lunedì 3 agosto 2026

La donna in Edith Stein e Gertrud Von Le Fort







Fabio Trevisan, 17 lug 2026, Osservatorio Van Thuan

Edith Stein (1891-1942) e Gertrud Von Le Fort (1876-1971), la cui amicizia era stata favorita dal padre gesuita polacco Erich Przywara (1889-1972) divennero entrambe, con le loro opere, testimoni viventi della fede di cui scrivevano. Divenuta carmelitana (Suor Teresa Benedetta della Croce), Edith Stein è stata proclamata santa da Papa Giovanni Paolo II nel 1998. Nel Carmelo di Colonia Gertrud Von Le Fort andò a trovarla, rinsaldando quell’amicizia e stima profonda che le due convertite (Edith dall’ebraismo, Gertrud dal protestantesimo) reciprocamente si corrispondevano. Entrambe hanno scritto riflessioni profonde sulla condizione femminile e sul ruolo/missione della donna nella società.


La donna: il suo compito secondo la natura e la grazia


In un libro: “La donna: il suo compito secondo la natura e la grazia” (Edizioni Città Nuova), dove si ritrovano ben otto saggi, frutto di conferenze brillantemente tenute in giro per l’Europa dal 1928 al 1933, Edith Stein ha parlato dell’ethos vocazionale femminile, dopo aver chiarito, da filosofa qual era, il significato di ethos: “Con ethos intendiamo uno stabile atteggiamento dell’anima, quello cioè che la scolastica chiamava “abito”…Vi sono “abiti innati”: i temperamenti naturali o che si acquisiscono attraverso l’esercizio delle virtù naturali; vi sono infine gli abiti infusi: le virtù soprannaturali e tutto ciò che costituisce la santità dell’essere umano…quando questo concetto generale di “abito” viene specificato dal punto di vista del valore, abbiamo l’ethos”. Per Edith Stein l’ethos vocazionale della donna, ciò cui la donna, nella propria essenza, era chiamata, era qualcosa di diverso rispetto a ciò che i movimenti femminili della sua epoca (e anche antecedenti ad essa) proclamavano. Ella così scriveva: “Solo chi è accecato dalla focosa parzialità della disputa può negare la realtà evidentissima che il corpo e l’anima della donna sono strutturati per un particolare scopo…la donna è conformata per essere compagna dell’uomo e madre degli uomini”. Per Edith Stein, in forza del principio tomistico che l’anima è forma corporis, la vocazione della donna, il suo modo di pensare, i suoi interessi più profondi erano orientati verso ciò che è vivo e personale e verso l’oggetto considerato come un tutto. Da ciò discendeva, secondo le sue parole, che: “Proteggere, custodire e tutelare, nutrire e far crescere: questi sono i suoi intimi bisogni, veramente materni…ciò che è vivo e personale, oggetto delle sue cure, è un tutto concreto e dev’essere sviluppato e tutelato nella sua completezza”. A queste disposizioni materne si univano, secondo Edith Stein, quelle proprie della donna (derivate anche dalla Santa Scrittura) relative all’essere compagna dell’uomo: “Saper partecipare alla vita di un altro uomo, cioè saper prendere parte a tutto ciò, grande o piccolo, che lo riguarda: alla gioia e al dolore, come al suo lavoro e ai suoi problemi: ecco il dono e la felicità della donna”. Sia Edith Stein sia Gertrud Von Le Fort, che condividevano queste riflessioni sulla vocazione e missione della donna, non si sposarono, divenendo Edith religiosa carmelitana e Gertrud mistica, poetessa e scrittrice. Entrambe colsero nella figura della Madre di Dio gli atteggiamenti dell’animo della donna che corrispondevano alla loro vocazione. Per Edith Stein, sia nella vocazione naturale che in quella soprannaturale il “donarsi a Dio” costituiva la cifra profonda per comprendere la natura femminile, sul modello di Maria: “Donare se stessa con questo amore (l’amore del Cuore divino), diventare tutta di un altro per poter possedere quest’altro: ecco il desiderio più profondo del cuore femminile…è certo che la natura della donna, natura decaduta e degenerata, può essere risollevata alla sua purezza e innalzata all’altezza del suo ethos vocazionale, solo se ella si dona tutto a Dio”.


