Nella traduzione di Messa in Latino, l’articolo di mons. Erik Varden O.C.S.O., Vescovo Prelato di Trondheim, Amministratore apostolico della Prelatura Territoriale di Tromsø e Presidente della Conferenza episcopale della Scandinavia, pubblicato sul sito Coram Fratribus il 15 ottobre, in cui riporta le sue bellissime riflessioni su cinque temi: le famiglie oggi, i giovani e la scoperta del matrimonio, i primi anni di vita coniugale, le famiglie in situazioni complesse e le famiglie come agenti della missione.
Mons. Varden: Laetitiae Amor. Bellissime riflessioni a margine della conferenza su Amoris laetitia
Laetitiae Amor
In occasione della festa di San Giuseppe di quest’anno, Papa Leone XIV ha annunciato la sua intenzione di convocare a Roma tutti i Presidenti delle Conferenze episcopali del mondo per discutere dell’impatto dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia sull’amore nella famiglia a dieci anni dalla sua promulgazione (QUI e QUI).
Il Santo Padre ci ha chiesto di riflettere su come poter annunciare in modo più efficace il Vangelo alle famiglie.
L’incontro, durato una settimana, si è concluso ieri. Un resoconto sarà pubblicato quando il Santo Padre si sarà ripreso dalla malattia — una guarigione che preghiamo sia rapida e completa – ma Papa Leone XIV ha chiesto ai partecipanti di condividere senza indugio la loro esperienza dell’incontro con le rispettive Conferenze episcopali e Diocesi (QUI e QUI).
L’incontro si è svolto secondo un programma articolato attorno a cinque temi principali (QUI). Ciascuno di essi ha fornito spunti per un’intera giornata di scambi. Di seguito riporto le mie riflessioni personali su questi temi.
Queste riflessioni non rappresentano l’assemblea, la cui ricchezza di lavoro tutti potranno scoprire a tempo debito. Sono semplicemente il contributo di una singola voce, una seconda viola, a questa grande orchestra ben composta.
* * *
Le famiglie oggi
La vita familiare oggi è sottoposta a pressioni per una serie di ragioni – sociologiche, finanziarie e culturali. Ne siamo profondamente consapevoli. Tutte meritano di essere prese in considerazione.
La pressione più persistente, tuttavia, è più profonda. In un tempo straordinariamente breve, abbiamo perso il nostro senso collettivo di umanità. Se non all’interno di gruppi di interesse, è difficile, ormai, trovare parole condivise per descrivere cosa sia un essere umano. Non siamo più d’accordo su cosa definisca una donna, un uomo, un bambino.
I transumanisti tecnologici prospettano un futuro in cui l’uomo rischia di essere lasciato indietro dal «progresso» fintanto che la sua natura non sarà «potenziata». Avendo abbandonato ogni idea di redenzione, riponiamo ora la nostra speranza nei miglioramenti tecnologici. Diamo per scontato che i parametri di oggi non valgano più domani. Di conseguenza, l’idea di un impegno permanente di qualsiasi tipo sembra assurda.
In politica e nel commercio, le alleanze e i patti cedono il passo agli «accordi». Lo stesso vale per le relazioni umane, sempre più viste come transazioni pragmatiche: resto con qualcosa, o qualcuno, fintanto che ne traggo beneficio o piacere. Poi vado avanti.
In un contesto del genere, la famiglia, in quanto unità fondamentale della società umana, non può che disgregarsi. Non sembra più assiomatico che le famiglie debbano essere unità stabili costruite sul legame per tutta la vita tra una donna e un uomo nella speranza di generare figli.
Una donna e un uomo possono ancora unirsi – dopotutto, è un mondo libero; ma tale unione non è vista come categoricamente distinta da quella tra due donne o due uomini, o tra due individui che si considerano di genere fluido. Anzi, perché limitare l’unità a due individui? Si stanno diffondendo le richieste di riconoscimento legale del poliamore.
Ci troviamo in uno stato di eclissi metafisica
La fede in Dio come Creatore benevolo è stata in gran parte perduta. Non crediamo più di essere stati voluti nell’esistenza. Come possiamo allora mantenere la consapevolezza che la nostra vita è un dono che a nostra volta possiamo offrire, e persino consacrare, a un altro? La nostra è un’epoca di profanazione scaturita dalla disperazione letterale, dall’esclusione della possibilità stessa di «speranza».
