Viviamo nell’epoca delle «parole». Per vincere battaglie civili (e non solo queste) si coniano parole e detti icastici, riassuntivi (slogans). Per abbattere uomini si impiega qualche termine o classifica, che le circostanze suggeriscono atti allo scopo di demolire. Per anestetizzare cittadini e fedeli si coniano parole. Ciò che stupisce è il fatto per il quale gli uomini, invece di lasciarsi abbattere da autentiche spade, si lascino abbattere da sole parole. Perciò i termini, gli slogans, le classifiche di moda vanno vagliati, capiti, eventualmente smascherati. Comincio pertanto a pubblicare delle note chiarificatrici. Spero che il nostro clero vorrà leggersele bene, per evitare una sorte ingloriosa. Cominciamo dal termine più in voga, usato come un fendente o come una protezione per il proprio operato: «progressismo». Di tanta gente si dice che è o non è «progressista». Vediamoci chiaro e, se ci fosse da restituire un termine alla esatta ...
... funzione, non coartata, come è serena e dolce la nostra italica parlata, non bisogna ricusare quel merito.
Elenchiamo pertanto i casi più frequenti nei quali si usa il termine «progressista». Porgiamo uno specchio perché ognuno ci si guardi.
1. Essere indipendenti dalla logica teologica
Molte volte il «progressismo» significa questo, o, piuttosto quando ci si attribuisce una tale indipendenza, ci si gloria di essere «progressista». Vediamo dunque che vuol significare. Le conclusioni a poi.
Che è questo «disimpegno totale dalla logica teologica»?
Logica teologica è l’insieme di queste norme, applicando le quali si può documentatamente arrivare ad affermare come rivelata od anche come semplicemente certa una proposizione.
Queste norme, costituenti la logica teologica, in realtà si riducono (parliamo, si badi bene, della «logica», non della Rivelazione) ad un principio: il magistero infallibile della Chiesa. Infatti è al magistero infallibile della Chiesa, sia solenne, sia ordinario, che è affidata la certa autentica interpretazione sia della Scrittura che della divina tradizione. Ed è logico. Infatti, se Dio avesse consegnato agli uomini una quantità di rotoli scritti o di nastri magnetici per far udire la viva parola e si fosse fermato lì, ad un certo punto niente avrebbe funzionato, si sarebbe trovato modo di far dire alla divina Parola tutto quello che si vuole, il contrario di quel che si vuole, il contraddittorio di quel che si vuole e non si vuole, all’infinito. La verità salvifica non avrebbe potuto funzionare tra gli uomini. Le prove? Le abbiamo sotto gli occhi e ci appelliamo solo a due.
La prima è che con una natura immensamente nitida, la storia umana ha avuto in continuazione filosofie torbide, il contrario, il contradditorio di esse. La dimostrazione di quello che sa fare l’uomo nel suo pensiero, lasciato a se stesso ed agli stimoli del proprio io o delle proprie tenebre, la dà la storia della filosofia ed ancor meglio la filosofia della storia della filosofia.
La seconda sta nella sedicente larga produzione teologica d’oggi, dove proprio per l’oblio della logica si afferma il contrario di tutto, non esclusa la morte di Dio.
Il disegno divino nella istituzione del Magistero, al quale è collegato tutto quanto sta nell’opera della salvezza, si leva chiaro e necessario dal turbinio delle sfrenate cose umane.
Quello che oggi accade è la dimostrazione ab absurdo della verità e necessità del magistero ecclesiastico!
Il magistero ecclesiastico canonizza altri strumenti che diventano così «mezzi» per raggiungere nella certezza la verità teologica. Essi sono: i Padri, i Dottori, i Teologi, la Liturgia... purché siano consenzienti ed abbiano avuto la approvazione esplicita o implicita della Chiesa. Tale approvazione rende acquisita al Magistero stesso la verità espressa da altre fonti. Nessun Teologo, nessuna schiera di Teologi o Dottori, senza questa approvazione sicura del Magistero, conta qualcosa nella affermazione teologica. Tutt’al più, se risponderà alle ordinarie regole di un metodo scientifico, potrà condurre a formulare una ipotesi di lavoro.
Quelli che abbiamo chiamati «mezzi» di riflesso del magistero ecclesiastico costituiscono con lo stesso la «logica» della Teologia.
Questa logica è abbandonata da troppi. Ed è per questo che si leggono riviste e libri i quali contraddicono tranquillamente a quanto il Concilio di Trento ha definito, accettano modi di pensare che sono espressamente condannati nella enciclica Pascendi di s. Pio X, nonché nel suo Decreto Lamentabili; fanno le riabilitazioni di Loisy; mettono in dubbio il valore storico dei Libri storici della Sacra Scrittura, elevano a criterio le teorie distruttrici del protestante Bultman, sentono con indifferenza le proposizioni di qualche scrittore d’oltralpe, anche se toccano il centro della rivelazione divina, ossia la divinità di Cristo.
Naturalmente trattati senza freno i princìpi, si ha quel che si vuole della morale e della disciplina ecclesiastica.
Sotto questo fondamentale angolo di visuale il progressismo consiste nel trattare come relativa la verità rivelata, nel cambiarla il più presto possibile, nel dare agli uomini una libertà della quale in breve non sapranno che farsi, di fronte all’Assoluto.
Ridotto a questa frontiera il «progressismo» coincide col «relativismo» e all’uomo, «adorato», non si lascia più nulla, neppure delle sue speranze!
Naturalmente non tutte le persone etichettate come progressisti sanno queste cose. Ma esse accettano le conseguenze e le logiche deduzioni di quello che ignorano. Se hanno una colpa — questo lo giudichi Dio! — questa consiste nel non domandare il perché di quello in cui si fanatizzano.
In ogni modo l’oblio della logica teologica funge, anche se non conosciuta, da lasciapassare per le altre manifestazioni delle quali dobbiamo discorrere.
Tutto quello che abbiamo sfornato attraverso catechismi di vane lingue, dei quali fu pieno l’aere e che potrebbe venire sfornato in catechismi futuri, significherebbe la lenta distruzione della Fede e l’inganno più colpevole perpetrato ai danni dei piccoli che crescono.
Ne si può tacere la conseguenza ultima di un abbandono della logica teologica: l’assenza della certezza nei fedeli. Alla parola di Dio si può e si deve credere; nessuno può essere condizionato, se non ha giuste e appropriate conferme, dalle opinioni dei teologi. Ricordo il mio grande maestro di Teologia, il tedesco padre Lennerz S.J., che ripeteva sempre c con ragione: «Credo Deo Revelanti et non theologo opinanti!».
2. Il «sociologismo»
Tutti quelli che amano essere chiamati progressisti fanno l’occhiolino al sociologismo anche se non sanno che cosa sia.
Esso consiste nel trasferire il fine della vita, il Paradiso, al quale tendere, la molla direttiva delle azioni, dal Cielo alla Terra. Pertanto non è il caso di occuparsi della salute eterna, bensì del benessere terreno, concentrare tutto nel dare tale benessere e godimento egualmente a tutti in questo mondo.
La manifestazione esterna di questo sociologismo è fare l’agitatore, il demagogo, il rivendicatore di beni fuggevoli, il consenziente a tutte le manifestazioni che esprimano la foga di questa tendenza.
Questo costituisce la più comune ed espressiva nota del progressismo. Sia ben chiaro che noi dobbiamo essere con la giustizia e che l’ordine della carità ci impone di avere come primi nell’oggetto dell’amore i bisognosi. Ma si tratta di altra cosa, perchè il sociologismo non si cura della salvezza eterna dei poveri ed usa tutti i metodi, anche immorali, che giudica bene o male favorevoli al benessere terreno, cercando di fatto di mandarli all’inferno.
Siamo anche qui ben lontani dal credere che tutto quello che si tinge di sociale o di rosso sia sociologismo e che i moltissimi attori di questa scena siano sociologisti coscienti della apostasia insita nel sociologismo. Diciamo solo che in realtà accettano le conseguenze di una concezione materialistica del mondo. Forse non lo sanno, forse sono semplicemente degli imitatori, forse seguono il vento credendo che esso spiri da quella parte; forse credono di far la parte degli stupidi, forse temono soltanto di essere etichettati per conservatori. Viviamo in un’epoca in cui si ha paura persino delle parole!
Forse si tratta di un modo per ingraziarsi qualche potente, per fare strada e, quel che è più ovvio, per fare soldi: se ne predica il dovere verso gli altri e intanto si intascano. Gli esempi abbondano! La sociologia pratica è diventata certamente una industria ed anche qui gli esempi non mancano.
Le massime del sociologismo avendo qualche — solo qualche — contatto con la dottrina cristiana della giustizia e della carità, pur involvendo altri ideali che tutte le verità cristiane acerbamente smentiscono, sono piuttosto semplici, sbrigative, atte al comizio, al facile consenso, al certo applauso, quasi visive, traducibili in termini di spesa quotidiana e pertanto rappresentano una via brevissima per stare al passo coi tempi!
Ma si sa dove vanno i tempi?
Questa terribile domanda, con quello che coinvolge, non se la rivolgono. Le esperienze dove sono arrivate, dove si sono fermate? E' proprio necessario rinnegare il Cielo, la carità verso tutti, per portare benessere ai nostri simili? E' proprio necessario essere rivoltosi, travolgere dighe, distruggere sacre tradizioni per rendersi utili ai nostri simili?
Ma, infine, nel Santuario, al quale siamo legati da sacre promesse, tutto questo è progresso, o non piuttosto congiura per strappare agli uomini l’ultimo lembo dell’umana dignità e della speranza eterna?
3. La nuova storiografia
Per i colti il progressismo ha un modo suo di rivelarsi a proposito di storia; sono progressista se giustifico Giordano Bruno, sono conservatore se lodo l’austero san Pier Damiani. Tutto qui!
Ripetiamo che si parla di storiografia nell’area della produzione, che vorrebbe chiamarsi «cattolica». Dell’altro qui non ci interessiamo.
La parte maggiore della produzione — ci sono, è vero, nobili e importanti eccezioni — pare obbedisca, per essere in sintonia col progresso, ai seguenti canoni:
— la società ecclesiastica è la prima causa dei guai, che hanno colpito i popoli;
— la Chiesa — detta per l’occasione postcostantiniana — avrebbe fatto con continui voltafaccia alleanza coi potentati di questo mondo per mantenersi una posizione di privilegio e di comodità;
— le intenzioni impure, le più recondite e malevole, vengono attribuite a personaggi fino a ieri ritenuti degni di ammirazione. Per questo sistema di giudizio alcuni Papi sono stati quasi radiati dalla Storia, non si sa con quale motivazione;
— tutta la storia ecclesiastica fino al 1972 è stata panegirica, unilaterale, concepita con costante pregiudizio laudatorio, mentre non è che un accumulo di pleonasmi i quali hanno alterato il volto di Cristo. Questa conclusione — tutti lo vedono — costituisce il fondamento per distruggere il più possibile nella Chiesa e ridurla ad un meschino ricalco del Protestantesimo. San Tommaso Moro, martire, è stato messo addirittura sul piano di Lutero;
— le vite dei Santi vanno riportate a dimensioni «umane» con difetti, peccati, persino delitti, mentre gli aspetti soprannaturali tendono ad essere relegati nel solaio dei miti;
— il valore della Tradizione e delle tradizioni è del tutto irriso, con evidente oltraggio alla obiettività storica, perché, se non sempre, le tradizioni che attraversano senza inquinamenti i secoli hanno sempre una causa che le ha generate.
Si potrebbe continuare.
Ma non si può tacere il rovescio della medaglia: i personaggi vengono magnificati perché si sono rivoltati, perché hanno messo a posto la legittima Autorità, perché hanno avuto il coraggio di distruggere quello che altri hanno edificato, hanno rivendicato la «libertà» dell’uomo con la indipendenza del loro pensiero, incurante della verità. Gli eretici diventano vittime, mezzi galantuomini... qualcuno ha osato parlare di una canonizzazione di Lutero. È condannevole chi ha difeso la libertà della Chiesa, la libertà della scuola cattolica, che ha imposto ai renitenti la disciplina ecclesiastica. Tutti sanno la sorte riservata a coloro che ancora osano salvaguardarla!
Si capisce benissimo la logica interna di questo andazzo della storiografia: la santità, la penitenza, la vera povertà, il distacco dal mondo hanno sempre dato fastidio e continuano a darlo dalle tombe, come se queste non potessero mai essere chiuse.
È difficile sia accolto nel club progressista chi dice bene del passato!
4. La Bibbia va interpretata solo e liberamente dai biblisti. È questo un caposaldo d’obbligo del progressismo.
Siamo arrivati ad una questione, o meglio ad una affermazione veramente nodale in tutta la storia del progressismo ecclesiastico moderno.
Bisogna rifarsi ai fatti, i quali non cominciarono precisamente in quella seconda seduta del Vaticano secondo, nella prima sessione, nella quale taluni gioirono, credendo che due interventi niente affatto felici avessero posto una buona volta la scure alla radice della divina tradizione ed avessero spianato la via alla conversione verso il Protestantesimo.
Quei due interventi, consci o no di portare l’afflato di male intenzionate persone, avevano dei precedenti. Eravamo presenti in mezzo a tutti gli avvenimenti e siamo ben sicuri di quello che diciamo. Da tempo, e molti atti di Pio XII ne fanno fede, il bacillo di volere interpretare la Sacra Scrittura in modo «privato» detto scientifico era entrato, pur non osando entrare nella editoria di divulgazione per la stretta vigilanza degli Imprimatur. La storia è dunque assai vecchia, ma solo negli ultimi tempi è diventata di portata comune. Eccone i punti.
— La filologia, la archeologia, le ricerche linguistiche, i procedimenti comparati (ad usum delphini), ma soprattutto le svariate opinioni di tutti gli scrittori specialmente d’oltralpe, ai quali generalmente si fa credenza solo citandone il nome e il titolo (mai o quasi mai chiedendo le ragioni e vagliandole), costituiscono il vero, unico modo de facto di interpretare la Bibbia.
Non importa si pronunci una parola; la pronunciamo Noi: questo è libero esame, perché sostituisce il «placitum» privato al primo vero mezzo stabilito da Dio per la interpretazione della sua natura: il Magistero. La parola «libero esame» viene accuratamente taciuta e continuamente applicata.
— Il complesso sopra citato, a parte che è la ripetizione di teorie propinate nel secolo scorso e sulle quali le scuole cattoliche hanno riso per più di mezzo secolo, è soggetto ad un flusso e riflusso, ad un susseguirsi di affermazioni e di smentite, ad una produzione di fantasia, che da solo non può essere, in cosa tanto grave, vera garanzia.
— La ermeneutica cattolica ha sempre insegnato che la prima interpretazione delle Scritture, comparata con le Scritture e con la divina tradizione, riceve la autentica garanzia di certezza dal Magistero.
