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di Giuseppe Russo, 10 agosto 2026
Da anni, negli ambienti cattolici più critici nei confronti della riforma liturgica, circola una frase attribuita ad Annibale Bugnini: «Abbiamo adeguato la liturgia cattolica a quella protestante». La formula è efficace, ma presenta un problema decisivo: non risulta essere una citazione letterale di Bugnini.
Questo, però, non significa che la questione storica sottesa a quella formula sia priva di fondamento. Al contrario, merita di essere affrontata con maggiore precisione e senza slogan.
La domanda non è se Bugnini abbia dichiarato di voler rendere protestante la liturgia cattolica. Non lo possiamo sostenere sulla base di quella frase. La questione è piuttosto un’altra: quanto il nuovo clima ecumenico abbia influito sui criteri della riforma liturgica e quanto alcune scelte abbiano modificato la percezione della fede cattolica nella celebrazione.
È una distinzione importante, perché permette di uscire tanto dalla polemica quanto dalla difesa pregiudiziale della riforma.
Bugnini e la riforma liturgica
Annibale Bugnini fu una delle figure centrali della riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II. Segretario del Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia, ebbe un ruolo significativo nell’elaborazione concreta dei nuovi libri liturgici.
Non sarebbe tuttavia corretto attribuire a lui personalmente l’intera riforma.
La riforma liturgica fu il risultato di un processo molto più ampio, maturato attraverso il movimento liturgico, la riflessione teologica e patristica del Novecento, il Concilio Vaticano II e le successive decisioni della Santa Sede.
La stessa Sacrosanctum Concilium indicò con chiarezza i criteri della revisione: un’accurata investigazione teologica, storica e pastorale; la conservazione della sostanza dei riti; la semplificazione di alcune strutture; una maggiore ricchezza nell’uso della Sacra Scrittura e una partecipazione più piena, consapevole e attiva dei fedeli.
Il Concilio, inoltre, non dispose l’abbandono del latino. Al contrario, stabilì che l’uso della lingua latina fosse conservato nei riti della Chiesa latina, prevedendo però la possibilità di un più ampio impiego delle lingue volgari, in particolare nelle letture, nelle monizioni e in alcune parti della celebrazione, secondo le norme stabilite.
Questo particolare è importante perché impedisce di attribuire al Concilio ciò che il Concilio non disse.
Bugnini fu dunque un protagonista decisivo di quel processo, ma non può essere trasformato nel suo unico autore o nel suo unico responsabile.
Il nuovo clima ecumenico
Il Vaticano II diede nuovo impulso e una forma conciliare più esplicita al cammino ecumenico della Chiesa cattolica.
La ricerca dell’unità dei cristiani divenne una delle grandi preoccupazioni ecclesiali e il dialogo ecumenico entrò in modo più esplicito nella vita della Chiesa.
Anche la riflessione liturgica fu coinvolta in questo processo.
Nel lavoro del Consilium furono presenti anche osservatori appartenenti ad altre tradizioni cristiane. Il dato è storicamente significativo, ma deve essere interpretato correttamente.
Gli osservatori non cattolici erano, appunto, osservatori. Non avevano un’autorità decisionale sulla riforma della liturgia cattolica e non possono essere considerati coautori del nuovo Messale.
In una risposta pubblicata su Notitiae nel 1974, la posizione espressa dal Consilium fu che il loro ruolo era quello di osservatori e che non intervenivano nelle discussioni formali. Questo dato va però distinto dalle testimonianze relative ai momenti informali di confronto: la loro presenza non autorizza comunque a considerarli autori o responsabili delle scelte della riforma.
La loro presenza testimonia dunque il clima di confronto ecumenico nel quale la riforma maturò, non una presunta regia protestante della riforma. È una distinzione fondamentale.
La frase di Bugnini che va rimessa nel suo contesto
Il punto più delicato riguarda una frase realmente scritta da Bugnini nel 1965 e successivamente divenuta oggetto di numerose citazioni polemiche.
Nel suo articolo dedicato alle nuove orazioni del Venerdì Santo, pubblicato su L’Osservatore Romano il 19 marzo 1965, Bugnini spiegava la revisione della preghiera per l’unità dei cristiani.
Nel commentare quella modifica, richiamava il desiderio di favorire il cammino verso l’unione dei cristiani separati e spiegava che questo aveva comportato anche la disponibilità a compiere sacrifici, rimuovendo ciò che poteva costituire un ostacolo o una difficoltà.
È questo il passaggio da cui, negli anni successivi, è nata una versione molto più radicale della frase, secondo la quale Bugnini avrebbe voluto eliminare dalla liturgia cattolica tutto ciò che poteva essere una «pietra d’inciampo» per i protestanti.
Ma questa formulazione non può essere presentata come una citazione letterale di Bugnini. Soprattutto, ne perde il contesto.
