venerdì 27 marzo 2015

Francia verso l’eutanasia. «Ma se la vita di una sola persona diventa “inutile”, tutta la società è ferita»







marzo 27, 2015 Leone Grotti


Intervista a Tugdual Derville, che guida la protesta contro la legge voluta da Hollande sulla “sedazione terminale”. «Non è prevista nemmeno l’obiezione di coscienza per i medici perché lascerebbe intendere la realtà nascosta dalle parole»


Si scrive “sedazione profonda e continua fino al decesso”, ma si legge “eutanasia mascherata”. È l’ambiguità la cifra della proposta di legge approvata il 17 marzo in Francia dall’Assemblea nazionale. La «dicitura volutamente vaga» del testo ha ingannato molte persone ma il diritto che il partito di François Hollande vuole riconoscere ai francesi ha un solo vero nome: diritto di essere uccisi. Questo si trasformerà anche in dovere di uccidere per i medici, se il Senato francese non cambierà il testo che, per ora, non prevede l’obiezione di coscienza. Il capofila della protesta nella società francese è Tugdual Derville, portavoce del movimento “Soulager mais pas tuer” (Alleviare ma non uccidere) e delegato generale di “Alliance VITA”, che a tempi.it spiega il pericolo che sta correndo la République.

Perché protestate contro questa legge?

Perché apre le porte all’eutanasia senza però chiamare le cose con il loro nome. La sedazione è un atto già praticato quando un paziente si trova in fin di vita. È una soluzione ultima di fronte a dolori continui che nessun altro trattamento riesce ad alleviare. La deontologia in questo caso è molto esigente perché la sedazione sopprime ogni capacità di espressione e di relazione del malato. È una pratica eccezionale, reversibile e non ha come obiettivo quello di causare la morte. Attualmente viene rispettato il principio dell’atto a doppio effetto: si rischia di accelerare la morte, anche se questa non è l’intenzione primaria.

Che cosa c’è di ambiguo nel provvedimento?

Sarà un diritto unire la sedazione all’arresto dell’idratazione (che porta alla morte dopo quattro o cinque giorni) o usare dosi tali da ottenere la morte in poco tempo. Così il legislatore di fatto spiana la strada a derive eutanasiche evidenti.

Ad esempio?

Pensiamo ai pazienti in stato neurovegetativo, per i quali si combineranno sedazione e arresto di alimentazione e idratazione: loro non sono in fin di vita ma così moriranno. Prendiamo anche le persone che soffrono di una malattia terminale e interrompono le cure: il loro preteso diritto a una sedazione garantirà una morte rapida, mentre il corso “normale” della loro malattia avrebbe permesso loro di vivere qualche settimana o mese in più.

La legge ha ottenuto 436 voti a favore e solo 34 contro.

Il presidente François Hollande ha fatto scrivere la legge a due deputati: uno della sua maggioranza, Alain Claeys, e l’altro dell’opposizione, Jean Leonetti, autore della legge del 2005 sul fine vita votata all’unanimità. L’aura di Leonetti e il vocabolario utilizzato per forzare il consenso hanno giocato un ruolo molto importante nel voto. Tanti di quelli che hanno votato a favore hanno pensato di evitare così una legge peggiore. Quelli che si sono espressi contro hanno riconosciuto la minaccia dell’eutanasia dissimulata dietro le formulazioni vaghe. Bisogna poi notare che 83 deputati si sono astenuti, specialmente nella maggioranza, perché avrebbero voluto una legge esplicitamente eutanasica. Il loro emendamento in questo senso è stato respinto per pochi voti… In generale, è soprattutto la confusione intorno alla nozione di sedazione che ha anestetizzato l’opposizione. Ma il dibattito pubblico ha lacerato i media nei giorni che hanno preceduto il voto: molti medici hanno manifestato la loro ostilità a un testo di legge pericoloso ai loro occhi; anche i rappresentanti religiosi si sono opposti alle derive etiche contenute nel testo.

Perché non si è parlato esplicitamente di eutanasia?

Non bisogna essere ingenui, Hollande con questo testo ha tentato l’impossibile: onorare una promessa elettorale usando una dicitura vaga per non scontrarsi con gli oppositori dell’eutanasia ed evitare così nuove proteste di piazza. Lo stesso premier Manuel Valls ha ammesso pubblicamente che questa legge non è che una tappa.

I francesi però sono d’accordo.

I sondaggi di opinione mostrano che i francesi sono favorevoli all’eutanasia quando questa viene presentata sotto forma di una scelta truccata: soffrire atrocemente o morire in pace. Questa legge non è solo inutile, come dichiarato dallo stesso Jean Leonetti, è anche pericolosa perché apre a nuove rivendicazioni. I promotori dell’iniezione letale avranno buon gioco a dire che è ipocrita far morire una persona in quattro giorni mentre un’iniezione sarebbe più rapida e quindi, dal loro punto di vista, più umana.

I medici cosa ne pensano?

Sono divisi sulla sedazione e uniti contro la modifica delle direttive anticipate, che diventeranno vincolanti. È rischioso affidarsi a una volontà redatta quando la persona era sana. Non si può poi costringere un medico a praticare atti contrari alla salute del paziente o all’etica della medicina. Il medico non deve diventare un semplice “esecutore” di una prescrizione che il paziente esige.

Non possono fare obiezione di coscienza?

No, perché i relatori non l’hanno prevista e c’è un motivo: se l’avessero fatto, avrebbero lasciato intendere che la legge è eutanasica. Noi appoggiamo la petizione dell’associazione “Convergence Soignants-soignés”, già firmata da più di 4.000 professionisti della sanità, in gran parte medici. Questa petizione chiede esplicitamente una clausola di coscienza per i medici.

Non pensate che ogni persona abbia diritto a decidere come morire?

È un paradosso domandare, nel nome dell’autonomia, di perdere ogni autonomia attraverso una sedazione terminale. Davanti all’angoscia della morte, la società è tentata dall’anestesia sistematica che priva le persone della presenza, delle relazioni spesso così preziose, malgrado il dolore. Dietro a questo dibattito si oppongono due concetti di dignità. Il primo ritiene che una persona sia sempre degna, degna di essere amata e curata, e che questa dignità debba specialmente essere riconosciuta e protetta nelle fasi più difficili della vita. I promotori dell’eutanasia ritengono al contrario che ciascuno sia il giudice della sua propria dignità e possa decretare quando la perde. Questa concezione individualista e relativista non vuole vedere che è tutta la società ad essere ferita quando una persona non si considera più come veramente umana, come veramente degna di vivere. Esacerbando l’autonomia, si danneggia la solidarietà.

La palla ora passa al Senato. Cosa farete?

Agiremo al Senato. I senatori sono rinomati per il tentativo di redigere testi davvero precisi sul piano giuridico e quindi meglio applicabili. Ci sono quindi molti argomenti da far valere. Prima di tutto, lo stesso governo ha riconosciuto che certe parole del testo devono essere modificate, come il termine “inutile” nella frase “prolungamento inutile della vita”. Questo lascia credere che certe vite sarebbero meno degne di essere vissute. Il concetto di utilità di una vita è particolarmente scioccante, perché pretende di classificare le esistenze per sbarazzarsi di alcune di loro.

Siete contrari all’eutanasia, ma cosa proponete al suo posto?

Il nostro movimento, che riunisce anime molto diverse tra loro, si chiama “Alleviare ma non uccidere”. È urgente sviluppare le cure palliative che sono ferme dall’inizio del mandato di Hollande. Bisogna lottare contro il dolore fisico e accompagnare le sofferenze psichiche, sociali e spirituali dei pazienti in fin di vita e dei loro cari. L’uomo che promuove il nostro movimento, Philippe Pozzo di Borgo, l’eroe che ha ispirato il film Quasi amici, già visto da 60 milioni di persone nel mondo, lo dice con forza: se gli avessero proposto il suicidio assistito dopo l’incidente, quando era gravemente depresso, avrebbe accettato. Oggi quest’uomo tetraplegico è felice di vivere. Aiuta enormemente le persone, fragili per l’handicap o la malattia, a ritrovare la speranza.

In Occidente c’è una forte pressione culturale e mediatica che spinge verso l’eutanasia. Come cercate di contrastarla?

Purtroppo la questione dell’eutanasia ammorba il dibattito essenziale sul fine vita. Il punto è offrire altre risposte, che corrispondono a ciò che i francesi vogliono, quando si discute con loro in profondità su questo tema cruciale. Tutti esprimono il bisogno di essere accompagnati, uscire dall’isolamento, poter morire in casa. E soprattutto non essere stigmatizzati ed esclusi quando si diventa vecchi o dipendenti o gravemente malati o in fin di vita. Le risposte al dibattito sul fine vita sono: più solidarietà e cure palliative. È infine urgente sostenere e sviluppare un’antropologia che ponga i più fragili al centro della società perché, come dice ancora Philippe Pozzo di Borgo, «ciascuno di noi può riconciliarsi con la sua parte vulnerabile» e ritrovare la gioia di vivere, malgrado le difficoltà.



Tempi.it

La Via Crucis in Quaresima è «obbligatoria» o «facoltativa»? Esiste un obbligo verso le devozioni?


Via Crucis Centro San Lorenzo


Sono anni che nella mia parrocchia nei venerdì di Quaresima non viene celebrata la Via Crucis. Mi chiedo: si tratta di una pratica obbligatoria richiesta dalla liturgia propria del Tempo oppure è una scelta facoltativa del parroco?
Lettera firmata


Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria alla Facoltà teologica dell'Italia Centrale
Pochi esercizi e devozioni sono tanto amati quanti la Via Crucis, testimonianza dell’amore del popolo cristiano verso le sofferenze del Signore. Con queste parole si esprimeva nel 2002 la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti in un suo documento sul rapporto fra la liturgia e le devozioni popolari (Direttorio su pietà popolare e liturgia).