Se la scioltezza di interpretazione della Bibbia da ogni vincolo precostituito da Dio stesso si chiama «progresso», ciò significa che tale progresso porta con sé alla eresia ed alla apostasia. Come è ben sovente accaduto sotto gli occhi di tutti. Ogni elemento è utile alla più adeguata interpretazione della Bibbia, certo! Ma il primo, condizionante tutti gli altri, è quello che ha determinato Iddio. Niente di più logico e di più ovvio.
Non è compito di questa lettera vedere le conseguenze pratiche di tutto ciò. La materia biblica non è in fin dei conti una materia esoterica, nella quale solo gli iniziati possono entrare con perfetta riverenza e grande circospezione. Qualunque uomo, pratico di pensiero e di logica, messo dinanzi ad una protasi (putacaso una locuzione siriaca) ed una apodosi (p.e. la interpretazione di un passo di Matteo) quando la prima gli è spiegata (e non occorre molto; spesso basta un dizionario), è in grado di vedere se è valevole il rapporto di causa, di effetto affermato tra i due termini. Non è il caso di assumere la sufficienza che il buon don Ferrante assumeva quando dissertava sulle strane parole «sostanza» ed «accidente» cavandone la inesistenza della peste. Il che non era vero!
Insistiamo sull’argomento perché proprio qui sta un centro di tutto il fenomeno che va sotto il nome di «progressismo».
5. Le allegre «teologie»
Pare che un buon progressista si debba mettere qui in fila.
Ecco il fatto: si sta costruendo una teologia per ogni cosa, a proposito e a sproposito: del lavoro, dell’uomo (antropologia), della tecnica, delle comunicazioni sociali, della comunità, della morte di Dio (?), della speranza, della liberazione e della rivoluzione... Quasi tutte queste voci sono decorate di notevoli volumi. Non c’è alcun dubbio che tale proliferazione è una delle più grandi caratteristiche del progressismo. Vediamo di capirci.
Queste sono vere «teologie», anzitutto?
È «teologia» quella in cui le affermazioni sono dimostrate dalle fonti teologiche. Quando le affermazioni vengono basandosi sui criteri di qualunque manifestazione saggistica, non abbiamo Teologia. Avremo tutto quello che si vuole, vero o falso, ma certo non avremo Teologia. Queste teologie, salvo in qualche parte e taluna soltanto, non sono affatto «Teologia». Noi dobbiamo protestare contro l’abuso di un termine che la fatica dei secoli ha reso venerandi e assolutamente proprio.
In secondo luogo dovremmo porci la domanda se queste teologie contengono verità. Non è nell’intento e nell’assunto di questa nota occuparci del merito, ossia dei «contenuti» di queste teologie o sedicenti teologie. Ci limitiamo solo a fissarne alcuni caratteri comuni.
— Lo schema di queste teologie segue gli stati d’animo che si vivono nel nostro tormentato secolo e pertanto hanno più un carattere di rivelazione della nostra situazione concreta che un vero contenuto oggettivo e permanente.
— Difatti puntano su assiomi cari a qualche pensatore dell’Ottocento o del Novecento. Vanno secondo il vento che tira. Il «sociologismo», del quale abbiamo già parlato e che tiene il campo, derivando da un principio messo dal cristianissimo e devoto Mounier, di fatto si ispira al marxismo, del quale la povera gente ha già esaurito la esperienza che non ha invece ancora illuminato i suoi più o meno stanchi assertori.
Sarebbe forse questa la «Nova Theologia»? Risentiamo ancora oggi con perfetta vivezza una voce potente, modulata magnificamente in modo oratorio, che nel Vaticano secondo si levò per chiedere — con altre cose — una «Nova Theologia». Non potevamo vedere dal nostro posto il Padre al quale apparteneva quella magnifica voce. Sono passati più di dieci anni e non sono riuscito a capire che cosa l’Oratore intendesse propriamente per «Nova Theologia». Se le varie teologie delle quali abbiamo parlato, denominandole «allegre», sono una risposta alla domanda, bisogna dichiararsi al tutto insoddisfatti.
Ma sotto il fatto, presentato come un fenomeno «caratterizzante il progressismo», c’è ben altro e ben più importante.
C’è la valutazione negativa di tutta la Teologia fino al 1962.
E questo è grave. Infatti.
La Teologia ha condotto per tanti secoli questo grande lavoro.
Ha preso da tutte le Fonti autentiche il pensiero della rivelazione divina e, senza forzature o deformazioni (parliamo del filone, non dei cantanti extra chorum), le ha messe insieme pazientemente, riducendole in formule accessibili all’indagine del nostro pensiero. Lavoro paziente di ricerca, di accostamento, di sintesi. A tutto ha dato un ordine che fosse più scorrevole per la logica dell’apprendimento umano. Niente ha accolto che non fosse secondo la mente delle Fonti. Questo lavoro immenso e prezioso si chiama «istituzionalizzazione». Tutto quello che documentatamente raccolto ha cercato di penetrare, aiutandosi coi princìpi del buon senso umano, nella misura in cui era consono alle Fonti o addirittura derivato da esse, tutto questo costituisce la parte «speculativa» della Teologia, senza della quale la parte sopra descritta (positiva) non aprirebbe sufficientemente il suo significato alla intelligenza umana. Intendiamoci bene: non ha accolto le filosofie transeunti, ma il buon senso umano, quello assunto da Dio stesso nell’atto di calare la Sua Rivelazione nelle forme concettuali a noi solite.
Ed ecco la finale interessante: tutto questo, per la serietà del procedimento, ossia del metodo, non permette di fare quello che si vuole, quello che comoda, quello che mette a vento secondo le mode transeunti. Per questo la Teologia speculativa è venuta a noia; meglio è dilettarsi sulle «variazioni» estranee al metodo.
Tutto ciò è in odio alla Teologia. Non dunque «Nova Theologia», ma «anatematizzata Teologia».
La Teologia, occupandosi del pensiero da Dio comunicato agli uomini, ha da camminare fino alla fine dei tempi e solo così compirà la sua missione. Vi sono in essa filoni ancora inesplorati, che possono dare ansa al genio di molti santi Tommasi d’Aquino. Ben vengano, ma sarà una cosa seria!
La questione sarà chiarita da quanto stiamo per dire al numero seguente.
6. Accogliere ed imparentarsi quanto è possibile con tutte le varie filosofie
Altro appannaggio che assicura la qualifica ambita di «progressista». Un principio decantato in tutti i modi dal progressismo è quello di accogliere tutto il pensiero via via fluente, cercare di adeguare a quello il messaggio cristiano e, se occorre, fare secondo quello, via via, una reinterpretazione della rivelazione divina.
Chi non accede a questo punto di vista è un trito conservatore, un vecchio inutile rudere, al quale nessuna persona colta crederà più.
Abbiamo detto il fatto in forma assolutamente cruda; molti, che amano essere progressisti, un punto di vista del genere amano presentarlo in dosi variabili, anche omeopatiche, si da permettere sempre una tempestiva ritirata strategica.
Guardiamo bene in faccia questa faccenda.
— Il pensiero umano cambia, si dice. Meglio: cambia il pensiero accademico a seconda degli idoli del momento. Fuori della professione filosofica ed intellettuale etichettata, continua a vivere bene o male il buon senso umano. È vero però che gli strumenti della cultura si orientano secondo i placita di moda e così influenzano molti spiriti e molti avvenimenti, come accade nel nostro tempo per i metodi hegeliano e freudiano dopo che i loro autori sono sconosciuti ai più e sono, comunque, morti.
— Accettare qualunque pensiero umano, spesso contraddittorio, significa qualcosa di più che cambiare testa, ma significa soprattutto non credere alla esistenza della verità. Se questa oggi è bianca, domani è nera, vuol dire che non esiste.
La conseguenza logica è patente: se si deve aggiustare sempre la Parola di Dio a seconda di questo cangiante scenario, si accetta che non esiste la verità, la Rivelazione, Dio. La consequenzialità è tremenda, ma non la si sfugge. Lo stesso vale per la reinterpretazione del dogma.
Il progressismo qui accetta il relativismo. Che cosa può più difendere nella Fede? È distrutto tutto. Non eresia, ma anche apostasia!
Con tutto questo non si esclude affatto che le diverse e contraddittorie manifestazioni del pensiero possano avere qualche parte od aspetto immune dalla sua interna logica distruttiva e pertanto accettabile, che taluni aspetti vengano illuminati, che talune stimolazioni siano afferenti. Tanto meno si esclude che il messaggio evangelico vada presentato in modo comprensibile agli uomini del proprio tempo, usando con la dovuta cautela il suo linguaggio ed i suoi mezzi espressivi.
La parentela tra il progressismo ed il relativismo, ossia il modernismo condannato, è una parentela troppo vergognosa per gloriarsene.
7. Il rifiuto della apologetica
Siamo sempre nel bagaglio che autorizza ad essere progressisti.
Le premesse della Fede (apologetica) non si dimostrano più. La ragione? È stata già detta e scende logica dalle sue premesse: abbiamo visto che il progressismo accetta il relativismo (anche quando smentisce, nei suoi più pavidi e i meno aperti cultori). Abbiamo visto che per questo non esiste verità obiettiva. Dobbiamo dedurne che la questione della Fede è una mera questione di fede
devozionale, insufflata dal sentimento (modernismo); che c’è dunque da dimostrare? Niente.
Difatti in campo biblico si mette in dubbio o il testo qualunque o il significato che la Chiesa (Magistero) gli ha sempre attribuito, si mette in dubbio la storicità dei Vangeli, della Resurrezione di Cristo... Non occorre dimostrare queste cose. La Fede viene bene e la si tiene; è inutile cercare degli elementi di prova.
Non vale che nessun libro storico della antichità abbia dimostrazioni di critica esterna e interna, quale hanno i libri della Bibbia. Queste cose non servono più.
Abbiamo visto e vediamo tuttora tanta gente tornare a Dio, solo perché è possibile dare una dimostrazione scientifica, poniamo dello Evangelo di Matteo. Ma bisogna rinnegare anche questa onesta capacità che il Vangelo di Matteo — come gli altri — ha di farsi precedere dalla più rigorosa documentazione della sua autenticità. Questo è il progressismo. Molti anni innanzi non riuscivamo a capire perché uno scrittore di non troppa vaglia non volesse sentir parlare di «apologetica»; ora abbiamo capito. Ma non che lui lo sapesse, non era da tanto; era manovrato da chi tacendo lo sapeva.
Molti che nella più perfetta buona fede hanno dato un certo ordine nuovo alle materie teologiche da studiare, ordine al quale mai abbiamo consentito, non sapevano di eseguire un comando del modernismo latente sotto la cenere.
Il silenzio in fatto di apologetica, che si sente tutto intorno, le meraviglie sincere espresse a chi ritiene sempre necessaria la apologetica, il fingere di ignorare la sequela logica dei «perché» della mente degli uomini, indica fin dove è entrato il modernismo anche in uomini integerrimi ed onesti.
Si guardi bene e, soprattutto, si lasci da parte l’inutile erudizione, usando la propria testa, e si vedrà che tutto il progressismo è venato di modernismo. Forse il rifiuto della apologetica ne è la manifestazione più rivelatrice. Citare, sì; ragionare, no! Perché la ragione e il suo valore non può venire accolta dal modernista. Ci voleva poi tanto a capirlo?
8. La riabilitazione degli eretici
Qui c’è la larghezza di cuore del progressismo.
Abbiamo già ricordato al n. 3 la trovata di chi ha proposto la canonizzazione di Lutero. Ma c’è altro: i colpiti dagli anatemi del passato riscuotono una notevole simpatia ed hanno molti avvocati difensori, per lo meno in cerca di attenuanti. Giordano Bruno, ad esempio, in talune riviste riemerge dalle ceneri con l’aria di dire «mi avete fatto aspettare quattro secoli, ma ce l’ho fatta». Gli scritti di autori protestanti, che dovrebbero essere all’Indice in forza del canone 1399, sono citati abitualmente al posto di sant’Agostino e di san Tommaso. L’euforia più entusiasta accoglie tutti quelli che sono stati colpiti da censure canoniche, mai come oggi, meritate.
Ma è normale tutto questo?
I figli che elogiano in casa quelli che hanno fatto andare in rovina i vecchi, che tengono bordone coi persecutori dei propri parenti, si chiamano «degeneri».
Evidentemente la capacità logica di distinguere tra la divina istituzione della Chiesa e gli uomini che la conducono fa al tutto difetto.
Ma l’intendimento sotterraneo non è poi tanto invisibile. Si innalzano le presunte vittime del magistero ecclesiastico, per colpire il magistero ecclesiastico; si magnificano i distruttori della disciplina ecclesiastica per umiliare quella Gerarchia, che tutela la stessa disciplina. Agli eretici ed ai ribelli consiglieremmo di non fidarsi troppo di tali contorti amici.
Molti errori si affermano, si difendono, si divulgano, non tanto per se stessi, ma solo per far dispetto a qualcuno. Essi sono semplicemente lo sfogo delle più bambinesche passioni umane.
Tutto fa brodo e, elogiando un po’ i ribelli, sostenendo un po’ gli sbandati, rivoltando le cose a modo proprio, si fanno le vendette, si manifestano le invidie, si rendono noti i disappunti di quelli che credono di non esser potuti «arrivare»; soprattutto, nella gran fiera, si fanno meglio i propri comodi. I peggiori!
Le condanne ci sono, eccome, ma sono, in via storica, per coloro che nel passato hanno tenuto duro e fatto il loro dovere e per quelli che oggi, rendendosi conto della confusione e del regresso spirituale, vorrebbero fermarne le cause.
Si direbbe che i Santi appartengano al passato e gli eretici al futuro: è un pericoloso paradosso.
9. L’antigiuridicismo
Chi lo afferma è sempre stimato vero progressista.
Non tutti hanno il coraggio di dire che ogni legge dovrebbe essere abolita, ma moltissimi lo pensano e non vogliono rendersi conto che la legge è l’unico strumento per tenere in ordine e col minimo loro danno degli uomini liberi. L’affermazione sta proprio all’estremo confine della ragionevolezza.
La mania è come un vento del deserto, che brucia tutto e lo si trova dappertutto, anche sotto mentite spoglie. Enumeriamo le più ovvie applicazioni, alle quali un numero enorme di persone per bene abbocca, mentre potrebbe in tempo utile evitare delle dannose conseguenze.
Ovunque si vogliono le Assemblee: esse indichino, esse decidano. La ragione? Il numero diluisce e fa scomparire — così credono — uno che comandi, il regolamento che limiti. Autorità e regolamenti sono strumenti — oltre tutto — anche giuridici.