Bugnini non stava proponendo in quel testo un programma generale per «protestantizzare» la Messa. Stava spiegando una modifica della preghiera del Venerdì Santo nel contesto del cammino ecumenico. Questo non rende irrilevante la sua affermazione. Al contrario, la rende interessante. Perché mostra che la sensibilità ecumenica poteva entrare concretamente nel discernimento relativo ai testi liturgici. Ed è proprio questo il dato storico che merita di essere discusso.
Riformare una preghiera non significa cambiare la fede
La modifica della preghiera per l’unità dei cristiani va compresa alla luce del nuovo linguaggio ecumenico del Concilio.
Il superamento di espressioni percepite come polemiche o offensive nei confronti degli altri cristiani non significa, di per sé, rinunciare alla dottrina cattolica.
La riforma liturgica non ha modificato la dottrina cattolica sull’Eucaristia, sul sacrificio della Messa, sulla presenza reale di Cristo o sul sacerdozio ministeriale.
La stessa normativa liturgica della Chiesa continua ad affermare esplicitamente che la Messa è il memoriale sacramentale del sacrificio di Cristo, che Cristo è realmente presente nell’Eucaristia e che il sacerdote esercita il proprio ministero in persona Christi.
Pertanto, parlare semplicemente di «Messa protestante» è teologicamente improprio.
Ma proprio qui comincia la questione più interessante.
La forma della liturgia trasmette la fede
La liturgia non è soltanto un contenitore neutro nel quale viene inserita una dottrina.
Parole, gesti, silenzi, orientamenti, simboli, tempi e spazi della celebrazione contribuiscono a esprimere e a trasmettere ciò che la Chiesa crede.
Il Concilio stesso, quando parla della riforma della Messa, non pensa a una semplice operazione estetica. Chiede che la struttura dei riti renda più chiaramente manifesta la natura e il fine delle singole parti, che siano semplificate le duplicazioni e che sia conservata la sostanza dei riti.
Chiede inoltre una maggiore ricchezza nell’uso della Sacra Scrittura e una partecipazione più piena dei fedeli.
Sono principi pienamente cattolici.
Ma proprio perché la liturgia forma la sensibilità religiosa, ogni modifica della forma celebrativa può avere conseguenze sul modo in cui la fede viene percepita e vissuta.
È questo il punto sul quale la discussione dovrebbe concentrarsi.
Somiglianza non significa derivazione
Dopo la riforma, alcuni aspetti della celebrazione cattolica possono apparire più vicini, almeno esteriormente, a quelli presenti in diverse tradizioni protestanti: l’uso ordinario delle lingue volgari, una maggiore evidenza della proclamazione biblica, la partecipazione più visibile dell’assemblea e una maggiore semplificazione rituale.
Ma sarebbe storicamente scorretto definire questi elementi semplicemente «protestanti».
La lingua volgare non appartiene al protestantesimo.
La centralità della Sacra Scrittura non appartiene al protestantesimo.
La partecipazione dei fedeli non appartiene al protestantesimo.
E neppure la semplificazione rituale è, in sé, una caratteristica protestante.
Molte di queste istanze erano già presenti nel movimento liturgico cattolico e furono recepite, con forme e limiti precisi, dal Concilio Vaticano II.
Perciò la somiglianza di alcune forme non dimostra una derivazione protestante.
La domanda più seria è un’altra: nel passaggio dalla liturgia precedente a quella riformata, è cambiato anche l’equilibrio con cui le diverse dimensioni della fede cattolica vengono percepite nella celebrazione?
Il problema dell’equilibrio
La Messa è certamente assemblea.
Ma non è soltanto assemblea.
È Parola.
È Eucaristia.
È comunione.
È rendimento di grazie.
È sacrificio.
È adorazione.
È presenza del Signore.
La normativa liturgica della Chiesa presenta la celebrazione eucaristica come azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato, riaffermandone contemporaneamente il carattere sacrificale, la presenza reale di Cristo e la specificità del sacerdozio ministeriale.
Il problema, dunque, non è stabilire se una singola modifica sia «cattolica» o «protestante».
Il problema è capire quale immagine complessiva della Messa emerga dall’insieme delle modifiche e, soprattutto, dalla loro concreta attuazione pastorale.
È possibile che una riforma pensata per favorire la partecipazione venga vissuta, in alcuni contesti, come protagonismo dell’assemblea.
È possibile che una maggiore comprensibilità trasformi talvolta la liturgia in una semplice spiegazione didattica.
È possibile che l’accento sulla dimensione comunitaria finisca, in alcune celebrazioni, per oscurare il senso dell’adorazione e del mistero.
Ma queste conseguenze non possono essere automaticamente attribuite al testo della riforma.
