
Preghiera dell'Eid al Adha (foto Ansa)
No, non si può sottovalutare un “tribunale” islamico che applica la sharia in Italia
Di Caterina Giojelli, 09 ottobre 2026
Scrive Giulia Sorrentino sul Giornale:
«A Padova è nata la Camera Arbitrale Islamica Italiana, un’associazione costituita il 3 marzo 2026 in via Armistizio 13 (dove si trova una palazzina di due piani color giallo sbiadito con la facciata scrostata) che punta espressamente alla comunità musulmana dell’intero Paese. Non è un progetto circoscritto al Veneto: lo statuto parla della “comunità islamica italiana”, consente l’apertura di sezioni e sedi secondarie e il regolamento stabilisce addirittura Milano come sede dell’arbitrato quando non venga individuata diversamente. Sul proprio sito l’organismo si presenta con uno slogan molto chiaro: “La vostra via alla Giustizia Islamica in Italia”».
Leggere la presentazione per comprendere che al di là del minimalismo immobiliare non si sta parlando di una associazione di quartiere.
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Scrive Roberta Polese sul Corriere del Veneto:
«Non è quindi un tribunale ma un ente privato che, si legge nel sito, “fornisce una piattaforma per risolvere controversie civili e commerciali in conformità con i principi della Shari’a, ossia la legge Islamica”. Le aziende estere che operano con l’Italia, e che si avviano a creare un qualsiasi contratto, possono indicare la camera arbitrale come “risolutrice delle controversie” prima di avviare una qualsiasi trattativa commerciale. La sede di questa camera arbitrale islamica è a Padova, il fondatore è un avvocato iscritto all’ordine degli avvocati di Padova, Omar Vanin, docente a contratto di Diritto Internazionale all’Università di Padova. La camera arbitrale islamica è stata fondata a marzo, ma pochi giorni fa Francesco Minutillo, avvocato di Forlì, membro dell’assemblea nazionale di Futuro Nazionale, ha presentato un esposto alla procura della Repubblica di Padova».
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Dice Omar Vanin, fondatore e legale rappresentante della Camera arbitrale islamica italiana, a Telenuovo, sempre ripreso dal Corriere:
«È verissimo, alcune norme dell’ordinamento sharaidico non sono compatibili, e infatti non trovano cittadinanza in un arbitrato […] Camere arbitrali come questa ci sono da anni in Inghilterra, Francia, Germania, credo che l’esposto del collega prenda le mosse da un pregiudizio islamofobo e che non si sia compreso veramente fino in fondo di cosa ci occupiamo qui».
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Pregiudizio? Sul caso è intervenuta anche l’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia, che ha invitato i fedeli musulmani a diffidare dell’arbitrato islamico perché in Italia la giustizia è una sola ed è quella dello Stato. Scrive Giulio Isola su Avvenire:
«L’Ucoii ha parlato di “sedicente Camera Arbitrale Islamica Italiana”, che si propone di risolvere controversie civili e commerciali “in conformità ai principi della Shari’a”. Si tratta di “un’iniziativa nata in modo del tutto autonomo, promossa da soggetti sconosciuti alle comunità islamiche italiane e privi di qualsiasi mandato da parte loro – si sottolinea in una nota -. Nessuna delle realtà associative, dei centri islamici e delle moschee che l’Ucoii rappresenta sul territorio nazionale ha promosso, sostenuto o riconosciuto questa iniziativa, né è stata consultata”. L’Ucoii ha anche ribadito che in Italia la giustizia “è amministrata dai tribunali della Repubblica, nel rispetto della Costituzione e delle leggi dello Stato. È un sistema che garantisce pienamente i diritti di tutti i cittadini e i residenti, musulmani compresi, e che non ha bisogno di strutture parallele”. Azioni come quelle intraprese a Padova “non possono essere accettate dai musulmani italiani”».
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Se non ci pensa l’Ucoii ad ammorbidire la pillola e difendere la creatura di Vanin dagli “attacchi della destra” ci pensa Laura Berlinghieri sulla Stampa:
«Nel Veneto che battaglia contro la costruzione di una moschea per le sue decine di migliaia di residenti di religione musulmana – si stima che siano tra i 150 e i 170 mila – nasce una Camera arbitrale islamica. L’istituzione è stata creata nel marzo scorso, a Padova. Ma è la politica a essersene accorta adesso, con la sua inevitabile scia di polemiche, e poi di interrogazioni ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, fino agli esposti in procura […] Le ragioni della creazione di questa nuova istituzione attengono a un piano più profondo, che riguarda piuttosto i principi delle persone di fede musulmana. Su tutti: la riservatezza, qui garantita alle parti nella fase del componimento della lite. “Questo preserva la dignità e la reputazione delle parti, un valore fondamentale nell’Islam, specialmente in questioni familiari o sensibili”, si legge ancora nel sito. E poi il mantenimento dei legami comunitari; perché “l’obiettivo è la risoluzione, incoraggiando spesso la conciliazione (Sulḥ), come raccomandato dal Corano, per mantenere l’armonia e i rapporti tra le parti”. Infine, il controllo del processo, fino alla “scelta della legge applicabile”. Spiegazioni insufficienti per larga parte della politica».