Il riferimento a questo autorevole documento è importante per capire cosa vi è in gioco nella domanda posta dal lettore. Non ci troviamo di fronte a una legge da osservare o meno, quanto al valore di opportunità pastorali che chiedono di essere valutate con attenzione.

Credo valga la pena ripercorrere il cammino che nella storia ha portato alla formazione della Via Crucis nella sua forma tradizionale e oltre.

La narrazione evangelica costituisce il fondamento teologico della Via Crucis. Celebrata la cena con i discepoli, si legge che «dopo aver cantato l’inno uscirono verso il monte degli ulivi» (Mc 14,26). Il racconto di quello che Gesù ha subito, consegnato di mano in mano, termina fino a che «fu condotto al luogo del Golgota» (Mc 12,26), dove crocifisso muore per essere deposto e sepolto in un sepolcro nuovo lì vicino. La chiesa di Gerusalemme ebbe una immediata devozione verso questi luoghi. Abbiamo testimonianze archeologiche di espressioni del culto cristiano presso questa area cimiteriale fin dal II secolo.

Nel IV secolo, poi la pellegrina Egeria ci narra di una processione che toccava tre edifici costruiti su quell’altura: l’Anastasis, una chiesetta detta ad crucem è una chiesa grande, detta Martyrium.

Nel XII secolo i vari pellegrinaggi in Terra Santa alimentano la devozione ai luoghi della passione di Gesù. Nel nord Europa troviamo devozioni varie che, via via, tendono a confondersi e fondersi: la devozione alle cadute di Gesù sotto la croce, ai suoi cammini dolorosi da un luogo all’altro, alle sue «stazioni», cioè alle fermate lungo il cammino. Si arriva così alla forma tradizionale, composta verso la metà del XVII, diffusa dai francescani e soprattutto da quel grande missionario che fu s. Leonardo da Porto Maurizio (+1751). Con l’approvazione da parte della sede apostolica, la Via Crucis da allora ha avuto una diffusione enorme. Si è trattato di una delle grandi risposte della fede popolare, in mancanza di una adeguata formazione liturgica.

Nel 1991 papa Giovanni Paolo II ha trasformato le tradizionali stazioni, recuperandone il fondamento biblico. In questa nuova forma, che non sostituisce la tradizionale ma la affianca, sono state tolte le stazioni che non hanno un aggancio immediato con la narrazione evangelica e ne sono state inserite nuove, che raccolgono altri episodi come il dialogo con il ladrone buono. Sono rinvii a momenti di salvezza lungo il percorso doloroso di Gesù fino alla sua sepoltura, nell’attesa della sua risurrezione.

Cosa possiamo dire allora? Rinviando a quanto dice il documento sopra citato del 2002, la chiesa invita con forza a riconoscere il primato della liturgia. Ne è segno l’obbligo per i credenti della Messa domenicale. Non esiste obbligo verso le devozioni, anche verso quelle di antichissima tradizione. Inoltre il valore liturgico dei giorni non dovrebbe essere oscurato dai pii esercizi. Restando in tema, non mi sembra opportuno celebrare la Via Crucis di domenica, giorno della risurrezione del Signore. La motivazione che in domenica si può riunire una maggiore presenza di popolo non è adeguata al valore liturgico del giorno da rispettare. Tuttavia, la chiesa stessa invita a mantenere nel loro ordine e posto le devozioni popolari: il primato della liturgia non deve diventare esclusione o emarginazione delle devozioni popolari (Direttorio).

La Via Crucis mi sembra per il suo significato oggettivo, per la tradizione storica che ha radici così antiche e per l’amore di cui la circonda il popolo cristiano, una devozione da mantenere, soprattutto nei giorni più penitenziali della quaresima: il venerdì prima di tutti gli altri. Infine, ricordiamo che il papa la celebra ogni anno nella sera del Venerdì santo. Non è una nota di poco conto.

 

Toscana Oggi
27.03.2015 

Müller: la Chiesa non è un parlamento



Vescovi tedeschi


"Delegare alcune decisioni dottrinali o disciplinari sul matrimonio o la famiglia alle conferenze episcopali è un'idea assolutamente anticattolica". Sono parole del cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, in un'intervista al settimanale francese Famille Chrétienne.  "Un'idea assolutamente anticattolica che non rispetta la cattolicità della Chiesa", ha aggiunto il porporato tedesco, che ha ribadito come le conferenze episcopali abbiano sì autorità su determinate questioni, "ma non costituiscono un magistero affiancato a un Magistero, senza il Papa e la comunione con tutti i vescovi".

Müller entra anche nella polemica con il confratello e connazionale Reinhard Marx, il capo dell'episcopato tedesco che qualche settimana fa aveva affermato che la chiesa tedesca "non è una filiale di Roma" e che a prescindere dalla piega che prenderà il Sinodo ordinario di ottobre, a Berlino andranno avanti per conto loro. Frase, questa, che aveva portato il cardinale Paul Josef Cordes, già presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, a inviare una lunga lettera al Tagespost in cui aveva bollato come "chiacchiere da bar" le parole di Marx, denunciando altresì il ritorno di una "eccitazione antiromana con forza centrifuga alle latitudini settentrionali". Una posizione, quella del presidente della conferenza episcopale tedesca, che Cordes definiva senza troppe perifrasi "altamente distruttiva per l'unità della fede". E Müller concorda: "Questo genere di posizioni rischia di risvegliare una certa polarizzazione tra le chiese locali e la Chiesa universale, superata sia dal Concilio Vaticano I sia dal Vaticano II". Il grande rischio, ha chiosato il prefetto dell'ex Sant'Uffizio, è quello di "applicare alla Chiesa le categorie politiche anziché la vera ecclesiologia cattolica. La curia romana – ha aggiunto – non è il governo di Bruxelles. Non siamo un quasi governo, né una super organizzazione al di sopra delle chiese locali in cui i vescovi sarebbero i delegati".

Il fatto è che nell'esortazione Evangelii Gaudium, vera agenda del pontificato – "sottolineo che ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti", scriveva nei primi passaggi del documento –, il Papa chiariva che "ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale. Un'eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria".  Ed è proprio questo il punto che Müller contesta, pur senza tirare in ballo Francesco: "La Chiesa non è un insieme di chiese nazionali, i cui presidenti votano per eleggere il loro leader a livello universale".

Solo un paio di giorni fa, il cardinale (anch’egli tedesco) Walter Kasper, il titolare della relazione che aveva fatto da ouverture alla discussione sinodale su matrimonio e famiglia nel corso del concistoro del febbraio di un anno fa, aveva invitato alla preghiera durante un incontro in Inghilterra a margine della presentazione della sua ultima fatica letteraria, “Papa Francesco. La Rivoluzione della tenerezza e dell’amore”. “Speriamo che il Sinodo sarà in grado di trovare una risposta comune, a larga maggioranza, che non sarà una rottura con la tradizione, ma una dottrina che è uno sviluppo della tradizione”. “La battaglia è in corso”, aveva aggiunto.










 
La nuova Bussola Quotidiana 26-03-2015 


giovedì 26 marzo 2015

Il decalogo della bioetica nell'Evangelium Vitae






di Giuliano Guzzo 

La vera forza di un documento sta nel suo non invecchiare, nel rimanere attuale e in grado di leggere la realtà cogliendone sfumature che possono anche sembrare minori, mentre invece sono quelle decisive. Ebbene, a distanza di ormai vent’anni dalla sua pubblicazione, avvenuta il 25 marzo 1995, l’enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II costituisce indubbiamente un documento ancora forte e profetico, capace di offrire a chiunque lo legga spunti di notevole utilità per comprendere lo spirito autentico della bioetica, vale a dire quello personalista, mirato cioè alla tutela di tutti gli esseri umani, senza distinzioni. Nell’invitare quindi tutti a leggersi questa enciclica, vediamo brevemente quali sono, a nostro avviso, i suoi dieci maggiori insegnamenti.

La vita, questione sociale di oggi

Il primo riguarda la portata non già strettamente morale – e quindi, in qualche modo, individuale – bensì sociale della difesa della vita umana. Che, spiega il Santo Padre, riveste un ruolo, quanto ad urgenza, paragonabile a quella che nel passato ebbe la questione operaia: «Come un secolo fa ad essere oppressa nei suoi fondamentali diritti era la classe operaia e la Chiesa con grande coraggio ne prese le difese, proclamando i sacrosanti diritti della persona del lavoratore […] Ad essere calpestata nel diritto fondamentale alla vita è oggi una grande moltitudine di esseri umani deboli e indifesi, come sono, in particolare, i bambini non ancora nati» (E.V. 5). Poche parole che però sfatano già una leggenda metropolitana, vale a dire quello che la Chiesa e i cattolici abbiano a cuore solo i bambini non ancora nati: sbagliato – dice il Papa – la Chiesa ha a cuore i diritti dei più deboli a prescindere. E se i più deboli, ieri, erano certamente gli operai – e prima di loro gli schiavi -, oggi lo sono «i bambini non ancora nati». Per questo è giusto occuparsi di loro: per una mera, elementare questione di giustizia. Non per ragioni dogmatiche o confessionali: solo per giustizia.