Poiché non pochi capiscono come vanno a finire le Assemblee cercano di restringere ed usare qualcosa che rassomigli ad una «assemblea ridotta» con qualche regolamento e con un responsabile. Si, parliamo di «responsabili», perché il terrore di macchiarsi di giudiricismo è tale che non si vuole più sentir chiamarsi «presidente», termine troppo giuridico, e ci si salva con una semplice variazione lessicale.
Altra forma è l’uso maldestro della «base». Diciamo maldestro perché il termine può essere usato anche in senso buono. Ma l’uso più ricorrente è quello in cui il timore del temutissimo giuridicismo è tale da far paventare le «responsabilità» (termine giuridico, oltreché morale) e pertanto tutto si scarica sulla «base».
Non diciamo affatto che i termini, qui proposti come esempio della posizione avversa al giuridicismo, siano cattivi. Tutt’altro! Diciamo solo che mascherano sulla bocca di taluni una debolezza.
Per parlare chiaro diciamo che mascherano facilmente una «ipocrisia». Molti — e lo si osserva nei gruppuscoli, anche minori — temono di dirsi «capo» o «presidente», ma aspirano in ogni modo, anche violento, a fare i «tiranni».
La verità è tutta qui: gli uomini liberi si tengono a freno, in modo da realizzare una compatibile vita sociale solo in due modi: «la violenza o la legge». Ricordiamo che la paura è un riflesso della violenza.
Non si vuole la legge? Si sceglie la violenza?
E questo sarebbe progresso? Ma si sa quello che si dice e si scrive?
Quando fu pubblicato — alla macchia — un abbozzo di «Legge Fondamentale» per il futuro Codice di Diritto Canonico, fu il finimondo, anche e soprattutto in taluni ambienti cattolici. La ragione non era tanto il fatto che quell’abbozzo metteva insieme poco opportunamente elementi di diritto divino ed elementi di diritto umano (il che sarebbe stato buon motivo per criticare), ma solo perché era una «Legge». Si preferivano dei predicozzi.
La contestazione entro la Chiesa fu tutta qui od almeno originariamente qui. E nasceva da una mancanza di logica, come appare dal sopra detto e dal fatto che alla legge si sostituisce la forza. E pensare che a gridare più forte era gente adusa a cantare a Lodi e a Vespro l’inno alla «divina» libertà dell’uomo, o meglio della «persona umana»!
Ecco dove si arriva a forza di svuotare la Teologia e dileggiare il vecchio catechismo dalle idee chiare e precise!
10. La crociata antitrionfalistica
Chi è antitrionfalista, nessuno lo dubita, è progressista.
È la principale caratteristica esterna — ma non solo esterna — del progressismo tra i cristiani.
La parola trionfalismo, davanti alla quale tante persone sentono tremare le vene e i polsi o dalla quale si sentono spinti a far imprese giganti di ripulitura, fa d’ogni erba fascio.
Vediamo questo fascio.
L’autorità dà noia. Ne devono scomparire i segni esterni, perché muoia essa stessa di esaurimento. Essa ha bisogno di segni visibili, dato che il valore morale per il quale ordina e comanda non lo si vede e non lo si tocca. Quando cerca semplicemente di far sì che gli altrui s’accorgano di essa e del suo dovere, fa del trionfalismo.
La Fede, i Sacramenti, il divin sacrificio si manifestano attraverso atti semplici ed anche dimessi. Hanno bisogno, i fedeli, di essere aiutati a vedere quello che è reale, ma che non si vede con gli occhi della carne. Ebbene, se si fa qualcosa di esteriore che indichi la grandezza delle cose divine, la maestà di Dio, la infinita importanza del santo sacrificio ed in genere del culto divino, si fa del trionfalismo: bisogna stroncare. Ma, se si rivela la voglia di ballare a suon di ritmo durante le azioni liturgiche, non si ha trionfalismo e tutto si può fare.
Se al Tempio si dà un decoro per aiutare gli uomini a rendersi conto della grandezza di Dio, della vita, del suo fine; se si domanda per esso di tenere lontane le stranezze che disturbano, che disambientano il raccoglimento e che aiutano la devozione, si fa del trionfalismo. Spoliazione sempre!
Se si porta rispetto al Papa, a quanto denota esternamente la Sua suprema potestà, necessaria alla Chiesa, e pertanto alla salute, si fa del trionfalismo. Bisogna umiliare, avvilire, possibilmente deturpare e lordare: quella sarebbe la vera Fede vissuta.
Chi ha pronunciato per primo la disgraziata parola «trionfalismo» non ha riflettuto che dava modo di fare una sintesi di tutti gli appetiti psicologici, patologici, distruttori che potessero trovarsi tra i fedeli e tra gli uomini di Chiesa.
Il terrore del trionfalismo fa sì che tutto starebbe bene solo nella Gehenna. Non è solo questione di gusti.
Il terrore del trionfalismo — questa parola ha quasi tanto potere di agire sugli spiritelli quanto un termine qualificativo vociferato nella politica italiana — ha delle sottospecie che si notano nel conformismo col quale si accettano e osservano — non le leggi liturgiche emesse dalla legittima Autorità — ma le mode introdotte col criterio del pugno in faccia.
Il progressismo ha aspetti che interessano il piano culturale e questo pone limiti di numero e di qualità, ma, quando mette in moto la macchina antitrionfalistica, raccoglie gente come nei paesi le bande dei suonatori.
11. La indisciplina endemica
Cova dappertutto, la paura, la timidezza, le compromissioni trovano seguaci, difensori, tutori dappertutto. Per tale motivo abbiamo usato la parola «endemica». Chi dimostra questo in modo sbarazzino ha diritto al titolo.
Guardiamo bene in faccia la triste realtà; essa sembra avere tali coordinate, tali ritmi da doversi ritenere che risponda ad un piano diabolicamente congegnato. C’è infatti una tale logica nella successione degli atti o manifestazioni di questa indisciplina che bisogna pensare ad un disegno preciso ed intelligente.
In un primo momento si è gettata una confusione nel campo delle idee. Ricordo la reazione isterica di un personaggio del quale un dipendente era stato multato da altri di «neomodernismo»! A ragione!
In un secondo momento, dopo aver gettato la confusione nella Fede, fondamento di tutto, si è aggredita la morale, per rendere nulla la norma e lasciare libertà di espressione ad ogni atto umano.
A questo punto si sono attaccati gli elementi esterni che «tenevano insieme la compagine ecclesiastica del clero»: abito, seminari, studi, con una confusione estrosissima di iniziative culturali innumerevoli.
Poi si è immessa la idea sociologistica del paradiso in terra al posto del Ciclo, della rivoluzione permanente invece della pace e si è dato un valore simbolico agli atti di culto verso un Signore ormai confinato nelle nebbie.
Si è discusso del celibato sacerdotale, anche da maestri, ignorando che la Chiesa non era stata più in grado — almeno questo! — di migliorare e fare avanzare i popoli dove il celibato era abolito. Ultimo e permanente ritrovato: discutere su cose certe, come se non lo fossero, e non lo fossero da Gesù Cristo.
Non tutti sono arrivati in fondo, molti sono arroccati senza aver una idea delle conseguenze sugli stati intermedi, altri hanno di pan passo saltato tutto e tutti. Al di sotto resta ancora il popolo, che è buono e al quale pensa Dio evidentemente. Si moltiplicano gli slogans, non si insegna il catechismo; si parla di pastorale e si disertano gradatamente tutti i ministeri; si parla della Parola di Dio e si insegna tranquillamente che è quasi tutta una fiaba, si disserta della vicinanza con Dio e si irride o la si tratta come se fosse risibile la santissima Eucarestia. Almeno in pratica. Tutto questo è progresso!
12. La bassa quota
Fin qui, non lo nego, ho raccolto le posizioni mentali e pratiche alle quali si fa l’onore di attribuire il termine «progressismo». Si tratta di quelle piuttosto intellettuali. E l’ho fatto coscientemente, perché il rimanente, specie per mezzo della comunicazione sociale, discende da quello che in un modo o nell’altro sta al piano superiore della esperienza intellettuale.
Ma c’è un «modo di agire» più semplice, più «pop», che forma il loggione per il palcoscenico descritto sopra, che costituisce il codazzo confuso e sparpagliato del corteo. In tale codazzo stanno tutti coloro che leggono a vanvera o credono di capire o non hanno senso critico per giudicare. Va da sé che la maggior parte delle cose pubblicate in campo cattolico cercano di tingersi secondo quello che piace al «progressismo». Ed ecco.
Nel clero la tessera del progressismo è l’abito, borghese naturalmente, o camuffato in modo tale da crearne la impressione. La norma italiana permette il clergyman, ma ha chiaramente detto che l’abito «normale» è la talare. Forma e colore: due cose che per l’Italia sono ben poco rispettate. Chi porta la talare sta fuori del progresso. Invece la talare, «difesa dalla norma di Legge come abito normale», permette di non perdersi mai nella massa, di restare in evidenza, di costituire una testimonianza di sacralità e di coraggio. Su questo punto credo dovrò ritornare. Infatti in questo momento il pericolo più grave per il clero è quello di scomparire. Sta scomparendo, perché tutto ormai non s’accorge nel mondo ufficiale, della cultura, della politica, dell’arte che ci siamo anche noi. Tra noi si arriva anche al punto di proclamare che non c’è più il «cristianesimo». Forse che non è indicativo il Referendum sul divorzio? Ho la impressione che quasi nessuno si sia provato a studiare il nesso tra l’esito del Referendum e l’abito del prete, tra il Referendum e la pratica distruzione in gran parte d’Italia della Azione Cattolica. So benissimo che il popolo ha ancora la Fede nel fondo del suo cuore e la rinverdisce ad ogni spinta, ma tutto il livore anticlericale e massonico che si è impadronito di quasi tutti i mezzi di espressione fa credere il contrario, agisce come se la Chiesa fosse morta (il che è tutt’altro che vero!); ma sono molti di casa nostra che danno mano a tutto questo.
Amare la promiscuità, tinteggiarsi di mondanità, discutere la legittima Autorità e Cristo che l’ha costituita, costituisce benemerenza progressista.
Andare a Taizé invece che a Lourdes o a Roma costituisce progressismo, mentre si va ad uno dei più grandi equivoci religiosi del secolo.
Animare gruppi «detti magari di spiritualità» (parola della quale si potrebbe dire come «montes a movendo, tanquam lucus a lucendo e canonicus a canendo»), nei quali ci si infischia soprattutto del parroco e del Vescovo e del Papa, costituisce una delle più soddisfacenti esercitazioni del progressismo. Invitare persone discusse, dubbie nella Fede, dubbie nella disciplina, permette l’acquisire il sorriso compiacente di quanti amano classificarsi progressisti.
Soprattutto: chi parla più tra costoro di santità, di ascetica, di mortificazione, di dedizioni senza plausi sospetti? Chi accetta la povertà, quella alla quale ci lega il nostro dovere, non ostentata, ma praticata? Nella Diocesi di Genova si sono salvati Altari e Tabernacoli, ma si deve lavorare molto per riportare tutto e tutti al vero culto della SS. Eucarestia. Quanto si parla della santissima Vergine? Recentemente si sono dette pubblicamente delle bestemmie autentiche contro la santissima Madre del Signore e nostra e — che si sappia — nessuno di quelli che le hanno ascoltate ha reagito.
Al posto delle Associazioni possono sorgere gruppi, che non impegnano nessuno, per parlare ai quali non occorre prepararsi, ma dei quali è sufficiente accarezzare le debolezze, magari ammannendo discussioni sul sesso.
Dove è andato a finire per taluni il discorso sulla purezza e sulla modestia? Non se ne parla perché, orribile a dirsi, si ha ‘vergogna di Dio’ .
Ecco il progressismo «pop», da pochi soldi, ma dalle molte colpe.
Questo discorso non è affatto finito, perché si rivolge ad un fatto che tenta di mettere al posto del sacrificio, richiestoci da Dio, il nostro comodo, il nostro piacere, la nostra anarchica indipendenza. La via dell’inferno.
Conclusione
Abbiamo parlato del «progressismo», non del «progresso». Il primo cammina a grandi passi, quando non c’è già arrivato, verso la eresia, lo scisma, l’apostasia, la scollatura di tutto. Il secondo va rispettato come è sempre stato rispettato, nelle sue leggi fisiologiche, che rinnovano l’organismo, ma non lo alterano, né lo distruggono. La parola «progresso» va difesa dalla contaminazione con la parola «progressismo». Questo è una accolta di perversioni, di errori e di viltà; quello è un segno di vita degli spiriti migliori. Ho scritto perché il clero sia illuminato. Le note sull’argomento continueranno.
Il progressismo - del Cardinal Giuseppe Siri [Dalla «Rivista Diocesana Genovese», gennaio 1975, pp. 22-36]
mercoledì 8 settembre 2010
lunedì 6 settembre 2010
LA LITURGIA TRADIZIONALE
Pensieri dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI
“Va qui ricordato quanto osservò il Cardinale Newman: nel corso della sua storia la Chiesa non ha mai abolito o proibito forme ortodosse di liturgia, perché ciò sarebbe estraneo allo spirito stesso della Chiesa. […]
In molti luoghi persistono e si perpetuano difficoltà perché alcuni vescovi, preti e fedeli considerano questo attaccamento alla vecchia liturgia come un elemento di divisione che non può non disturbare la comunità ecclesiale […]. Qual è la ragione profonda di questa sfiducia e del rifiuto di perpetuare le antiche forme liturgiche? […]
Esaminiamo ora l'altro argomento, quello secondo cui l'esistenza di due riti è un
ostacolo all'unità. Occorre qui distinguere fra l'aspetto teologico e quello pratico. Dal punto di vista teoretico e fondamentale occorre rendersi conto che sono sempre esistite molte forme del rito latino e che esse sono gradualmente cadute in disuso in seguito alla maggiore coesione delle culture secolari europee. Fino al Concilio, a fianco del Rito Romano sono esistiti quello Ambrosiano, quello Mozarabico di Toledo, quello di Braga, quello di Chartreux, quello dei Certosini, quello dei Domenicani, il più noto di tutti, e forse altri di cui non ho conoscenza. Nessuno si è mai scandalizzato che i Domenicani, spesso presenti nelle nostre parrocchie, non celebrassero come i preti secolari ma seguissero un rito proprio. Non abbiamo mai avuto alcun dubbio che il loro rito fosse cattolico al pari di quello romano ed eravamo fieri della ricchezza di tante diverse tradizioni. Inoltre si può dire questo: che viene spesso ampliata la libertà che il nuovo Ordo Missae lascia alla creatività, e che la differenza fra liturgie che si celebrano secondo i nuovi libri, così come vengono di fatto messe in pratica e celebrate nei diversi luoghi, è spesso più grande di quella tra l'antica e la nuova liturgia […].