Vedo questi sviluppi nel mio ambiente sociale, nella mia corrispondenza e nelle mie conversazioni, nel confessionale.
Rilevo però anche una tendenza opposta. Incontro molte persone, giovani e non, stanche dell’effimero. Si rifiutano di rinunciare alla «speranza». Osano pensare che possa esistere una «verità» su cui costruire la propria vita.
Coltivando e sostenendo queste persone, aiutandole a prosperare, potremo dare vita a un rinnovamento della cultura familiare. Dopotutto, tutti vogliono essere felici. Molte persone non lo sono. Su questo punto i sociologi sono d’accordo. La vista di una famiglia che prospera farà sì che anche gli altri desiderino prosperare.
La fede in Dio come Creatore benevolo è stata in gran parte perduta. Non crediamo più di essere stati voluti nell’esistenza. Come possiamo allora mantenere la consapevolezza che la nostra vita è un dono che a nostra volta possiamo offrire, e persino consacrare, a un altro? La nostra è un’epoca di profanazione scaturita dalla disperazione letterale, dall’esclusione della possibilità stessa di «speranza».
Vedo questi sviluppi nel mio ambiente sociale, nella mia corrispondenza e nelle mie conversazioni, nel confessionale.
Rilevo però anche una tendenza opposta. Incontro molte persone, giovani e non, stanche dell’effimero. Si rifiutano di rinunciare alla «speranza». Osano pensare che possa esistere una «verità» su cui costruire la propria vita.
Coltivando e sostenendo queste persone, aiutandole a prosperare, potremo dare vita a un rinnovamento della cultura familiare. Dopotutto, tutti vogliono essere felici. Molte persone non lo sono. Su questo punto i sociologi sono d’accordo. La vista di una famiglia che prospera farà sì che anche gli altri desiderino prosperare.
Prosperare non equivale a essere continuamente in delirio di felicità
La vita umana è dura, in qualunque forma si manifesti. Trovo che la maggior parte delle persone sia lucida su questo punto. Di conseguenza, possono stancarsi un po’ di un vocabolario ben intenzionato ma ripetitivo fatto di «accompagnamento», di «essere in cammino», di «essere ascoltati». Desiderano naturalmente essere accolti con attenzione e rispetto, ma ciò che vogliono è una guida, l’indicazione di una meta, che venga loro insegnato come vivere bene.
Dio si è fatto uomo proprio per questo: per mostrarci qual è il senso della vita e dove essa conduce, per insegnarci, attraverso consigli e comandamenti, come condurre una vita buona e feconda. Quando Cristo incontrò la donna samaritana al pozzo, non le disse: «Ora, sediamoci e raccontami tutto». Le disse «tutto ciò che [lei] ha fatto» (cfr. Gv 4,29).
È questo che le ha permesso di iniziare una nuova vita.
Dobbiamo lasciare che Cristo ci dica chi siamo, ci indichi le nostre deviazioni, ci faccia prendere coscienza delle nostre colpe, ci guidi verso il fine per cui siamo stati creati.
Cristo è il nostro Salvatore, ma non solo. È anche l’Immagine secondo la quale siamo stati creati, il Prototipo che ci rivela a noi stessi. Saremo pastoralmente efficaci nella misura in cui rimarremo amorevolmente obbedienti a Lui. Potremmo persino avere la possibilità di infondere nuovamente speranza nella società.
I giovani e la scoperta del matrimonio
Uno studio pubblicato dall’American College of Paediatricians un paio di anni fa riportava che il 54 per cento degli adolescenti aveva visto materiale pornografico entro i tredici anni, il 15 per cento prima degli undici (QUI). Da allora quelle cifre sono sicuramente aumentate. L’uso della pornografia è piuttosto diffuso tra i giovani adulti, uomini e donne, in tutto il mondo. Ha un impatto enorme sul modo in cui i giovani interagiscono a livello affettivo.
Quando si è stati perseguitati fin dall’infanzia da un universo di lussuria in cui il sesso è oggetto di consumo, in cui l’oggetto del proprio desiderio è costantemente sostituibile (ma sempre fisicamente perfetto), da cui è assente il romanticismo e dove non esistono regole, entrare in una relazione duratura e fedele con un essere umano concreto, fallibile e bisognoso, la cui alterità non può essere astratta, rappresenta un passo enorme, forse insuperabile.
