giovedì 6 agosto 2026

Natalità: se l’Italia smette di essere un Paese “vitale”





Società | CR 1962



di Giuseppe Brienza 5 agosto 2026

Per capire quanto siamo lontani da un Paese vitale, ci basta guardare ai decenni passati. C’è stato un tempo in cui in Italia nasceva quasi un milione di bambini ogni anno.

Nel 1964, ad esempio, sono nati 1.000.000 di bambini ma, anche solo vent’anni fa, nel 1995 sono stati 526.000 i nati/anno. Nel 2025, invece, le nascite si sono attestate a 355.000, nuovo minimo storico per il nostro Paese che segna un calo del 3,9% rispetto all’anno precedente.

In pratica in appena 60 anni abbiamo perso più della metà di neonati ogni anno. Con i ritmi attuali, servono tre anni per mettere al mondo lo stesso numero di bambini che nascevano in un solo anno negli anni Sessanta.

Non è una crisi temporanea, quella della denatalità italiana è una trasformazione costruita dalle élite dal Sessantotto in poi e divenuta ormai strutturale.

Lo conferma la fotografia dell’Italia che offre il Dossier Natalità 2026 “Volere o potere”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con Istat e presentato lo scorso 28 luglio a Roma, a Palazzo Wedekind, nel corso di un evento patrocinato dall’Inps, alla presenza del presidente della Fondazione di Gigi De Palo, del presidente dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) Francesco Maria Chelli e dal direttore generale dell’Istituto Previdenziale Italiano (Inps) Valeria Vittimberga.

Secondo i relatori il crollo delle nascite in Italia non è il risultato di un minore desiderio di diventare genitori, ma delle difficoltà economiche e sociali che impediscono a milioni di persone di realizzare il proprio progetto di vita e di fare figli.

In realtà il fenomeno è riconducibile ad una pluralità di fattori che, oltre naturalmente a quelli di stampo demografico, economico e sociale, ne include altri di eguale se non superiore importanza di carattere culturale ed educativo.

Se il numero medio di figli per donna ha toccato, lo scorso anno, il minimo storico di 1,14 collocando l’Italia tra i Paesi europei con la fecondità più bassa, ciò è dovuto infatti non solo alla crescita dell’età media al parto (32,7 anni, nel 2025) al protrarsi dei tempi di formazione, alla precarietà del lavoro e alla difficoltà di accedere al mercato delle abitazioni, ma anche e soprattutto alla bassa propensione a fare famiglia (e quindi anche figli) da parte delle nuove generazioni.

Questa bassa propensione è dettata da fattori culturali come la possibilità, non di rado favorita dai genitori, dell’uscita tardiva dei giovani dal nucleo familiare di origine ma anche dalla mentalità individualista e anti-familiare predominante nei vecchi e nuovi media, associata al venir meno nel nostro ordinamento di quel favor familiae in vigore fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975.

Ripetiamo, ciò dicendo non si vogliono sottovalutare gli aspetti “tecnici”, cioè puramente demografici, sottolineati da Gigi De Paolo nella presentazione di Roma del 28 luglio scorso. Nel senso che il crollo demografico degli ultimi anni è anche frutto della riduzione nel numero attuale dei potenziali genitori «appartenenti – come rilevato dal presidente della Fondazione per la Natalità – alle sempre più esigue generazioni nate a partire dalla metà degli anni Settanta, quando la fecondità cominciò a diminuire, scendendo da oltre 2 figli in media per donna al valore di 1,19 del 1995».

Nello stesso senso il rapporto annuale Istat 2026 ha documentato come le donne con titolo di studio più elevato (diploma e laurea) presentano in media “calendari riproduttivi” piuttosto tardivi, con una concentrazione delle nascite in un intervallo di età più ristretto.

La riduzione della quota di 18-49enni che desiderano avere un figlio, rileva la Fondazione per la Natalità, è stata notevole negli ultimi due decenni, passando dal 50,7 per cento del 2003 al 45,3 per cento del 2024, a causa non solo delle «incertezze economiche e lavorative» ma, aggiungiamo noi, anche dalla disistima concreta verso gli impegni e le responsabilità importanti.

Diciamo “concreta” perché, in teoria, la stragrande maggioranza delle donne italiane in età feconda afferma di voler diventare madre. Oltre 6 italiani su 10 in età feconda dichiarano di aver rinunciato ad avere altri figli a causa degli ostacoli economici e sociali mentre per appena il 5,5% la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita.

Il dossier presentato a Roma, da questo punto di vista, mette peraltro in evidenza un ulteriore problema, consistente nella crescente distanza tra ciò che le persone vorrebbero realizzare e ciò che concretamente realizzano. Se infatti la voglia di avere un figlio dichiarata dalle donne italiane in età fertile si fosse concretizzata, nel 2025 sarebbero nati circa 760 mila bambini, più del doppio di quelli effettivamente venuti alla luce.

Alla luce di quanto detto risulta sempre più necessario che lo Stato, le Regioni ed i Comuni promuovano politiche a sostegno della genitorialità e della natalità ma non solo prevedendo validi interventi economici e di conciliazione della vita familiare e lavorativa, soprattutto per le giovani donne, ma contribuendo a riportare il matrimonio e la famiglia al centro del nostro ordinamento. Solo così si potrà ripristinare finalmente il valore pubblico e costituzionale della maternità e della famiglia. Quasi una donna su due (49,9%), ad esempio, teme conseguenze negative sulla propria carriera in caso di maternità, rinunciando così a procreare. Per non parlare di un ostracismo alla famiglia tutto italiano: la fiscalità iniqua che penalizza chi mette al mondo un figlio sul piano soprattutto dell’imposizione diretta.

Per il direttore generale dell’Inps Valeria Vittimberga, «il compito dello Stato è fare in modo che la nascita di un bambino non comporti una caduta insostenibile del reddito e, soprattutto, che la maternità non determini per una donna l’uscita dal lavoro, la rinuncia alla carriera o una condizione permanente di svantaggio. È precisamente questa la direzione intrapresa negli ultimi anni. Non dobbiamo sostenere che il problema sia già risolto. Dobbiamo però dire con chiarezza che l’Italia non è ferma e che non partiamo dall’anno zero».

Ridurre comunque la distanza tra il “volere” e il “potere” essere genitore rimane una delle principali sfide economiche, sociali e culturali del Paese. Per questo la Fondazione per la Natalità sta riproponendo l’appello affinché la natalità ritorni ad essere una priorità strutturale dell’agenda politica nazionale. E di questo si parlerà, in particolare, nella sesta edizione degli Stati Generali della Natalità, che si terranno come ogni anno a novembre (il 25 e 26), a Roma, presso l’Auditorium della Conciliazione.







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