Dobbiamo essere capaci di persuadere i vescovi che la presenza dell'antica liturgia non turba né rompe l'unità delle loro diocesi, ma è invece un dono destinato a rafforzare il Corpo di Cristo, del quale siamo tutti i servitori. Così, miei cari amici,vorrei esortarvi a non perdere la pazienza, a continuare ad essere fiduciosi e ad attingere dalla liturgia la forza per rendere testimonianza al Signore in questo nostro tempo. […]
Non è stato il Concilio a riformare i libri liturgici, esso ne ha ordinato la revisione e, a questo fine, ha fissato alcuni principi fondamentali. In primo luogo il Concilio ha dato una definizione di che cos'è la liturgia e questa definizione fornisce un metro di giudizio per ogni celebrazione liturgica. Se si ignorano queste regole essenziali e si accantonano le «normae generales» formulate nei numeri 34-36 della Costituzione De Sacra Liturgia, allora sì che si disubbidisce al Concilio! [...] Cosi il Concilio ha ordinato una riforma dei libri liturgici, ma non ha proibito i libri precedenti. […]
Nella «Costituzione sulla Sacra Liturgia» non si parla di celebrazione verso l'altare o verso il popolo; in tema di lingua si dice che il latino deve essere mantenuto pur dando un più ampio spazio al vernacolo «specialmente nelle letture e nelle monizioni, in alcune preghiere e nei canti» (SL, n. 36, 2).
[…]In una parte dei liturgisti moderni c'è purtroppo la tendenza a sviluppare i princìpi del Concilio in una sola direzione, rovesciando così gli intendimenti stessi del Concilio.
[...] C'è poi una pericolosa tendenza a minimizzare il carattere sacrificale della Messa e ad indurre alla sparizione del mistero e del sacro con il pretesto - un pretesto asserito imperativo - che in questo modo ci si fa comprendere meglio. Infine si percepisce la tendenza a frammentare la liturgia, mettendo arbitrariamente in rilievo il suo carattere comunitario. […] Le diverse comunità che sono sorte grazie al documento pontificio hanno dato alla Chiesa un gran numero di vocazioni sacerdotali e religiose che con zelo, in letizia e in stretta unione con il Papa, hanno offerto il loro servizio alla Chiesa in questo nostro attuale periodo storico”, Joseph Ratzinger
A dieci anni dal Motu proprio Ecclesia Dei, Roma 24 ottobre 1998. Conferenza, tenuta presso l'Hotel Ergife, in occasione delle celebrazioni per i dieci anni del Motu proprio "Ecclesia Dei", traduzione dall'originale francese tratta dal Notiziario n. 126-127 di UNA VOCE, Associazione per la salvaguardia della liturgia latino-gregoriana, pp. 4-7.
"Per una retta presa di coscienza in materia liturgica è importante che venga meno l'atteggiamento di sufficienza per la forma liturgica in vigore fino al 1970. Chi oggi
sostiene la continuazione di questa liturgia o partecipa direttamente a celebrazioni di questa natura, viene messo all'indice; ogni tolleranza viene meno a questo riguardo.
Nella storia non è mai accaduto niente del genere; così è l'intero passato della Chiesa a essere disprezzato. Come si può confidare nel suo presente se le cose stanno così? Non capisco nemmeno, ad essere franco, perché tanta soggezione, da parte di molti confratelli vescovi, nei confronti di questa intolleranza, che pare essere un tributo obbligato allo spirito dei tempi, e che pare contrastare, senza un motivo comprensibile, il processo di necessaria riconciliazione all'interno della Chiesa", Joseph Ratzinger, da Dio e il mondo, Edizioni Paoline, 2001, p. 380.
* * *
È precisamente quest’«opera di Cristo» il vero contenuto della liturgia […] divenuto
estraneo al pensiero moderno, tanto che trent’anni dopo il concilio anche fra i liturgisti cattolici è oggetto di un punto interrogativo. Chi parla oggi ancora di “divino sacrificio eucaristico”? Certo, le discussioni attorno alla nozione di sacrificio sono ridivenute sorprendentemente vive tanto in ambito cattolico che protestante.
[…]
Restano ancora vive alcune vecchie posizioni illuministe con i loro pregiudizi verso
la magia e il paganesimi [del sacrificio]. Così poco tempo fa Stefan Orth, in un ampio panorama della bibliografia recente consacrata al tema del sacrificio, ha creduto di poter concludere la sua ricerca, con la seguente constatazione: «Oggi infatti molti cattolici sottoscrivono essi stessi la sentenza e le conclusioni cui pervenne Martin Lutero, per il quale parlare di sacrificio era “il più grande e più spaventoso abominio” nonché una “maledetta empietà”». […]
Non ho certo bisogno di dire che io non appartengo a questi “numerosi cattolici” che, con Lutero, considerano come il più spaventoso abominio e una maledetta empietà il fatto che si parli di sacrificio della Messa. Si capisce dunque perché il redattore [Orth] abbia rinunziato a citare il mio libro sullo spirito della liturgia, nel quale si analizza nei particolari la nozione di sacrificio. Ma la sua diagnosi resta tale da sgomentare. È vera? Io non conosco questi numerosi cattolici i quali ritengono una maledetta empietà l’intendere l’Eucarestia come sacrificio. [Ma certo] una parte non trascurabile di liturgisti sembra praticamente giunta al risultato di dare sostanzialmente ragione a Lutero contro [il concilio di] Trento nella disputa del XVI secolo. […] È soltanto partendo da lì, dalla squalificazione pratica di Trento che si può intendere l’esasperazione che accompagna la lotta contro la possibilità di celebrare ancora, dopo la riforma liturgica, la Messa secondo il messale del 1962.
Questa possibilità rappresenta la più forte contraddizione e perciò la meno tollerabile per l’opinione che ritiene che la fede nell’Eucarestia formulata da Trento abbia perduto la sua validità […].
Il nuovo illuminismo oltrepassa però di gran lunga Lutero: mentre questi prendeva ancora alla lettera le parole dell’istituzione [eucaristica] e le poneva, come norma normatrice, a fondamento dei suoi tentativi di riforma, oggi, dopo tanto tempo, le ipotesi formulate dalla critica storica sono sulla via di provocare un’ampia erosione dei testi stessi. Dietro le parole dell’Ultima Cena, che appaiono come un prodotto della costruzione liturgica della comunità, si cerca un Gesù storico, il quale naturalmente non poteva aver pensato al dono del suo corpo e del suo sangue, né aver inteso la sua crocefissione come sacrificio espiatorio. […] Ritorniamo al nostro quesito fondamentale: è giusto qualificare l’Eucarestia come Divin Sacrificio o è questa una maledetta empietà? […] La Scrittura e la Tradizione formano un tutto inseparabile, ed è questo che Lutero […] non ha potuto vedere. [..] Nella citata rivista bibliografica, Stefan Orth afferma che il fatto che dopo il vaticano II, si sia evitata la nozione di sacrificio, ha indotto a “pensare il culto divino soprattutto a partire dalla festa di Pasqua in relazione alle parole dell’Ultima Cena”. […] Ma ciò che soprattutto sorprende nella formulazione di Orth è l’opposizione che viene introdotta fra l’idea di sacrificio e la Pasqua. […]
Se cito questa strana opposizione fra la Pasqua e il sacrificio, è perché essa rappresenta l’architrave anche di un libro recentemente pubblicato dalla Fraternità Pio X, nel quale si pretende ch’esista una rottura dogmatica fra la nuova liturgia di Paolo VI e la tradizione liturgica precedente. La rottura è vista precisamente nel fatto che s’interpreta ormai tutto, presumibilmente, a partire da questo «mistero pasquale» invece che come sacrificio redentivo d’espiazione operato da Cristo. La categoria del «mistero pasquale» sarebbe insomma l’anima della riforma liturgica e questo parrebbe precisamente la prova della rottura rispetto alla tradizione classica della Chiesa. È chiaro che vi sono degli autori, i quali prestano il fianco ad un tale malinteso. Ma che si tratti di un malinteso, è del tutto evidente per chi osservi le cose più da vicino. In effetti l’espressione «mistero pasquale» rinvia chiaramente ai fatti avvenuti nei giorni che vanno dal Giovedì Santo fino al mattino di Pasqua: l’Ultima Cena come anticipazione della croce, il dramma del Golgota e la resurrezione del Signore. Nelle parole «mistero pasquale», tutti questi episodi sono letti sinteticamente come un unico avvenimento, unitario, come «l’opera di Cristo» così come noi all’inizio abbiamo sentito dire dal concilio. […]
La teologia della Pasqua è una teologia della Redenzione, una liturgia del sacrificio espiatorio. Il Pastore è divenuto agnello. L’immagine dell’agnello, che fa la sua apparizione nella storia d’Isacco, dell’agnello che s’impiglia nei cespugli e che viene offerto in riscatto per il figlio, è divenuta una verità: il Signore di fa agnello, si lascia legare, sacrificare, per liberarci. […] Tutto questo è divenuto estremamente estraneo al modo di pensare contemporaneo. […]
Così la crisi della liturgia investe delle concezioni che sono centrali per l’uomo: per superarla, non basta banalizzare la liturgia e trasformarla in un semplice raduno o in un pasto fraterno. […] Questo è il sacrificio cristiano: i molti-un solo corpo in Cristo […]. Chi ha inteso questo, non sarà più del parere che parlare di sacrificio della Messa è per lo meno fortemente ambiguo e anche un abominevole orrore. […]
La reazione dei Gesù contro i mercanti del tempio era in pratica un attacco contro l’immolazione di animali ivi presentati, dunque un attacco alla forma esistente di culto, di sacrificio in generale. È per questo che le autorità giudaiche competenti gli domandano a buon diritto com’egli giustifichi un tal gesto, che doveva considerarsi equivalente a un attacco alla legge di Mosè e alle sacre prescrizioni dell’Alleanza. E Gesù risponde “Distruggete (sciogliete) questo tempio; e in tre giorni lo riedificherò” (Giov. 2, 19). […] Gesù, secondo Giovanni, fu crocifisso esattamente nel momento in cui gli agnelli pasquali venivano immolati nel tempio. Nel momento in cui il Figlio si costituisce egli stesso quale agnello, cioè a dire si dona liberamente al Padre e anche a noi, egli pone fine alle antiche prescrizioni cultuali che non potevano essere che un segno di una realtà autentica. […]
Un sacrificio di lode […] il sacrificio della preghiera non deve essere puramente discorsivo, bensì la trasmutazione del nostro essere nel logos, l’unione con lui. […]
La nostra conformità a Dio […] ecco cosa significa il «sacrificio della Messa». […] Se il canone romano menziona Abele, Abramo, Melchisedec, includendo fra di loro coloro che celebrano l’Eucarestia, ciò è nella convinzione che in essi, nei grandi offerenti, è Cristo che travalica i tempi. […] La teologia della Patristica quale troviamo nel canone, non nega l’inutilità e l’insufficienza dei sacrifici pre-cristiani; il canone include del resto, assieme alle figure di Abele e di Melchisedec, anche i “santi pagani”, essi medesimi entro il mistero di Cristo. […]
Trento non si è ingannato, collocato com’era sulle solide fondamenta della Chiesa. Esso resta un criterio affidabile. […] Ma questa comprensione rinnovata e approfondita [di Trento] possa, grazie in particolare alla mediazione delle chiese orientali, rendersi accessibile ai cristiani protestanti. Una cosa dev’essere chiara: la liturgia non deve essere un terreno per sperimentare ipotesi teologiche. Troppo rapidamente in questi ultimi decenni, le concezioni di alcuni periti sono entrate nella pratica liturgica, aggirando spesso l’autorità ecclesiale, attraverso commissioni che si assicurano la diffusione di un consenso momentaneo a livello internazionale e di emanare praticamente delle leggi per l’azione liturgica.
[Invece bisogna] servire colui che è il vero soggetto della liturgia: Gesù Cristo. La liturgia non è l’espressione della coscienza di una comunità, del resto sparsa e mutevole. Essa è la rivelazione accolta nella fede e nella preghiera, Josef Ratzinger, da La teologia della liturgia, Abbazia di Fontgombault, 22-24 luglio 2001.
* * *
Oggi sembra assurda una “celebrazione verso la parete” o “un mostrare le spalle al popolo” (p. 75). Ma con la celebrazione versus populum ”si è introdotta una clericalizzazione quale non si era mai data in precedenza. Ora, infatti, il sacerdote … diventa vero e proprio punto di riferimento di tutta la celebrazione. Tutto termina su di lui. … L’attenzione è sempre meno rivolta a Dio…
Il sacerdote rivolto al popolo dà alla comunità l’aspetto di un tutto chiuso in sé. Essa non è più – nella sua forma – aperta in avanti e verso l’alto, ma si chiude in se stessa. L’atto con cui ci si rivolgeva tutti verso oriente non era “celebrazione verso la parete”, non significava che il sacerdote “volgeva le spalle al popolo”: egli non era poi considerato così importante.
Difatti, come nella sinagoga si guardava tutti insieme verso Gerusalemme, così qui ci si rivolgeva insieme “verso il Signore” Per usare l’espressione di uno dei padri della costituzione liturgica del concilio Vaticano II, J.A. Jungmann, si tratta piuttosto di uno stesso orientamento del sacerdote e del popolo, che sapevano di camminare insieme verso il Signore. Essi non si chiudono in cerchio, non si guardano reciprocamente, ma, come popolo di Dio in cammino, sono in partenza verso l’oriente, verso il Cristo che avanza e ci viene incontro.” (p. 76)” - ““Con disgusto di molti liturgisti nel 1978 avevo sostenuto che non è affatto detto che tutto il canone deve essere pronunciato a voce alta. Dopo averci riflettuto, vorrei ripeterlo ancora una volta con forza, nella speranza che dopo vent’anni questa tesi possa trovare un po’ più di comprensione. Nel frattempo i liturgisti tedeschi, nella preoccupazione di riformare il messale, hanno essi stessi dichiarato espressamente che proprio il punto più alto della celebrazione eucaristica, il canone, è divenuto il loro vero punto di crisi.
A partire dalla riforma si è cercato di fargli fronte anzitutto con l’invenzione continua
di nuove preghiere eucaristiche, precipitando così ulteriormente nel banale. La
moltiplicazione delle parole non aiuta…. Non è affatto vero che la recitazione ad alta voce, ininterrotta, della preghiera eucaristica sia la condizione per la partecipazione di tutti a questo atto centrale della celebrazione eucaristica. La mia proposta di allora era: da una parte l’educazione liturgica deve far sì che i fedeli conoscano il significato essenziale e l’indirizzo fondamentale del canone; dall’altra, le prime parole delle singole preghiere dovrebbero essere pronunciate a voce alta come un invito a tutta la comunità, così che, poi, la preghiera silenziosa di ciascuno faccia propria l’intonazione e possa portare la dimensione personale in quella comunitaria, quella comunitaria nella dimensione personale” (pp. 210-11).Josef Ratzinger da Introduzione allo spirito della liturgia,Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2001.
