mercoledì 13 dicembre 2017

LA RELIGIONE DELL'INCARNAZIONE: UN FATTO, UN LUOGO, DEI VOLTI






Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno X n° 12 - Dicembre 2017



Il grande Cardinale Newman ha scritto che se gli avessero domandato di scegliere una dottrina come base della nostra fede cattolica, avrebbe senz'altro scelto la dottrina dell'Incarnazione:
“Io direi, per quanto mi riguarda, che l'Incarnazione è al cuore del Cristianesimo; è di là che procedono i tre aspetti essenziali del suo insegnamento: il sacramentale, il gerarchico e l'ascetico.”


Il Figlio di Dio ha unito la sua natura divina alla nostra natura umana affinché, come dice la preghiera dell'offertorio della messa, “possiamo divenire partecipi della sua divinità”.


In questo “divenire partecipi della sua divinità” c'è tutta la vita cristiana. Siamo stati chiamati alla vita, siamo stati afferrati dalla Grazia Santificante dal giorno del nostro Battesimo, ci impegniamo in una vita ascetica per seguire la volontà di Dio, proprio per “divenire partecipi della sua divinità”: è la vita soprannaturale; è questo il dono di Dio per noi, è questo il nostro destino.


Dobbiamo proprio comprendere che il Cristianesimo è fondato sulla realtà dell'Incarnazione, per poi comprendere la nostra vita con lo scopo che ha dentro: divenire partecipi della sua divinità. Se si toglie questa realtà non resta più niente del Cristianesimo.


L'Incarnazione poi è un fatto storico, non è innanzitutto un concetto, un'idea.


L'Incarnazione è il fatto storico che, a un certo momento del tempo, il Verbo di Dio ha preso su di sè la nostra umanità, la nostra povertà, il nostro nulla, per donarci il potere di diventare figli di Dio. Questo è il fatto più sconvolgente della storia e per questo contiamo gli anni dalla notte di Betlemme.


Tutte le eresie sono nemiche di questo fatto, lo negano nella sua pienezza, lo reinterpretano fino ad annullarlo nella sua sconvolgente verità.


Tutte le eresie sorte dentro il Cristianesimo vanno contro quest'unico fondamento della religione cristiana, e così fa il Modernismo che è la somma di tutte le eresie. Il Modernismo ha come nemico principale la realtà dell'Incarnazione, e trasforma il cristianesimo in una religione che nasce dal di dentro dell'uomo, dalla sua psicologia profonda. Invece tutto nasce da un fatto, un fatto fuori dell'uomo che trasforma dentro l'uomo: Dio si è fatto uomo.


Trasforma l'uomo – diventiamo partecipi della sua divinità – ma è un fatto fuori dell'uomo.


E ci trasforma proprio perché non è dentro l'uomo, ma entra nell'uomo con il potere della Grazia di Cristo.


Da qui discende tutto.
Dal fatto che è un fatto - che come ogni fatto è fuori di noi, è difronte a noi - discende tutto il potere salvifico del Cattolicesimo:


“L'Incarnazione è l'antecedente della dottrina della mediazione; essa è l'archetipo del principio sacramentale e dei meriti dei santi. Dalla dottrina della mediazione derivano la salvezza, la Messa, i meriti dei martiri e dei santi, le invocazioni e il culto loro indirizzato. Dal principio sacramentale provengono i sacramenti propriamente detti, l'unità della Chiesa e la Santa Sede (…), l'autorità dei concili; la santità dei riti; la venerazione con cui si circondano i luoghi sacri, le tombe dei santi, le immagini, i mobili, gli ornamenti e i vasi sacri... Bisogna o prendere tutto o rigettare tutto; attenuare non è che indebolire; amputare è mutilare”.


Grande Newman! Bisogna accettare tutto del Cattolicesimo! E tutto, come il fatto dell'Incarnazione, è qualcosa di esterno che entra dentro, per trasformarti dentro.


Il male è proprio qui. Il terribile male che sta sfigurando la Chiesa Cattolica e la vita di una moltitudine di cristiani consiste nell'attenuare questo fatto esterno che, abbracciato, ci salva.
È il male orribile di trasformare il Cristianesimo nella religione delle idee e dei valori; di trasformarlo in un culto tutto interno all'uomo, in una religione psicologica e introspettiva: è la vittoria del Peccato Originale, è la vittoria del Demonio, che vuole chiudere l'uomo in se stesso per poi abbandonarlo alla propria disperazione.


Ma il Cristianesimo è un fatto esterno che nasce dal fatto dell'Incarnazione di Dio.


Il pericolo è di non ricordarlo sempre: bisogna prendere tutto o rigettare tutto... attenuare è indebolire... amputare è mutilare.


Dobbiamo ricordarlo sempre: Cristo ci raggiunge con un fatto esterno a noi.


Per questo non si può salvare nemmeno la Tradizione della Chiesa con le parole, ma aderendo a un fatto.


