
«I figli adulti provenienti da famiglie divorziate hanno un tasso di fertilità più basso e più spesso non hanno figli». Uno studio unico pubblicato dalla Bocconi dimostra per la prima volta la correlazione tra divorzio e denatalità. E toglie ogni alibi su una delle cause tabù dell'inverno demografico.
Studio della Bocconi
Divorzio e denatalità, la correlazione c’è e toglie ogni alibi
Nel corso degli anni le ricadute del divorzio sono state analizzate sotto molteplici aspetti. La separazione è stata studiata con le lenti di volta in volta della Sociologia, della Psicologia e persino dell’Economia. Sono stati scandagliati gli effetti della fine di un matrimonio nel benessere psicofisico dei figli, nelle condizioni economiche degli ex sposi, nell’aumento di povertà e persino nella capacità di riflettere voglia di vivere.
Ma finora mancava all’appello un’indagine che affermasse che il divorzio è una delle cause primarie anche della denatalità che flagella le coste occidentali. E mancava perché è difficile dimostrare ciò che a grandi linee, almeno secondo una correlazione puramente empirica, è sempre stato sotto gli occhi di tutti. Del resto, prendiamo per esempio l’Italia: basta guardare il dato, drammaticamente inversamente proporzionale, per cui all’approvazione della legge sul divorzio la curva demografica abbia iniziato ad abbassarsi mentre il numero delle separazioni aumentava vertiginosamente. Una tendenza mai invertita da più di 50 anni a questa parte.
Ma oggi è caduto anche questo ultimo tabù. Ed è caduto grazie ad uno studio innovativo e unico nel suo genere, per mole di dati raccolti e tecniche utilizzate, che mette in relazione stretta le ricadute del divorzio con l’influenza esercitata sui figli nel loro progetto di fertilità. Un’influenza, per stessa ammissione degli autori di questo studio, che è sempre stata poco studiata.
Invece, lo studio intitolato Esiti riproduttivi dei figli adulti con genitori divorziati: risultati emersi dai dati demografici scardina ogni certezza e rimette sul banco degli imputati, come causa primaria della denatalità, proprio il “diritto” più importante, perché il primo che ha dato il via alla stagione del liberi tutti.
Silvia Palmaccio, ricercatrice del Centro di ricerca sulle dinamiche sociali e le politiche pubbliche dell’Università Bocconi di Milano, ha condotto con i colleghi Deni Mazrekaj (Università di Utrecht) e Kristof De Witte (KU Leuven, Belgio) la sfida delle sfide per scovare l’elefante nella stanza: il primo dei nuovi diritti con la prima delle emergenze nazionali. Una correlazione quasi scandalosa che assume i tratti della bestemmia “laica” se insistentemente associata.
Eppure, ce l’hanno fatta. Con un programma che ha coinvolto lo studio di oltre 1,7 milioni di persone dalla nascita fino ai 40 anni nei Paesi Bassi.
Un dataset di dimensioni mastodontiche, ma che da solo non è bastato. A comprovare l’unicità della metodologia utilizzata c’è anche la capacità di distinguere l’effetto del divorzio da quello di altri fattori famigliari invisibili, come conflitti, caratteristiche socioeconomiche o tratti personali ereditari per poter avere un campione raffinato e pulito il più possibile da concause scatenanti che ne avrebbero inquinato il dato.
Il risultato è sorprendente ed è la stessa Bocconi a metterlo nero su bianco sul suo sito, quando ha pubblicato lo studio nell’aprile scorso, peraltro senza una “ripresa” mediatica adeguata alla notizia, ma questa è una ricaduta del generale disinteresse della stampa mainstream a ricercare le vere cause di un fenomeno complesso come è la denatalità, essendo tirato in ballo direttamente il diritto fondamentale dell’uomo nuovo.
«Crescere in una famiglia divorziata è associato a una minore probabilità di avere figli e a una riduzione del numero totale di figli – si legge nell’articolo di presentazione -. Lo studio lo sintetizza chiaramente: “I figli adulti provenienti da famiglie divorziate hanno un tasso di fertilità più basso e più spesso non hanno figli”».
Per spiegare questo risultato, Palmaccio, Mazrekaj e De Witte hanno esplorato diversi possibili meccanismi, «ma è uno in particolare a emergere con forza: la durata delle relazioni. Chi cresce in famiglie divorziate tende, in media, a entrare e uscire dalle relazioni più rapidamente. E questo, a sua volta, si associa a differenze nelle scelte riproduttive».
Quindi, il vero punto di caduta non è tanto nel desiderio di genitorialità o nella sua vocazione, che varia anche per molti altri fattori, quanto in una minore esposizione a relazioni stabili in cui avere figli diventa possibile. Ecco perché la fertilità appare così legata alla stabilità delle unioni e questo è un fenomeno che si trasmette – questa la scoperta sostanziale – di padre in figlio, di madre in figlia.
Lo studio evidenzia dunque un quadro negativo andando a toccare proprio il tasto dolente di questa società: «La crisi demografica non è solo una questione economica o culturale. È anche il risultato di dinamiche familiari che si trasmettono nel tempo, spesso in modo invisibile».
Con buona pace dei soloni che teorizzano la crisi delle culle come un fenomeno ineluttabile o una catastrofe piovuta dal cielo con meccanismi imperscrutabili o peggio ancora andando a cercare soluzioni sostituzioniste. Quando semmai, hanno nomi e cognomi di responsabili che fanno cadere ogni alibi. E la generale assuefazione della politica di fronte al divorzio, unita alla preoccupazione recente per il calo della natalità, non fa altro che non riconoscere il problema, andando a cercare cause e risoluzioni insufficienti o fuori portata.
Nessun commento:
Posta un commento