giovedì 27 agosto 2026

L’utopia della cività dell’amore




Le cinque piste della Magnifica Humanitas suonano nobili, ma omettono ciò che fonda davvero la pace: la giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei.




di Silvio Brachetta, 26-08-2026

Il 17 maggio del 1970, nel Regina Caeli di Pentecoste, Paolo VI dichiarava possibile l’edificazione della «civiltà dell’amore e della pace», una sorta di nuovo corso per la Chiesa e per il mondo, in cui l’umanità – in modo spontaneo – si sarebbe riunita in «una sola famiglia di figli di Dio, liberi e fratelli».

In questa cornice paradisiaca, l’uomo – teso «verso i veri e più alti destini» – avrebbe superato le «divisioni ed i conflitti» che impediscono la pace delle armi. Con quali mezzi? Con la ricezione del Concilio Vaticano II, che «faremo bene a studiare e a tradurre nella nostra vita spirituale». Ma nessuno studio ne è venuto, nessuna traduzione che abbia invertito la tendenza al rilassamento religioso e morale: nel mezzo secolo abbondante e successivo a quel pronunciamento, il Concilio Vaticano II è stato solo citato di frequente, ma mai assimilato nei suoi contenuti. Il cristianesimo è entrato in crisi (nei numeri e nella fede) e il mondo è precipitato nella logica della guerra a oltranza.

Oggi Leone XIV ripropone «con forza questa visione», nel quinto capitolo della sua enciclica Magnifica Humanitas, poiché «la civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente». Anche in questo caso, non si può evitare di ripetere la domanda pressante: con quali mezzi? Qua compare una prima necessità che trascende l’opera umana: il «presente» va interpretato «come un campo aperto alla conversione personale e collettiva». E, di seguito, Leone XIV propone di seguire «cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo».

Quanto al disarmo delle parole, c’è subito un problema evidente: si tratta dello stesso programma elitario e ideologico dei principali media mondiali (compresi quelli diffusi da internet), per cui è in corso un programma di rieducazione culturale di massa, così da edulcorare il linguaggio e costringere l’uomo a pensare secondo schemi fissi e preordinati. Un esempio su tutti è il Manifesto della comunicazione non ostile, per cui sarebbe “non ostile” solo quel linguaggio proposto (imposto) dagli sponsor dell’iniziativa (Google, Netflix, Feltrinelli, Tim, Sky, Mediaset, e altri).

Il Papa ha ragione nell’indicare la sterilità della polemica e dell’arroganza comunicativa, ma la sua proposta corre il rischio di sovrapporsi a quella della rivoluzione culturale in corso, che rende obbligatorio lo stereotipo verbale e la massificazione del pensiero.

Leone XIV, poi, come seconda pista, afferma che «tutti, a qualsiasi livello, possiamo contribuire al fondamento della pace, che è la giustizia». Ed è vero che tutti “possiamo”, ma solo in senso potenziale. Nell’attualità, l’uomo non può né produrre, né conservare la giustizia senza la grazia. E non tanto la giustizia distributiva e commutativa, ma proprio quella necessaria a fondare la nuova Gerusalemme: a questo proposito, Cristo afferma: «se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5, 20). Il regno dei cieli è appunto la città di Dio.

Terza pista: «assumere lo sguardo delle vittime». Il Papa intende le vittime di guerra. L’elenco delle vittime è, però, assai più esteso. Ci sono le vittime dell’usura legalizzata in tutto il mondo, per cui milioni di famiglie sono ridotte in miseria, a seguito del prelievo forzoso di gabelle e dalle continue richieste in danaro. Ci sono le vittime della malsanità. O le giovani vittime della pubblica istruzione, costrette alla rieducazione laicista collettiva. Ci sono le vittime di suicidio, vessate da pressioni psicologiche insostenibili. Sopra tutte le altre vittime, ci sono quelle dell’ignoranza, per cui interi continenti sono lontani dalla salvezza materiale e da quella eterna perché non vengono istruiti o catechizzati secondo verità.

La quarta pista è di «coltivare un sano realismo». Qui Leone XIV denuncia un «idealismo politico» astratto, che «piega, seleziona e rinomina i fatti», così da «abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni». Stesso discorso per la tendenza opposta: ovvero l’esistenza di un «realismo degradato», di un «cinismo», che è pura rassegnazione passiva di fronte agli eventi della storia.

