
“Se la Chiesa non deve condurre a Cristo mi dimetto“: mons. Barron risponde al card. Vesco (arcivescovo di Algeri). Tra evangelizzazione e proselitismo.
Ultimissime
Redazione UCCR. 29 ott 2026
Interessante e strano dibattito tra vescovi sull’evangelizzazione.
In queste ore è giunta la risposta del vescovo americano Robert Barron a Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri.
Al centro del contendere c’è il rapporto tra dialogo interreligioso, fraternità e annuncio esplicito di Gesù Cristo.
Vesco: “La Chiesa non è qui per convertire”
«La Chiesa non è qui per convertire», ha affermato in un’intervista del 23 ottobre l’arcivescovo Vesco.
Ha spiegato che, in Algeria, la comunità ecclesiale dovrebbe essere parte integrante della società, senza perseguire conversioni religiose.
Il porporato teme infatti che un’opera esplicita di conversione avveleni i rapporti tra le religioni monoteiste, perché implicherebbe considerare falsa o errata la fede altrui.
I cristiani, sostiene, «dovrebbero avvicinarsi alle altre religioni attraverso la fraternità piuttosto che cercando conversioni».
La posizione non è nuova.
Già nel 2018, quando era vescovo di Orano, il card. Vesco affermava che il Vangelo si trasmette attraverso la testimonianza, l’amicizia e l’impegno sociale, senza che ciò debba necessariamente comportare un cambiamento di religione.
Nel 2022 aveva inoltre invitato i cristiani a riconoscere che anche nell’islam possono esserci elementi di verità.
Barron: “Il mandato evangelico è chiaro”
La recente affermazione ha suscitato la reazione di mons. Barron, vescovo di Winona-Rochester e tra i religiosi cattolici più mediatici al mondo.
In un intervento pubblicato su X in queste ore, Barron ha contestato una visione che, a suo giudizio, rischia di separare l’evangelizzazione dalla conversione.
La replica parte dal mandato missionario di Gesù nel Vangelo di Matteo: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli». Per il vescovo americano, è difficile conciliare queste parole con l’affermazione che la Chiesa non debba cercare di condurre le persone a Cristo.
«L’ultima volta che ho controllato», ha scritto ironico Barron, «mi sembrava decisamente una questione di conversione».
Ha anche spiegato che san Paolo considerava l’annuncio del Vangelo un dovere, fino a esclamare: “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1 Cor 9,16). A sostegno della propria posizione ha infine citato il Concilio Vaticano II e la «spinta al portare la Luce di Cristo ai popoli del mondo (Lumen Gentium)».
Chi ha ragione (secondo noi)
Il punto decisivo, crediamo, è la distinzione tra evangelizzazione e proselitismo.
Barron non difende certo metodi aggressivi o coercitivi.
Anzi, lui stesso precisa che «nessuno pensa che l’opera di evangelizzazione debba essere fatta in modo prepotente, autoritario o irrispettoso (proselitismo)», ma «se davvero pensassi che la Chiesa non esiste per portare le persone a Cristo, allora darei le dimissioni e mi troverei un altro lavoro».
Non va sottovalutata però la preoccupazione del card. Vesco: in una società a maggioranza musulmana. come quella algerina, la convivenza e la testimonianza quotidiana sono all’ordine del giorno.
Tuttavia, la formulazione dell’arcivescovo rischia effettivamente di andare oltre la legittima condanna del proselitismo.
Creare autentici legami di amicizia e impegnarsi in un dialogo serio e rispettoso non equivale a esaurire la missione evangelizzatrice.
La fraternità non richiede il silenzio su Cristo.
Si può rispettare la libertà religiosa altrui e perfino riconoscere ciò che vi è di buono nelle altre tradizioni, pur senza rinunciare a testimoniare la propria fede e a proporla liberamente.
L’annuncio di Cristo (esplicito o meno) come risposta alla domanda di significato presente in ogni individuo rimane parte essenziale della missione della Chiesa.
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