mercoledì 7 ottobre 2026

«La crisi della fede? Frutto di quella della famiglia»



(Imagoeconomica/IA)

Un nuovo report statunitense conferma lo stretto legame tra la “cellula fondamentale della società” e la religiosità: quando una soffre l’altra sta peggio. E quando una tiene, l'altra fa altrettanto. La parola ai dati

Sociologia


Giuliano Guzzo, 06 ottobre 2026 

La crisi della fede è strettamente legata a quella del matrimonio, che però non viene rifiutato frontalmente bensì rinviato: fino a quando poi è troppo tardi. È la diagnosi che attraversa le dense pagine di The State of Marriage and the Family in the United States, il report curato da J.P. De Gance e Jared Smyth per il decennale di Amoris laetitia. Il documento – che fotografa gli Stati Uniti, ma offre spunti validi anche per noi - poggia su due indagini assai vaste su campioni di fedeli praticanti - 19.000 nel 2023, oltre 16.000 nel 2024 -, su ricerche condotte con Harvard e l’Institute for Family Studies e sui dati federali. Ne esce il ritratto di un’istituzione che conserva il suo prestigio ideale ma perde la sua funzione sociale ordinaria. E di una Chiesa che, secondo gli autori, ne sta pagando il prezzo. L’America è arrivata per la prima volta a una maggioranza di adulti non sposati. E ci sono anche altri indicatori che fanno preoccupare, tra i quali uno - assai eloquente - per la Chiesa.

Nel 2023, infatti, i funerali cattolici sono stati 401.654: quasi quattro volte i matrimoni. Nello stesso mezzo secolo i cattolici americani sono passati da 54 a 75 milioni: la comunità è cresciuta, ma il sacramento si è ridotto a un quarto. Con una fecondità di 1,57, osserva il report, ogni 200 persone di questa generazione ne lasciano circa 157 nella prossima. E oltre la metà dei ragazzi arriva a 17 anni senza un padre e una madre sposati in casa. La spiegazione più comoda sarebbe quella economica: salari incerti, case care, precarietà. Il report in realtà non la scarta (dove ci sono più uomini single con un lavoro ci si sposa di più), ma osserva che il calo è proseguito sia nelle recessioni sia negli anni di boom, e ha toccato anche le laureate, scese dal 76% al 58% di sposate tra il 1960 e il 2022. A cambiare - secondo gli autori di The State of Marriage and the Family in the United States - è stata soprattutto una soglia culturale. Nel 1970 lo sposo medio aveva 23 anni, raramente possedeva una casa e costruiva il resto dopo le nozze. Oggi ne ha 30 e sei su dieci sono proprietari. Il matrimonio è passato da «pietra angolare» a «coronamento»: non più il mezzo con cui due persone costruiscono una vita, ma il premio per averla già sistemata.

I genitori rafforzano questa sequenza. Secondo il Pew Research Center, l’88% considera molto importante che i figli siano economicamente indipendenti, appena il 21% che si sposino. «I nostri figli», osserva il report, «fanno esattamente ciò che ci aspettiamo da loro». Tre fenomeni completano il quadro. Il primo è il divario di classe. Il crollo nuziale, infatti, risulta molto più ripido tra i ceti popolari che tra i laureati; il matrimonio rischia così di diventare un bene di lusso, con effetti a cascata su stabilità dei figli e mobilità sociale. Il secondo luogo, c’è la quella che si potrebbe chiamare «recessione degli appuntamenti». Tra i 22 e i 35 anni appena il 31% frequenta attivamente qualcuno. Le app trasformano le relazioni in beni di consumo - in media per un match si scorrono 34 profili - e gli studenti universitari le stanno abbandonando.

Infine, pesa il fenomeno della solitudine nascosta. Le persone più sole in chiesa la domenica non sono gli anziani o le vedove, ma i non sposati sui trent’anni, un gruppo che in qualsiasi generazione precedente sarebbe stato piccolo. Il desiderio nuziale, però, resiste. Nel 2023 il 61% delle ragazze all’ultimo anno di liceo diceva di volersi sposare un giorno, contro l’83% del 1993; tra i ragazzi la quota è rimasta quasi invariata. È un calo vistoso. Secondo il report gli americani non hanno rifiutato il matrimonio: hanno perso i modelli, i percorsi e la fiducia per arrivarci. Anche dentro le chiese il benessere è meno solido di quanto appaia. Tra un quinto e un quarto degli sposati praticanti dice di essere in difficoltà. Le mogli lo segnalano il 62% più spesso dei mariti, e circa il 70% dei divorzi è chiesto dalle donne: molti uomini, conclude il report, non sanno che il loro matrimonio è in pericolo.