È aderendo a un luogo esterno, che ti ha riconsegnato la fede di sempre, che si salva la Tradizione.
È stando a quel fatto, stando a un luogo, stando a persone visibili con cui il Signore ti ha riconsegnato ad una fede integralmente cattolica, che tu potrai essere trasformato dentro.
La tentazione è sempre quella di volgersi alle idee, ai valori, alle parole, per rigettare o attenuare il fatto; e attenuarlo è rigettarlo!


Siamo a Natale. Quale domanda faremmo bene a porci? C'è ne una più urgente di tutte:
“Ma io, dove riconosco il fatto di Dio? Dov'è la mia grotta di Betlemme, dove andare ad adorare il Signore; dov'è la grotta dove Dio nasce?”.
La risposta non può essere vaga, dovrà indicare un luogo concreto, un centro di messa tradizionale concreto, dei volti precisi a cui riferirsi, dei tempi e occasioni stabiliti in cui esserci.


Sì, lo sappiamo, la Chiesa è in crisi; ma tutta la crisi della Chiesa non impedirà ai sinceri di cuore il trovare questi fatti precisi, luogo di salvezza per l'anima stanca. Dio è fedele, e non fa mancare mai il suo soccorso, che è sempre un fatto.


Se ci ostineremo a cercare la salvezza dentro di noi, vorrà dire che siamo già parte dei peggiori modernisti, magari “tradizionali”.


Ma preghiamo che così non sia.
Buon Natale


















martedì 12 dicembre 2017

La cattiva teologia che ha desacralizzato le chiese








Stefano Fontana (12/12/2017)

La campagna della Nuova BQ #salviamolechiese circa le nuove forme di okkupazione delle chiese con sfilate di moda, rassegne dell’artigianato locale, mostre di quadri di dubbio gusto e così via … mette il dito in una piaga che ha origini lontane. Se si trattasse solo di sprovvedutezza e noncuranza la cosa non sarebbe poi così grave. Sprovvedutezza e noncuranza riguardano casi particolari, pur se di numero crescente, e possono pretendere le attenuanti che si danno di solito agli sprovveduti e ai noncuranti. Il fatto è, purtroppo, che questa nuova okkupazione delle chiese è stata ampiamente teorizzata e addirittura fondata teologicamente. E’ per questo che la cosa è piuttosto grave: l’okkupazione delle chiese con i corsi di aerobica rappresenta l’ingresso del profano nel sacro o, meglio, l’annullamento della distinzione tra sacro e profano. E questo concetto la teologia lo sta insegnando ormai da decenni, almeno fin dagli anni Sessanta del secolo scorso.

Nel 1969 Ladislaus Boros scriveva che da quando Cristo si è incarnato, Dio lo si incontra nell’uomo e il mondo è diventato grazia. Due anni dopo, Gustavo Gutiérrez, padre della teologia della liberazione, insisteva sul medesimo concetto: «Da che Dio si fece uomo, l’umanità, ogni uomo, la storia, sono il tempio vivo di Dio. Il pro-fano, ciò che sta fuori del tempio, non esiste più», e concludeva così il suo ragionamento: «Se l’umanità, se ogni uomo, è tempio vivo di Dio, allora incontriamo Dio nell’incontro con gli uomini, nell’impegno col divenire storico dell’umanità».

Clodovis Boff, fratello del più noto Leonardo, nel suo libro “La grazia liberatrice nel mondo” sosteneva che non bisogna più parlare della grazia, come fa la Chiesa, ma lasciare la grazia parlare, intendendo che la grazia opera nel mondo e parla attraverso i fatti del mondo. In precedenza, eravamo nel 1964, Jürgen Moltmann aveva spiegato che c’era stata una evoluzione della presenza di Dio tra gli uomini: dapprima nella tenda, poi nell’Arca, poi nel tempio … fino a quando Dio avrebbe preso dimora nell’umanità stessa. Pannenberg aveva parlato di rivelazione come storia, Schlette di epifania come storia, Cullmann di salvezza come storia. Tutte queste teologie hanno sostenuto che Dio si sarebbe rivelato non tramite una teofania diretta, ma in modo indiretto tramite gli avvenimenti della storia. Il sacro, inteso come il luogo e la dimensione diretta della rivelazione e della teofania, doveva quindi essere sostituito col profano, inteso come il modo indiretto con cui Dio si rivela e guida la storia della salvezza. Edward Schillebeecks aveva scritto nel 1965 che «Tutta la vita profana costituisce una specie di esplicitazione di ciò che vuol dirci l’intima offerta della grazia di fede». Nello stesso anno Harvey Cox aveva dichiarato che «Dio ama il mondo e non la Chiesa».

Se si vuole però andare alle origini di questa identificazione del sacro col profano occorre parlare di Karl Rahner. Per lui il mondo come esistenza è il luogo della auto-rivelazione di Dio all’uomo. Noi non incontriamo mai gli insegnamenti di Dio e Dio non ci ha dato degli insegnamenti diretti, noi vediamo il mondo e gli uomini e lì Dio comunica se stesso in via anonima e priva di contenuti, una via che accetta e fonda la nostra libertà. Ecco allora «L’odierna tendenza a parlare non di Dio, bensì del prossimo, a predicare non l’amore di Dio, bensì l’amore del prossimo, a non dire Dio, bensì mondo e responsabilità verso il mondo».