* * *
Pensieri dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI
“Va qui ricordato quanto osservò il Cardinale Newman: nel corso della sua storia la Chiesa non ha mai abolito o proibito forme ortodosse di liturgia, perché ciò sarebbe estraneo allo spirito stesso della Chiesa. […]
In molti luoghi persistono e si perpetuano difficoltà perché alcuni vescovi, preti e fedeli considerano questo attaccamento alla vecchia liturgia come un elemento di divisione che non può non disturbare la comunità ecclesiale […]. Qual è la ragione profonda di questa sfiducia e del rifiuto di perpetuare le antiche forme liturgiche? […]
Esaminiamo ora l'altro argomento, quello secondo cui l'esistenza di due riti è un
ostacolo all'unità. Occorre qui distinguere fra l'aspetto teologico e quello pratico. Dal punto di vista teoretico e fondamentale occorre rendersi conto che sono sempre esistite molte forme del rito latino e che esse sono gradualmente cadute in disuso in seguito alla maggiore coesione delle culture secolari europee. Fino al Concilio, a fianco del Rito Romano sono esistiti quello Ambrosiano, quello Mozarabico di Toledo, quello di Braga, quello di Chartreux, quello dei Certosini, quello dei Domenicani, il più noto di tutti, e forse altri di cui non ho conoscenza. Nessuno si è mai scandalizzato che i Domenicani, spesso presenti nelle nostre parrocchie, non celebrassero come i preti secolari ma seguissero un rito proprio. Non abbiamo mai avuto alcun dubbio che il loro rito fosse cattolico al pari di quello romano ed eravamo fieri della ricchezza di tante diverse tradizioni. Inoltre si può dire questo: che viene spesso ampliata la libertà che il nuovo Ordo Missae lascia alla creatività, e che la differenza fra liturgie che si celebrano secondo i nuovi libri, così come vengono di fatto messe in pratica e celebrate nei diversi luoghi, è spesso più grande di quella tra l'antica e la nuova liturgia […].
Dobbiamo essere capaci di persuadere i vescovi che la presenza dell'antica liturgia non turba né rompe l'unità delle loro diocesi, ma è invece un dono destinato a rafforzare il Corpo di Cristo, del quale siamo tutti i servitori. Così, miei cari amici,vorrei esortarvi a non perdere la pazienza, a continuare ad essere fiduciosi e ad attingere dalla liturgia la forza per rendere testimonianza al Signore in questo nostro tempo. […]
Non è stato il Concilio a riformare i libri liturgici, esso ne ha ordinato la revisione e, a questo fine, ha fissato alcuni principi fondamentali. In primo luogo il Concilio ha dato una definizione di che cos'è la liturgia e questa definizione fornisce un metro di giudizio per ogni celebrazione liturgica. Se si ignorano queste regole essenziali e si accantonano le «normae generales» formulate nei numeri 34-36 della Costituzione De Sacra Liturgia, allora sì che si disubbidisce al Concilio! [...] Cosi il Concilio ha ordinato una riforma dei libri liturgici, ma non ha proibito i libri precedenti. […]
Nella «Costituzione sulla Sacra Liturgia» non si parla di celebrazione verso l'altare o verso il popolo; in tema di lingua si dice che il latino deve essere mantenuto pur dando un più ampio spazio al vernacolo «specialmente nelle letture e nelle monizioni, in alcune preghiere e nei canti» (SL, n. 36, 2).
[…]In una parte dei liturgisti moderni c'è purtroppo la tendenza a sviluppare i princìpi del Concilio in una sola direzione, rovesciando così gli intendimenti stessi del Concilio.
[...] C'è poi una pericolosa tendenza a minimizzare il carattere sacrificale della Messa e ad indurre alla sparizione del mistero e del sacro con il pretesto - un pretesto asserito imperativo - che in questo modo ci si fa comprendere meglio. Infine si percepisce la tendenza a frammentare la liturgia, mettendo arbitrariamente in rilievo il suo carattere comunitario. […] Le diverse comunità che sono sorte grazie al documento pontificio hanno dato alla Chiesa un gran numero di vocazioni sacerdotali e religiose che con zelo, in letizia e in stretta unione con il Papa, hanno offerto il loro servizio alla Chiesa in questo nostro attuale periodo storico”, Joseph Ratzinger
A dieci anni dal Motu proprio Ecclesia Dei, Roma 24 ottobre 1998. Conferenza, tenuta presso l'Hotel Ergife, in occasione delle celebrazioni per i dieci anni del Motu proprio "Ecclesia Dei", traduzione dall'originale francese tratta dal Notiziario n. 126-127 di UNA VOCE, Associazione per la salvaguardia della liturgia latino-gregoriana, pp. 4-7.
"Per una retta presa di coscienza in materia liturgica è importante che venga meno l'atteggiamento di sufficienza per la forma liturgica in vigore fino al 1970. Chi oggi
sostiene la continuazione di questa liturgia o partecipa direttamente a celebrazioni di questa natura, viene messo all'indice; ogni tolleranza viene meno a questo riguardo.
Nella storia non è mai accaduto niente del genere; così è l'intero passato della Chiesa a essere disprezzato. Come si può confidare nel suo presente se le cose stanno così? Non capisco nemmeno, ad essere franco, perché tanta soggezione, da parte di molti confratelli vescovi, nei confronti di questa intolleranza, che pare essere un tributo obbligato allo spirito dei tempi, e che pare contrastare, senza un motivo comprensibile, il processo di necessaria riconciliazione all'interno della Chiesa", Joseph Ratzinger, da Dio e il mondo, Edizioni Paoline, 2001, p. 380.
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È precisamente quest’«opera di Cristo» il vero contenuto della liturgia […] divenuto
estraneo al pensiero moderno, tanto che trent’anni dopo il concilio anche fra i liturgisti cattolici è oggetto di un punto interrogativo. Chi parla oggi ancora di “divino sacrificio eucaristico”? Certo, le discussioni attorno alla nozione di sacrificio sono ridivenute sorprendentemente vive tanto in ambito cattolico che protestante.
[…]
Restano ancora vive alcune vecchie posizioni illuministe con i loro pregiudizi verso
la magia e il paganesimi [del sacrificio]. Così poco tempo fa Stefan Orth, in un ampio panorama della bibliografia recente consacrata al tema del sacrificio, ha creduto di poter concludere la sua ricerca, con la seguente constatazione: «Oggi infatti molti cattolici sottoscrivono essi stessi la sentenza e le conclusioni cui pervenne Martin Lutero, per il quale parlare di sacrificio era “il più grande e più spaventoso abominio” nonché una “maledetta empietà”». […]
Non ho certo bisogno di dire che io non appartengo a questi “numerosi cattolici” che, con Lutero, considerano come il più spaventoso abominio e una maledetta empietà il fatto che si parli di sacrificio della Messa. Si capisce dunque perché il redattore [Orth] abbia rinunziato a citare il mio libro sullo spirito della liturgia, nel quale si analizza nei particolari la nozione di sacrificio. Ma la sua diagnosi resta tale da sgomentare. È vera? Io non conosco questi numerosi cattolici i quali ritengono una maledetta empietà l’intendere l’Eucarestia come sacrificio. [Ma certo] una parte non trascurabile di liturgisti sembra praticamente giunta al risultato di dare sostanzialmente ragione a Lutero contro [il concilio di] Trento nella disputa del XVI secolo. […] È soltanto partendo da lì, dalla squalificazione pratica di Trento che si può intendere l’esasperazione che accompagna la lotta contro la possibilità di celebrare ancora, dopo la riforma liturgica, la Messa secondo il messale del 1962.
Questa possibilità rappresenta la più forte contraddizione e perciò la meno tollerabile per l’opinione che ritiene che la fede nell’Eucarestia formulata da Trento abbia perduto la sua validità […].
Il nuovo illuminismo oltrepassa però di gran lunga Lutero: mentre questi prendeva ancora alla lettera le parole dell’istituzione [eucaristica] e le poneva, come norma normatrice, a fondamento dei suoi tentativi di riforma, oggi, dopo tanto tempo, le ipotesi formulate dalla critica storica sono sulla via di provocare un’ampia erosione dei testi stessi. Dietro le parole dell’Ultima Cena, che appaiono come un prodotto della costruzione liturgica della comunità, si cerca un Gesù storico, il quale naturalmente non poteva aver pensato al dono del suo corpo e del suo sangue, né aver inteso la sua crocefissione come sacrificio espiatorio. […] Ritorniamo al nostro quesito fondamentale: è giusto qualificare l’Eucarestia come Divin Sacrificio o è questa una maledetta empietà? […] La Scrittura e la Tradizione formano un tutto inseparabile, ed è questo che Lutero […] non ha potuto vedere. [..] Nella citata rivista bibliografica, Stefan Orth afferma che il fatto che dopo il vaticano II, si sia evitata la nozione di sacrificio, ha indotto a “pensare il culto divino soprattutto a partire dalla festa di Pasqua in relazione alle parole dell’Ultima Cena”. […] Ma ciò che soprattutto sorprende nella formulazione di Orth è l’opposizione che viene introdotta fra l’idea di sacrificio e la Pasqua. […]
Se cito questa strana opposizione fra la Pasqua e il sacrificio, è perché essa rappresenta l’architrave anche di un libro recentemente pubblicato dalla Fraternità Pio X, nel quale si pretende ch’esista una rottura dogmatica fra la nuova liturgia di Paolo VI e la tradizione liturgica precedente. La rottura è vista precisamente nel fatto che s’interpreta ormai tutto, presumibilmente, a partire da questo «mistero pasquale» invece che come sacrificio redentivo d’espiazione operato da Cristo. La categoria del «mistero pasquale» sarebbe insomma l’anima della riforma liturgica e questo parrebbe precisamente la prova della rottura rispetto alla tradizione classica della Chiesa. È chiaro che vi sono degli autori, i quali prestano il fianco ad un tale malinteso. Ma che si tratti di un malinteso, è del tutto evidente per chi osservi le cose più da vicino. In effetti l’espressione «mistero pasquale» rinvia chiaramente ai fatti avvenuti nei giorni che vanno dal Giovedì Santo fino al mattino di Pasqua: l’Ultima Cena come anticipazione della croce, il dramma del Golgota e la resurrezione del Signore. Nelle parole «mistero pasquale», tutti questi episodi sono letti sinteticamente come un unico avvenimento, unitario, come «l’opera di Cristo» così come noi all’inizio abbiamo sentito dire dal concilio. […]
La teologia della Pasqua è una teologia della Redenzione, una liturgia del sacrificio espiatorio. Il Pastore è divenuto agnello. L’immagine dell’agnello, che fa la sua apparizione nella storia d’Isacco, dell’agnello che s’impiglia nei cespugli e che viene offerto in riscatto per il figlio, è divenuta una verità: il Signore di fa agnello, si lascia legare, sacrificare, per liberarci. […] Tutto questo è divenuto estremamente estraneo al modo di pensare contemporaneo. […]
Così la crisi della liturgia investe delle concezioni che sono centrali per l’uomo: per superarla, non basta banalizzare la liturgia e trasformarla in un semplice raduno o in un pasto fraterno. […] Questo è il sacrificio cristiano: i molti-un solo corpo in Cristo […]. Chi ha inteso questo, non sarà più del parere che parlare di sacrificio della Messa è per lo meno fortemente ambiguo e anche un abominevole orrore. […]
La reazione dei Gesù contro i mercanti del tempio era in pratica un attacco contro l’immolazione di animali ivi presentati, dunque un attacco alla forma esistente di culto, di sacrificio in generale. È per questo che le autorità giudaiche competenti gli domandano a buon diritto com’egli giustifichi un tal gesto, che doveva considerarsi equivalente a un attacco alla legge di Mosè e alle sacre prescrizioni dell’Alleanza. E Gesù risponde “Distruggete (sciogliete) questo tempio; e in tre giorni lo riedificherò” (Giov. 2, 19). […] Gesù, secondo Giovanni, fu crocifisso esattamente nel momento in cui gli agnelli pasquali venivano immolati nel tempio. Nel momento in cui il Figlio si costituisce egli stesso quale agnello, cioè a dire si dona liberamente al Padre e anche a noi, egli pone fine alle antiche prescrizioni cultuali che non potevano essere che un segno di una realtà autentica. […]
Un sacrificio di lode […] il sacrificio della preghiera non deve essere puramente discorsivo, bensì la trasmutazione del nostro essere nel logos, l’unione con lui. […]
La nostra conformità a Dio […] ecco cosa significa il «sacrificio della Messa». […] Se il canone romano menziona Abele, Abramo, Melchisedec, includendo fra di loro coloro che celebrano l’Eucarestia, ciò è nella convinzione che in essi, nei grandi offerenti, è Cristo che travalica i tempi. […] La teologia della Patristica quale troviamo nel canone, non nega l’inutilità e l’insufficienza dei sacrifici pre-cristiani; il canone include del resto, assieme alle figure di Abele e di Melchisedec, anche i “santi pagani”, essi medesimi entro il mistero di Cristo. […]
Trento non si è ingannato, collocato com’era sulle solide fondamenta della Chiesa. Esso resta un criterio affidabile. […] Ma questa comprensione rinnovata e approfondita [di Trento] possa, grazie in particolare alla mediazione delle chiese orientali, rendersi accessibile ai cristiani protestanti. Una cosa dev’essere chiara: la liturgia non deve essere un terreno per sperimentare ipotesi teologiche. Troppo rapidamente in questi ultimi decenni, le concezioni di alcuni periti sono entrate nella pratica liturgica, aggirando spesso l’autorità ecclesiale, attraverso commissioni che si assicurano la diffusione di un consenso momentaneo a livello internazionale e di emanare praticamente delle leggi per l’azione liturgica.
[Invece bisogna] servire colui che è il vero soggetto della liturgia: Gesù Cristo. La liturgia non è l’espressione della coscienza di una comunità, del resto sparsa e mutevole. Essa è la rivelazione accolta nella fede e nella preghiera, Josef Ratzinger, da La teologia della liturgia, Abbazia di Fontgombault, 22-24 luglio 2001.
* * *
Oggi sembra assurda una “celebrazione verso la parete” o “un mostrare le spalle al popolo” (p. 75). Ma con la celebrazione versus populum ”si è introdotta una clericalizzazione quale non si era mai data in precedenza. Ora, infatti, il sacerdote … diventa vero e proprio punto di riferimento di tutta la celebrazione. Tutto termina su di lui. … L’attenzione è sempre meno rivolta a Dio…
Il sacerdote rivolto al popolo dà alla comunità l’aspetto di un tutto chiuso in sé. Essa non è più – nella sua forma – aperta in avanti e verso l’alto, ma si chiude in se stessa. L’atto con cui ci si rivolgeva tutti verso oriente non era “celebrazione verso la parete”, non significava che il sacerdote “volgeva le spalle al popolo”: egli non era poi considerato così importante.