La sfida per la vita come laica e centrale

Strettamente legato al primo, c’è poi un secondo passaggio dell’enciclica, nella quale si legge che il Vangelo della vita «ha un’eco profonda e persuasiva nel cuore di ogni persona, credente e anche non credente» e che sul riconoscimento del «valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine» si fonda «l’umana convivenza e la stessa comunità politica. (EV. 2). Anche qui grande sintesi ma, al tempo stesso, grande efficacia nell’escludere la presunta natura confessionale della battaglia per la vita dal momento – spiega Giovanni Paolo II – che al suo destino è legato il destino addirittura «l’umana convivenza». Dunque sbaglia chi da un lato si occupa di temi pur prioritari quali, per esempio, la pace fra le nazioni e la lotta alla fame nel mondo, e, d’altro lato, tace sulle minacce alla vita e sul «valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine»; sbaglia per il semplice fatto che dimentica tutta una serie di crimini ed ingiustizie a danni, per giunta, dei veri deboli di oggi che sono – lo dicevamo poc’anzi – «i bambini non ancora nati».

Le minacce alla vita si moltiplicano

Il terzo insegnamento dell’Evangelium Vitae concerne un sostanziale invito all’abbandono del buonismo affinché si possa guardare meglio in faccia la realtà di oggi, una realtà – segnala il Papa – dove si verifica «l’impressionante moltiplicarsi ed acutizzarsi delle minacce alla vita delle persone e dei popoli, soprattutto quando essa è debole e indifesa» (E.V. 3). In poche parole Giovanni Paolo II ci chiede di aprire gli occhi, anche se può far male. E non ce lo chiede, ovviamente, se non per renderci compiutamente consapevoli dei tempi drammatici in cui viviamo; tempi che, fino all’avvento della crisi economica, in superficie erano di compiaciuto e diffuso ottimismo ma in realtà già nascondevano qualcosa di brutto, ovvero quell’ «impressionante moltiplicarsi ed acutizzarsi delle minacce alla vita delle persone» di cui, perfino molti cattolici, spesso non paiono consapevoli.

Il problema della libertà “assoluta”

Ma com’è possibile, ci si potrà chiedere, che proprio oggi, in anni in cui non si fa che parlare di diritti umani e di democrazia, si sia verificano detto «impressionante moltiplicarsi ed acutizzarsi delle minacce alla vita delle persone»? Sembra un paradosso. In realtà non lo è, spiega Giovanni Paolo II, perché nel mentre  «con le nuove prospettive aperte dal progresso scientifico e tecnologico nascono nuove forme di attentati alla dignità dell’essere umano […] si delinea e consolida una nuova situazione culturale» con «larghi strati dell’opinione pubblica giustificano alcuni delitti contro la vita in nome dei diritti della libertà individuale» (E.V. 3). Qui l’Evangelium Vitae inizia a scendere al cuore del problema, che sta nel drammatico rovesciamento valoriale che si è verificato, ossia quello «della libertà individuale» che sopravanza il principio della dignità umana e diventa criterio unico  per la valutazione soggettiva di cosa sia bene e di cosa sia male.

Permissitivà etica uguale disinteresse morale

Dopo aver denunciato la dittatura libertaria, fondata sull’«assoluta libertà» e legittimata dalla «nuova situazione culturale», Giovanni Paolo II effettua un’altra importante considerazione a proposito dello scenario attuale nel quale, scrive,  vi sono «tendenze di deresponsabilizzazione dell’uomo verso il suo simile, di cui sono sintomi, tra l’altro, il venir meno della solidarietà verso i membri più deboli della società — quali gli anziani, gli ammalati, gli immigrati, i bambini — e l’indifferenza che spesso si registra nei rapporti tra i popoli anche quando sono in gioco valori fondamentali come la sussistenza, la libertà e la pace» (E.V. 8). Qui il Papa, se ci facciamo caso, effettua una sottolineatura decisiva: collega la permissività etica al disinteresse morale, «alla deresponsabilizzazione dell’uomo verso il suo simile» Non è vero, cioè, che la «nuova situazione culturale» è a favore della libertà bensì, semmai, del disinteresse. Detto in altri termini, se rifiuto di proporre all’altro il Bene, non è la sua libertà che premio bensì il mio egoismo. Il “ciascuno faccia ciò che vuole”, infatti, non è padre dell’emancipazione ma figlio dell’individualismo. La permissività etica nasconde quel disinteresse morale senza il quale la «deresponsabilizzazione dell’uomo verso il suo simile» non sarebbe possibile.

Dal delitto al diritto: cos’è la “cultura di morte”

Tornando al testo, diamo nuovamente la parola al Papa, che scrive: «La nostra attenzione intende concentrarsi, in particolare, su un genere di attentati, concernenti la vita nascente e terminale, che presentano caratteri nuovi rispetto al passato e sollevano problemi di singolare gravità per il fatto che tendono a perdere, nella coscienza collettiva, il carattere di «delitto» e ad assumere paradossalmente quello del «diritto», al punto che se ne pretende un vero e proprio riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva esecuzione mediante l’intervento gratuito degli stessi operatori sanitari. Tali attentati colpiscono la vita umana in situazioni di massima precarietà, quando è priva di ogni capacità di difesa. Ancora più grave è il fatto che essi, in larga parte, sono consumati proprio all’interno e ad opera di quella famiglia che costitutivamente è invece chiamata ad essere «santuario della vita». Dopo aver chiarito che la mentalità libertaria è in realtà mentalità indifferente, il Santo Padre porta quindi qui a riflettere sulle nefaste conseguenze che questo mutamento ha portato, vale a dire il passaggio – per degli attentanti «concernenti la vita nascente e terminale» - «a perdere, nella coscienza collettiva, il carattere di «delitto» e ad assumere paradossalmente quello del «diritto» (E.V. 11).

No alla contraccezione

Altro passaggio chiave dell’enciclica è il netto ed argomentato rifiuto della contraccezione, interpretata come espressione, al parti dell’abortismo, di una stessa «cultura di morte».  «Si afferma frequentemente – osserva Giovanni Paolo II – che la contraccezione, resa sicura e accessibile a tutti, è il rimedio più efficace contro l’aborto. Si accusa poi la Chiesa cattolica di favorire di fatto l’aborto perché continua ostinatamente a insegnare l’illiceità morale della contraccezione. L’obiezione, a ben guardare, si rivela speciosa. Può essere, infatti, che molti ricorrano ai contraccettivi anche nell’intento di evitare successivamente la tentazione dell’aborto. Ma i disvalori insiti nella «mentalità contraccettiva» — ben diversa dall’esercizio responsabile della paternità e maternità, attuato nel rispetto della piena verità dell’atto coniugale — sono tali da rendere più forte proprio questa tentazione, di fronte all’eventuale concepimento di una vita non desiderata. Di fatto la cultura abortista è particolarmente sviluppata proprio in ambienti che rifiutano l’insegnamento della Chiesa sulla contraccezione» (E.V. 13).  Ora, benché contenute in una enciclica e non in un documento scientifico, è interessante osservare come dette osservazioni abbiano una natura prettamente razionale giacché è ampiamente riscontrata, in letteratura, fra la diffusione della contraccezione e non solo in non calo degli aborti, ma persino il rischio di un loro aumento.  (Cfr. Scand J Public Health (2012) 40 (1): 85-91; Contraception (2011) 83 (1): 82-87; It. J. Gynæcol. Obstet. (2009) 21 (3): 164-178).

Aborto e non “interruzione volontaria di gravidanza”

Oltre a numerosi appunti di natura morale non mancano, nell’Evangelium Vitae, segnalazioni circa l’importanza del linguaggio. Curioso, ad esempio, è osservare come nel documento si parli di aborto decine volte e mai una volta – neppure una – di “interruzione volontaria di gravidanza”. Un caso? Nient’affatto, bensì un salutare esercizio di igiene del linguaggio da attuarsi in relazione alla possibilità di esprimere un giudizio di verità morale scevro da condizionamenti.  Scrive infatti il Beato Giovanni Paolo II: «Occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno. A tale proposito risuona categorico il rimprovero del Profeta: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre» (Is 5, 20). Proprio nel caso dell’aborto si registra la diffusione di una terminologia ambigua, come quella di «interruzione della gravidanza», che tende a nasconderne la vera natura e ad attenuarne la gravità nell’opinione pubblica. Forse questo fenomeno linguistico è esso stesso sintomo di un disagio delle coscienze. Ma nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita» E’ utile registrare la netta condanna che il Santo Padre effettua contro l’espressione “interruzione volontaria di gravidanza” – cui tutti, oggi, siamo sovente tentati di ricorrere –  descrivendola come una sorta di paravento lessicale, di trucco per occultare «la vera natura e ad attenuarne la gravità nell’opinione pubblica» (E.V. 58). Riflettere su queste parole, ci porterebbe a prendere nuovamente e più vigorosamente coscienza della portata epocale e grandiosa della missione cui è chiamato il Popolo della Vita.