La storia della salvezza coincide quindi con la rivelazione e con la storia dell’umanità e non c’è distinzione tra storia sacra e storia profana: «Il mondo media a Dio come a colui che si comunica nella grazia, e in questo senso il cristianesimo non conosce alcun settore sacrale delimitato, nel quale soltanto potremmo trovare Dio». Il mediatore tra gli uomini e Dio è ormai diventato il mondo.

Questi scarni esempi possono adeguatamente testimoniare che l’ingresso della “pizza solidale” in duomo o dei pranzi con i poveri in cattedrale non sono solo dovuti a superficialità o sprovvedutezza, ma sono alimentati da una visione della relazione tra il mondo e la Chiesa che data ormai da alcuni decenni. Non ha importanza la notevole differenza tra le dotte asserzioni dei teologi e lo squallore di molte di queste okkupazioni, le idee filtrano dalla aule universitarie alle piccole parrocchie di periferia dove qualcuno organizza l’ingresso del mondo in chiesa senza aver mai letto Cox o Rahner ma seguendone ugualmente e di fatto gli insegnamenti.

Se Dio si manifesta prima di tutto nel mondo tramite eventi storici, allora lo si incontra nella prassi di fare entrare gli eventi storici nelle chiese. Viene quindi trascurato che la Chiesa è il luogo in cui il fedele può entrare in contatto con quanto storico non è. Lo spazio sacro è il luogo dell’eterno. La Chiesa, per la presenza del Santissimo Sacramento dell’altare, è un luogo “metafisico” e non più solo storico: lì è presente l’Alfa e l’Omega della storia, che proprio perciò non è storia. Ed infatti, quando entra la “pizza solidale” in duomo, il Santissimo – almeno per ora - viene trasportato altrove.














lanuovabq.it





domenica 10 dicembre 2017

Eutanasia, nessuno la vuole, tutti la votano







Lettera di Peppino Zola al Direttore di La nuova bussola quotidiana -10 dicembre 2017

Caro direttore,

desidero farti due osservazioni a proposito della legge sull’eutanasia (meglio parlare chiaro) che sta per essere approvata. Non riguardano il merito del DDL: non c’è bisogno di dimostrare che si tratta di una legge pessima, altro che una legge di civiltà, come osa dire continuamente il capogruppo PD in modo assolutamente ipocrita. Due osservazioni che riguardano il metodo e che gettano una luce preoccupante sul modo di lavorare della nostra classe dirigente.

1) Mi ha molto colpito il fatto che sia stata data una impressionante accelerazione all’iter che porterà all’approvazione della legge entro pochissimi giorni. E tutti i gruppi politici ne sono responsabili, tanto è vero che è stata l’assemblea dei capigruppo a decidere i tempi: ho il fondato sospetto che sia stato raggiunto, in quella sede, questo compromesso: si vota la legge sul fine-vita ed in cambio non si vota la legge sullo jus soli. Il sospetto si è fatto per me certezza quando Salvini ha infelicemente detto che lui non si occupa dei morti. Questo accordo sui tempi trova ora conferma se si considera come il dibattito si sta svolgendo: in pratica, nessuno osa fare anche solo cenno alla possibilità che qualcuno applichi il tanto temuto ostruzionismo.

Vi sono migliaia di emendamenti, ma essi verranno annullati nella quasi totalità con il metodo del “canguro”, che il semplice cittadino non riesce neppure a capire che cosa sia. In questo contesto, ciascun gruppo sta recitando la sua parte senza ritegno, ma tutti, in pratica, fanno in modo che la legge passi e passi in fretta. I partiti della sinistra, ricattando l’opinione pubblica mediante l’esaltazione di alcuni “casi pietosi” ( secondo il vecchio metodo Pannella), insistono sugli slogan relativi alla “legge di civiltà” che deve adeguarsi a ciò che fanno gli altri Paesi europei, senza avere il coraggio di entrare nel merito della questione, la quale è una questione di morte, altro che di civiltà.

I 5stelle, così combattivi su tutto, in questo caso sono fortemente remissivi e si limitano a dire che voteranno sì, ma senza dare alcuna spiegazione. Ed, in effetti, non si capisce perché un grillino dovrebbe per forza votare la legge, a conferma che, al di là del demagogico richiamo all’onestà, è difficile comprendere che cosa costoro vogliano. Il partito di Alfano (ottima la notizia che smette di fare politica), pur facendo parte del governo, ha presentato molte centinaia di emendamenti, ma solo per mettersi a posto la coscienza.

Avrebbe un altro modo molto più efficace di impedire l’approvazione della legge ed è quello di chiedere la crisi di governo, provocandone la caduta a poche settimane dal suo termine naturale. Ma non ha questo coraggio, come non l’ha avuto nel caso della legge Cirinnà. E’ evidente che sono ipocriti i suoi emendamenti. Ma anche nei gruppi dell’opposizione abbonda l’ipocrisia. La Lega, a sua volta, ha presentato moltissimi emendamenti, pur sapendo che il “canguro” li azzererà. Forse li ha presentati proprio perché sapeva che sarebbero stati azzerati. Per lo jus soli Salvini aveva promesso la mobilitazione delle piazze: perché non lo ha fatto anche per il DDL di cui parliamo? Il fine vita è meno importante della cittadinanza?