L’universo pornografico è trasgressivo. Suggerisce dei confini solo per indurre i consumatori a superarli, insinuando prospettive di potere proteiforme. Il paradigma classico del «ragazzo incontra ragazza» è stato superato da tempo. L’omoerotismo, che non molto tempo fa era legato alle nozioni di «orientamento» sessuale, è ora un’opzione a disposizione di tutti, integrata nell’intrattenimento mainstream. Le tendenze alla fluidità di genere manifestano fantasie concepite, spesso a partire da un’angoscia interiore, nel mercato dell’eros sfrenato, dove il desiderio momentaneo è intronizzato come dio, dove la realtà oggettiva cede il passo alle forme che l’immaginazione soggettiva impone e provoca.
Deploriamo le lusinghe del virtuale e dell’irreale, ma questo non basta. Dobbiamo tendere una mano amichevole ai giovani, uomini e donne, intrappolati in forme avvincenti di irrealtà, tirarli fuori dal pantano e permettere loro di riscoprire il mondo così com’è. Per farlo, dobbiamo essere in grado di dimostrare che questo mondo reale è migliore e, di fatto, più interessante, capace di rendere felici.
Tre anni fa ho pubblicato un libro intitolato Chastity (QUI). Allora sono stato deriso da alcune persone, soprattutto uomini europei anziani, che mi hanno assicurato che si trattava di un argomento che non interessava a nessuno.
Sono rimasto colpito, però, nel ritrovarmi, in un paese dopo l’altro, a parlare davanti a grandi folle composte in gran parte da giovani desiderosi di sapere in cosa consista questa virtù quasi dimenticata e apparentemente imbarazzante. Lungi dall’essere sedotti da surrogati iper-erotizzati delle relazioni, molti giovani ne sono stanchi. Sono alla ricerca di amicizia e di un amore stabile. Non sto dicendo che rappresentino la maggioranza; ma sono abbastanza numerosi da evidenziare una tendenza.
Per aiutare i giovani a vedere il valore del matrimonio, dobbiamo intervenire su questa tendenza, innanzitutto aiutando le giovani donne e i giovani uomini a trovare la pace con se stessi. In uno dei testi principali di San Paolo sul matrimonio, nella Lettera agli Efesini, egli paragona la coppia sposata a un corpo, poi osserva: «Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne» (Ef 5,29).
Il problema è che, al giorno d’oggi, molte persone lo fanno e si sentono estranee al proprio corpo. In un’ottica secolare, il corpo è un sacco di tendini che può essere riutilizzato a altri fini. Il messaggio cristiano, straordinario e liberatorio, è che io sono il mio corpo, e che il mio corpo, non meno della mia anima, è creato a immagine di Dio e merita riverenza.
Se vogliamo preparare i giovani al matrimonio, dobbiamo prima aiutarli a trovare la loro identità incarnata come donne e uomini. Prima di cercare di aiutare gli altri, dobbiamo compiere noi stessi questo lavoro.
Può essere salutare e umiliante scoprire, anche in età matura, che abbiamo ancora molta strada da fare in questo senso.
Quale linguaggio aiuta i giovani a crescere affettivamente?
Un linguaggio di verità che chiama le cose con il loro nome con serenità, senza violenza, senza mai disperare della misericordia di Dio. Questo linguaggio onora le ferite senza idealizzare il ruolo di vittima. Scaturisce dalla fede nella volontà salvifica di Gesù.
Il matrimonio manifesta la salvezza. Per esserne degni, bisogna prima scoprire di essere salvabili.
La vita umana è dura, in qualunque forma si manifesti. Trovo che la maggior parte delle persone sia lucida su questo punto. Di conseguenza, possono stancarsi un po’ di un vocabolario ben intenzionato ma ripetitivo fatto di «accompagnamento», di «essere in cammino», di «essere ascoltati». Desiderano naturalmente essere accolti con attenzione e rispetto, ma ciò che vogliono è una guida, l’indicazione di una meta, che venga loro insegnato come vivere bene.