La leggenda nera della “condanna” alla donna

Sfatando lo stereotipo anticattolico che associa la condanna all’aborto alla condanna alla donna, Giovanni Paolo II ci invita poi – senza per questo negare la complicità che ovviamente anche la gestante, se consenziente, ha nella procedura di aborto procurato – a considerare il problema da una prospettiva più allargata e consapevole dell’insieme delle complicità che portano alla perdita, anzi all’eliminazione di una vita umana. «Non di rado la donna – osserva il Santo Padre - è sottoposta a pressioni talmente forti da sentirsi psicologicamente costretta a cedere all’aborto: non v’è dubbio che in questo caso la responsabilità morale grava particolarmente su quelli che direttamente o indirettamente l’hanno forzata ad abortire. Responsabili sono pure i medici e il personale sanitario, quando mettono a servizio della morte la competenza acquisita per promuovere la vita. Ma la responsabilità coinvolge anche i legislatori, che hanno promosso e approvato leggi abortive e, nella misura in cui la cosa dipende da loro, gli amministratori delle strutture sanitarie utilizzate per praticare gli aborti. Una responsabilità generale non meno grave riguarda sia quanti hanno favorito il diffondersi di una mentalità di permissivismo sessuale e disistima della maternità, sia coloro che avrebbero dovuto assicurare — e non l’hanno fatto — valide politiche familiari e sociali a sostegno delle famiglie, specialmente di quelle numerose o con particolari difficoltà economiche ed educative. Non si può infine sottovalutare la rete di complicità che si allarga fino a comprendere istituzioni internazionali, fondazioni e associazioni che si battono sistematicamente per la legalizzazione e la diffusione dell’aborto nel mondo» (E.V. 59). La rilevanza che questo passaggio assume concerne anche la dimensione politica e istituzionale dell’impegno per la vita e contro l’aborto. Infatti non possiamo in alcun modo pensare che sia casuale il fatto che il Papa, esaminando le molteplici corresponsabilità dell’aborto, chiami in causa «anche i legislatori, che hanno promosso e approvato leggi abortive e, nella misura in cui la cosa dipende da loro, gli amministratori delle strutture sanitarie utilizzate per praticare gli aborti». Per molti politici che amano proclamarsi cattolici, queste parole, dovrebbero suonare come un pesante invito a quella coerenza così spesso messa da parte. Talvolta persino da quanti, ammonisce più avanti il Papa, «partecipano attivamente alla vita ecclesiale» (E.V. 95).

L’embrione come uno di noi

Colpisce, andando avanti con la lettura dell’Evangelium Vitae, anche la sottolineatura che il Santo Padre fa – in corrispondenza della condanna dell’aborto – dell’importanza di tutelare l’embrione umano, ciascun embrione umano, come uno di noi, a tutti gli effetti: «La valutazione morale dell’aborto è da applicare anche alle recenti forme di intervento sugli embrioni umani che, pur mirando a scopi in sé legittimi, ne comportano inevitabilmente l’uccisione. È il caso della sperimentazione sugli embrioni, in crescente espansione nel campo della ricerca» (E.V. 63 ). Questa netta sottolineatura – che va ad aggiungersi alla condanna anche delle «varie tecniche di riproduzione artificiale» (E.V. 14), e che è seguita da un netto rifiuto dell’eutanasia e del suicidio assistito – rappresenta, concludendo il nostro breve percorso alla riscoperta di questa enciclica straordinaria e non di rado dimenticata, un invito a non perdere mai di vista la dignità umana una volta che è avvenuto il concepimento; non fermandoci alla mera condanna dell’aborto procurato ma tenendo d’occhio anche quelle «recenti forme di intervento sugli embrioni umani che, pur mirando a scopi in sé legittimi, ne comportano inevitabilmente l’uccisione». Questo non per pignoleria o per altro, ma per il semplice fatto che se il nascituro è uno di noi allora lo è, una volta concepito, in ogni sua fase. Non ci sono quindi distinzioni che tengano, sotto il profilo morale, se non quella fra quanti scelgono di impegnarsi concretamente per difesa incondizionata della vita umana e quanti – magari gli stessi che poi amano riempirsi la bocca col popolare tema dei “diritti” – ricorrono all’esercizio più comodo da duemila anni a questa parte, quando si ha a che fare con la salvezza della vita umana innocente: lavarsene le mani. Poco, decisamente troppo poco, per chi crede davvero ad una società realmente, e non solo in apparenza, fondata sull’uguaglianza e quindi, in primis, sulla difesa dei più deboli che oggi sono – ci indica il Papa -«i bambini non ancora nati».



da giulianoguzzo.com/2015/03/24 


Una nuova intervista al Cardinale Burke






Intervista con il cardinale RAYMOND LEO BURKE

Nel febbraio scorso abbiamo già pubblicato [qui] una importante intervista al cardinale Raymond Leo Burke. Ora, su LifeSiteNews [qui], troviamo ulteriori altrettanto importanti dichiarazioni alle quali contribuiamo a dar voce, per la nostra edificazione e di quella di chi è in attesa degli eventi significativi che sono in itinere.


Dal Sinodo straordinario sulla famiglia, siamo entrati in un periodo di incertezza e confusione riguardo a diverse questioni «sensibili»: la comunione per le coppie divorziate e «risposate» un cambiamento di atteggiamento nei confronti delle unioni omosessuali e l'apparente allentamento verso le coppie che vivono insieme senza essere sposate. Sua Eminenza pensa che questa confusione produca già effetti negativi tra i cattolici?
— Sì, certamente. Ciò è quel che mi riferiscono i laici e che ho sentito da parte dei vescovi. Ci sono persone oggi che reclamano un «cambiamento» dell'insegnamento della Chiesa sulle relazioni sessuali fuori del matrimonio, o in rapporto alla natura intrinsecamente disordinata degli atti omosessuali. Ci sono anche persone che si trovano a vivere unioni coniugali irregolari che esigono ricevere la Santa Comunione, dicendo che questa è la volontà del Santo Padre. E ci troviamo di fronte a situazioni sconcertanti: tali le dichiarazioni del vescovo di Anversa sugli atti omosessuali, che passano senza essere sanzionate. Di modo che questa confusione si sta diffondendo in modo realmente allarmante.

— Mons. Bonny, vescovo di Anversa, ha detto tra l'altro che l'Humanae Vitae è stata contestata da molti, e ora dobbiamo portare la contestazione più lontano. Non siamo in un momento storico in cui l'insegnamento della Chiesa, è più contestato che in passato?

— Sembra che oggi le persone che non mettono in discussione l'insegnamento della Chiesa, perché, chiaramente, l'autorità della Chiesa proibiva alcune discussioni, si sentano ormai libere di sfidare la legge morale naturale, per non parlare di un insegnamento come l'Humanae Vitae , che si limita a riprendere il costante insegnamento della Chiesa sulla contraccezione.


— Alcuni hanno detto, dopo la pubblicazione della relatio post disceptationem, che c'è stata una manipolazione, consistente nell'introdurre nell'ambito sinodale questioni che in realtà non hanno niente a che fare con la famiglia.

— È chiaro una manipolazione c'è stata, nella misura in cui gli interventi dei membri del Sinodo non sono stati pubblicati, e che la relazione intermedia o relatio post disceptationem così com'è stata pubblicata, non aveva davvero nulla a che vedere con ciò che era stato presentato. Quindi è chiaro che alcune persone che avevano una forte influenza sul processo sinodale hanno posto in essere un programma che non ha nulla a che vedere con la verità sul matrimonio come ce l'insegna Nostro Signore e come la Chiesa ce la trasmette. Questo programma mira a giustificare le relazioni sessuali prematrimoniali, gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso, e in qualche modo a relativizzare considerevolmente fino ad oscurare la bellezza dell'insegnamento della Chiesa sul matrimonio, che è l'unione fedele, indissolubile e procreatrice tra un uomo e una donna.

— A chi giova questa manipolazione?

— Non può giovare a nessuno, perché tutto ciò non è vero; ciò non è la verità. Così essa può solo far del male a tutti. Si può considerare benefica per le persone che per qualche motivo sono intrappolate in situazioni immorali. Qualcuno potrebbe vederla come un modo per giustificarle. Ma ciò non le può giustificare, in quanto i loro atti stessi non sono suscettibili di essere giustificati.

— In un'altra occasione, lei ha parlato della ferma resistenza opposta a questi punti da parte di molti Padri sinodali. Questa resistenza l'ha sorpresa?

— No, anche se ero molto grato di vederla manifestarsi perché quando la relatio post disceptationem è stata resa pubblica, vista la direzione che era stata data al Sinodo, si poteva temere che forse i Padri sinodali non si esprimessero - ma essi lo hanno fatto. Molti di loro hanno parlato con forza, e per questo rendiamo grazie a Dio. Rimango fiducioso di vedere gli stessi Padri sinodali - mi auguro che molti di essi siano nominati in occasione della sessione di settembre 2015 - continuino a mostrarsi forti in questa occasione.

— Ripetutamente, gli stessi Padri sinodali che hanno imposto le questioni dei divorziati «risposati » e delle unioni omosessuali o irregolari hanno sostenuto che il problema non è dottrinale, ma pastorale.

— Questa è una falsa distinzione. Nulla può essere davvero salutare sul piano pastorale che non sia anche appartenente alla sana dottrina. In altre parole: è impossibile separare la verità dall'amore. In altre parole ancora: una vita fuori della verità non può essere una vita d'amore. È falso dire che non facciamo altro che cambiamenti pastorali che non hanno nulla a che fare con la dottrina. Se si dà l'accesso alla Santa Comunione a coloro che sono in unioni coniugali irregolari, si afferma nel momento stesso qualcosa circa l'indissolubilità del matrimonio, perché Nostro Signore ha detto: « Chi lascia sua moglie e ne sposa un'altra commette adulterio », Chi si trova in una unione matrimoniale irregolare è in uno stato di adulterio pubblico. Se gli si dà la Santa Comunione, si dice che in certo qual modo la sua è una situazione accettabile dottrinalmente. E ciò non può essere.

— Quindi, il semplice fatto di mettere la questione in discussione è già un errore.

— Sì. E io in realtà più di una volta ho chiesto che questi problemi siano rimossi dall'ordine del giorno del Sinodo. Se la gente vuole discutere, buon per loro, ma non hanno nulla a che fare con l'insegnamento della Chiesa sul matrimonio. E vale anche per la questione degli atti sessuali tra persone dello stesso sesso, e così via.

— Un esorcista italiano, don Sante Babolin, ha recentemente affermato che durante un esorcismo, lo spirito maligno che tormentava la moglie di uno dei suoi amici ha detto, « Non sopporto che si amino! ». Non è un messaggio che le coppie sposate dovrebbero meditare?