Forza Italia ha semideciso di votare no, ma poi si barrica dietro la gherminella di lasciare la libertà di coscienza ai propri senatori, il che costituisce un altro modo pilatesco di lavarsi le mani di fronte ad un tema fondamentale per ogni umana convivenza. Sono rimasti molto in pochi a lottare veramente contro questa legge eutanasica. Sono rimasti in pochissimi a dare ascolto alle osservazioni ed alle proteste che arrivano da settori molto consistenti della società impegnata nella difesa della vita. Di fronte a tutta questa ipocrisia, tra l’altro, la Chiesa italiana è rimasta sostanzialmente silente.

2) In tutti i settori sensibili della vita della società (come questo), il legislatore sta seguendo sempre facili scorciatoie invece che affrontare i reali problemi che, di solito, stanno dietro a queste problematiche. Così, invece di assumere concrete ed efficaci misure per rafforzare la famiglia a fronte delle sue difficoltà, il legislatore ha scelto la via del divorzio sempre più breve e facile, il che sta gettando migliaia di giovani figli nella più grave disperazione. Ed invece di preoccuparsi di aiutare la vita ad affermarsi, il legislatore ha scelto la via dell’aborto, la quale ha indotto quella mentalità generalizzata che oggi provoca la gravissima denatalità in atto. Nel nostro caso specifico, il legislatore, invece di assumere serie misure a favore della popolazione più anziana, ha scelto la facile via delle DAT, che aprono le porte (anzi, le spalancano) all’eutanasia. Ed è triste constatare che in tutte queste operazioni vi siano stati dei cattolici conniventi.

Caro direttore, se teniamo veramente al bene comune, noi cattolici dobbiamo intensificare la nostra testimonianza per far vedere ai nostri fratelli uomini la diversità positiva che Cristo ha portato nel mondo. Fanno parte integrante di tale testimonianza le battaglie culturali (fino al livello politico) cui siamo chiamati dalla nostra appartenenza all’Avvenimento cristiano. Tra poche settimane avremo una seria occasione di fronte alla quale non dovremmo più tacere.












venerdì 8 dicembre 2017

Tota pulchra es Maria et macula originalis non est in Te








(...) Affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli.

(Bolla “Ineffabilis Deus”)
















giovedì 7 dicembre 2017

Sì, Dio permette la tentazione. Perché siamo chiamati a scegliere





di Aldo Maria Valli  (07/12/2017)

«E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male». Recenti dichiarazioni di papa Francesco («Non è una buona traduzione. Anche i francesi hanno cambiato il testo con una traduzione che dice “non mi lasci cadere nella tentazione”: sono io a cadere, non è lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito») hanno riaperto una vecchia questione.

Ma se per secoli i cristiani hanno pregato così, è possibile che abbiano preso tutti un abbaglio? Davvero sarebbe meglio dire «non abbandonarci nella tentazione», come si legge nella nuova traduzione?

Non essendo un esperto, lascio volentieri la risposta ad altri. Di certo continuerò a pregare come mi è stato insegnato da bambino. E mi affido a un ricordo di tanti anni fa. Riguarda il cardinale Carlo Maria Martini, che all’argomento dedicò riflessioni, secondo me, illuminanti.

Il problema di una traduzione meno «scandalosa», spiegò l’arcivescovo, non si pone certamente oggi. Sant’Ambrogio, per esempio, preferiva tradurre «e non permettere che cadiamo nella tentazione». In questo senso il «non abbandonarci nella tentazione» proposto dalla Conferenza episcopale italiana non è che uno dei tanti tentativi di risolvere un antico problema, ma, secondo Martini, la vera questione è un’altra.

Il punto, spiegava il cardinale, è che Gesù nella preghiera pone il problema della tentazione in primissimo piano e con forza. Qualunque sia il verbo (indurci, abbandonarci o altro) dobbiamo concentrarci sul complemento. Gesù ci dice che la tentazione ci accompagna, fa parte della nostra esperienza quotidiana, come provò lui stesso che, non a caso, dopo gli anni trascorsi in famiglia, incominciò il suo ministero proprio sottoponendosi alle tentazioni di satana nel deserto. Dunque, sia che diciamo «non ci indurre in tentazione» o «non permettere che cadiamo nella tentazione» o «non abbandonarci nella tentazione», la questione vera è che Dio certamente permette la tentazione, e non in via straordinaria o marginale, ma come esperienza costante.

Perché? Secondo Martini la risposta è semplice: perché proprio attraverso la tentazione, e il conseguente combattimento interiore, cresciamo nella fede. Se non fossimo esposti alla tentazione, se tutto andasse liscio e tranquillo, se fossimo come teleguidati verso il bene, la libertà non sarebbe messa alla prova. Non dobbiamo mai dimenticare, invece, che la vita del cristiano è una battaglia continua, perché continuamente si tratta di scegliere tra il bene e il male.