Occorre distinguere la riforma liturgica dalla sua applicazione concreta.
L’ecumenismo può essere un criterio della liturgia?
È qui che la questione diventa realmente teologica.
Il dialogo ecumenico è un bene. La ricerca dell’unità dei cristiani appartiene alla missione della Chiesa.
Ma l’ecumenismo non può consistere semplicemente nel rendere le diverse confessioni sempre più simili tra loro.
L’unità cristiana non nasce dalla cancellazione delle differenze, ma dalla verità.
Per questo, quando una forma liturgica viene modificata anche per evitare un ostacolo nel rapporto con altri cristiani, è legittimo domandarsi che cosa sia stato rimosso e perché.
Se si elimina un’espressione puramente polemica o legata a un determinato contesto storico, il cambiamento può essere pienamente comprensibile.
Se invece si attenua un elemento che esprime una verità essenziale della fede cattolica, la questione diventa molto più delicata.
La domanda non è dunque se la liturgia debba essere ecumenica.
La domanda è: fino a che punto un criterio ecumenico può incidere sulla forma della preghiera della Chiesa senza alterarne l’identità teologica?
Questa domanda non accusa nessuno. Ma è una domanda che merita di essere posta.
Bugnini fu dunque un «protestantizzatore»?
La risposta più seria è che non abbiamo bisogno di questa definizione.
Non disponiamo della famosa dichiarazione secondo cui Bugnini avrebbe voluto «adeguare la liturgia cattolica a quella protestante». Attribuirgliela come citazione letterale sarebbe metodologicamente scorretto.
Abbiamo invece un documento del 1965 nel quale Bugnini, parlando della revisione della preghiera del Venerdì Santo per l’unità dei cristiani, riconosce esplicitamente che il desiderio di favorire il cammino verso l’unità aveva comportato anche la disponibilità a rimuovere ciò che poteva costituire un ostacolo. È un dato importante.
Ma non dimostra da solo che la riforma della Messa sia stata progettata per diventare protestante. Dimostra piuttosto che la sensibilità ecumenica era presente nel processo di riforma e poteva incidere anche sulle scelte relative ai testi liturgici.
Da qui inizia una discussione legittima, che non può essere risolta né con lo slogan della «protestantizzazione» né con l’affermazione opposta secondo cui ogni critica alla riforma sarebbe soltanto nostalgia.
La domanda che resta
Forse, dopo più di cinquant’anni, dovremmo smettere di discutere soltanto attraverso slogan.
Non serve dire: «Bugnini ha protestantizzato la Messa».
Ma non serve neppure sostenere che ogni critica alla riforma sia frutto di nostalgia o di incomprensione. La domanda vera è un’altra: la riforma liturgica, pur conservando la dottrina cattolica, ha mantenuto anche nella forma celebrativa quell’equilibrio tra mistero, sacrificio, adorazione, Parola, comunione e partecipazione che appartiene alla tradizione della Chiesa?
È una domanda legittima e merita di essere affrontata con la storia, con i documenti e con la teologia.
Qui entra in gioco un principio antico e fondamentale della tradizione cristiana: lex orandi, lex credendi. La formula esprime il profondo rapporto tra la preghiera della Chiesa e la sua fede: la Chiesa celebra ciò che crede e, nello stesso tempo, attraverso ciò che celebra, forma i suoi fedeli nella fede.
La liturgia, dunque, non è semplicemente il modo in cui celebriamo ciò che crediamo.
È anche uno dei modi attraverso cui impariamo a credere.
Ed è proprio per questo che una riforma liturgica non riguarda soltanto parole, gesti, rubriche o modalità celebrative. Quando cambia il modo in cui la Chiesa prega, può cambiare anche il modo in cui i suoi fedeli percepiscono, comprendono e vivono ciò che la Chiesa crede.
È questa, forse, la questione più profonda che la riforma liturgica ci consegna ancora oggi.
Non se Bugnini fosse o non fosse un «protestantizzatore».
Ma se, nel desiderio legittimo di rinnovare la liturgia e di favorire anche il cammino ecumenico, si sia conservato pienamente quell’equilibrio attraverso il quale la liturgia cattolica non soltanto esprime la fede della Chiesa, ma continua anche a formare quella fede nel cuore delle generazioni.
Riferimenti essenziali:Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, 4 dicembre 1963.
Annibale Bugnini, «Le nuove orazioni del Venerdì Santo», L’Osservatore Romano, 19 marzo 1965.
Notitiae, 95-96 (1974), sul ruolo degli osservatori non cattolici nel Consilium.
Paolo VI, Discorso ai partecipanti alla VII sessione plenaria del Consilium, 13 ottobre 1966.
Institutio Generalis Missalis Romani.
Benedetto XVI, Summorum Pontificum, 7 luglio 2007.

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