— Assolutamente. Dopo l'Eucaristia, non c'è più grande forza contro il male nel mondo che l'amore di un uomo e una donna nel matrimonio. Ha un potere che va oltre qualsiasi cosa possiamo immaginare. Non conoscevo questa storia, ma non mi sorprende. E certamente, ogni volta che una coppia è entrata nel matrimonio con tutta la mente e con tutto il cuore, il diavolo inizierà a lavorare per cercare di distruggere questo focolare, perché esso è una culla di grazie in cui la grazia è ricevuta non solo per la coppia, ma anche per i figli, e per ogni prossimo di questa famiglia.

* * *

— Come cattolici, sappiamo che il matrimonio impegna per tutta la vita; che il matrimonio è un «segno» dell'unione di Cristo e della Chiesa. Conosciamo anche il suo profondo legame con l'Eucaristia. La teologia del corpo di Giovanni Paolo II lo ha messo in risalto in modo molto particolare, ma i suoi lavori non sono stati citati nei documenti successivi del Sinodo. Come percepisce questa omissione? La diffusione di quest'opera non offrirebbe risposte concrete ai problemi di oggi?

— Assolutamente. L'insegnamento di Giovanni Paolo II è così luminoso, si è dedicato con tanta attenzione e intenzione alla questione della verità sulla sessualità umana e alla verità del matrimonio, cosa che siamo stati in diversi ad affermare durante le discussioni nel corso del Sinodo e dei lavori nei gruppi linguistici: abbiamo sostenuto un ritorno a questo magistero di Giovanni Paolo II che è una riflessione su ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e praticato. Ma, in realtà, si ha l'impressione che la Chiesa non abbia alcun insegnamento in questi campi. 

— È incredibile ...
— Decisamente straordinario. È sconcertante. Non riuscivo a crederlo mentre ne ero testimone. Penso che alcune persone si rifiutano di crederlo perché è assurdo.

— San Giovanni Paolo II ha risposto all'ideologia del genere prima che fosse conosciuta.

— Infatti. Ha affrontato tutti questi temi al livello più profondo: se ne è occupato rigorosamente sul piano della legge morale naturale, che la ragione ci insegna; e, sul piano della fede e di ciò che essa ci insegna, evidentemente in unione con la ragione, ma elevando e illuminando quello che la ragione ci dice sulla sessualità umana e sul matrimonio.

— Tra i punti sviluppati dal cardinale Kasper, e più recentemente da Mons.Bonny, vescovo di Anversa, c'era l'idea che gli omosessuali «fedeli», i divorziati «risposati» e le coppie in una unione matrimoniale irregolare danno prova di doti di altruismo, generosità e dedizione che non si possono ignorare. Ma per le loro scelte di vita, essi si trovano in quello che dovrebbe essere considerato oggettivamente uno stato di peccato mortale: uno stato scelto e durevole di peccato mortale. Può ricordarci l'insegnamento della Chiesa sul valore e il merito della preghiera e delle buone azioni in questo stato?

— Per chi vive pubblicamente in uno stato di peccato mortale nessuna buona azione può essere addotta né può giustificare questa situazione: quella persona rimane in peccato grave. Noi crediamo che Dio ha creato tutti gli uomini buoni, e Dio vuole la redenzione di tutti gli uomini, ma questo può essere raggiunto solo attraverso una conversione di vita. Questo è il motivo per cui bisogna richiamare alla conversione coloro che vivono in queste situazioni gravemente peccaminose. Voler dare l'impressione che in qualche modo ci sia qualcosa di buono nel fatto di vivere in uno stato di peccato grave è semplicemente contrario a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato, ovunque.

— Così, quando l'uomo della strada dice che in effetti è vero che queste persone sono buone, devote, generose, non è sufficiente?

— Ovviamente no. È come il caso di una persona che commette un omicidio, ma che è comunque amabile con gli altri ...

— Quale vera pastorale consiglierebbe per le persone che vivono in queste situazioni, e cosa possono ottenere nella pratica della fede, per quanto possibile, mentre non possono ottenere l'assoluzione o ricevere la santa Comunione?

— Durante la mia esperienza pastorale ho lavorato con persone che si trovano in questa situazione e ho cercato di aiutarle a cambiare col tempo la loro vita, nel rispetto degli obblighi cui sono tenuti come atti di giustizia. Ad esempio, nel caso di coloro che sono in una unione matrimoniale invalida, si tratterà di aiutarle a separarsi, se possibile, o di vivere come fratello e sorella in un rapporto casto, se ci sono figli, e hanno l'obbligo di farli crescere.

— In caso di coppie risposate che hanno figli propri, ma anche i figli da un precedente matrimonio, ciò non crea situazioni molto complicate?

— Naturalmente! Sono molto preoccupato per la discussione sulla nullità del procedimento di riconoscimento del matrimonio: dà l'impressione che solo una parte sia coinvolta, vale a dire la persona che richiede una dichiarazione di nullità. In realtà ci sono due parti in causa, ci sono bambini coinvolti, e tutta una serie di altre relazioni che qualsiasi matrimonio implica. E così la questione è estremamente complessa, non è mai suscettibile di una soluzione facile qualunque.

— Per le persone che vivono nel quadro di matrimoni non validi o impossibili, è stata sollevata la questione della comunione spirituale. Non comprendo bene come si possa fare una comunione spirituale in questo stato.

— Il termine è stato utilizzato in maniera imprecisa. Per effettuare una comunione spirituale è necessario avere tutte le disposizioni necessarie per l'attuale ricezione della Santa Comunione. La persona che fa una comunione spirituale è chi semplicemente si trova in una situazione in cui non ha accesso al Sacramento, ma è pienamente pronto a riceverlo, ed allora fa un atto di comunione spirituale. Penso che alcune persone che hanno usato questo termine volevano parlare della volontà della persona che si trova in una situazione di peccato di liberarsi da questa situazione, e prega Dio di aiutarla ad ottenere di mettere in sesto la propria vita, al cambiamento vita, a trovare un nuovo modo di vivere perché possa essere in stato di grazia. Potremmo chiamarlo il desiderio della Santa Comunione, ma non è la comunione spirituale. Questo non è possibile. La Comunione spirituale è stata definita dal Concilio di Trento: è stato stabilito molto chiaramente che essa richiede tutte le disposizioni, e ciò è logico.

— Come può la Chiesa aiutare concretamente tutti coloro che sono coinvolti in queste situazioni: sposi abbandonati, bambini di matrimoni legittimi feriti dal divorzio dei genitori, persone che lottano con tendenze omosessuali e un modo o nell'altro si sono lasciate «intrappolare» in una unione illegittima? E quale dovrebbe essere il nostro atteggiamento? L'atteggiamento dei fedeli?

— Ciò che la Chiesa può fare, e questo è il più grande atto d'amore che possa esserci da parte della Chiesa è quello di presentare a tutti l'insegnamento sul matrimonio, l'insegnamento che viene la parola di Cristo stesso e che è stato costante nella tradizione della Chiesa. È un segno di speranza per tutti. Essa può anche aiutare a riconoscere la natura peccaminosa della situazione in cui si trovano, e allo stesso tempo chiamarli ad uscire da questa situazione di peccato e trovare un modo di vivere secondo la verità. Questo è l'unico modo in cui la Chiesa può aiutare. Questa era stata la mia grande speranza per questo Sinodo: che esso possa mostrare al mondo la grande bellezza del matrimonio - e questa bellezza del matrimonio, è la verità sul matrimonio. Io dico sempre alla gente: l'indissolubilità non è una maledizione, è quello che fa la grande bellezza del rapporto coniugale. Ciò che rende la bellezza del rapporto tra l'uomo e la donna è che la loro unione è indissolubile, è fedele, è procreativa. Ma oggi abbiamo potuto quasi sentire che in un modo o nell'altro, la Chiesa si vergogna di questo bellissimo tesoro che ci viene dato nel matrimonio, conformemente al modo con cui Dio creò l'uomo e la donna fin dall'inizio.

— Alcuni pastori sembrano ancora vergognarsi di parlare di peccato o parlare di castità.

— La questione è stata sollevata anche al sinodo. Uno dei Padri sinodali ha chiesto: «Non c'è più il peccato?». Questa è stata l'impressione. Purtroppo, dopo la caduta dei nostri progenitori, c'è sempre la tentazione al peccato, e il peccato è nel mondo, dobbiamo riconoscerlo e chiamarlo col suo nome e cercare di vincerlo.

— La Chiesa e i genitori cristiani non sono forse chiamati in modo particolare ad educare i figli alla modestia e alla decenza? Queste sono scomparse in molti ambiti.

— Sì, questo è molto vero. Una parte del Vangelo della Vita comanda di insegnare ai figli, sia a casa che a scuola, le virtù fondamentali che mettono in evidenza il rispetto per la nostra vita e per la vita degli altri come pure il rispetto per i nostri corpi: la modestia, la purezza, la castità. È necessario formare i bambini fin dai loro primi anni. Ma anche questo è in pericolo, semplicemente perché la catechesi della Chiesa è stata scarsa, e in alcuni casi confusa ed erronea; e vi è stato un tale deterioramento della vita familiare che i figli sono stati sottoposti a una formazione che li lascia disarmati quando si tratta di vivere la verità del matrimonio e la verità del proprio corpo, della propria vita umana.

— Qual è la cosa più urgente che dovremmo fare per evitare il caos del divorzio e di tutte le unioni disordinate?