Le tentazioni sono tante e di vario tipo, ma ce n’è una che appare particolarmente spaventosa. È quella di tipo escatologico, che riguarda la fine dei tempi, quando satana sferrerà il suo ultimo e più temibile attacco. Martini ricordava a questo proposito le parole di Matteo (24, 11-12): «Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà». Ecco la tentazione ultima e più devastante: cedere definitivamente all’azione di satana, alla sua seduzione, e scegliere il Male. Con la maiuscola, perché è persona, ovvero il Maligno.

La seduzione è effettivamente l’arma usata dal Maligno, che istiga l’uomo a scegliere lui presentandosi in veste suadente, accattivante.

Tutti, spiegava Martini, senza esclusioni, siamo soggetti alla seduzione del Maligno, e tutti dobbiamo vigilare. Ecco perché Gesù, nella preghiera che ci ha insegnato, mette l’accento sulla tentazione.

Nel libro «Ritrovare se stessi», nel capitolo dedicato al combattimento spirituale, Martini scrive: «Tutta la vita di Gesù è stata una formidabile lotta, una presa di posizione decisa nel grande combattimento contro l’avversario». E così è per noi. Non è lecito indorare la pillola.

Se siamo in battaglia, di che cosa dobbiamo prendere consapevolezza?

Ecco la risposta dell’arcivescovo: «Anzitutto che noi ci troviamo in una situazione rischiosa; è rischioso e pericoloso vivere il Vangelo fino in fondo. Avere il senso del rischio, delle difficoltà, è realismo, un realismo che ci permette di vedere le vie dell’avversario, le vie attraverso le quali il mondo è portato al male, ma sentendoci pieni della forza di Dio. Una profonda analisi e sintesi del mistero della perversione, fatta con l’aiuto della sacra Scrittura, ci mette davanti alle avversità senza paura perché sappiamo cogliere, insieme alla vastità del male, la potenza di Cristo che opera continuamente nella storia. Seconda osservazione: si tratta di una lotta che non ha né sosta, né quartiere, contro un avversario astuto e terribile che è fuori di noi e dentro di noi. Questo, oggi, lo si dimentica spesso, vivendo in un’atmosfera di ottimismo deterministico per cui tutte le cose devono andare di bene in meglio, senza pensare alla drammaticità e alle fratture della storia umana, senza sapere che la storia ha le sue tragiche regressioni e i suoi rischi i quali minacciano proprio chi non se l’aspetta, cullato in una visione di un evoluzionismo storico che procede sempre per il meglio. La terza osservazione: solo chi si arma di tutto punto potrà resistere, dal momento che il nemico si aggira attorno a noi per scoprire se c’è almeno un varco aperto, se c’è almeno un elemento mancante nell’ armatura così da farci cadere nel combattimento. L’ultima osservazione, assai importante: tutte le armi, tutti gli elementi dell’armatura vanno continuamente affinati nell’esercizio della preghiera che non li supplisce – non supplisce lo zelo, l’impegno, lo spirito di fede, la capacità di donarsi -, ma è la realtà nella quale tutti sono avvolti e vengono ritemprati per la lotta».

Un comportamento di fondamentale importanza, nella battaglia contro la tentazione, consiste nell’evitare le occasioni di peccato. Se l’occhio ti dà scandalo, cavalo. Se la mano è occasione di scandalo, tagliala. Gesù non potrebbe essere più chiaro. Ed è significativo, spiega Martini, che in Matteo queste esortazioni si ritrovino, praticamente identiche, in due passi diversi dello stesso Vangelo: un caso molto raro, segno dell’importanza dell’ammonimento.

Evitare non solo il peccato, ma le occasioni di peccato. Una lezione da non dimenticare mai in un mondo segnato dalla moltiplicazione di queste occasioni. Tenendo ben presente che l’esperienza cristiana è agonistica, è battaglia, combattimento, competizione contro il Maligno che utilizza senza sosta l’arma della tentazione per irretirci e conquistare la nostra anima.

Per chi volesse approfondire, al riguardo c’è un bellissimo testo di Martini intitolato «Non sprecate parole. Esercizi spirituali con il Padre nostro».

Aldo Maria Valli











Padre Nostro, una traduzione, tanti significati






Riccardo Barile

“Non ci indurre in tentazione”: quale che sia la soluzione interpretativa, è chiaro che secondo Gc 1,12-13 e 1Cor 10,13 Dio non ci tenta al male, né permette che siamo tentati oltre le nostre forze. Questo è ovvio e, come dice il Papa, tentare direttamente al male è il mestiere del diavolo.

Il termine “indurre” usato nel Padre nostro sia in Mt 6,13 sia in Lc 11,4, è l’aoristo attivo del verbo “eis-fero” (εἰσενέγκῃς” - eisenekes), che alla lettera significa “portare verso/dentro” e quindi introdurre/indurre.

