francia come segno di una pressione che, secondo lui, mira a spaventare la popolazione cristiana.

«….la cosiddetta immigrazione, che non è immigrazione ma invasione.»

L’intervistatore chiede inoltre se il Vaticano condivida questa lettura e se un rinnovamento del senso cattolico in Europa possa aiutare i Paesi a difendersi. Schneider risponde di sospettare che alcuni responsabili vaticani collaborino con le élite politiche europee nel sostenere le politiche migratorie. Afferma che le autorità politiche chiederebbero alla Santa Sede un sostegno spirituale e che, per ottenere tale sostegno, richiamerebbero il Vangelo, la carità verso il prossimo e l’attenzione ai poveri.

Schneider ritiene che questi richiami possano essere usati in modo strumentale e che alcuni responsabili ecclesiastici si lascino ingannare o finiscano per sostenere il processo di decristianizzazione dell’Europa. Secondo la sua opinione, la Santa Sede non può determinare, anche se lo volesse, le politiche dei governi, ma dovrebbe almeno invitarli a essere più rigorosi e selettivi, considerando gli effetti delle loro scelte sull’identità cristiana europea.

Come si può vedere, il discorso di Schneider non si limita alla questione politica dell’immigrazione: egli collega le trasformazioni sociali alla responsabilità evangelizzatrice della Chiesa.

Il compito di evangelizzare

Schneider afferma che i cristiani dovrebbero evangelizzare i non cristiani, dovrebbero rivolgersi ai musulmani con amore e senza ricorrere alla forza, presentando loro Gesù Cristo come l’unica via di salvezza. Considera questo il compito fondamentale della Chiesa nei Paesi europei in cui è presente una consistente popolazione musulmana.

In questo senso, Schneider pensa che la Santa Sede stia commettendo una seria omissione nel non evengalizzare questi popoli non cristiani.

Critica quei vescovi che, a suo giudizio, descrivono l’Islam come una religione che la Chiesa dovrebbe semplicemente accogliere o promuovere perché i musulmani credono in un solo Dio. Menziona anche le proposte di presentare il Corano in contesti ecclesiali (si veda l’articolo che abbiamo pubblicato oggi). Schneider giudica queste posizioni incompatibili con il mandato di Cristo di annunciare il Vangelo a tutte le nazioni.

«stanno negando nei fatti o tradendo il divino comenado di Gesù Cristo di evangelizzare tutte le nazioni».

Per spiegare il suo punto, afferma che Gesù non avrebbe dato ai discepoli il comando di predicare il Vangelo a tutti i popoli con eccezioni degli ebrei e dei futuri musulmani.


«questi esponenti della gerarchia devono rispondere molto gravemente davanti al giudizio di Dio di questo tradimento dello Spirito».

Perciò, secondo Schneider, la Chiesa non deve rinunciare all’evangelizzazione né trattare le diverse religioni come se l’annuncio cristiano non avesse più una missione specifica. Nella sua prospettiva, annunciare Cristo ai musulmani non significa agire con ostilità, ma proporre con amore ciò che la Chiesa riconosce come verità e via di salvezza.

Restare nella Chiesa e mantenere la speranza

Nella conclusione, Matt chiede a Schneider di rivolgere un messaggio a chi, davanti alle difficoltà della Chiesa e al trattamento dei cattolici tradizionali, a questa persecuzione, prova scoraggiamento o è tentato di allontanarsi. L’intervistatore cita chi dice di non voler più riconoscere papa Leone o di non sentirsi più accolto dalla Chiesa, e chiede al vescovo di parlare dell’importanza di attraversare la crisi restando nella comunione ecclesiale.

Dice mons. Schneider:
.
«siamo marginalizzati e posti nelle periferie nonostante l’amore di Papa Francesco per le periferie»

Egli considera l’abbandono della Chiesa una reazione di rabbia umana e priva di una prospettiva soprannaturale. Invita invece a guardare agli avvenimenti alla luce dell’eternità, della presenza di Dio e di Gesù Cristo. Richiama il passo biblico secondo cui, dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia, e invita i fedeli a credere che Dio possa far crescere le grazie anche in mezzo alle difficoltà.

