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by Aldo Maria Valli 04 ago 2026
Una sociologa dell’Università di Friburgo, Isabelle Jonveaux, ha esaminato la situazione dei monasteri cattolici contemplativi francesi dal 2007 al 2026 ed è arrivata a significative conclusioni.
Nel periodo preso in considerazione quasi il 30 % ha chiuso o annunciato la chiusura. I monasteri femminili hanno subito le perdite più pesanti. La crisi ha colpito di più carmelitane e clarisse mentre le domenicane contemplative si rivelano la famiglia religiosa che meglio ha resistito al declino.
I dati diventano interessanti se si prende in considerazione la lingua usata per il culto, ovvero il solo francese ( 244 monasteri), sia il francese sia il latino (36), solo il latino (23).
Ebbene, se tra i monasteri di lingua francese ha chiuso il 34 % e tra quelli bilingui il 19 %, tra i monasteri in cui si usa il latino il tasso di chiusura è stato pari a… zero.
Ciò non significa che il latino, di per sé, sia il motivo della sopravvivenza. Ma c’è una correlazione evidente: là dove si usa il latino e dunque c’è maggiore attenzione per la tradizione c’è anche maggiore vitalità, membri più giovani, una maggiore osservanza religiosa, un’identità comunitaria più forte, regole più stabili, abitudini più chiare, una maggiore coesione dottrinale, un approccio più esigente alla vocazione.
Il latino è espressione di una visione religiosa fatta di continuità, oggettività, disciplina, separazione dal mondo, serietà riguardo al dono di sé, consapevolezza che la comunità possiede qualcosa per cui vale la pena di donare la propria vita.
Una giovane donna raramente entra in un convento per unirsi a una imitazione o a una versione ridotta del mondo che si è lasciata alle spalle. Se vi entra è perché la sua attenzione è stata attirata dall’eternità, dall’assoluto.
Da decenni i riformatori post-conciliari stanno cercando di rendere la vita religiosa più accessibile, flessibile, moderna, dialogica, sociale, “aperta”. E così hanno eliminato proprio quegli elementi che giustificano una scelta radicale. Una volta che l’abito perde importanza, che l’ufficio diventa un discorso ordinario, che la clausura si attenua, che l’autorità diventa partecipativa e la pastorale soppianta la contemplazione, il monastero inizia ad assomigliare a un centro di ritiro. Per lo più abitato da anziani.
A chi bussa alla loro porta i monasteri di ispirazione tradizionale richiedono tutto: il dono totale di sé. Per questo attraggono persone in cerca di qualcosa che valga tutto.
Ma quello zero per cento è anche il motivo dell’ostilità della gerarchia modernista nei confronti della tradizione. Un monastero tradizionale che resta vivo e vegeto è la prova che il progressismo ha fallito, una verità che i progressisti non accettano. Di qui la persecuzione. Gli stalli del coro pieni di monache smentiscono decenni di pianificazione da parte degli “esperti”. L’abbondanza di novizi svela la sterilità del metodo di adattamento al mondo. Il fatto che i monasteri legati alla tradizione non solo riescano a sopravvivere ma attraggano i giovani diventa un’implicita smentita delle tesi di tutti gli innovatori che da anni ci spiegano perché il realismo pastorale richieda la resa alla modernità.
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Ricordo che alla vita contemplativa e ai pericoli che corre a causa dei “riformatori” ho dedicato il libro “Claustrofobia. La vita contemplativa e le sue (d)istruzioni” (Chorabooks, 94 pagine) che potete trovare qui.
Ricordo che alla vita contemplativa e ai pericoli che corre a causa dei “riformatori” ho dedicato il libro “Claustrofobia. La vita contemplativa e le sue (d)istruzioni” (Chorabooks, 94 pagine) che potete trovare qui.
La vita di preghiera, nella contemplazione del mistero divino e per la riparazione dei peccati del mondo, è un tesoro grande, conservato in monasteri dalla vita millenaria, ma ora questo tesoro è in pericolo, e non per un attacco dall’esterno, ma per iniziativa della stessa gerarchia cattolica. L’attacco arriva dalla costituzione apostolica “Vultum Dei quaerere” e dall’istruzione applicativa “Cor orans”, un apparato normativo che minaccia l’autonomia dei monasteri, indebolisce la loro indipendenza e, con la scusa dell’aggiornamento e della formazione, mette in discussione l’idea stessa di isolamento e di vita di clausura. Ma perché questa “claustrofobia” da parte della Chiesa? Perché mortificare la scelta di chi consacra la propria vita alla preghiera nel nascondimento? Dietro s’intravvede un’idea di spiritualità tutta orizzontale, tutta giocata nel sociale, incapace di scorgere la bellezza e la grandezza di una relazione esclusiva con Dio.

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