Sono interessanti gli usi - pochi - dello stesso verbo nel Nuovo Testamento con il senso inequivocabile di portare dentro:

Lc 5,18-19 (il paralitico che i portatori cercano di introdurre di fronte a Gesù):«Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare (portarlo dentro) e di metterlo davanti a lui. / Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza»;

Lc 12,11: «Quando vi porteranno davanti (porteranno dentro) alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire»;

At 17,20 (la domanda dei filosofi ateniesi a san Paolo che aveva evocato un “dio ignoto”): «Cose strane, infatti, tu ci metti negli (ci fai entrare dentro negli) orecchi; desideriamo perciò sapere di che cosa si tratta»;

1Tm 6,7: «(...) non abbiamo portato (portato/introdotto dentro) nulla nel mondo e nulla possiamo portare via»;

Eb 13,11: «Infatti i corpi degli animali, il cui sangue viene portato nel (portato dentro al) santuario dal sommo sacerdote per l’espiazione, vengono bruciati fuori dell’accampamento».

Una parziale e provvisoria conclusione è che questo senso di “indurre - far entrare” è così forte che può certamente essere interpretato correttamente, ma non spazzato via del tutto, a meno di supporre che l’agiografo non conoscesse le parole che usava...

Per cui a questo punto il problema e la soluzione sono che cosa si intende con “indurre”.
Certo, come annotato all’inizio, non si può intendere che Dio tenta direttamente al male, anche se - bisogna riconoscerlo - è vero che nel linguaggio corrente “indurre in tentazione” a volte significa proprio questo.

Ma è anche vero che “non ci indurre in tentazione” - pur aperto all’equivoco di cui sopra -, rispetta di più un altro senso implicito contenuto nella richiesta, che non è immediatamente e semplicemente, come forse suggerisce la modifica francese, il “non lasciarci cadere” nella tentazione - Fa’ che non siamo tentati? Fa’ che alla fine non pecchiamo? Neppure qui è tutto chiaro! -, ma prima ancora è il “non introdurci” nel senso di “non lasciare che siamo introdotti” nella tentazione dal demonio o da noi stessi. In senso forte e usando un verbo simile - e dunque da rendersi con la stessa traduzione - Gesù insegna questa richiesta al Getsemani rivolgendosi agli apostoli “addormentati”: «(...) Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto ma la carne è debole» (Mt 26,40-41). E qui la tentazione è mortale, perché si tratta di non seguire Gesù Cristo sulla via della croce con il rischio di non incontrarlo più come Risorto e Salvatore. La realtà che soggiace alla richiesta è complessa e comporta esperienze che sembrerebbero non stare insieme, ma che insieme vanno tenute: da una parte la tentazione è inevitabile e non si può pretendere che Dio ce ne preservi totalmente - Gesù stesso è stato tentato (Mt 4,1-11) -, dall’altra noi riconosciamo la nostra fragilità e la “terribilità” di certe tentazioni, per cui chiediamo a Dio di non farci entrare dentro, atteggiamento che racchiude in fondo la fiducia che, se Dio permette che noi entriamo in queste tentazioni, grazie al riconoscimento della nostra fragilità e dell’averlo pregato, ce ne farà uscire vittoriosi.
Insomma, detto in altro modo è l’atteggiamento di Gesù che nel Getsemani prega: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!» (Mt 26,39). Così in un certo senso è anche per la nostra richiesta “non ci indurre in tentazione”.

Non solo, il “non ci indurre in tentazione” mantiene in sottofondo - anche se con terminologia non correttissima rispetto al linguaggio odierno - la categoria di Dio che prova e mette alla prova. Ad esempio, permettendo la presenza e l’azione nefasta di un falso profeta «il Signore, vostro Dio, vi mette alla prova per sapere se amate il Signore, vostro Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima» (Dt 13,4); oppure la non liberazione della terra promessa dai popoli che la abitavano era funzionale al fatto che «Queste nazioni servirono a mettere Israele alla prova, per vedere se Israele avrebbe obbedito ai comandi che il Signore aveva dato ai loro padri per mezzo di Mosè» (Gdc 3,4). Qui mi fermo, ma ognuno per suo conto cercando in una concordanza biblica (elettronica) “prova / provare” e simili, verificherà l’estensione e la profondità del tema e di questa condotta di Dio nei nostri confronti.

In questo senso il “non ci indurre alla tentazione” significherebbe: “Signore, non metterci troppo alla prova, non darci una prova troppo grande, non permettere che siamo tentati oltre le nostre forze ecc.”. Si obietterà, come rilevato all’inizio, che Dio non tenta oltre le nostre forze e dunque non è il caso di inoltrargli una simile richiesta. Ma così ragionando ci si dimentica che il nostro rapporto con Dio non si basa sulla filologia e sulle certezze al limite, ma sulla verità esperienziale antropologica che Dio ha assunto nella antica alleanza e molto di più nella nuova con l’Incarnazione: «Restando sempre intatta la verità e la santità di Dio», è la «ammirabile condiscendenza» di cui parla il Vaticano II (Dei Verbum 13).