Riprende poi l’immagine della Chiesa come madre. Quando una madre attraversa una crisi o si trova in difficoltà, dice, i figli non dovrebbero abbandonare la casa: dovrebbero restare, pregare e fare ciò che possono per aiutarla. Schneider applica questa immagine anche al papato e alla Chiesa di Roma: invita a pregare e a offrire sacrifici finché Dio non intervenga e non plachi la tempesta.

Esorta quindi a rinnovare l’amore per la Chiesa cattolica romana, per il papato e per papa Leone XIV, ricordando però che i Papi sono figure temporanee e che il centro della fede non è un singolo Pontefice, ma Gesù Cristo. Cristo, afferma, è presente nella Chiesa anche quando sembra nascosto o silenzioso, come se dormisse nella barca durante la tempesta. La conclusione dell’intervista è dunque un invito a rimanere uniti a Cristo, continuare a pregare e non perdere la speranza nel futuro della Chiesa.



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Di seguito riporo sinteticamente le tappe che hanno portato a questo episodio. Per farlo uso quanto scritto dal giornalista Michael Haynes in un post su X:

In rete circolano alcune teorie sul pellegrinaggio per la Messa in latino, diffuse da persone che non hanno nulla a che fare con l’evento.

Ecco alcuni chiarimenti:

gli organizzatori hanno chiesto l’autorizzazione per la Messa in Vaticano tramite una lettera consegnata direttamente a Papa Leone dal vescovo Schneider nel mese di dicembre. Il pellegrinaggio giunge alla sua quindicesima edizione e si tiene sempre nella stessa data.

Gli organizzatori non hanno ricevuto alcuna risposta riguardo alla Messa fino ad agosto, quando la Segreteria di Stato ha risposto comunicando che non era possibile celebrare la Messa in Vaticano. Gli organizzatori del pellegrinaggio hanno quindi annunciato pubblicamente che non si sarebbe tenuta alcuna Messa in Vaticano.

I pellegrini avrebbero invece sfilato in processione verso il Vaticano alle 13:00 di sabato, per poi recarsi a Santa Maria Maggiore per una Messa alle 15:00. L’autorizzazione per la processione verso il Vaticano è stata concessa nell’aprile 2026.

Qualche settimana dopo, a settembre, San Pietro ha annunciato un evento che si sarebbe tenuto alle 15:30 presso l’Altare della Cattedra (utilizzato dal pellegrinaggio lo scorso anno per la Messa).

Poi questa settimana – proprio ieri, mi è stato detto – gli organizzatori hanno ricevuto un’altra lettera dalla Segreteria di Stato che li informava che non avrebbero potuto nemmeno entrare in processione in Vaticano come previsto, e come autorizzato fin da aprile. Gli eventi nella Basilica non sono di competenza della Segreteria di Stato, ma dell’Arciprete e della Fabbrica di San Pietro: ecco perché il coinvolgimento della Segreteria di Stato risulta così strano.

Sabato, i pellegrini hanno percorso le strade fino all’obelisco in Piazza San Pietro – scortati dalla Polizia di Stato italiana – dove sono stati fermati dal Vaticano, poiché quello era il limite della giurisdizione della Polizia di Stato italiana.

Successivamente è stato comunicato loro che le modalità di utilizzo di Santa Maria Maggiore erano cambiate: potevano rimanere all’interno solo per un’ora. Ciò significava che la Messa solenne pontificia, pianificata e autorizzata, avrebbe dovuto essere celebrata in forma ridotta.

Inoltre, Santa Maria Maggiore ha informato i pellegrini che non era consentito scattare foto ufficiali.



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Intanto, il 20 ottobre scorso, nella Basilica di San Pietro si è svolta l’iniziativa “Lectio Petri – Cantico dei cantici“, nella quale è stato ospite Gianni Morandi. Nella serata il cantante ha accennato alla chitarra alcuni suoi successi, tra cui In ginocchio da te e Un mondo d’amore. L’iniziativa si è svolta sotto la Gloria del Bernini, alla presenza del card. Gianfranco Ravasi.



Fonte

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