Ma la pista che crea maggiori interrogativi è la quinta: quella del dialogo, come antidoto alla guerra. Scrive Leone XIV: «Per costruire la civiltà dell’amore dobbiamo esercitare il dialogo. Esso è lo strumento principale della convivenza tra le persone e tra i popoli, ed è l’alternativa al conflitto aperto». Il Papa si appella al suo predecessore Pio XII che, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, «affermava che con la pace non si perde nulla, mentre con la guerra si può perdere tutto, e che gli uomini devono tornare a parlarsi, perché un confronto sincero e perseverante apre sempre la possibilità di una soluzione onorevole».

È però una citazione parziale. Le parole di Pio XII – nel Radiomessaggio del 24/08/1939 – sono fortemente cristocentriche. Pio XII non cominciava con l’apologia del dialogo, ma comunicava un insegnamento, «perché a traverso la Nostra, ascoltiate la voce di quel Cristo da cui il mondo ebbe alta scuola di vita e nel quale milioni e milioni di anime ripongono la loro fiducia in un frangente in cui solo la sua parola può signoreggiare tutti i rumori della terra».

Papa Pacelli specificava di parlare armato «non d’altro che della parola di Verità, al disopra delle pubbliche competizioni e passioni». Solo dopo queste premesse, Pio XII invitava gli uomini a ragionare, a intendersi, a rinunciare al comizio passionale. Il termine “dialogo” è assente nel Radiomessaggio.

Egli si ridusse a «supplicare», ma «per il sangue di Cristo», nel «nome del genio cristiano» e dell’amore comandato dal Cristo. Pio XII concluse «che le umane industrie a nulla valgono senza il divino aiuto» e senza «volgere lo sguardo in Alto». Questi riferimenti mancano nella Magnifica Humanitas, che si limita a proporre la necessità del dialogo interreligioso, del multilateralismo e della diplomazia.

Molto più del dialogo, tuttavia, esce dalla bocca. E, infatti, Leone XIV esorta alla preghiera di speranza, ma in questo capitolo sulla costruzione della civiltà dell’amore, c’è una penuria di molti altri concetti veicolati dalla voce umana, pur presenti nell’Enciclica: l’insegnamento, il rimprovero, la predicazione, il consiglio, l’annuncio. Ridurre ogni parola alla dialettica, come fondamento della nuova Gerusalemme, lascia una certa perplessità di fondo.

Solo in un caso, l’Enciclica propone di ricorrere all’«evangelizzazione» – fulcro, ad esempio, del magistero di Giovanni Paolo II – laddove si fa l’analogia del «mondo digitale come nuovo continente da evangelizzare». Per il resto, anzi, è la Chiesa che dovrebbe lasciarsi «evangelizzare dai poveri». L’evangelizzazione è persino vista in accezione negativa, dove (nota 174) si specifica che, nel XV secolo, «l’evangelizzazione venne frequentemente piegata o fraintesa secondo le ingerenze dei poteri temporali, relativizzando l’incompatibilità della schiavitù con la coscienza cristiana».

Nella sostanza, come nel caso di Paolo VI, la risposta rimane la stessa anche per Leone XVI: la civiltà dell’amore si fonda per mezzo di un consorzio spontaneo tra persone, mediante «regole condivise», ovvero contratti sociali, che vengono posti al di sopra (o al di fuori) delle culture e delle religioni.

Con queste premesse, il Papa stila un elenco di iniziative, che l’umanità dovrebbe porre in essere, utilizzando spesso frasi all’imperativo o il ricorso alla necessità. La catena delle responsabilità – scrive Leone XIV – «deve restare identificabile e verificabile». L’imperativo “deve” resta sempre in sottofondo per molte delle altre questioni. Nell’ambito informatico e dell’intelligenza artificiale, «tutti i protagonisti – scienziati, imprenditori, investitori, autorità accademiche, politici e altri – sono chiamati a lavorare in una logica di trasparenza e di responsabilità […]».

C’è un certo spazio nella Magnifica Humanitas ai temi peculiari del cristianesimo e della religione cristiana cattolica, ma è come se fossero sviluppati in separata sede: quando si tratta di indicazioni decisive sul da farsi, l’attenzione si sposta sull’uomo, sulla sua dignità, sul suo spirito d’iniziativa. L’orizzonte, da verticale, ritorna ad essere orizzontale e si ha la sensazione che Gerusalemme si dovrebbe opporre a Babilonia sulla buona volontà umana, che è presentata come non troppo carente di grazia.

(fonte: vanthuanobservatory.com)






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