Difatti, come nella sinagoga si guardava tutti insieme verso Gerusalemme, così qui ci si rivolgeva insieme “verso il Signore” Per usare l’espressione di uno dei padri della costituzione liturgica del concilio Vaticano II, J.A. Jungmann, si tratta piuttosto di uno stesso orientamento del sacerdote e del popolo, che sapevano di camminare insieme verso il Signore. Essi non si chiudono in cerchio, non si guardano reciprocamente, ma, come popolo di Dio in cammino, sono in partenza verso l’oriente, verso il Cristo che avanza e ci viene incontro.” (p. 76)” - ““Con disgusto di molti liturgisti nel 1978 avevo sostenuto che non è affatto detto che tutto il canone deve essere pronunciato a voce alta. Dopo averci riflettuto, vorrei ripeterlo ancora una volta con forza, nella speranza che dopo vent’anni questa tesi possa trovare un po’ più di comprensione. Nel frattempo i liturgisti tedeschi, nella preoccupazione di riformare il messale, hanno essi stessi dichiarato espressamente che proprio il punto più alto della celebrazione eucaristica, il canone, è divenuto il loro vero punto di crisi.
A partire dalla riforma si è cercato di fargli fronte anzitutto con l’invenzione continua
di nuove preghiere eucaristiche, precipitando così ulteriormente nel banale. La
moltiplicazione delle parole non aiuta…. Non è affatto vero che la recitazione ad alta voce, ininterrotta, della preghiera eucaristica sia la condizione per la partecipazione di tutti a questo atto centrale della celebrazione eucaristica. La mia proposta di allora era: da una parte l’educazione liturgica deve far sì che i fedeli conoscano il significato essenziale e l’indirizzo fondamentale del canone; dall’altra, le prime parole delle singole preghiere dovrebbero essere pronunciate a voce alta come un invito a tutta la comunità, così che, poi, la preghiera silenziosa di ciascuno faccia propria l’intonazione e possa portare la dimensione personale in quella comunitaria, quella comunitaria nella dimensione personale” (pp. 210-11).Josef Ratzinger da Introduzione allo spirito della liturgia,Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2001.
* * *
domenica 5 settembre 2010
Incontro sul motu proprio "Summorum Pontificum" a Prato il 14 settembre alle ore 21,15
Parrocchia dello Spirito Santo
Via G. Silvestri, 21 - Prato
Via G. Silvestri, 21 - Prato
Carissimi,
tre anni fa, il Papa Benedetto XVI con il motu proprio "Summorum Pontificum". liberalizzava la celebrazione della Messa in rito romano antico detta di S. Pio V. Dal primo giorno della entrata in vigore del documento, questa parrocchia è stata una delle prime in Italia ad attuare le sapienti indicazioni dell'insegnamento pontificio.
Molti di voi hanno partecipato qualche volta alla celebrazione domenicale delle ore 17, riportando un grande frutto spirituale, per la sacralità e la bellezza dei riti celebrati, durante tutto il corso dell'anno liturgico.
Per questo intendiamo ricordare il terzo anniversario di questo grandioso avvenimento, che ha segnato un giorno luminoso per la Santa Chiesa, con un incontro di riflessione e di bilancio del cammino intrapreso:
Martedì 14 settembre alle ore 21,15, nei locali della parrocchia.
Sicuro della vostra partecipazione, vi assicuro la mia preghiera e la mia stima nel Signore
don Enrico Bini
tre anni fa, il Papa Benedetto XVI con il motu proprio "Summorum Pontificum". liberalizzava la celebrazione della Messa in rito romano antico detta di S. Pio V. Dal primo giorno della entrata in vigore del documento, questa parrocchia è stata una delle prime in Italia ad attuare le sapienti indicazioni dell'insegnamento pontificio.
Molti di voi hanno partecipato qualche volta alla celebrazione domenicale delle ore 17, riportando un grande frutto spirituale, per la sacralità e la bellezza dei riti celebrati, durante tutto il corso dell'anno liturgico.
Per questo intendiamo ricordare il terzo anniversario di questo grandioso avvenimento, che ha segnato un giorno luminoso per la Santa Chiesa, con un incontro di riflessione e di bilancio del cammino intrapreso:
Martedì 14 settembre alle ore 21,15, nei locali della parrocchia.
Sicuro della vostra partecipazione, vi assicuro la mia preghiera e la mia stima nel Signore
don Enrico Bini
giovedì 2 settembre 2010
mercoledì 1 settembre 2010
Aggiornamento
Da molti mesi attendiamo di poter avere la celebrazione della S. Messa nella forma Straordinaria del Rito Romano, secondo il Motu Proprio Summorum Pontificum, anche nella nostra città.
Sua Ecc. il nostro Vescovo, Mons. Mansueto Bianchi, si sta adoperando per trovare un sacerdote che voglia celebrare con l'antico Messale.
Aspettiamo con fiducia e nella preghiera che il tesoro spirituale costituito dall'antica Liturgia Romana possa essere offerto anche ai fedeli pistoiesi.
Sua Ecc. il nostro Vescovo, Mons. Mansueto Bianchi, si sta adoperando per trovare un sacerdote che voglia celebrare con l'antico Messale.
Aspettiamo con fiducia e nella preghiera che il tesoro spirituale costituito dall'antica Liturgia Romana possa essere offerto anche ai fedeli pistoiesi.
Vesperas in Nativitate Beatae Mariae Virginis ~ Duplex II. classis
Ad Vesperas
Incipit
V. Deus in adjutorium meum intende.
R. Domine, ad adjuvandum me festina.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Alleluia
Psalmi {ex Proprio Sanctorum}
Ant. Nativitas gloriosae Virginis Mariae * ex semine Abrahae, ortae de tribu Juda, clara ex stirpe David
Psalmus 109 [1]
109:1 Dixit Dóminus Dómino meo: * sede a dextris meis:
109:2 Donec ponam inimícos tuos, * scabéllum pedum tuórum.
109:3 Virgam virtútis tuæ emíttet Dóminus ex Sion: * domináre in médio inimicórum tuórum.
109:4 Tecum princípium in die virtútis tuæ in splendóribus sanctórum: * ex útero ante lucíferum génui te.
109:5 Jurávit Dóminus, et non poenitébit eum: * Tu es sacérdos in ætérnum secúndum órdinem Melchísedech.
109:6 Dóminus a dextris tuis, * confrégit in die iræ suæ reges.
109:7 Judicábit in natiónibus, implébit ruínas: * conquassábit cápita in terra multórum.
109:8 De torrénte in via bibet: * proptérea exaltábit caput.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Nativitas gloriosae Virginis Mariae * ex semine Abrahae, ortae de tribu Juda, clara ex stirpe David
Ant. Nativitas est hodie * sanctae Mariae Virginis cujus vita inclyta cunctas illustrat ecclesias
Psalmus 112 [2]
112:1 Laudáte, púeri, Dóminum: * laudáte nomen Dómini.
112:2 Sit nomen Dómini benedíctum, * ex hoc nunc, et usque in sæculum.
112:3 A solis ortu usque ad occásum, * laudábile nomen Dómini.
112:4 Excélsus super omnes gentes Dóminus, * et super cælos glória ejus.
112:5 Quis sicut Dóminus, Deus noster, qui in altis hábitat, * et humília réspicit in cælo et in terra?
112:6 Súscitans a terra ínopem, * et de stércore érigens páuperem:
112:7 Ut cóllocet eum cum princípibus, * cum princípibus pópuli sui.
112:8 Qui habitáre facit stérilem in domo, * matrem filiórum lætántem.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Nativitas est hodie * sanctae Mariae Virginis cujus vita inclyta cunctas illustrat ecclesias
Ant. Regali ex progenie * Maria exorta refulget: cujus precibus nos adjuvari mente et spiritu devotissime poscimus
Psalmus 121 [3]
121:1 Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: * In domum Dómini íbimus.
121:2 Stantes erant pedes nostri, * in átriis tuis, Jerúsalem.
121:3 Jerúsalem, quæ ædificátur ut cívitas: * cujus participátio ejus in idípsum.
121:4 Illuc enim ascendérunt tribus, tribus Dómini: * testimónium Israël ad confiténdum nómini Dómini.
121:5 Quia illic sedérunt sedes in judício, * sedes super domum David.
121:6 Rogáte quæ ad pacem sunt Jerúsalem: * et abundántia diligéntibus te:
121:7 Fiat pax in virtúte tua: * et abundántia in túrribus tuis.
121:8 Propter fratres meos, et próximos meos, * loquébar pacem de te:
121:9 Propter domum Dómini, Dei nostri, * quæsívi bona tibi.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Regali ex progenie * Maria exorta refulget: cujus precibus nos adjuvari mente et spiritu devotissime poscimus
Ant. Corde et animo * Christo canamus gloriam in hac sacra solemnitate praecelsae Genitricis Dei Mariae
Psalmus 126 [4]
126:1 Nisi Dóminus ædificáverit domum, * in vanum laboravérunt qui ædíficant eam.
126:2 Nisi Dóminus custodíerit civitátem, * frustra vígilat qui custódit eam.
126:3 Vanum est vobis ante lucem súrgere: * súrgite postquam sedéritis, qui manducátis panem dolóris.
126:4 Cum déderit diléctis suis somnum: * ecce heréditas Dómini fílii: merces, fructus ventris.
126:5 Sicut sagíttæ in manu poténtis: * ita fílii excussórum.
126:6 Beátus vir, qui implévit desidérium suum ex ipsis: * non confundétur cum loquétur inimícis suis in porta.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Corde et animo * Christo canamus gloriam in hac sacra solemnitate praecelsae Genitricis Dei Mariae
Ant. Cum jucunditate * Nativitatem beatae Mariae celebremus, ut ipsa pro nobis intercedat ad Dominum Jesum Christum
Psalmus 147 [5]
147:1 Lauda, Jerúsalem, Dóminum: * lauda Deum tuum, Sion.
147:2 Quóniam confortávit seras portárum tuárum: * benedíxit fíliis tuis in te.
147:3 Qui pósuit fines tuos pacem: * et ádipe fruménti sátiat te.
147:4 Qui emíttit elóquium suum terræ: * velóciter currit sermo ejus.
147:5 Qui dat nivem sicut lanam: * nébulam sicut cínerem spargit.
147:6 Mittit crystállum suam sicut buccéllas: * ante fáciem frígoris ejus quis sustinébit?
147:7 Emíttet verbum suum, et liquefáciet ea: * flabit spíritus ejus, et fluent aquæ.
147:8 Qui annúntiat verbum suum Jacob: * justítias, et judícia sua Israël.
147:9 Non fecit táliter omni natióni: * et judícia sua non manifestávit eis.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Cum jucunditate * Nativitatem beatae Mariae celebremus, ut ipsa pro nobis intercedat ad Dominum Jesum Christum
Capitulum
Ab initio et ante saecula creata sum, et usque ad futurum saeculum non desinam, et in habitatione sancta coram ipso ministravi.
R. Deo gratias
Hymnus
Ave maris stella
Dei Mater alma,
Atque semper Virgo,
Felix coeli porta.
Sumens illud Ave
Gabrielis ore,
Funda nos in pace,
Mutans Hevae nomen.
Solve vincla reis,
Profer lumen caecis,
Mala nostra pelle,
Bona cuncta posce.
Monstra te esse matrem,
Sumat per te preces,
Qui pro nobis natus,
Tulit esse tuus.
Virgo singularis,
Inter omnes mitis,
Nos culpis solutos
Mites fac et castos.
Vitam praesta puram,
Iter para tutum,
Ut videntes Jesum,
Semper collaetemur.
Sit laus Deo Patri,
Summo Christo decus,
Spiritui sancto,
Tribus honor unus.
Amen.
V. Nativitas est hodie sanctae Mariae Virginis.
R. Cujus vita inclyta cunctas illustrat ecclesias.
Canticum Magnificat
Ant. Nativitas tua, * Dei Genitrix Virgo, gaudium annuntiavit universo mundo: ex te enim ortus est sol justitiae, Christus Deus noster: qui solvens maledictionem, dedit benedictionem, et confundens mortem, donavit nobis vitam sempiternam
Magníficat * ánima mea Dóminum.
1:47 Et exsultávit spíritus meus: * in Deo, salutári meo.
1:48 Quia respéxit humilitátem ancíllæ suæ: * ecce enim ex hoc beátam me dicent omnes generatiónes.
1:49 Quia fecit mihi magna, qui potens est: * et sanctum nomen ejus.
1:50 Et misericórdia ejus, a progénie in progénies: * timéntibus eum.
1:51 Fecit poténtiam in bráchio suo: * dispérsit supérbos mente cordis sui.
1:52 Depósuit poténtes de sede: * et exaltávit húmiles.
1:53 Esuriéntes implévit bonis: * et dívites dimísit inánes.
1:54 Suscépit Israël púerum suum: * recordátus misericórdiæ suæ.
1:55 Sicut locútus est ad patres nostros: * Ábraham, et sémini ejus in sæcula.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Nativitas tua, * Dei Genitrix Virgo, gaudium annuntiavit universo mundo: ex te enim ortus est sol justitiae, Christus Deus noster: qui solvens maledictionem, dedit benedictionem, et confundens mortem, donavit nobis vitam sempiternam.
V. Domine exaudi orationem meam
R. Et clamor meus ad te veniat
Oremus
Famulis tuis, quaesumus Domine, caelestis gratiae munus impertire: ut quibus beatae Virginis partus exstitit salutis exordium, Nativitatis ejus votiva solemnitas pacis tribuat incrementum.
Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum.
R. Amen.
V. Domine exaudi orationem meam
R. Et clamor meus ad te veniat
V. Benedicamus Domino
R. Deo gratias
V. Fidelium animae per misericordiam Dei requiescant in pace.
R. Amen.
Incipit
V. Deus in adjutorium meum intende.
R. Domine, ad adjuvandum me festina.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Alleluia
Psalmi {ex Proprio Sanctorum}
Ant. Nativitas gloriosae Virginis Mariae * ex semine Abrahae, ortae de tribu Juda, clara ex stirpe David
Psalmus 109 [1]
109:1 Dixit Dóminus Dómino meo: * sede a dextris meis:
109:2 Donec ponam inimícos tuos, * scabéllum pedum tuórum.
109:3 Virgam virtútis tuæ emíttet Dóminus ex Sion: * domináre in médio inimicórum tuórum.
109:4 Tecum princípium in die virtútis tuæ in splendóribus sanctórum: * ex útero ante lucíferum génui te.
109:5 Jurávit Dóminus, et non poenitébit eum: * Tu es sacérdos in ætérnum secúndum órdinem Melchísedech.
109:6 Dóminus a dextris tuis, * confrégit in die iræ suæ reges.
109:7 Judicábit in natiónibus, implébit ruínas: * conquassábit cápita in terra multórum.