La donna eterna

In una lettera che indirizzò, nell’immediato primo dopoguerra, al direttore della rivista cattolica tedesca Hoechland, Gertrud Von Le Fort sottolineava: “Ci attraversava il brivido d’un naufragio dell’occidente e insorgeva in noi il presentimento che alla catastrofe dello stato tedesco fosse per seguire la catastrofe del patrimonio spirituale e religioso del nostro popolo, o anzi del mondo intero…Io mi ritrovai dentro un mondo cristiano e sentii allora per la prima volta in chiarissima coscienza che, nonostante tutte le dolorose tensioni e fratture all’interno del cristianesimo, esiste però un comune patrimonio cristiano…e colsi i tratti materni dell’anima cattolica che tutto abbraccia, l’essenza vera del cattolicesimo”. Con il saggio sublime: “La donna eterna” del 1934, Gertrud illuminerà in modo impareggiabile quei tratti materni dell’anima cattolica, cogliendo nella missione della donna, attraverso un simbolismo ispirato ai principi e ai dogmi del Cristianesimo, una via d’uscita al naufragio dell’Occidente. La donna eterna è il simbolo della femminilità corredentrice, contemplata da tutta l’eternità nella mente di Dio: è la Vergine Maria, che racchiude in sé, come esplicato nelle tre parti del trattato, la “donna nel tempo”, ossia la Vergine e la sposa, e la “donna fuori dal tempo”, ossia la madre. Il simbolo femmineo mariano è, per Gertrud Von Le Fort, il “velo” , che diventerà paradigmatico in quasi tutte le sue opere, sin dal titolo, come ad esempio nel romanzo: “Il velo della Veronica”. Femmineo diventa così sinonimo di “velato” e costituisce il mistero del mondo, in quanto ogni donna, sul modello di Maria Vergine sposa e madre, non può “svelarsi”, ossia agire in nome proprio, “imporsi” nell’accezione moderna. Ogni atteggiamento femminile che non risponda alla trinitaria armonia del mistero di vergine, sposa e madre non può corrispondere alla missione della donna, al carattere religioso della femminilità, all’essere, sul modello di Maria, canale di grazia e di carità. La purezza della donna assume così in Gertrud Von Le Fort, significato di purificazione dalla modernità e dalla mondanità: “Nel pensiero dell’eternità, la creatura riconosce la propria relatività e soltanto in questo riconoscimento l’eternità le si rivela (“Fiat mihi secundum Verbum tuum”)…nell’umile “Fiat” con cui Ella risponde all’Angelo infatti l’uomo per la propria redenzione non può offrire a Dio null’altro che la pronta e assoluta donazione di se stesso”.


Conclusioni

Come si è cercato di sottolineare, vi sono evidenti affinità spirituali, morali e sociali tra Edith Stein e Gertrud Von Le Fort. Su Gertrud e la sua opera narrativa, se ne parlerà anche più diffusamente alla Summer School di Castellamare di Stabia, organizzata da questo Osservatorio dal 23 al 26 luglio. Va sgomberato dal campo di indagine un possibile equivoco di interpretazione del loro pensiero riguardo la vocazione/missione della donna, ossia che la concezione della missione della donna non va disgiunta da quella dell’uomo, poiché il creato è visto dalla Le Fort, ma anche da Edith Stein, in una sorta di cosmica polarità maschile-femminile: “La rivelazione dell’essere nella sua totalità assume sempre sulla terra un duplice aspetto…nella figura eroica dell’uomo si disegna la grande linea della misericordia propria della donna”. Tornando al tema della Summer School, cosa suggeriva Gertrud per annunciare l’avvenire della perennità? Ascoltiamo ancora le sue illuminanti parole: “Una sola è la via da seguire: usare della forza del silenzioso sacrificio, della forza nella fede della vita, della forza di una presenza sempre presente, di un’ascesi paziente e fiduciosa; farsi nel raccoglimento della vita interiore veramente “ancilla Domini” e portare nel mondo la parola d’amore”. Nell’abnegazione irraggia quindi il mistero della Donna Eterna di Gertrud Von Le Fort: “Laddove la donna cerca se stessa, il mistero metafisico si estingue, perché, scoprendo la propria immagine, togliendo il velo, ella cancella l’immagine eterna. Solo così si capisce la sua caduta, la figura di Eva: caduta che non va affatto interpretata come frutto dell’antitesi tra lo spirituale e il sensuale…La cacciata dal Paradiso terrestre non si riconnette tanto alla tentazione del dolce frutto, quanto alle parole: “Voi sarete come Iddio”, antitetiche al “fiat” della Vergine”. Il crepuscolo della modernità e l’auspicato avvenire della perennità si possono condensare ancora in queste parole della Le Fort: “Solo la donna che ha tradito la sua missione può rappresentare quell’assoluta sterilità del mondo che ne genera la fine”. Parole che anche Edith Stein avrebbe certamente sottoscritto.







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