Dio si è fatto uomo proprio per questo: per mostrarci qual è il senso della vita e dove essa conduce, per insegnarci, attraverso consigli e comandamenti, come condurre una vita buona e feconda. Quando Cristo incontrò la donna samaritana al pozzo, non le disse: «Ora, sediamoci e raccontami tutto». Le disse «tutto ciò che [lei] ha fatto» (cfr. Gv 4,29).
È questo che le ha permesso di iniziare una nuova vita.
Dobbiamo lasciare che Cristo ci dica chi siamo, ci indichi le nostre deviazioni, ci faccia prendere coscienza delle nostre colpe, ci guidi verso il fine per cui siamo stati creati.
Cristo è il nostro Salvatore, ma non solo. È anche l’Immagine secondo la quale siamo stati creati, il Prototipo che ci rivela a noi stessi. Saremo pastoralmente efficaci nella misura in cui rimarremo amorevolmente obbedienti a Lui. Potremmo persino avere la possibilità di infondere nuovamente speranza nella società.
I giovani e la scoperta del matrimonio
Uno studio pubblicato dall’American College of Paediatricians un paio di anni fa riportava che il 54 per cento degli adolescenti aveva visto materiale pornografico entro i tredici anni, il 15 per cento prima degli undici (QUI). Da allora quelle cifre sono sicuramente aumentate. L’uso della pornografia è piuttosto diffuso tra i giovani adulti, uomini e donne, in tutto il mondo. Ha un impatto enorme sul modo in cui i giovani interagiscono a livello affettivo.
Quando si è stati perseguitati fin dall’infanzia da un universo di lussuria in cui il sesso è oggetto di consumo, in cui l’oggetto del proprio desiderio è costantemente sostituibile (ma sempre fisicamente perfetto), da cui è assente il romanticismo e dove non esistono regole, entrare in una relazione duratura e fedele con un essere umano concreto, fallibile e bisognoso, la cui alterità non può essere astratta, rappresenta un passo enorme, forse insuperabile.
L’universo pornografico è trasgressivo. Suggerisce dei confini solo per indurre i consumatori a superarli, insinuando prospettive di potere proteiforme. Il paradigma classico del «ragazzo incontra ragazza» è stato superato da tempo. L’omoerotismo, che non molto tempo fa era legato alle nozioni di «orientamento» sessuale, è ora un’opzione a disposizione di tutti, integrata nell’intrattenimento mainstream. Le tendenze alla fluidità di genere manifestano fantasie concepite, spesso a partire da un’angoscia interiore, nel mercato dell’eros sfrenato, dove il desiderio momentaneo è intronizzato come dio, dove la realtà oggettiva cede il passo alle forme che l’immaginazione soggettiva impone e provoca.
Deploriamo le lusinghe del virtuale e dell’irreale, ma questo non basta. Dobbiamo tendere una mano amichevole ai giovani, uomini e donne, intrappolati in forme avvincenti di irrealtà, tirarli fuori dal pantano e permettere loro di riscoprire il mondo così com’è. Per farlo, dobbiamo essere in grado di dimostrare che questo mondo reale è migliore e, di fatto, più interessante, capace di rendere felici.
Tre anni fa ho pubblicato un libro intitolato Chastity (QUI). Allora sono stato deriso da alcune persone, soprattutto uomini europei anziani, che mi hanno assicurato che si trattava di un argomento che non interessava a nessuno.
Sono rimasto colpito, però, nel ritrovarmi, in un paese dopo l’altro, a parlare davanti a grandi folle composte in gran parte da giovani desiderosi di sapere in cosa consista questa virtù quasi dimenticata e apparentemente imbarazzante. Lungi dall’essere sedotti da surrogati iper-erotizzati delle relazioni, molti giovani ne sono stanchi. Sono alla ricerca di amicizia e di un amore stabile. Non sto dicendo che rappresentino la maggioranza; ma sono abbastanza numerosi da evidenziare una tendenza.
Per aiutare i giovani a vedere il valore del matrimonio, dobbiamo intervenire su questa tendenza, innanzitutto aiutando le giovani donne e i giovani uomini a trovare la pace con se stessi. In uno dei testi principali di San Paolo sul matrimonio, nella Lettera agli Efesini, egli paragona la coppia sposata a un corpo, poi osserva: «Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne» (Ef 5,29).
