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Leone XIV e l’Illuminismo: io e Fabio Vessillifero
Di Stefano Fontana, 9 Ottobre 2026
Fabio Vessillifero ha firmato un articolo pubblicato da Sabino Paciolla nel proprio blog a commento di un mio intervento su un passaggio dedicato all’Illuminismo del discorso di Leone XIV durante il suo recente viaggio in Francia. Si trattava di un breve video-editoriale, della serie che il nostro Osservatorio pubblica nel proprio canale YouTube ogni venerdì alle ore 12,00. Quindi una cosa breve. In seguito, sono ancora intervenuto sullo stesso tema in un articolo scritto per la Nuova Bussola Quotidiana, dove ho potuto fare qualche ulteriore osservazione. In questi luoghi ho espresso le mie critiche alle affermazioni con cui Papa Leone esaltava l’Illuminismo per le sue conquiste di civiltà e per i valori contenuti nel motto “libertà, uguaglianza e fraternità”, da lui collegati geneticamente col Vangelo. Ringrazio per l’interesse riservatomi e colgo l’occasione di esprimere qualche altra mia considerazione.
L’aspetto centrale della tesi/Vessillifero mi sembra la seguente (ma invito a leggere il suo articolo perché le sintesi tradiscono sempre): assumendo una “prospettiva decantata dal tempo”, il Papa “rifiuta di farsi imbrigliare nelle logiche dello scontro dialettico” e preferisce “guardare ai valori etici formalizzati nel presente per mostrare che essi, seppur declinati nel linguaggio secolare, mantengono una aspirazione autentica che trova la sua unica radice solida nel Vangelo”. Di questo tipo erano stati anche gli approcci di San Paolo all’Areopago di Atene e dei primi cristiani che rispettavano l’ordine civile ma “si rifiutavano di bruciare l’incenso davanti alla sua statua”. Leone “parla la lingua del suo interlocutore per stabilire un canale di comunicazione tentando di risignificare e purificare quei concetti alla luce della Rivelazione”. Il risultato positivo è la contrapposizione a tutti evidente tra le “piazze in fiamme” e l’ordine pacifico della grande folla accorsa a incontrare Leone durante il suo viaggio.
La virulenza distruttiva di quelle idee è veramente stata “decantata dal tempo”? Questo è un punto meritevole di discussione. L’aborto in Costituzione in Francia, la blasfema “Ultima Cena” alle Olimpiadi francesi del 2024, la società della corruzione sono veramente meno violente e distruttive delle ideologie ottocentesche sorte dall’illuminismo? Oppure, con l’abbandono di alcune strutture pesanti e fattasi impalpabile, più penetrante e pervasiva, quella mentalità produce oggi più danni di allora? L’idea che quei principi abbiamo trovato col passare del tempo forme di moderazione e compatibilità col cristianesimo è molto diffusa nella Chiesa e, in un certo senso, era stata richiamata anche da Benedetto XVI nel discoro alla Curia romana del 2025. Ma è veramente così? Abbandonando l’idea di rivoluzione, quelle idee sono diventate più rivoluzionarie e non meno, più essenziali, si potrebbe dire, nella loro carica rivoluzionaria. Ora, nessuno si aspettava dal Papa un attacco frontale, che oggi verrebbe chiamato “ideologico” e nemico del dialogo, ai principi su cui si costituisce la Francia attuale e per di più davanti ai rappresentanti delle sue istituzioni, ma nemmeno una esaltazione condensata in cinque righe senza la minima articolazione del discorso, senza nessuna sfumatura che permettesse comunque di dire quanto andava detto, per non lasciare campo libero solo a quanto non andava detto. Anche perché quando il Papa parla, parla non solo a chi ha di fronte, ma sempre anche al suo popolo, che non va indotto in confusione.
I valori cristiani sono stati secolarizzati. Su questo non c’è dubbio e infatti c’è una letteratura immensa. Ma il processo della loro secolarizzazione non si ferma perché la rivoluzione non cessa fino a che sia rimasto qualcosa da rivoluzionare, compresa la versione secolarizzata del cristianesimo. Serve a poco, o è addirittura controproducente, collocarsi sui valori secolarizzati pensando che essi contengano ancora qualche riflesso del cristianesimo da sviluppare; essi, nel frattempo sono già scivolati verso una nuova fase più radicale della loro secolarizzazione. Il processo non si inverte fissandosi su una sua fase intermedia per fargli recuperare i giusti punti di partenza che ha sfruttato travisandoli, ma riproponendo nella loro completezza quei punti di partenza. Non conviene approvare la triade libertà-uguaglianza-fraternità come richiamo, per quanto ormai lontano, del loro significato cristiano che si spera di far rivivere. La versione secolarizzata dei tre concetti, anche se deriva dal cristianesimo, ormai con esso non ha più niente a che fare e procede per la sua strada fino alla estenuazione woke. È la vecchia illusione che ci sia una laicità che non divenga laicismo, una secolarizzazione che non divenga secolarismo. Come si può “purificare” quei concetti alla luce della Rivelazione, se essi derivano dalla negazione della Rivelazione? Sarà piuttosto il caso di riformularli come vanno formulati, ossia nella loro pienezza.
Poi c’è la questione dei primi cristiani. La tesi/Vessillifero sostiene che i primi cristiani non hanno rigettato tutto, ma hanno accettato l’autorità e le leggi del tempo, rifiutandosi però di adorare l’imperatore. Questo sarebbe anche il metodo di Papa Leone: non condannare ma accogliere e far lievitare. Questo discorso oblia la grande differenza tra allora e adesso. Nella società precristiana di allora vigevano ancora principi e regole di morale naturale che nel diritto romano erano evidenti, insieme naturalmente a molte inadeguatezze. Allora si poteva accettare la dimensione secolare nella misura in cui era governata da principi di diritto naturale. Adesso non è più così, perché siamo in una fase postcristiana nella quale la secolarizzazione del Cristianesimo ha trascinato con sé anche la secolarizzazione della secolarità, diventando non solo postcristiana ma anche postsecolare. Mi sono permesso di far presente questo aspetto anche in una mia recensione al bel libro di Leonardo Lugaresi “Vivere da cristiani in un mondo non cristiano”.
Il punto centrale allora è come affrontare i principi della modernità nella loro valenza di natura atea. Parlare all’uomo moderno con la sua lingua “per stabilire un canale di comunicazione” significa anche utilizzare la concettualità atea della modernità teoretica, come per esempio la sua concezione di libertà, uguaglianza e fraternità? Non mi sembra che Leone XIV nelle cinque righe di quel discorso parigino abbia tenuto conto di questo problema, ma l’abbia voluto superare considerandolo una “prospettiva decantata dal tempo”. Considerare superato non vuol dire però avere risolto.
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