Quanto poi alla considerazione che Dio non sta a vedere se siamo caduti ma ci sostiene prima, è verissima, ma non bisogna spingerla più di tanto sino ad eliminare il fatto che, secondo una tradizione ascetica e spirituale, Dio non soltanto ci mette alla prova, ma anche “sta a vedere” il nostro combattimento per premiarci. Di nuovo, in forza della “ammirabile condiscendenza”, Dio si comporta anche come un amico, un educatore, un maestro umano che mette alla prova e sta a vedere, certo invisibilmente presente dall’inizio con la sua grazia. Al riguardo è famoso il testo di sant’Atanasio su Antonio, dopo che quest’ultimo fu tentato dal demonio sotto le forme orribili di animali feroci, un testo ripreso da altri racconti di vite di santi e non tanto per identificarli a quel primo modello, ma perché la realtà della vita cristiana comporta queste prove nelle quali sembra che Dio stia lontano e “a guardare” in vista di purificare la nostra fede e il nostro amore: «Il Signore neppure in questo momento si dimenticò della lotta di Antonio, ma venne in suo aiuto. Sollevati gli occhi, dunque, (Antonio) vide il tetto come se si aprisse e un raggio di luce che scendeva verso di lui. E i demoni scomparvero in un istante, il dolore del corpo era subito cessato, e la casa era di nuovo intatta. Antonio percepì l’aiuto e, ripreso più fiato e alleggerito dei suoi dolori, chiedeva alla visione che si era manifestata: “Dov’eri? Perché non sei apparso fin dall’inizio, per porre fine alle mie sofferenze?”. E una voce a lui: “Antonio, ero qui, ma aspettavo di vedere la tua contesa. Dunque, giacché hai resistito e non sei stato sconfitto, io sarò sempre tuo soccorritore e ti renderò famoso in ogni dove”» (Sant’Atanasio, Vita di Antonio 10,1-3).

Dunque e concludendo: certo che si può cambiare la versione come hanno fatto i francesi e come potremmo fare anche noi in italiano, ma, più si precisa, più si perdono tanti significati concomitanti e sottesi come quelli indicati.

Bisogna anche precisare che la liturgia non cita necessariamente alla lettera la Scrittura, ma dalla Scrittura elabora una sua preghiera. Ad esempio l’Agnello di Dio in Gv 1,29 toglie “il peccato” del mondo, mentre in liturgia prima della comunione toglie “i peccati” del mondo.

E alla fine della fine bisogna ricordare che il linguaggio cristiano non sempre può essere condizionato dal linguaggio corrente e tarato su di esso: certe parole e certe espressioni hanno una polisemia che va mantenuta e imparata, come nel caso classico del termine neotestamentario di “carne”. Il linguaggio cristiano va imparato, va imparato, va imparato perché, come diceva Tertulliano, «cristiani non si nasce, ma si diventa» (Apologetico 18,5), per cui come diceva Totò, anche cristianamente “nessuno nasce imparato”.

Forse chi ha letto fin qui si trova con un aumento di confusione, ma in questo caso è un buon segno perché è più vicino alla verità.












lanuovabq.it 07-12-2017





lunedì 4 dicembre 2017

In San Domenico sfilano modelle. #Salviamolechiese







Abusi e profanazioni


Andrea Zambrano (04-11-2017)

No. Alla sfilata di moda non ci aveva pensato nessuno. Tacco 12 e pellicciotti secondo la tendenza della moda autunno-inverno. Una bella dozzina di modelle da urlo in passerella e un pubblico interessato a guardare e ad ascoltare improbabili imitatrici di Laura Pausini che canta “Simili”. E’ l’iniziativa di Confartigianato Cuneo “Moda Confartigianato 2017” andata in scena ad Alba venerdì sera. Una bella serata di musica e fashion che ha allietato l’inizio del week end nella capitale dei tartufi.


Ma c’è un piccolo particolare: la location. Le modelle hanno sfilato, dice l’organizzatore, nella splendida cornice della chiesa di San Domenico. Proprio così. Siamo ad Alba a pochi passi dalla cattedrale cittadina e nella chiesa di San Domenico venerdì è andata in scena la sfilata di moda ampiamente pubblicizzata sui giornali e su Facebook da una diretta molto partecipata con tanto di “wow!” e ringraziamenti a fine collegamento. In effetti non capita spesso di vedere modelle da urlo tra le volte gotiche di un tempio.


Insomma: una bella serata di moda in una location affascinante, se vista dall’ottica laicista che vede le chiese come semplici teatri per iniziative mondane. Una profanazione, anzi un sacrilegio, se invece lo guardiamo da un’altra ottica: quella del Padrone di casa. Il quale, ipocrisia delle ipocrisie, non è presente sacramentalmente perché il tabernacolo in quella chiesa era già stato “svuotato”. Ma è presente di diritto dato che la chiesa, intesa come edificio, ha un solo scopo: quello di ospitare l’adorazione, la preghiera e la messa. Però fa lo stesso: lontano dagli occhi, lontano dal cuore, sembra dirci questa nuova furia iconoclasta che fa strame dei templi cittadini costruiti col sudore e le offerte di un popolo che ora si starà rivoltando nella tomba nel vedere come vengono trattati quei muri.


La chiesa di San Domenico non è una chiesa parrocchiale. Ma non è stata interessata da un decreto di perdita della dedicazione, tanto che vi si celebra spesso anche la santa messa, come l'associazione che ne ha cura dice con orgoglio mostrando come l'edificio non sia affatto sconsacrato ma consacrato! tanto che di tanto in tanto vi si celebra pure, pensate un po', la messa. Una messa di tanto in tanto a far capolino tra sfilate e mostre, come un happening qualsiasi, da cartellone stagionale.