Il problema è che, al giorno d’oggi, molte persone lo fanno e si sentono estranee al proprio corpo. In un’ottica secolare, il corpo è un sacco di tendini che può essere riutilizzato a altri fini. Il messaggio cristiano, straordinario e liberatorio, è che io sono il mio corpo, e che il mio corpo, non meno della mia anima, è creato a immagine di Dio e merita riverenza.
Se vogliamo preparare i giovani al matrimonio, dobbiamo prima aiutarli a trovare la loro identità incarnata come donne e uomini. Prima di cercare di aiutare gli altri, dobbiamo compiere noi stessi questo lavoro.
Può essere salutare e umiliante scoprire, anche in età matura, che abbiamo ancora molta strada da fare in questo senso.
Quale linguaggio aiuta i giovani a crescere affettivamente?
Un linguaggio di verità che chiama le cose con il loro nome con serenità, senza violenza, senza mai disperare della misericordia di Dio. Questo linguaggio onora le ferite senza idealizzare il ruolo di vittima. Scaturisce dalla fede nella volontà salvifica di Gesù.
Il matrimonio manifesta la salvezza. Per esserne degni, bisogna prima scoprire di essere salvabili.
I primi anni di vita coniugale
Una coppia che conosco mi ha raccontato di una decisione che hanno preso quando hanno capito che il loro corteggiamento stava diventando serio. Sono andati insieme in una baita nel bosco per un lungo fine settimana. Durante quel periodo, si sono raccontati a vicenda le loro vite. Entrambi volevano che l’altro conoscesse tutta la loro storia, con le sue luci e le sue ombre, i trionfi e i fallimenti. Se avessero dovuto legare il proprio futuro l’uno all’altro, si sarebbero assicurati che nessun ostacolo potesse sorgere, in futuro, da un passato taciuto.
Un simile impegno è coraggioso e saggio. L’essenza dell’amore è sapere che posso essere me stesso, senza maschere, ed essere comunque amato. Dio ci ama in questo modo. Imparare ad amare come Lui significa fare altrettanto. Il matrimonio prospererà se entrambe le parti sapranno affidare il proprio io più intimo all’altro.
All’inizio del rito nuziale, il sacerdote chiede: «Siete venuti a celebrare il Matrimonio senza alcuna costrizione, in piena libertà […]?». La libertà da cui dipende la validità del Sacramento richiede che gli sposi sappiano chi stanno sposando. Molte difficoltà che tendono a sorgere nei primi anni di matrimonio possono essere prevenute perseguendo un’onesta trasparenza prima che l’alleanza matrimoniale venga ratificata.
Gli sposi sono essi stessi gli agenti del sacramento. Tuttavia lo celebrano in chiesa, davanti alla croce. Rispondere «Sì» alle domande: «Siete disposti, seguendo la via del Matrimonio, ad amarvi e a onorarvi l’un l’altro per tutta la vita?» e «Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi […]?», significa acconsentire a partecipare alla croce. Qualsiasi amore coniugale e genitoriale comporta sofferenza. Trafiggerà il cuore. Richiederà di spargere la propria vita affinché altri possano vivere.
Abbracciare questa realtà consapevolmente fin dall’inizio, acconsentendo a partecipare alla croce vivificante di Cristo, darà ai coniugi la forza di portare i propri fardelli, facendo sembrare leggere anche le cose pesanti. Il rapporto orizzontale tra marito e moglie, genitori e figli, sarà sostenuto da un asse verticale sicuro e affidabile.
Amo il rito che il rito latino consente quando il sacerdote, dopo aver assistito alle promesse matrimoniali, avvolge le mani unite degli sposi nella sua stola e dice: «L’uomo non osi separare ciò che Dio unisce».
Ogni volta che indossa la stola, il sacerdote recita la bellissima preghiera di vestizione: «Restituiscimi, o Signore, la stola dell’immortalità, che persi a causa del peccato del primo padre».
L’alleanza matrimoniale ci permette di intravedere la gloria che risplendeva su Adamo ed Eva prima della caduta. In alcuni riti orientali, gli sposi vengono incoronati in riconoscimento della loro ritrovata dignità regale di filiazione.