— Credo davvero che ciò cominci nella famiglia. Abbiamo bisogno di rafforzare le famiglie, formando prima i coniugi a vivere la verità del matrimonio nella loro casa che diventa da qui - e non solo per loro - una fonte di redenzione, e contemporaneamente una luce per il mondo. Un matrimonio vissuto nella verità è così attraente e così bello che porta altre anime alla conversione. Per formare i figli in questo senso, soprattutto oggi, dobbiamo crescerli in modo che possano scegliere di essere «contro-corrente». E che non possano ad esempio accettare la teoria del genere che contamina la nostra società : bisogna dunque farli crescere in modo che respingano queste menzogne ​​e vivano nella verità.

— Esiste un legame tra contraccezione e il divorzio: dal 30 al 50% delle coppie sposate che utilizzano la contraccezione divorzieranno, mentre le coppie che non la usano - siano esse cristiane o no - o fanno ricorso al controllo naturale delle nascite, divorzieranno in una percentuale inferiore al 5%. È d'accordo che un linguaggio più chiaro e un maggiore impegno pastorale della Chiesa per la promozione della Humanae Vitae siano necessari per ottenere unioni più stabili?

— Assolutamente. Il Beato Papa Paolo VI lo ha ben messo in evidenza nell'enciclica Humanae Vitae: la pratica della contraccezione porterebbe alla distruzione della vita familiare e alla perdita del rispetto per le donne. Dobbiamo semplicemente riflettere sul fatto che all'interno di una coppia che fa ricorso alla contraccezione gli sposi non si donano più totalmente l'uno all'altro. Ciò già introduce un elemento di rottura nel matrimonio: se non viene corretto, se non vi si pone rimedio, questo può facilmente portare al divorzio.

— Sulla questione della dimensione della famiglia e della libertà dei genitori, il movimento ecologista mondiale, con la promozione internazionale di pianificazione familiare e controllo della popolazione è per lei motivo di preoccupazione?

— Sì, mi preoccupa molto perché le persone sono erroneamente portate a credere che si debba utilizzare una qualche forma di contraccezione per essere amministratori responsabili di questa terra. Infatti, il tasso di natalità in molti paesi è nettamente inferiore a quello necessario per garantire il rinnovo delle generazioni. E al di là di tutto, la verità è questa: se Dio chiama le coppie al matrimonio, le chiama anche ad essere generose nel ricevere il dono di una nuova vita umana. Quindi abbiamo bisogno oggi di molte famiglie numerose in più. Grazie a Dio, vedo tra alcuni giovani coppie di oggi notevole generosità in relazione ai figli.
Un'altra cosa di cui non sento parlare molto oggi, ma su cui si metteva sempre l'accento quando ero giovane, come si è sempre fatto nella tradizione della Chiesa, è che i genitori debbano essere generosi per quanto riguarda il numero dei figli in modo che alcuni di essi possano ricevere la chiamata al sacerdozio o alla vita consacrata, al servizio della Chiesa. E la generosità dei genitori certamente ispirerà al figlio che riceve questa vocazione una risposta generosa.

— Si dirà che il matrimonio monogamico è un gran bene per i cattolici, ma la «durezza del cuore» dei non cattolici fa sì che si accetti il divorzio e le nuove nozze nelle leggi civili. D'altra parte, le nazioni cristiane hanno fatto molto per portare la stabilità sociale e la dignità del matrimonio naturale in molte parti del mondo. La venuta di Cristo ha cambiato la situazione degli uomini, ed è giusto promuovere, forse anche imporre questa visione del matrimonio naturale, anche nelle società non cattoliche?

— Penso che si debba sottolineare esattamente che l'insegnamento di Cristo sul matrimonio è un'affermazione, la conferma della verità del matrimonio fin dall'inizio - per usare le sue stesse parole - è questa verità del matrimonio che è iscritta in ogni cuore umano. E così la Chiesa, quando insegna il matrimonio monogamico, fedele, per la vita, insegna la legge morale naturale, ed ha ragione ad insistere su questi temi nella società in generale. Il Concilio Vaticano II ha qualificato il divorzio come la piaga della nostra società, e in effetti, lo è. La Chiesa deve essere sempre più forte nella sua opposizione alla diffusa pratica del divorzio.

— Pensa che gli studi sulla situazione e i migliori risultati finali osservati nei bambini cresciuti in famiglie monogamiche stabili debbano svolgere un ruolo più importante nella formazione per il matrimonio?

— Credo di si. È necessario sottolineare la bellezza del matrimonio come molte coppie oggi lo vivono con fedeltà e generosità, e la vita della famiglia come ne fanno esperienza i bambini che vivono in una famiglia amorevole ... Questo non significa che non ci siano problemi. Questo non vuol dire che non ci siano momenti difficili nella famiglia e nel matrimonio, ma solo con l'aiuto della grazia di Dio, la risposta è sempre, in definitiva, una risposta d'amore, di sacrificio, di accettazione di ogni sofferenza necessaria per essere fedeli all'amore.

— Ma la società moderna non accetta la sofferenza, sia alla fine della vita, o durante la gravidanza o nel matrimonio...

— Evidentemente! Perché non conosce il significato dell'amore. Cristo ha detto: Se qualcuno vuole venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua, e così l'essenza della nostra vita è soffrire in nome dell'amore: l'amore di Dio e del prossimo.

— È d'accordo, come sostenuto da molti, nel dire che molti matrimoni cattolici di oggi, sia per mancanza di preparazione che per ignoranza per quanto riguarda il significato dei voti matrimoniali, sono invalidi? Qual è stata la sua esperienza su questo specifico problema come prefetto del Tribunale supremo della Segnatura Apostolica?

— Penso che sia molto irresponsabile fare affermazioni generiche circa il numero dei matrimoni che sono validi o non validi. Si devono esaminare caso per caso. Il fatto che le persone sono state mal catechizzate, e via dicendo, può certamente renderle meno forti rispetto alla vita coniugale, ma non indica necessariamente che esse diano un consenso matrimoniale invalido perché la natura stessa ci istruisce sulla verità del matrimonio. Questo è quello che abbiamo visto nella Segnatura Apostolica: Sì, ci sono state più dichiarazioni di nullità del matrimonio ma, esaminando tutti i casi, ce ne sono stati molti in cui la nullità non è stata stabilita, non è stata dimostrata.

— Nel libro Dimorare nella verità di Cristo ha dimostrato come la semplificazione della procedura non è la soluzione.

— Non lo è affatto, perché si tratta di situazioni molto complesse che esigono un processo accuratamente articolato per arrivare alla verità. Se la verità non è più importante per noi, qualsiasi procedura sarà accettabile, ma se ci preoccupiamo per la verità, allora occorre una procedura come quella attualmente utilizzata dalla Chiesa.

— E la Chiesa ha fatto molto a favore delle procedure giudiziarie nel mondo civilizzato ...

— La Chiesa è stata ammirata nel corso dei secoli come uno specchio di giustizia: il suo modo precipuo di amministrare la giustizia è stato un modello per le altre giurisdizioni. C'è già stata in seno alla chiesa un'esperienza di modifica della procedura in tema di nullità del matrimonio: ha avuto luogo negli Stati Uniti dal 1971 al 1983. È stata disastrosa a tal punto che la gente ha cominciato a parlare del «divorzio cattolico», non senza ragione. È una causa di scandalo per coloro che lavorano nel campo della giustizia e per chi amministra la giustizia nell'ordine secolare perché quando vedono che la Chiesa non pratica la giustizia, che essa non ha più cura della verità, cosa possono poi significare la legge e la giustizia?

* * *

— Come possono le coppie valorizzare e proteggere il loro amore coniugale?

In primo luogo attraverso una vita di preghiera fedele, ogni giorno, e con la confessione regolare, perché tutti abbiamo bisogno di questo aiuto per vincere il peccato nella nostra vita: anche i piccoli peccati, i peccati veniali, ma anche per guardarci dai peccati più gravi. Certo, l'Eucaristia è il centro di ogni vita cristiana in modo molto speciale. È al centro della vita coniugale, perché è comunione con il Nostro Signore Gesù Cristo, per vivere di questo amore che Egli ha per la Chiesa, di cui il matrimonio è il sacramento: il segno del suo Amore nel mondo. Così, nell'Eucaristia, la coppia riceve, in maniera più abbondante e più potente, la grazia che le permette di vivere il patto d'amore.

— Pensa che ci sia un collegamento tra la «morte del culto» - una liturgia antropocentrica che non adora - e la cultura della morte?

Sono convinto che gli abusi che si sono inseriti nella pratica liturgica della Chiesa - abusi che riflettono una visuale antropomorfa in cui il culto sacro ha cominciato ad essere presentato come attività umana, mentre è azione di Dio in mezzo a noi - hanno chiaramente portato i fedeli in una direzione sbagliata, e che questo ha avuto un impatto molto negativo sulla vita di ogni individuo e in modo particolare sulla vita coniugale. La bellezza della vita coniugale è percepita e confermata in modo particolare nel Sacrificio eucaristico.

— Come laici cattolici dobbiamo agire all'interno della società, compreso il piano politico. Ma in Francia nessun partito importante difende completamente il matrimonio, nessuno difende completamente la vita. Che cosa devono fare i cattolici: impegnarsi in un movimento che sanno posizionato contro i principi non negoziabili, o devono cercare di costruire qualcosa di diverso?

— Idealmente, essi dovrebbero cercare di costruire in seno alla società una forza politica che si impegna pienamente per la verità, per i beni non negoziabili in relazione alla vita umana e alla famiglia. E devono affermare molto chiaramente le loro posizioni, e insistere su esse, con i partiti politici esistenti, al fine di costituire una forza che spinga alla riforma di questi partiti. Ovviamente, non si può prendere parte a un movimento in contrasto con la legge morale. La stessa riflessione permette di sostenere un movimento politico che mostri segni di riforma, di voler aderire alla legge morale: andrebbe incoraggiato.