109:8 De torrénte in via bibet: * proptérea exaltábit caput.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Nativitas gloriosae Virginis Mariae * ex semine Abrahae, ortae de tribu Juda, clara ex stirpe David
Ant. Nativitas est hodie * sanctae Mariae Virginis cujus vita inclyta cunctas illustrat ecclesias
Psalmus 112 [2]
112:1 Laudáte, púeri, Dóminum: * laudáte nomen Dómini.
112:2 Sit nomen Dómini benedíctum, * ex hoc nunc, et usque in sæculum.
112:3 A solis ortu usque ad occásum, * laudábile nomen Dómini.
112:4 Excélsus super omnes gentes Dóminus, * et super cælos glória ejus.
112:5 Quis sicut Dóminus, Deus noster, qui in altis hábitat, * et humília réspicit in cælo et in terra?
112:6 Súscitans a terra ínopem, * et de stércore érigens páuperem:
112:7 Ut cóllocet eum cum princípibus, * cum princípibus pópuli sui.
112:8 Qui habitáre facit stérilem in domo, * matrem filiórum lætántem.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Nativitas est hodie * sanctae Mariae Virginis cujus vita inclyta cunctas illustrat ecclesias
Ant. Regali ex progenie * Maria exorta refulget: cujus precibus nos adjuvari mente et spiritu devotissime poscimus
Psalmus 121 [3]
121:1 Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: * In domum Dómini íbimus.
121:2 Stantes erant pedes nostri, * in átriis tuis, Jerúsalem.
121:3 Jerúsalem, quæ ædificátur ut cívitas: * cujus participátio ejus in idípsum.
121:4 Illuc enim ascendérunt tribus, tribus Dómini: * testimónium Israël ad confiténdum nómini Dómini.
121:5 Quia illic sedérunt sedes in judício, * sedes super domum David.
121:6 Rogáte quæ ad pacem sunt Jerúsalem: * et abundántia diligéntibus te:
121:7 Fiat pax in virtúte tua: * et abundántia in túrribus tuis.
121:8 Propter fratres meos, et próximos meos, * loquébar pacem de te:
121:9 Propter domum Dómini, Dei nostri, * quæsívi bona tibi.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Regali ex progenie * Maria exorta refulget: cujus precibus nos adjuvari mente et spiritu devotissime poscimus
Ant. Corde et animo * Christo canamus gloriam in hac sacra solemnitate praecelsae Genitricis Dei Mariae
Psalmus 126 [4]
126:1 Nisi Dóminus ædificáverit domum, * in vanum laboravérunt qui ædíficant eam.
126:2 Nisi Dóminus custodíerit civitátem, * frustra vígilat qui custódit eam.
126:3 Vanum est vobis ante lucem súrgere: * súrgite postquam sedéritis, qui manducátis panem dolóris.
126:4 Cum déderit diléctis suis somnum: * ecce heréditas Dómini fílii: merces, fructus ventris.
126:5 Sicut sagíttæ in manu poténtis: * ita fílii excussórum.
126:6 Beátus vir, qui implévit desidérium suum ex ipsis: * non confundétur cum loquétur inimícis suis in porta.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Corde et animo * Christo canamus gloriam in hac sacra solemnitate praecelsae Genitricis Dei Mariae
Ant. Cum jucunditate * Nativitatem beatae Mariae celebremus, ut ipsa pro nobis intercedat ad Dominum Jesum Christum
Psalmus 147 [5]
147:1 Lauda, Jerúsalem, Dóminum: * lauda Deum tuum, Sion.
147:2 Quóniam confortávit seras portárum tuárum: * benedíxit fíliis tuis in te.
147:3 Qui pósuit fines tuos pacem: * et ádipe fruménti sátiat te.
147:4 Qui emíttit elóquium suum terræ: * velóciter currit sermo ejus.
147:5 Qui dat nivem sicut lanam: * nébulam sicut cínerem spargit.
147:6 Mittit crystállum suam sicut buccéllas: * ante fáciem frígoris ejus quis sustinébit?
147:7 Emíttet verbum suum, et liquefáciet ea: * flabit spíritus ejus, et fluent aquæ.
147:8 Qui annúntiat verbum suum Jacob: * justítias, et judícia sua Israël.
147:9 Non fecit táliter omni natióni: * et judícia sua non manifestávit eis.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Cum jucunditate * Nativitatem beatae Mariae celebremus, ut ipsa pro nobis intercedat ad Dominum Jesum Christum
Capitulum
Ab initio et ante saecula creata sum, et usque ad futurum saeculum non desinam, et in habitatione sancta coram ipso ministravi.
R. Deo gratias
Hymnus
Ave maris stella
Dei Mater alma,
Atque semper Virgo,
Felix coeli porta.
Sumens illud Ave
Gabrielis ore,
Funda nos in pace,
Mutans Hevae nomen.
Solve vincla reis,
Profer lumen caecis,
Mala nostra pelle,
Bona cuncta posce.
Monstra te esse matrem,
Sumat per te preces,
Qui pro nobis natus,
Tulit esse tuus.
Virgo singularis,
Inter omnes mitis,
Nos culpis solutos
Mites fac et castos.
Vitam praesta puram,
Iter para tutum,
Ut videntes Jesum,
Semper collaetemur.
Sit laus Deo Patri,
Summo Christo decus,
Spiritui sancto,
Tribus honor unus.
Amen.
V. Nativitas est hodie sanctae Mariae Virginis.
R. Cujus vita inclyta cunctas illustrat ecclesias.
Canticum Magnificat
Ant. Nativitas tua, * Dei Genitrix Virgo, gaudium annuntiavit universo mundo: ex te enim ortus est sol justitiae, Christus Deus noster: qui solvens maledictionem, dedit benedictionem, et confundens mortem, donavit nobis vitam sempiternam
Magníficat * ánima mea Dóminum.
1:47 Et exsultávit spíritus meus: * in Deo, salutári meo.
1:48 Quia respéxit humilitátem ancíllæ suæ: * ecce enim ex hoc beátam me dicent omnes generatiónes.
1:49 Quia fecit mihi magna, qui potens est: * et sanctum nomen ejus.
1:50 Et misericórdia ejus, a progénie in progénies: * timéntibus eum.
1:51 Fecit poténtiam in bráchio suo: * dispérsit supérbos mente cordis sui.
1:52 Depósuit poténtes de sede: * et exaltávit húmiles.
1:53 Esuriéntes implévit bonis: * et dívites dimísit inánes.
1:54 Suscépit Israël púerum suum: * recordátus misericórdiæ suæ.
1:55 Sicut locútus est ad patres nostros: * Ábraham, et sémini ejus in sæcula.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Nativitas tua, * Dei Genitrix Virgo, gaudium annuntiavit universo mundo: ex te enim ortus est sol justitiae, Christus Deus noster: qui solvens maledictionem, dedit benedictionem, et confundens mortem, donavit nobis vitam sempiternam.
V. Domine exaudi orationem meam
R. Et clamor meus ad te veniat
Oremus
Famulis tuis, quaesumus Domine, caelestis gratiae munus impertire: ut quibus beatae Virginis partus exstitit salutis exordium, Nativitatis ejus votiva solemnitas pacis tribuat incrementum.
Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum.
R. Amen.
V. Domine exaudi orationem meam
R. Et clamor meus ad te veniat
V. Benedicamus Domino
R. Deo gratias
V. Fidelium animae per misericordiam Dei requiescant in pace.
R. Amen.
Laudes in Nativitate Beatae Mariae Virginis ~ II. classis
Ad Laudes
Incipit
V. Deus in adjutorium meum intende.
R. Domine, ad adjuvandum me festina.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Alleluia
Psalmi {ex Proprio Sanctorum}
Ant. Nativitas gloriosae Virginis Mariae * ex semine Abrahae, ortae de tribu Juda, clara ex stirpe David.
Psalmus 92 [1]
92:1 Dóminus regnávit, decórem indútus est: * indútus est Dóminus fortitúdinem, et præcínxit se.
92:2 Étenim firmávit orbem terræ, * qui non commovébitur.
92:3 Paráta sedes tua ex tunc: * a sæculo tu es.
92:4 Elevavérunt flúmina, Dómine: * elevavérunt flúmina vocem suam.
92:5 Elevavérunt flúmina fluctus suos, * a vócibus aquárum multárum.
92:6 Mirábiles elatiónes maris: * mirábilis in altis Dóminus.
92:7 Testimónia tua credibília facta sunt nimis: * domum tuam decet sanctitúdo, Dómine, in longitúdinem diérum.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Nativitas gloriosae Virginis Mariae * ex semine Abrahae, ortae de tribu Juda, clara ex stirpe David.
Ant. Nativitas est hodie * sanctae Maria
Psalmus 99 [2]
99:1 Jubilate Deo, omnis terra: * servíte Dómino in lætítia.
99:2 Introíte in conspéctu ejus, * in exsultatióne.
99:3 Scitóte quóniam Dóminus ipse est Deus: * ipse fecit nos, et non ipsi nos.
99:4 Pópulus ejus, et oves páscuæ ejus: * introíte portas ejus in confessióne, átria ejus in hymnis: confitémini illi.
99:5 Laudáte nomen ejus: quóniam suávis est Dóminus, in ætérnum misericórdia ejus, * et usque in generatiónem et generatiónem véritas ejus.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Nativitas est hodie * sanctae Maria
Ant. Regali ex progenie * Maria exorta refulget: cujus precibus nos adjuvari mente et spiritu devotissime poscimus.
Psalmus 62 [3]
62:1 Deus, Deus meus, * ad te de luce vígilo.
62:2 Sitívit in te ánima mea, * quam multiplíciter tibi caro mea.
62:3 In terra desérta, et ínvia, et inaquósa: * sic in sancto appárui tibi, ut vidérem virtútem tuam, et glóriam tuam.
62:4 Quóniam mélior est misericórdia tua super vitas: * lábia mea laudábunt te.
62:5 Sic benedícam te in vita mea: * et in nómine tuo levábo manus meas.
62:6 Sicut ádipe et pinguédine repleátur ánima mea: * et lábiis exsultatiónis laudábit os meum.
62:7 Si memor fui tui super stratum meum, in matutínis meditábor in te: * quia fuísti adjútor meus.
62:8 Et in velaménto alárum tuárum exsultábo, adhæsit ánima mea post te: * me suscépit déxtera tua.
62:9 Ipsi vero in vanum quæsiérunt ánimam meam, introíbunt in inferióra terræ: * tradéntur in manus gládii, partes vúlpium erunt.
62:10 Rex vero lætábitur in Deo, laudabúntur omnes qui jurant in eo: * quia obstrúctum est os loquéntium iníqua.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Regali ex progenie * Maria exorta refulget: cujus precibus nos adjuvari mente et spiritu devotissime poscimus.
Ant. Corde et animo * Christo canamus gloriam in hac sacra solemnitate praecelsae Genitricis Dei Mariae.
Canticum Trium puerorum [4]
(Canticum Trium puerorum * Dan 3:57-75,56)
3:57 Benedícite, ómnia ópera Dómini, Dómino: * laudáte et superexaltáte eum in sæcula.
3:58 Benedícite, Ángeli Dómini, Dómino: * benedícite, cæli, Dómino.
3:59 Benedícite, aquæ omnes, quæ super cælos sunt, Dómino: * benedícite, omnes virtútes Dómini, Dómino.
3:60 Benedícite, sol et luna, Dómino: * benedícite, stellæ cæli, Dómino.
3:61 Benedícite, omnis imber et ros, Dómino: * benedícite, omnes spíritus Dei, Dómino.
3:62 Benedícite, ignis et æstus, Dómino: * benedícite, frigus et æstus, Dómino.
3:63 Benedícite, rores et pruína, Dómino: * benedícite, gelu et frigus, Dómino.
3:64 Benedícite, glácies et nives, Dómino: * benedícite, noctes et dies, Dómino.
3:65 Benedícite, lux et ténebræ, Dómino: * benedícite, fúlgura et nubes, Dómino.
3:66 Benedícat terra Dóminum: * laudet et superexáltet eum in sæcula.
3:67 Benedícite, montes et colles, Dómino: * benedícite, univérsa germinántia in terra, Dómino.
3:68 Benedícite, fontes, Dómino: * benedícite, mária et flúmina, Dómino.
3:69 Benedícite, cete, et ómnia, quæ movéntur in aquis, Dómino: * benedícite, omnes vólucres cæli, Dómino.
3:70 Benedícite, omnes béstiæ et pécora, Dómino: * benedícite, fílii hóminum, Dómino.
3:71 Benedícat Israël Dóminum: * laudet et superexáltet eum in sæcula.
3:72 Benedícite, sacerdótes Dómini, Dómino: * benedícite, servi Dómini, Dómino.
3:73 Benedícite, spíritus, et ánimæ justórum, Dómino: * benedícite, sancti, et húmiles corde, Dómino.
3:74 Benedícite, Ananía, Azaría, Mísaël, Dómino: * laudáte et superexaltáte eum in sæcula.
3:75 (Fit reveréntia:) Benedicámus Patrem et Fílium cum Sancto Spíritu: * laudémus et superexaltémus eum in sæcula.
3:56 Benedíctus es, Dómine, in firmaménto cæli: * et laudábilis, et gloriósus, et superexaltátus in sæcula.
Ant. Corde et animo * Christo canamus gloriam in hac sacra solemnitate praecelsae Genitricis Dei Mariae.
Ant. Cum jucunditate * Nativitatem beatae Mariae celebremus, ut ipsa pro nobis intercedat ad Dominum Jesum Christum.
Psalmus 148 [5]
148:1 Laudáte Dóminum de cælis: * laudáte eum in excélsis.
148:2 Laudáte eum, omnes Ángeli ejus: * laudáte eum, omnes virtútes ejus.
148:3 Laudáte eum, sol et luna: * laudáte eum, omnes stellæ et lumen.
148:4 Laudáte eum, cæli cælórum: * et aquæ omnes, quæ super cælos sunt, laudent nomen Dómini.
148:5 Quia ipse dixit, et facta sunt: * ipse mandávit, et creáta sunt.
148:6 Státuit ea in ætérnum, et in sæculum sæculi: * præcéptum pósuit, et non præteríbit.
148:7 Laudáte Dóminum de terra, * dracónes, et omnes abýssi.
148:8 Ignis, grando, nix, glácies, spíritus procellárum: * quæ fáciunt verbum ejus:
148:9 Montes, et omnes colles: * ligna fructífera, et omnes cedri.
148:10 Béstiæ, et univérsa pécora: * serpéntes, et vólucres pennátæ:
148:11 Reges terræ, et omnes pópuli: * príncipes, et omnes júdices terræ.
148:12 Júvenes, et vírgines: senes cum junióribus laudent nomen Dómini: * quia exaltátum est nomen ejus solíus.
148:13 Conféssio ejus super cælum et terram: * et exaltávit cornu pópuli sui.