Nel nostro clima iper-secolarizzato, che sentimentalizza il Matrimonio e ha una visione consumistica dei figli, considerati beni da ordinare per un momento opportuno, preferibilmente prodotti secondo specifiche prestabilite, questa prospettiva soprannaturale è utile. Essa ricorda il fatto che il Matrimonio non riguarda solo una donna e un uomo. Esso incorpora i due in una comunione vivente con Dio; anzi, li costituisce insieme come immagine, icona vivente, della santa Chiesa di Dio.
Sapere che Cristo è costitutivamente presente nella loro unione li ispira nell’arduo lavoro di abbandonare la prima persona singolare per la prima persona plurale, per non dire più «io voglio», ma «noi vogliamo»; non «io ho», ma «noi abbiamo». Può aiutarli a gestire la forza bruta e la profonda vulnerabilità del sesso, integrando bene sia il suo aspetto unitivo che quello procreativo. Li preparerà ad accogliere i figli con riverenza come doni di grazia di Dio.
Una coppia sposata ha bisogno di essere sostenuta da una comunità. È errato considerare la coppia come autosufficiente, aspettandosi che generi da sola tutte le proprie risorse e la propria felicità: una tale visione non fa altro che applicare l’individualismo secolare a un’unità collettiva che vacillerà sotto il peso.
È qui che la comunità cattolica e la parrocchia assumono il loro ruolo, chiamate a fornire la cura, l’aiuto pratico, l’umorismo e i consigli compassionevoli che un tempo potevano offrire le unità familiari più ampie, ormai in gran parte scomparse.
Famiglie in situazioni complesse
Parliamo della «gioia e della bellezza» del Matrimonio. Facciamo bene a farlo. Queste qualità rappresentano effettivamente un ideale. Ma dovremmo anche essere cauti ed evitare i luoghi comuni.
Basta leggere Aнна Каренина [Anna Karenina: N.d.T.] di Lev Nikolàevič Tolstòj o guardare Scener ur ett äktenskap [Scene da un matrimonio: N.d.T.] di Ernst Ingmar Bergman per rendersi conto che una coppia sposata può rendere la vita un inferno l’uno all’altro (QUI). Anche questo va tenuto presente.
Prima di ricevere l’abito monastico, il postulante spesso legge dal Siracide: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione» (Sir 2,1). I fidanzati potrebbero fare lo stesso. Le prove arriveranno.
Papa Francesco ha scritto dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale ma dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia. È una distinzione semantica interessante.
Il significato fondamentale della radice latina laet-, da cui derivano laetus e laetare, è «felicità». Tuttavia, già nel latino classico la radice aveva un significato agro-ecologico che indicava la «fioritura» delle piante e il suolo «fertile». Ciò ha perfettamente senso. La vegetazione «felice» cresce in un terreno che è stato lavorato per renderlo nutriente. Quindi la radice laet- potrebbe anche dare origine al sostantivo laetamen, «concime». Nell’antichità il concime era sinonimo di letame, che puzza. La laetitia dell’amore presuppone un terreno ripulito dalle pietre, ben arato e con una quantità sufficiente di letame ricco.
Sottolineare questo punto non significa privare il matrimonio e la famiglia della loro gioia; significa invece insistere sul fatto che tale gioia scaturirà dal lavoro; e che tale lavoro è duro, spesso apparentemente poco gratificante.
Lo stato monastico e quello coniugale si presuppongono e si rispecchiano a vicenda. Credo, e ne sono certo, che le famiglie possano trarre beneficio dalla saggezza e dall’esperienza ereditate dalla vita monastica.
I monaci vivono secondo una regola che sancisce il patto della vita comune, rendendone espliciti lo scopo e il fine. Quando marito e moglie concordano sulla finalità della loro famiglia, saranno meglio preparati ad affrontare gli ostacoli rispetto a quando non hanno formulato la loro unione come un compito.
Ciò vale in particolare se la loro finalità condivisa è trascendente. Allora lasceranno che Dio agisca in loro. Vedranno le difficoltà come occasioni di conversione, per uscire dalla cella ammuffita dell’io.
I monaci e le monache sono realistici riguardo alle lotte che riguardano la loro vocazione. La prima letteratura monastica, gli Apophthegmata Patrum Aegyptiorum [Detti dei Padri del Deserto: N.d.T.], affronta di petto le battaglie classiche. I Detti consentono ai monaci di cercare modi per risolvere questioni concrete con cui si trovano a lottare sotto titoli concreti come «Spossessamento», «Pazienza», «Lussuria», «Tolleranza».