— Quali santi invocare oggi per la famiglia?
Soprattutto, la Sacra Famiglia di Nazaret: la Vergine Maria, San Giuseppe e Gesù Nostro Signore. Poi ci sono i grandi santi sposati. Un esempio potrebbero essere i genitori di Santa Teresa, i Beati Louis et Zélie Martin; e una grande santa come Gianna Molla qui in Italia; un grande santo morto martire per la famiglia, San Tommaso Moro, che era un uomo sposato e aveva pienamente compreso la vocazione al matrimonio. C'è anche la coppia Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, beatificati qui in Italia. E ancora Santa Rita da Cascia, che era una madre molto devota, che ha pregato tanto per la conversione del marito, e dei suoi due figli. Questi sono solo alcuni esempi ... ce ne sono tanti altri.

— Il modo migliore per rimanere fedeli alla Chiesa e al Papa in questi tempi difficili?

— Aderendo con più chiarezza a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e praticato: questa è la nostra àncora. La nostra fede non si attacca alle persone, la nostra fede è in Gesù Cristo. Lui solo è la nostra salvezza, e Lui è vivo per noi nella Chiesa attraverso i suoi insegnamenti, i sacramenti e la sua disciplina. Volentieri dico a coloro, numerosi, che sono in contatto con me e che si trovano disorientati, preoccupati e perplessi: no, noi dobbiamo mantenere la calma, e dobbiamo rimanere pieni di speranza pervenendo a gustare in maniera sempre più profonda la verità della nostra fede, e lì ci dobbiamo radicare. È ciò che non cambia, ed è ciò che alla fine vincerà. Cristo disse a Pietro quando ha confessato la sua fede: «Le porte dell'inferno non prevarranno» contro la Chiesa. Sappiamo che questo è vero, e dobbiamo soffrire per la verità, in attesa, ma dobbiamo avere fiducia: il Signore sarà vittorioso alla fine.




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Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio, 25 marzo 2015




martedì 24 marzo 2015

Perché il nostro mondo ha più paura della verità che dello Stato islamico





marzo 24, 2015 Pietro Piccinini

Nella «cultura dei diritti» non c’è spazio per nessuno Dio, cioè per nessuna realtà. Ecco perché dopo Charlie Hebdo il tema del pubblico dibattito è slittato dall’allarme “fanatismo” all’allarme “religione”

Questo articolo, tratto dal numero di Tempi in edicola, fa parte della serie “Ragione Verità Amicizia”, il manifesto dei nostri vent’anni e della Fondazione Tempi (una proposta che si può sottoscrivere in questa pagina).


Col cannone della sua propaganda, Putin scaglia versioni diverse della verità come sabbia negli occhi degli avversari, lamentava un paio di settimane fa il Guardian in un editoriale dedicato alle mille letture possibili diffuse dai media russi dell’omicidio Nemtsov. Evidentemente lo zar Vladimir, spiegava con ammirevole intuizione il quotidiano britannico, ha capito a fondo l’idea occidentale secondo la quale non esistono fatti, ma solo interpretazioni, e dunque «qualunque prospettiva può essere legittimata come una questione di opinioni personali». Adesso che Putin quell’idea la ritorce contro i suoi fautori, però, risulta chiaro perfino ai più “liberal” tra i media che qualcosa non torna. Volete il relativismo? Eccovi serviti, sembra suggerire sarcastico il presidente russo. Ma così la verità, obietta il Guardian, si riduce a una quesione di «mero potere». Chi ha il polmone più potente vince. «In altri termini, il relativismo conduce inevitabilmente al nichilismo». E non è una gran consolazione il dire che «i fatti sono sacri», e che tanto «la verità è la fuori». Cosa sono, infatti, i fatti? È lo stesso editorialista a rispolverare niente meno che il Ponzio Pilato del Vangelo: «Quid est veritas?». E quanto ci vuole, nel regno delle opinioni, a trasformare la veritas, il sacro fatto, in nulla?
Putin e propaganda a parte, in fondo è tutta qui la questione delle questioni, il vero “scontro di civiltà” dei giorni nostri.

A proposito di libere interpretazioni dei fatti, Adam Gopnik ha scritto sul New Yorker un mese fa, riprendendo un «ovvio e inconfutabile commento» di Barack Obama sul terrorismo islamico, o meglio religioso in genere, che per capire dove nasca la violenza dei tagliagole del califfo Al Baghdadi occorre guardare alle Crociate. Sic. «“Ai tempi delle Crociate e dell’Inquisizione, si commettevano atti terribili in nome di Cristo”, ha osservato (Obama, ndr), dicendo una verità che solo un seminfermo di mente metterebbe in discussione», poiché, ricorda Gopnik, «nella loro storia, quasi tutte le religioni, compresa la sua religione cristiana, sono state la concausa di orrendità». Inutile aprire qui una disputa storiografica sulle imprese di Goffredo di Buglione, anche perché non è al Medioevo che Gopnik rivolge il sermone morale. Puntellando la discutibile battuta di Obama, lo scrittore americano vuole colpire un obiettivo molto più vicino.

Attenzione ai termini

In effetti, fateci caso: dal massacro di Charlie Hebdo a oggi, il tema principe del pubblico dibattito, l’allarme terrorismo islamico, è progressivamente slittato per ricomprendere un conflitto per certi aspetti molto più radicale. La questione delle questioni appunto. C’è posto, in questo mondo, per chi pretende di offrire agli altri la verità? Nel caso degli assassini dell’Isis, la risposta è quasi banale. Ma bisogna essere onesti, non è solo né principalmente lo Stato islamico l’obiettivo polemico di Gopnik e di chi in Italia la pensa come lui (per esempio Repubblica, che il 14 febbraio lo ha tradotto e ripubblicato in prima pagina).

Il nemico, scrive Gopnik, è il fanatismo. E adesso occhio ai termini: «Il fanatismo è la convinzione che un’unica religione o ideologia contenga tutta la verità del mondo, e che le altre religioni debbano essere, al massimo, tollerate». L’antidoto, invece, è il liberalismo, inteso come la visione “liberal” americana, ossia «la credenza che la tolleranza non sia sufficiente, che un pluralismo attivo e assertivo sia fondamentale per una società sana». Al netto del richiamo un po’ ipocrita a tolleranza e pluralismo, il bersaglio è chiarissimo. Nel moderno eden liberale tutti sono i benvenuti, tranne chi intende offrire “tutta la verità del mondo”, perché in lui è il seme della violenza fanatica.

Di nuovo, riformuliamo: nell’impero “liberal”, dove si dice che i fatti sono sacri ma di sacro nei fatti c’è solo il potere (e siamo di nuovo a Putin), dove la realtà è zero e la volontà è tutto (al resto ci pensa la tecnica), quale altro posto può avere la passione per la verità se non la fogna? È una domanda “totale” che occorre porsi radicalmente. Ci hanno provato per il mensile interreligioso First Things tre intellettuali cattolici americani, Michael Hanby, docente di Religione e Filosofia della scienza al Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia (Catholic University of America), George Weigel, autore di una fortunata biografia di san Wojtyla, e il polemista di American Conservative Rod Dreher.

Il punto di non ritorno

Hanby parte dalla constatazione che la rivoluzione sessuale, in realtà una rivoluzione antropologica, con rapidità formidabile ha reso «obsoleto e irrimediabilmente bigotto» il mondo comune di “mamma e papà”. La pioggia di leggi e soprattutto di sentenze giudiziarie favorevoli ai cosiddetti diritti Lgbt batte implacabile negli Stati Uniti proprio per attestare il naufragio del «progetto civico» del cristianesimo del nuovomondo, mandando definitivamente in crisi l’ingenua convinzione riassunta da Weigel nella formula «non c’è contraddizione tra le pretese di verità del cattolicesimo e l’esperimento democratico americano». La contraddizione infatti c’è eccome, spiega Hanby, dal momento che l’incompetenza religiosa proclamata dallo Stato liberale è un fatto intrinsecamente «teologico», non crea uno spazio metafisicamente vuoto da riempire di valori cristiani, ma piuttosto istituisce una «metafisica dell’indifferenza» offerta come bene supremo, solo orizzonte concepibile, all’interno del quale nessun riferimento a un ordine superiore è ammesso all’infuori del singolo individuo, dei suoi desideri e delle sue opzioni. Il «liberal order» si configura perciò come uno spazio di libertà private (Hanby le chiama «atomistiche») in perenne espansione, dove il compito dell’autorità è preservare l’individuo da tutto. Non solo dall’invadenza dello Stato, ma da qualunque rapporto con l’alterità, «dai comandamenti di Dio, dalle pretese delle altre persone, dai cosiddetti corpi intermedi, e, in ultima analisi, perfino dalla stessa natura». È un paradossale «assolutismo che cresce proporzionalmente all’incremento della libertà».

Ebbene, non sembra esserci molto spazio per l’annuncio della verità caro ai cristiani, ma neanche per i “sacri fatti” rimpianti dal laico Guardian, in una società in cui ormai «la libertà – aggiunge Weigel – coincide con la volontà, e la volontà si può applicare a qualunque oggetto, “nella misura in cui non si fa male a nessuno” (dove “nessuno” ovviamente non include il non nato abortito e l’eutanasizzato, giusto per sottolineare la confusione della nostra epoca)». Per Hanby perfino la battaglia per la libertà religiosa si rivelerà perdente a lungo andare, «mano a mano che la pratica religiosa entrerà in conflitto con diritti più “fondamentali”, e mano a mano che la mediazione dello Stato nelle relazioni familiari si farà più intrusiva». L’avanzata inarrestabile dell’ideologia gender, lo sconvolgimento antropologico che porta con sé, attesta esattamente questo. È «un punto di non ritorno».