A questo punto una domanda sorge spontanea: è la crisi della fede ad alimentare quella della famiglia o viceversa? Su questo report offre una risposta netta: «la crisi della famiglia ha preceduto la crisi della fede e continua ad alimentarla». Il riferimento è qui Mary Eberstadt che, nel suo noto How the West Really Lost God (2013), sostiene che in Occidente la crisi familiare abbia preceduto e provocato quella religiosa. Le prove portate sono effettivamente di peso:

- l’83% dei cattolici alla Messa domenicale è cresciuto con genitori sposati (il 66% tra i protestanti praticanti);

-l’88% dei sacerdoti ordinati nel 2026 viene da famiglie intatte;

-chi aveva un ottimo rapporto con entrambi i genitori ha il 76% di probabilità in più di andare in chiesa ogni settimana da adulto e il 97% in più di credere in Dio;

Secondo gli autori, la pratica dei genitori, un legame affettivo caldo e un matrimonio stabile contano più della catechesi, delle scuole cattoliche o della pastorale giovanile. Sono dati difficili da ignorare. Ma dimostrano un legame forte, non in modo inoppugnabile e definitivo la sua direzione. Ci sono infatti delle obiezioni a questa lettura; per l'esattezza, almeno tre. La prima è la causalità inversa: le famiglie credenti si sposano di più e divorziano di meno; il report stesso lo documenta, con un rischio di divorzio inferiore del 30-50% per le coppie che pregano insieme. Che l’83% dei praticanti venga da genitori sposati può significare che la famiglia stabile genera – o quanto meno favorisce - fede. Ma può anche voler dire che la fede dei genitori ha prodotto insieme il matrimonio stabile e la fede dei figli.

Una seconda considerazione che si può tener presente è quella del confronto. Il report, infatti, accosta l’83% al 18% di famiglie con genitori sposati e figli minori. I due dati però misurano cose diverse: il secondo conta tutte le famiglie, comprese quelle senza figli. Il paragone corretto da fare con la quota di figli cresciuti da genitori sposati, che lo stesso documento colloca intorno alla metà. Lo scarto resta ampio e significativo, intendiamoci, ma meno drammatico di quanto suggerisca l’accostamento. Infine, non si può scartare l’obiezione della causa comune. Una consolidata tradizione sociologica legge infatti entrambi i declini - di fede e famiglia - come effetti di una stessa trasformazione: l’individualizzazione, il primato della realizzazione personale, la separazione tra sessualità, matrimonio e procreazione.

Il report riconosce i segni di tutto ciò quando parla di «mentalità contraccettiva» e di aspettative materiali. In questa lettura famiglia e fede non si trascinano a vicenda: cedono insieme alla stessa pressione. La formula più onesta è forse quella della stessa Eberstadt, che parla di una «doppia elica»: famiglia e fede si sostengono a vicenda e, quando una si indebolisce, l’altra perde il suo appoggio. Il report contiene indizi in entrambe le direzioni. Tra i giovani sposati praticanti crescono apertura alla vita e fedeltà all’insegnamento sulla contraccezione, mentre tra i cattolici non praticanti no: qui è la fede a modellare la famiglia, non il contrario. La tesi più ottimista del report è che il declino sia frutto di «trascuratezza, non di inevitabilità». L’85% delle chiese americane non spende nulla per la pastorale del matrimonio. Solo il 23% dei parroci cattolici offre qualcosa agli sposi novelli, eppure le separazioni si concentrano nei primi cinque anni.

Dove si è investito, come nell’arcidiocesi di Kansas City in Kansas tra il 2022 e il 2025, il report segnala una frequenza domenicale cresciuta del 23% nelle parrocchie coinvolte. Anche qui, però, è opportuno restare cauti. Si tratti infatti di dati raccolti dall’organizzazione che lo gestisce, senza gruppo di controllo e negli anni della ripresa dopo il Covid. Le indagini Communio, inoltre, intervistano solo chi frequenta ogni settimana: chi ha lasciato la Chiesa, magari dopo una separazione, resta fuori dal quadro. Tuttavia, questa interessante indagine una cosa la conferma in modo molto chiaro: matrimonio e fede, negli Stati Uniti (ma sappiamo che le cose non sono tali solo lì), viaggiano insieme. E il matrimonio non è stato rifiutato: è stato rinviato, fino a diventare per molti irraggiungibile. Che la famiglia sia la causa della crisi religiosa o il suo primo sintomo, la conclusione pratica è in fondo la stessa. Una Chiesa che vuole trasmettere la fede non può smettere di occuparsi delle coppie il giorno dopo le nozze; e non può neppure occuparsene – viene da aggiungere - solo quando il matrimonio è già all’orizzonte.






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