L’applicabilità pratica di questi consigli, dopo millecinquecento anni, rimane sorprendente.
Si potrebbe trarre grande beneficio, direi, dalla realizzazione di una raccolta di Apophthegmata per le famiglie, basata sull’esperienza e ispirata alla fede, che mostri come le prove possano essere affrontate in modo costruttivo alla luce chiarificatrice dei comandamenti di Cristo e della sua grazia efficace.
Quando le cose si fanno difficili, restringiamo la nostra prospettiva. Vediamo solo il nostro dolore presente, non il cammino che potrebbe estendersi oltre esso.
Una delle principali preoccupazioni pastorali in tali situazioni è quella di richiamare alla mente il quadro più ampio, lasciando che chi soffre scopra il senso potenzialmente produttivo delle proprie difficoltà, che può servire a ridurre l’egoismo e a purificare l’amore. Il matrimonio, non meno della vita monastica, è una scuola di conversione.
Per quanto riguarda le relazioni «irregolari», ritengo che le nostre comunità cattoliche le accolgano di norma con maturità e sensibilità. Per le persone che si trovano in tali situazioni può essere liberatorio trovarsi in un contesto in cui la loro «irregolarità» sia riconosciuta, senza però essere relativizzata; e in cui siano comunque accolte con amicizia cristiana, potendo così contribuire alla comunità.
Penso all’esempio di molti fedeli che conosco e che, domenica dopo domenica, si avvicinano per ricevere la benedizione al momento della Comunione, pur sapendo di non poter accedere al Sacramento, ma affidandosi alla misericordia di Dio all’opera nella Chiesa.
Il loro esempio di fedeltà contribuisce in modo significativo a edificare la comunità cristiana. Esso testimonia il realismo vitale del Sacramento e la virtù della speranza. L’esilio sacramentale, se sostenuto nel tempo, può preparare un gioioso ritorno a casa.
Cristo ci ha dato i suoi Comandamenti rigorosi per educarci e liberarci da noi stessi, «perché non vivessimo più per noi stessi, ma per lui che è morto e risorto per noi» (Preghiera Eucaristica IV). Il suo intento è quello di farci crescere in statura verso una vita nuova e divinizzata.
Quella vita deve sempre essere l’obiettivo che proponiamo alle persone, non la mera affermazione umana – sebbene tutti ne abbiamo bisogno, in una certa misura.
Le famiglie come agenti della missione
Cosa distingue la visione del mondo del Cristiano da quella dei laicisti?
La convinzione che, attraverso tutte le vicissitudini della storia, tutti i cambiamenti operati dall’evoluzione della natura e dall’ingegno dell’uomo, la fedeltà di Dio all’umanità, creata a sua immagine, sia assoluta. Qualunque cosa accada, l’amore di Dio, rivelato in modo definitivo in Gesù Cristo, è certo. È la roccia su cui si può costruire una vita, una società. Possano venire tempeste, possano soffiare e sferzare i venti, ma questo fondamento rimane.
La prima missione della famiglia è quella di testimoniare questo amore stabile. Ecco perché l’indissolubilità del matrimonio deve essere vista come un dono e un compito nobile, un voto di fiducia da parte di Dio (cfr. Amoris laetitia, 62). Promettendo di rimanere fedeli l’uno all’altro fino alla morte, marito e moglie incarnano nella storia la realtà dell’amore di Dio.
La natura umana, ferita dal peccato, è segnata dall’egoismo e dalla promiscuità: cerchiamo il nostro vantaggio e non esitiamo a perseguirlo in molte direzioni contemporaneamente. In questo modo possiamo provare qualche emozione forte; ma difficilmente troveremo una serena soddisfazione. Continuiamo ad anelare a un unico amore determinante: ne sono testimonianza le canzoni popolari di ogni epoca, anche quelle della nostra, generalmente atea.
Una famiglia è missionaria, quindi, innanzitutto per la sua fedeltà. Proprio ora, mentre tante strutture tradizionali di coesione sociale stanno crollando intorno a noi, questa missione è di vitale importanza.