I fedeli contro il vescovo

La faccenda è concretissima e riguarda anche la comunità cristiana al suo interno. Nella conservatrice, religiosissima Louisiana, racconta Dreher, «l’anno scorso un sacerdote che conosco è stato invitato a tenere una presentazione sulla religione in una scuola privata. L’unica indicazione che gli ha dato l’insegnante che lo aveva invitato è stata di non parlare del matrimonio gay. Non che l’insegnante lo appoggiasse; anzi era fermamente contrario. Piuttosto, ha detto al pastore, “se i ragazzi scoprono che lei è contro il matrimonio gay, non staranno a sentire nulla di quello che ha da dire”». Semplicemente, scrive Dreher, l’argomento è stato espulso dal legittimo dibattito. «Francamente, viste le dinamiche della nostra cultura in rapida mutazione, credo che sarà sempre più difficile essere un buon cristiano e un buon americano».

Altra clamorosa prova del fatto che l’assolutismo liberale domina ormai fra gli stessi cristiani è il caso Cordileone. Per settimane il vescovo di San Francisco è stato preso di mira non solo dai media e dai politici, ma perfino da molti insegnanti delle scuole cattoliche della diocesi californiana per aver ricordato loro, attraverso linee guida ufficiali appositamente riscritte, che sono tenuti, proprio per il ruolo che hanno, a seguire il magistero della Chiesa, tanto a lezione quanto nella vita pubblica, e anche su temi ormai comunemente considerati appannaggio esclusivo della “libera” volontà, come il sesso, il matrimonio e la contraccezione. «Chi sono io per giudicare?», gli hanno rinfacciato studenti e professori in marcia coi cartelli verso la cattedrale della città.

Da Strasburgo a Flores D’Arcais

Ma non è che dalle nostre parti il clima sia tanto più sereno. Anche nella vecchia Europa, che pure rispetto ai giovani Stati Uniti dovrebbe essere un po’ più sensibile alle prevaricazioni ideologiche totalitarie, «lo Stato liberale – per dirla ancora con Hanby – sta diventando il mediatore di tutte le relazioni umane, con l’incarico di creare nella realtà gli individui denaturati esistenti finora solo nelle fondamenta teoretiche del liberalismo».

Il Parlamento europeo ha appena approvato a larghissima maggioranza – dopo diversi analoghi tentativi falliti – due testi che invitano le istituzioni comunitarie e gli stati membri a darsi da fare perché siano riconosciuti dappertutto i matrimoni omosessuali e le unioni tra persone dello stesso sesso «come questione politica, sociale e di diritti umani e civili», e affinché sia garantito a ogni donna un «accesso agevole all’aborto», legalmente ridefinito per la prima volta come «diritto». È il culmine dell’assolutismo della libertà: l’individuo libero al punto da avere il diritto di privare un altro di tutte le libertà. È ovvio che in questo modo, l’espansione dei confini di una “libertà” individuale divora il terreno dell’obiezione di coscienza, ultimo fortino di resistenza per i medici che si ostinano ad affermare una realtà (una vita) a costo di contraddire il volere altrui. A dicembre la Corte suprema britannica ha dato ragione a una struttura sanitaria che aveva denunciato due ostetriche perché si erano rifiutate di assistere i medici durante una interruzione di gravidanza, di fatto limitando l’esercizio dell’obiezione di coscienza alla sola soppressione materiale del feto, negandola invece per tutto il resto (consulenza, preparazione, assistenza).

Non è insomma appena una battaglia di emancipazione del mondo da una dottrina oscurantista, per sfondare le resistenze della fede contro la modernità. Viceversa è questo assolutismo della libertà che sta assumendo i tratti di una religione dogmatica, per giunta priva di misericordia verso chi se ne pone al di fuori. Vedi la fatwa lanciata da Elton John (e divi del jet set a codazzo) contro Domenico Dolce e Stefano Gabbana, stilisti icone della comunità Lgbt che hanno avuto l’ardire, da ex amanti, di non aver voluto per sé la famiglia arcobaleno. E di rivendicarla come una «privazione» consapevole e addirittura «bella». #BoycottDolceGabbana.

Se lo scopo della civiltà è difendere la libertà dell’individuo da tutto, compresa la coscienza delle cose, allora non c’è posto per chi crede di avere incontrato la verità. La politologa Nadia Urbinati lo ha lasciato intendere in un recente commento apparso su Repubblica, nel quale a partire sempre dalla strage di Charlie Hebdo contrappone la moderna «cultura dei diritti», figlia dell’illuminismo, alla «natura irriducibile e radicale della religione». Non del fanatismo islamico ma della religione tout court. Poi è toccato a Paolo Flores D’Arcais sostenere, di nuovo su Repubblica e di nuovo a partire dall’attentato di Parigi, che «la democrazia deve chiedere l’esilio di Dio». È in corso secondo il direttore di Micromega «non la guerra santa tra religioni, ma la guerra del Sacro contro l’autosnosmos, il “darsi da sé una legge”, la sovranità di Homo sapiens su sé stesso». Ed ecco che il problema non è nemmeno più il fanatismo religioso, bensì la possibilità stessa di un riferimento, di un legame (re-ligio) dell’uomo con la verità. «L’alternativa è secca», scrive Flores. «O l’esilio di Dio dall’intera sfera pubblica, o l’irruzione del Suo volere sovrano – dettato come sharia o altrimenti decifrato – in ogni fibra della vita associata. Aut aut. Ecco perché è inerente alla democrazia l’ostracismo di Dio, della sua parola e dei suoi simboli, da ogni luogo dove protagonista sia il cittadino: scuola compresa, e anzi scuola innanzitutto, poiché ambito della sua formazione. Al fedele restano chiese, moschee, sinagoghe, e la sfera privata “in interiore homine”».

Una vita serenamente scissa

Chiaro che rispetto alla raffinatezza di un Gopnik o di una Urbinati, perfino di un Elton John, quello di Flores D’Arcais quando immagina una «religione addomesticata» e «sottomessa» alla «volontà sovrana degli uomini» augurando ai credenti «una vita serenamente scissa tra l’ordinamento della salvezza e l’ordinamento della convivenza», sembra un ringhio più che un invito a pensare, ma spesso il morso di un cagnaccio ha il merito di arrivare diritto all’osso. Cosa vuol dire infatti “esiliare Dio”? Che libertà sogna una società che respinga come intollerabile imposizione qualunque proposta di verità, a prescindere dalla sua ragionevolezza? Una “libertà da” (tutto) o una “libertà di”?

Dal punto di vista esistenziale, tra l’altro, l’esilio della verità ha già raggiunto uno stadio forse perfino più avanzato di quello evocato da Flores. Tanto che a volte sembra impossibile distinguere la volontà di Dio dalla propria. Al giornalista che gli domanda se abbia un compagno, Gianni Geraci, presidente dell’associazione di cattolici omosessuali “Il Guado”, risponde: «Sì, da tanti anni, ma non vogliamo sposarci. Ritengo invece importante riconoscere a chi si vuole bene lo status di famiglia. Due sorelle che convivono sono una famiglia. Non si vede perché due donne che si amano non lo siano. Gesù nel Vangelo parla di famiglia come di coloro che fanno la volontà di Dio». Mentre Sam Albano sul National Catholic Reporter, organo di riferimento in America per i cattolici cosiddetti progressisti, spiegando i motivi che lo hanno spinto a dimettersi da sacrestano e dal consiglio della sua parrocchia di Carmel, Indiana, racconta di essere giunto alla conclusione (dopo lungo «profondo processo di preghiera e discernimento») che «le relazioni tra persone dello stesso sesso sono una benedizione di Dio» e che i pastori della Chiesa abbarbicati alle loro dottrine rappresentano per molti cattolici Lgbt nient’altro che un’interferenza nella loro vita spirituale, un ostacolo ad «ascoltare il Vangelo e a vivere», come da titolo dell’articolo. Invece «il clero e le guide pastorali farebbero bene ad attrezzarsi in vista della piena partecipazione delle persone Lgbt alla vita della Chiesa, qualunque sfida questo presenterà», intima l’ex sacrestano deluso.

Uomini senza patria

E allora? Ancora una volta: che posto hanno i cristiani nel dominio di una libertà non più “sfidabile” da nessuna verità? Vale ancora la pena, certo, battersi per la possibilità di manifestare la propria visione e la propria coscienza, scrive Hanby su First Things. Del resto «il terreno dei diritti è l’unico sul quale la pubblica ragione liberale accetta di essere sfidata». Tuttavia non è quello politico il fronte principale di questo clash of civilizations, ma la testimonianza. «Un testimone è innanzitutto uno che vede. E nessuno dei nostri sforzi concluderà granché se non siamo capaci di vedere al di fuori dell’ontologia del liberalismo dentro la verità delle cose, per entrare più profondamente nel significato del nostro essere creature. Solo allora possiamo riscoprire, come una questione di ragione, la verità dell’uomo, la verità della libertà e la verità della stessa verità». Non è affatto un invito a ritirarsi a vita privata. «Parlare di libertà come qualcosa di più della difesa dalla coercizione, parlare della natura come qualcosa di diverso da tanti grumi di materia malleabile a nostra disposizione, parlare della verità come altro rispetto alla funzione pragmatica, significa rischiare di diventare uno straniero nella pubblica piazza (…), significa rischiare di diventare ciò che l’assolutismo liberal farebbe di ciascuno di noi in ogni caso: un uomo senza patria». Weigel direbbe che è giunta la fine del «Christian comfort», è venuto il giorno in cui ai cristiani non resta altro che «la libertà che dà la verità stessa».