Il tempio grava sulla parrocchia della Cattedrale retta da don Bernardino Negro. E’ a lui che la Nuova BQ si rivolge al telefono per cecare di capire il perché di questa iniziativa scriteriata. “Impossibile”, ci dice il sacerdote subito dopo pranzo. “Ma su internet ci sono le foto e gli articoli”, ribattiamo.


“Le ripeto che è impossibile perché se fosse così dovrei intervenire. L’accordo siglato con i gestori della chiesa parla chiaro: si possono fare iniziative di carattere culturale e non queste cose. Ma fatemi verificare, vi prego, devo sentire dai custodi”.


Tempo due ore e lo richiamiamo: “Mi sono informato, ho telefonato al presidente di Familialbejsa (l’associazione che gestire la chiesa per eventi culturali ndr.), sono andato di persona a vedere oggi stesso: la chiesa è proprietà del capitolo dei canonici quindi noi abbiamo espresso da tempo l’intenzione di comminare sanzioni molto precise per salvaguardare l’ambiente sacro e quindi esigiamo che prima di fare qualunque manifestazione ci venga fornito il programma per vedere se è confacente oppure no. In passato abbiamo anche detto dei no quando si è profilata l’ipotesi di girare un film all’interno dell’edificio”.


A questo punto non resta che chiedere se verranno comminate sanzioni: “Da quello che ci hanno spiegato non si è tratta di una sfilata di moda, ma di una presentazione dei prodotti dell’artigianato locale, tra cui appunto anche la lavorazione delle stoffe. I responsabili mi hanno assicurato che non c’è stata nessuna sfilata”.


Mostriamo al parroco le immagini e i video inequivocabili dove si parla espressamente di "eccellenze artigianali dell'abbigliamento, accessori, acconciatura ed estetica in passerella nella splendida Chiesa di San Domenico". A questo punto il parroco allarga le braccia e dichiara: “In ogni caso il capitolo dei canonici non era informato”. Sfilata o no, che però c’è stata, anche se si fosse trattato di una semplice presentazione che cosa sarebbe cambiato? Nulla, dato che la chiesa è stata profanata per un uso non legato al culto.


Quello che succede ad Alba però è figlio di un vizio che si sta imponendo in maniera quasi ossessiva in ogni dove: nelle settimane scorse abbiamo raccontato di chiese violate per concerti di musica techno, partite di tennis (con la scusa che la chiesa è “sconsacrata”), comizi elettorali, set fotografici per trans, film pornografici. E ancora: conferenze, mostre bizzarre e astruse, iniziative tra le più svariate, ognuna della quali esibisce una qualche patente di legittimità per mostrare all’autorità ecclesiastica che in fondo non c’è nulla di male: basta una causa buona, una carità pelosa che giustifichi l’ingresso in chiesa e il gioco è fatto.


Invece il gioco non è fatto per nulla per il semplice motivo che se si iniziano a utilizzare le chiese per scopi che non hanno nulla a che vedere con il culto reso al Signore, il piano inclinato porterà presto, come si è dimostrato, a passare senza accorgersene agli usi più strampalati e dissacranti. Al di là delle intenzioni dei singoli, sarebbe anche bene ad un certo punto dire basta e interrompere questo scivolamento verso l’abisso della dissacrazione con la complicità di un clero spesso distratto o che chiude gli occhi per quieto vivere.


Eppure è diritto di ogni fedele esigere che le chiese vengano utilizzate per pregare e non per urtare la loro sensibilità che è orientata alla crescita della fede e non della bile. Lo dice il codice di diritto canonico, lo dice il buon senso, ma lo dice anche la fede dei semplici.


E’ con questo spirito che La Nuova BQ lancia la campagna #SALVIAMOLECHIESE per dare un segnale di stop a questo lassismo post moderno secondo cui tutto va bene, purché nessuno si lamenti. E’ un diritto dei fedeli esigere che le sfilate vengano fatte in luoghi più appropriati. E così i concerti e le mostre. Invitiamo con questa campagna tutti i lettori a segnalarci abusi, utilizzi impropri, profanazioni evidenti, mancanze di rispetto verso il luogo sacro che si calpesta e altre stramberie che, ne siamo sicuri, stanno accadendo in tutt’Italia nel disinteresse collettivo.


Per ridare al culto di Dio il primo posto e rimettere in fila le priorità. Una sfilata di moda, come un concerto o una mostra, sono iniziative di carattere sempre commerciale o promozionale, non si può mercanteggiare con scuse bislacche il rispetto sacro che si deve al tempio di Dio nella speranza che in fondo non si fa nulla di male. Scrivete a redazione@lanuovabq.it indicando il luogo e l’evento che vi ha turbato sensibilmente svoltosi in una chiesa. Lo sottoporremo al vescovo del luogo perché intervenga e ponga fine ad un uso sconsiderato che è arrivato il momento di fermare.