Dal vittimismo delle moschee mandate a monte alla celebrazione della “riservatezza”. Per non dire dell’”armonia” altrove tradotta in “sottomissione silenziosa”.
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Quanto alle camere arbitrali che «ci sono da anni» nel resto del continente — e che l’avvocato padovano cita con così disinvolta disinvoltura —, conviene rispolverare quanto scriveva Leone Grotti su Tempi:
«In Inghilterra esistono un centinaio di corti della sharia, che approvano ogni giorno poligamia, mutilazioni genitali, ripudio della moglie, prevenzione dei matrimoni misti e accettazione delle violenze domestiche. Oltre a questi tribunali paralleli esistono una vasta rete di “consigli” informali islamici, che operano esternamente alle moschee, occupandosi di divorzi e custodia dei figli. La Bbc ha documentato ampiamente come in queste corti i valori e le leggi britanniche vengano violati ogni giorno, eppure sono tollerati grazie al British Arbitration Act, che le classifica come “tribunali arbitrali”. Ma come ricordato dal Daily Telegraph, “i tribunali islamici si fondano sul rifiuto del principio di inviolabilità dei diritti umani, dei valori di libertà e di uguaglianza che sono alla base delle democrazie europee”. Nel 2013, il decano delle corti islamiche Suhaib Hasan, filmato di nascosto dalla Bbc, dichiarava: “La sharia viene applicata ampiamente in Gran Bretagna tutti i giorni”. Questo è così vero che nel 2014, la Law Society (che rappresenta gli avvocati inglesi), ha pubblicato sul suo sito una “guida sharia friendly” destinata agli avvocati per redigere un perfetto testamento islamico. Che si basa sul principio (illegale in Gran Bretagna) che gli uomini ricevano il doppio delle donne, in quanto superiori, e sul divieto per i non musulmani di ereditare alcunché».
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Un quadro confermato anche dalle inchieste più recenti. Come quella pubblicata lo scorso maggio da Gbnews sui «controversi servizi legali» basati sulla Sharia, o come l’inchiesta della National Secular Society raccontata da Gian Micalessin sul Giornale:
«Centomila matrimoni celebrati secondo il rito musulmano. E ben 85 tribunali islamici pronti non solo a ratificarli, ma anche a scioglierli. Il tutto in base alle approssimative leggi del Corano fissate nel sesto secolo dopo Cristo. È la drammatica situazione di un Regno Unito dove all’interno delle comunità musulmane la giurisprudenza degli imam ha ormai sostituito quella di Sua Maestà».
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Il primo tribunale basato sui precetti dell’Islam è entrato in funzione d’oltremare nel lontano 1982. Un precedente inquietante, ricorda Micalessin, dato che il suo fondatore, Haitham al-Haddad è stato, nel 2021, uno dei primi rappresentanti delle comunità islamiche inglesi a volare in Afghanistan per rendere omaggio al ricostituito Emirato talebano:
«Ma il peggio l’ha fatto in Inghilterra visto che i tribunali degli imam si sono moltiplicati a dismisura sostituendo all’interno di molte comunità musulmane quelli di Stato. Fino a diventare l’istituto preferito per la celebrazione dei matrimoni e la determinazione del divorzio. L’incontrollata diffusione di questo diritto alternativo finisce con l’attirare molti musulmani residenti in America o Oltremanica, ma pronti a volare su Londra per convolare a nozze secondo le regole del Profeta. L’attività incontrollata dei tribunali della sharia cozza, però, contro tutte le regole del diritto occidentale perché – spiega Stephen Evans responsabile della National Secular Society – mina il principio fondamentale di una sola e unica legge uguale per tutti. E calpesta i diritti di donne e figli. In base al Corano ad un marito basta infatti pronunciare tre volte la parola «divorzio» per ripudiare la consorte. Per non parlare della poligamia dilagante conseguenza della consuetudine che permette all’uomo di sposare quante donne riesce a mantenere. Ma violazioni altrettanto gravi del diritto minacciano le figlie a cui spetta, secondo l’Islam, la metà dell’eredità riconosciuta ai figli maschi. Per non parlare delle violenze familiari fuori controllo conseguenza dalle regole che impediscono a chiunque di giudicare la violenza esercitata dal coniuge maschio nel contesto familiare».
E non si creda che sia solo un’ossessione britannica. A Stoccolma, dal 2025, la Walving-Lundberg Business Court offre una divisione arbitrale dedicata alla Sharia, arrivando ad annunciare la prima “Sharia court” indipendente svedese. In Austria, una controversa sentenza ha sdoganato la validità di contratti privati regolati dal diritto islamico. Una crepa dopo l’altra nel muro dell’ordinamento statale, mentre in Francia e Germania la tenuta laica viene costantemente messa alla prova dalle giurisdizioni ombra delle banlieue, pur avendo sempre resistito al riconoscimento formale del diritto religioso nella vita pubblica. Ecco il punto. Chi liquida la Camera arbitrale islamica di Padova come un’innocua stravaganza per dirimere litigi tra mercanti dimentica come comincia e come va a finire: da Malmö a Marsiglia le enclave crescono laddove la legge dello Stato tace e l’autorità religiosa soppianta la giurisdizione laica. L’Italia non è speciale, né immune. Non sottovalutare la portata di un “non tribunale della sharia” disconosciuto anche dall’Ucoii sarebbe una tara della destra?
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