Una seconda forma di missione familiare è l’ospitalità. Proprio come un monastero è «sempre pieno di ospiti» (Regola benedettina, 53) – non deve essere un club autoreferenziale a esclusivo beneficio dei membri –, una famiglia cristiana accoglie gli altri. «Ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25,35). Attraverso un impegno saggio e responsabile verso questo ideale, la coesione stessa della famiglia può essere rafforzata in uno spirito di servizio e cortesia.
A volte ci si chiede: in che modo le famiglie possono contribuire alla formazione dei sacerdoti? Non tanto affollando il seminario con presentazioni in Power Point sulla vita familiare, quanto invitando i seminaristi, i sacerdoti (chissà, forse persino i Vescovi?) a entrare nelle loro vite. Il sacerdote celibe fedele alla propria vocazione ricorda alla famiglia la sua dimensione soprannaturale; la famiglia ricorda al sacerdote che il suo celibato è finalizzato alla fecondità. Ne deriva un beneficio reciproco e gioioso.
È necessaria una testimonianza di fecondità. I tassi di natalità stanno crollando a livello globale (QUI). La nostra razza non si sta riproducendo. Trent’anni fa, i sociologi si preoccupavano della sovrappopolazione, riversando critiche feroci sull’insegnamento cattolico riguardo al controllo delle nascite (QUI). Ora vediamo che prevale la tendenza opposta. Il desiderio sicuro di riprodursi sta svanendo rapidamente in ogni continente.
La pianificazione familiare cattolica, oggi, deve concentrarsi sul consentire alle famiglie di dire sì ai figli. Ciò richiede misure concrete: disponibilità di alloggi a prezzi accessibili, assistenza all’infanzia e scuole – la missione ha un aspetto politico. Ma soprattutto riguarda la conversione dei cuori.
Desiderare di fondare una famiglia feconda oggi è controculturale, equivale a voler essere un punk negli esaltanti anni Settanta. La Chiesa è chiamata a sostenere questa sana rivoluzione, consentendo ai giovani di scegliere e impegnarsi a favore della vita.
Naturalmente, qualsiasi tentativo di parlare della famiglia come agente missionario si scontra con un dilemma esegetico.
L’atteggiamento di Cristo nei confronti della famiglia può risultare impegnativo. Egli chiama Giacomo e Giovanni allontanandoli dai loro legami familiari, lasciando il povero vecchio Zebedeo perplesso sulla sua barca (Mc 1,19-21). La sua guarigione della suocera di Pietro ci induce a chiederci: che fine fece la signora Pietro quando Cefa fu chiamato (Mc 1,30-31)? Rabbrividiamo di fronte alle parole: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10,37).
Tali affermazioni non sminuiscono il valore della famiglia, ma ci esortano a considerare la famiglia alla luce di un discepolato radicale.
«Cercate prima il regno di Dio!» (Mt 6,33).
Questo principio vale anche per le famiglie. Quando viene realizzato, una famiglia può manifestare, in modo mistico ma plausibile, quel regno.
* * *
Il giorno successivo all’assemblea romana, mentre noi che abbiamo avuto la grazia di parteciparvi la ricordiamo con gratitudine, la Chiesa celebra, per provvidenza divina, quell’incomparabile Dottore della Chiesa, Santa Teresa d’Ávila. L’Ufficio delle Letture di oggi ci propone un brano tratto dalla sua Autobiografia che inizia così: «Chi ha come amico Cristo Gesù e segue un capitano così magnanimo come lui, può certo sopportare ogni cosa; Gesù infatti aiuta e dà forza, non viene mai meno ed ama sinceramente. Infatti ha sempre riconosciuto e tuttora vedo chiaramente che non possiamo piacere a Dio e da lui ricevere grandi grazie, se non per le mani della sacratissima umanità di Cristo, nella quale egli ha detto di compiacersi.».
È una prospettiva meravigliosa da cui considerare le grazie e le sfide della vita familiare. Nella Colletta per la festa di oggi, preghiamo: «O Padre, […] concedi a noi, tuoi fedeli, […] di essere infiammati da un vivo desiderio di santità.». Amen!
Ma una chiamata del genere non è forse troppo alta per noi, gente comune e povera?
No, se lasciamo che Dio operi la sua redenzione in noi e se ricordiamo l’alto significato dei gesti ordinari e quotidiani di fedeltà che attuano e rinnovano una risoluzione, data una volta per tutte, di amare fedelmente.

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