148:14 Hymnus ómnibus sanctis ejus: * fíliis Israël, pópulo appropinquánti sibi.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Cum jucunditate * Nativitatem beatae Mariae celebremus, ut ipsa pro nobis intercedat ad Dominum Jesum Christum.
Capitulum Hymnus Versum {ex Commune aut Festum}
Sir 24:14
Ab initio, et ante saecula creata sum, et usque ad futurum saeculum non desinam, et in habitatione sancta coram ipso ministravi.
R. Deo gratias
Hymnus
O gloriosa virginum,
Sublimis inter sidera,
Qui te creavit, parvulum
Lactente nutris ubere.
Quod Heva tristis abstulit,
Tu reddis almo germine:
Intrent ut astra flebiles,
Coeli recludis cardines.
Tu regis alti janua,
Et aula lucis fulgida:
Vitam datam per Virginem
Gentes redemptae plaudite.
Jesu, tibi sit gloria,
Qui natus est de Virgine,
Cum Patre, et almo Spiritu
In sempiterna saecula.
Amen.
V. Nativitas est hodie sanctae Mariae Virginis.
R. Cujus vita inclyta cunctas illustrat ecclesias
Canticum Benedictus
Ant. Nativitatem hodiernam * perpetuae Virginis Genitricis Dei Mariae solemniter celebremus, qua celsitudo throni processit, alleluia.
Benedictus Dóminus, Deus Israël: * quia visitávit, et fecit redemptiónem plebis suæ:
1:69 Et eréxit cornu salútis nobis: * in domo David, púeri sui.
1:70 Sicut locútus est per os sanctórum, * qui a sæculo sunt, prophetárum ejus:
1:71 Salútem ex inimícis nostris, * et de manu ómnium, qui odérunt nos.
1:72 Ad faciéndam misericórdiam cum pátribus nostris: * et memorári testaménti sui sancti.
1:73 Jusjurándum, quod jurávit ad Ábraham patrem nostrum, * datúrum se nobis:
1:74 Ut sine timóre, de manu inimicórum nostrórum liberáti, * serviámus illi.
1:75 In sanctitáte, et justítia coram ipso, * ómnibus diébus nostris.
1:76 Et tu, puer, Prophéta Altíssimi vocáberis: * præíbis enim ante fáciem Dómini, paráre vias ejus:
1:77 Ad dandam sciéntiam salútis plebi ejus: * in remissiónem peccatórum eórum:
1:78 Per víscera misericórdiæ Dei nostri: * in quibus visitávit nos, óriens ex alto:
1:79 Illumináre his, qui in ténebris, et in umbra mortis sedent: * ad dirigéndos pedes nostros in viam pacis.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Nativitatem hodiernam * perpetuae Virginis Genitricis Dei Mariae solemniter celebremus, qua celsitudo throni processit, alleluia.
V. Domine exaudi orationem meam
R. Et clamor meus ad te veniat
Oremus
Famulis tuis, quaesumus Domine, caelestis gratiae munus impertire: ut quibus beatae Virginis partus exstitit salutis exordium, Nativitatis ejus votiva solemnitas pacis tribuat incrementum.
Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum.
R. Amen.
Commemoratio S. Adriani, Mart
Ant. Qui odit * animam suam in hoc mundo, in vitam aeternam custodit eam.
V. Justus ut palma florebit.
R. Sicut cedrus Libani multiplicabitur.
Oremus
Praesta, quaesumus omnipotens Deus: ut qui beati Adriani Martyris tui natalitia colimus, intercessione ejus in tui nominis amore roboremur.
Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum.
R. Amen.
V. Domine exaudi orationem meam
R. Et clamor meus ad te veniat
V. Benedicamus Domino
R. Deo gratias
V. Fidelium animae per misericordiam Dei requiescant in pace.
R. Amen.
Incipit
V. Deus in adjutorium meum intende.
R. Domine, ad adjuvandum me festina.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Alleluia
Psalmi {ex Proprio Sanctorum}
Ant. Nativitas gloriosae Virginis Mariae * ex semine Abrahae, ortae de tribu Juda, clara ex stirpe David.
Psalmus 92 [1]
92:1 Dóminus regnávit, decórem indútus est: * indútus est Dóminus fortitúdinem, et præcínxit se.
92:2 Étenim firmávit orbem terræ, * qui non commovébitur.
92:3 Paráta sedes tua ex tunc: * a sæculo tu es.
92:4 Elevavérunt flúmina, Dómine: * elevavérunt flúmina vocem suam.
92:5 Elevavérunt flúmina fluctus suos, * a vócibus aquárum multárum.
92:6 Mirábiles elatiónes maris: * mirábilis in altis Dóminus.
92:7 Testimónia tua credibília facta sunt nimis: * domum tuam decet sanctitúdo, Dómine, in longitúdinem diérum.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Nativitas gloriosae Virginis Mariae * ex semine Abrahae, ortae de tribu Juda, clara ex stirpe David.
Ant. Nativitas est hodie * sanctae Maria
Psalmus 99 [2]
99:1 Jubilate Deo, omnis terra: * servíte Dómino in lætítia.
99:2 Introíte in conspéctu ejus, * in exsultatióne.
99:3 Scitóte quóniam Dóminus ipse est Deus: * ipse fecit nos, et non ipsi nos.
99:4 Pópulus ejus, et oves páscuæ ejus: * introíte portas ejus in confessióne, átria ejus in hymnis: confitémini illi.
99:5 Laudáte nomen ejus: quóniam suávis est Dóminus, in ætérnum misericórdia ejus, * et usque in generatiónem et generatiónem véritas ejus.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Nativitas est hodie * sanctae Maria
Ant. Regali ex progenie * Maria exorta refulget: cujus precibus nos adjuvari mente et spiritu devotissime poscimus.
Psalmus 62 [3]
62:1 Deus, Deus meus, * ad te de luce vígilo.
62:2 Sitívit in te ánima mea, * quam multiplíciter tibi caro mea.
62:3 In terra desérta, et ínvia, et inaquósa: * sic in sancto appárui tibi, ut vidérem virtútem tuam, et glóriam tuam.
62:4 Quóniam mélior est misericórdia tua super vitas: * lábia mea laudábunt te.
62:5 Sic benedícam te in vita mea: * et in nómine tuo levábo manus meas.
62:6 Sicut ádipe et pinguédine repleátur ánima mea: * et lábiis exsultatiónis laudábit os meum.
62:7 Si memor fui tui super stratum meum, in matutínis meditábor in te: * quia fuísti adjútor meus.
62:8 Et in velaménto alárum tuárum exsultábo, adhæsit ánima mea post te: * me suscépit déxtera tua.
62:9 Ipsi vero in vanum quæsiérunt ánimam meam, introíbunt in inferióra terræ: * tradéntur in manus gládii, partes vúlpium erunt.
62:10 Rex vero lætábitur in Deo, laudabúntur omnes qui jurant in eo: * quia obstrúctum est os loquéntium iníqua.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Regali ex progenie * Maria exorta refulget: cujus precibus nos adjuvari mente et spiritu devotissime poscimus.
Ant. Corde et animo * Christo canamus gloriam in hac sacra solemnitate praecelsae Genitricis Dei Mariae.
Canticum Trium puerorum [4]
(Canticum Trium puerorum * Dan 3:57-75,56)
3:57 Benedícite, ómnia ópera Dómini, Dómino: * laudáte et superexaltáte eum in sæcula.
3:58 Benedícite, Ángeli Dómini, Dómino: * benedícite, cæli, Dómino.
3:59 Benedícite, aquæ omnes, quæ super cælos sunt, Dómino: * benedícite, omnes virtútes Dómini, Dómino.
3:60 Benedícite, sol et luna, Dómino: * benedícite, stellæ cæli, Dómino.
3:61 Benedícite, omnis imber et ros, Dómino: * benedícite, omnes spíritus Dei, Dómino.
3:62 Benedícite, ignis et æstus, Dómino: * benedícite, frigus et æstus, Dómino.
3:63 Benedícite, rores et pruína, Dómino: * benedícite, gelu et frigus, Dómino.
3:64 Benedícite, glácies et nives, Dómino: * benedícite, noctes et dies, Dómino.
3:65 Benedícite, lux et ténebræ, Dómino: * benedícite, fúlgura et nubes, Dómino.
3:66 Benedícat terra Dóminum: * laudet et superexáltet eum in sæcula.
3:67 Benedícite, montes et colles, Dómino: * benedícite, univérsa germinántia in terra, Dómino.
3:68 Benedícite, fontes, Dómino: * benedícite, mária et flúmina, Dómino.
3:69 Benedícite, cete, et ómnia, quæ movéntur in aquis, Dómino: * benedícite, omnes vólucres cæli, Dómino.
3:70 Benedícite, omnes béstiæ et pécora, Dómino: * benedícite, fílii hóminum, Dómino.
3:71 Benedícat Israël Dóminum: * laudet et superexáltet eum in sæcula.
3:72 Benedícite, sacerdótes Dómini, Dómino: * benedícite, servi Dómini, Dómino.
3:73 Benedícite, spíritus, et ánimæ justórum, Dómino: * benedícite, sancti, et húmiles corde, Dómino.
3:74 Benedícite, Ananía, Azaría, Mísaël, Dómino: * laudáte et superexaltáte eum in sæcula.
3:75 (Fit reveréntia:) Benedicámus Patrem et Fílium cum Sancto Spíritu: * laudémus et superexaltémus eum in sæcula.
3:56 Benedíctus es, Dómine, in firmaménto cæli: * et laudábilis, et gloriósus, et superexaltátus in sæcula.
Ant. Corde et animo * Christo canamus gloriam in hac sacra solemnitate praecelsae Genitricis Dei Mariae.
Ant. Cum jucunditate * Nativitatem beatae Mariae celebremus, ut ipsa pro nobis intercedat ad Dominum Jesum Christum.
Psalmus 148 [5]
148:1 Laudáte Dóminum de cælis: * laudáte eum in excélsis.
148:2 Laudáte eum, omnes Ángeli ejus: * laudáte eum, omnes virtútes ejus.
148:3 Laudáte eum, sol et luna: * laudáte eum, omnes stellæ et lumen.
148:4 Laudáte eum, cæli cælórum: * et aquæ omnes, quæ super cælos sunt, laudent nomen Dómini.
148:5 Quia ipse dixit, et facta sunt: * ipse mandávit, et creáta sunt.
148:6 Státuit ea in ætérnum, et in sæculum sæculi: * præcéptum pósuit, et non præteríbit.
148:7 Laudáte Dóminum de terra, * dracónes, et omnes abýssi.
148:8 Ignis, grando, nix, glácies, spíritus procellárum: * quæ fáciunt verbum ejus:
148:9 Montes, et omnes colles: * ligna fructífera, et omnes cedri.
148:10 Béstiæ, et univérsa pécora: * serpéntes, et vólucres pennátæ:
148:11 Reges terræ, et omnes pópuli: * príncipes, et omnes júdices terræ.
148:12 Júvenes, et vírgines: senes cum junióribus laudent nomen Dómini: * quia exaltátum est nomen ejus solíus.
148:13 Conféssio ejus super cælum et terram: * et exaltávit cornu pópuli sui.
148:14 Hymnus ómnibus sanctis ejus: * fíliis Israël, pópulo appropinquánti sibi.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Cum jucunditate * Nativitatem beatae Mariae celebremus, ut ipsa pro nobis intercedat ad Dominum Jesum Christum.
Capitulum Hymnus Versum {ex Commune aut Festum}
Sir 24:14
Ab initio, et ante saecula creata sum, et usque ad futurum saeculum non desinam, et in habitatione sancta coram ipso ministravi.
R. Deo gratias
Hymnus
O gloriosa virginum,
Sublimis inter sidera,
Qui te creavit, parvulum
Lactente nutris ubere.
Quod Heva tristis abstulit,
Tu reddis almo germine:
Intrent ut astra flebiles,
Coeli recludis cardines.
Tu regis alti janua,
Et aula lucis fulgida:
Vitam datam per Virginem
Gentes redemptae plaudite.
Jesu, tibi sit gloria,
Qui natus est de Virgine,
Cum Patre, et almo Spiritu
In sempiterna saecula.
Amen.
V. Nativitas est hodie sanctae Mariae Virginis.
R. Cujus vita inclyta cunctas illustrat ecclesias
Canticum Benedictus
Ant. Nativitatem hodiernam * perpetuae Virginis Genitricis Dei Mariae solemniter celebremus, qua celsitudo throni processit, alleluia.
Benedictus Dóminus, Deus Israël: * quia visitávit, et fecit redemptiónem plebis suæ:
1:69 Et eréxit cornu salútis nobis: * in domo David, púeri sui.
1:70 Sicut locútus est per os sanctórum, * qui a sæculo sunt, prophetárum ejus:
1:71 Salútem ex inimícis nostris, * et de manu ómnium, qui odérunt nos.
1:72 Ad faciéndam misericórdiam cum pátribus nostris: * et memorári testaménti sui sancti.
1:73 Jusjurándum, quod jurávit ad Ábraham patrem nostrum, * datúrum se nobis:
1:74 Ut sine timóre, de manu inimicórum nostrórum liberáti, * serviámus illi.
1:75 In sanctitáte, et justítia coram ipso, * ómnibus diébus nostris.
1:76 Et tu, puer, Prophéta Altíssimi vocáberis: * præíbis enim ante fáciem Dómini, paráre vias ejus:
1:77 Ad dandam sciéntiam salútis plebi ejus: * in remissiónem peccatórum eórum:
1:78 Per víscera misericórdiæ Dei nostri: * in quibus visitávit nos, óriens ex alto:
1:79 Illumináre his, qui in ténebris, et in umbra mortis sedent: * ad dirigéndos pedes nostros in viam pacis.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in saecula saeculórum. Amen
Ant. Nativitatem hodiernam * perpetuae Virginis Genitricis Dei Mariae solemniter celebremus, qua celsitudo throni processit, alleluia.
V. Domine exaudi orationem meam
R. Et clamor meus ad te veniat
Oremus
Famulis tuis, quaesumus Domine, caelestis gratiae munus impertire: ut quibus beatae Virginis partus exstitit salutis exordium, Nativitatis ejus votiva solemnitas pacis tribuat incrementum.
Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum.
R. Amen.
Commemoratio S. Adriani, Mart
Ant. Qui odit * animam suam in hoc mundo, in vitam aeternam custodit eam.
V. Justus ut palma florebit.
R. Sicut cedrus Libani multiplicabitur.
Oremus
Praesta, quaesumus omnipotens Deus: ut qui beati Adriani Martyris tui natalitia colimus, intercessione ejus in tui nominis amore roboremur.
Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum.
R. Amen.
V. Domine exaudi orationem meam
R. Et clamor meus ad te veniat
V. Benedicamus Domino
R. Deo gratias
V. Fidelium animae per misericordiam Dei requiescant in pace.
R. Amen.
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